Appello dei patriarchi per la cessazione dell’ambargo contro il popolo siriano

L’embargo è particolarmente iniquo. Contrariamente a quello che si può pensare non è indirizzato solo contro il governo (che comunque, non è alle prese con ‘i manifestanti’ ma con i terroristi) ma colpisce sopratutto i comuni cittadini siriani, è di ieri un ennesimo appello da parte dei vescovi:

Anche se i principali obiettivi dell’imposizione delle sanzioni sono politiche, esse hanno colpito soprattutto la vita di tutto il popolo siriano, in particolare la parte più povera e la disponibilità del lavoro la cui capacità di sopperire ai loro bisogni quotidiani di base come il cibo e le cure mediche è fortemente ridotta. Nonostante la risolutezza dimostrata dal popolo siriano di fronte alla crisi, la situazione sociale sta peggiorando e la povertà e la sofferenza sono in costante aumento.

Pertanto, noi, i tre Patriarchi residenti a Damasco che uniti abbiamo raccolto la sofferenza del popolo di Siria, di tutte le religioni e denominazioni, alziamo le nostre voci in questo appello umanitario chiedendo la revoca delle sanzioni economiche imposte al popolo siriano che restano attaccati alla la loro patria e alle civiltà che esistono da migliaia di anni.

Il nostro appello si presenta come un invito a prendere misure straordinarie, decisioni coraggiose, sagge e responsabili che abbiano una dimensione umanitaria basata sulla Carta dei diritti dell’uomo e sul rispetto delle altre convenzioni internazionali, soprattutto affinchè si sollevino le sanzioni economiche contro la Siria.

In questo modo si risponderà alle aspirazioni dei cittadini che cercano di migliorare le loro condizioni di vita. Si aiuterà a rafforzare il loro attaccamento alla terra dei loro antenati e contribuire a ripristinare l’armonia tra tutti i cittadini. Allo stesso modo, si limiterà lo sfruttamento della miseria del popolo siriano da parte di gruppi che non vogliono il bene comune del Paese.

Sarà anche facilitato il nostro lavoro ecclesiale e il lavoro delle organizzazioni umanitarie nel compito di consegnare gli aiuti umanitari, la distribuzione delle medicine e delle attrezzature mediche a chi ne abbia bisogno in tutta la Siria. Il nostro appello raccoglie anche il desiderio di alcuni paesi e organizzazioni umanitarie desiderosi di aiutare il popolo siriano che soffre la gravità della crisi. La cessazione delle sanzioni, contribuirà ad alleviare la sofferenza e affrontare le conseguenze della crisi.

Speriamo che la comunità internazionale risponda all’appello umanitario dei Siri: “Stop l’assedio del popolo siriano! Abolire le sanzioni internazionali contro la Siria e permettere a questa gente di vivere in dignità, che è un diritto fondamentale di tutti i popoli del mondo “.

Damasco, 23 agosto 2016

John X
Patriarca greco-ortodosso

Gregorio III
Patriarca melchita greco-cattolica

Ignazio Aphrem II
Patriarca Siriaco ortodosso[/su_panel]

 

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Incontri di presentazione del libro “Alle porte di Damasco”

Sebastiano Caputo, giornalista del “Giornale” e Direttore del quotidiano on line “L’intelletuale Dissidente” , reduce da un recente viaggio i Siria racconta la sua esperienza e analisi sulla crisi siriana  nel suo libro “Alle porte di Damasco” (Circolo Proudhon Edizioni).

1462508022_13087497_1717651598516570_6711301733791923498_nCrocevia tra Europa, Asia e Africa, civiltà millenaria, terra contesa fin dall’antichità, la Siria è tornata al centro del dibattito politico mediorientale a causa di una
guerra totale che si protrae da più di quattro anni. La sicurezza internazionale passa per la stabilità del Vicino e Medio Oriente, ma in quelle zone calde dove le potenze neocoloniali, lo Stato Islamico e i miliziani Jabhat Al Nusra (gruppo affiliato ad Al Qaeda), hanno il comune obiettivo di alimentare la tensione, vige uno stato di caos e di intrighi diplomatici, il cui snodo è la destabilizzazione del Paese. Alla volontà politica di far cadere il governo siriano, si aggiunge l’eco di una stampa internazionale che fin dall’inizio della crisi non ha fatto altro che delegittimare il Presidente eletto, Bashar Al Assad. Me le maschere sono cascate, una dopo l’altra, anno dopo anno.

L’Osservatorio sulle Comunità Cristiane in Medioriente (OCCMO) ha organizzato insieme al circolo “Beato Carlo d’Asburgo” due incontri di presentazione del libro, come segue:

Voghera, giovedì 30 giugno 2016 – alle ore 21.00,
presso la sala del Milenario in Piazza del Duomo. 3

Pavia, mercoledi 29 giugno 2016 – alle ore 18.00,
presso il collegio universitario “Cairoli”.
L’incontro vedrà la partecipazione, oltre all’autore del libro
anche del giornalista ed inviato di guerra Gian Micalessin. 3

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Una guerra silenziata

Nel silenzio totale dei media occidentali main stream continua il sanguinoso conflitto nello Yemen

Lo Yemen è uno stato del sud della penisola arabica che si affaccia sul Mar Rosso  e sul golfo di Aden . Con la caduta dell’Impero Ottomano la parte settentrionale del paese è diventata indipendente mentre il sud, colonia britannica dal 1839  ha raggiunto l’indipendenza nel 1967, i due Yemen, differenti per civilizzazione e geografia (1), si sono faticosamente unificati nel 1990 sotto il governo di Ali’Abd Allah Saaleh, che governava il Nord del paese dal 1978. La vicenda che oggi insanguina il paese ha origine sostanzialmente con il ramo locale delle “primavere arabe” che nel 2012 costrinse Saaleh a lasciare il potere che comunque venne assunto dal suo vice Abd Rabbih Mansur Hadi.

La stretta collaborazione di Hadi con gli Stati Uniti e con i Sauditi (2), ha provocato la ribellione delle tribù Houthi aderenti alla setta sciita degli Zayditi che avevano partecipato attivamente alla rimozione di Saaleh e sono legate, per affinità religiose, all’Iran. Le milizie Houthi, a partire dal gennaio del 2014 hanno progressivamente assunto il controllo del paese partendo dai loro insediamenti tribali nel nord ed arrivando nel settembre dello stesso anno ad occupare la capitale Saana e alcuni distretti a sud della stessa.  Nel gennaio del 2015 le milizie sciite e reparti dell’esercito yemenita rimasti fedeli all’ex presidente Saaleh, con un colpo di stato hanno costretto alle dimissioni il presidente Hadi e il primo ministro Khalid Bahah . Il presidente deposto si è quindi rifugiato nel sud del Paese, ad Aden, sua città natale e da qui ha smentito di essersi  dimesso e ha proclamato Aden capitale provvisoria accingendosi a riconquistare le province ribelli e dando così il via alla guerra civile nello Yemen. Guerra civile che si è ben presto trasformata in un conflitto internazionale quando nel marzo del 2015 l’Arabia saudita dava vita ad una coalizione di stati arabi comprendente tutti gli stati del golfo, l’Egitto, la Giordania, il Marocco e il Sudan.

La coalizione ha messo in campo un’armata di 150.000 uomini e un centinaio di aerei che avrebbero dovuto stroncare la ribellione Houthi, sostenuta finanziariamente e diplomaticamente dall’Iran, in breve tempo. Ma, come ebbe a dire un valente stratega del passato, i piani non resistono mai al primo giorno di campagna. Le forze saudite che dovevano penetrare da nord nel cuore della regione tribale Houthi vennero arrestate dai guerriglieri sciiti e dall’esercito rimasto fedele al presidente Saaleh che anzi penetrarono in territorio saudita occupando una fascia di terreno e assediando alcune basi militari avanzate dell’esercito di Ryad. A sud gli insorti raggiunsero e occuparono per un breve periodo la stessa Aden, costringendo Hadi a fuggire in Arabia saudita. Le forze della coalizione a questo punto furono costrette ad impiegare nella riconquista della “capitale provvisoria” forze affiliate ad al Quaeda e all’ISIS creando così un ulteriore fronte di cui parleremo più oltre.

Sconfitte sul terreno le forze della coalizione adottarono una politica di bombardamenti indiscriminati sugli insediamenti civili che per altro, come più volte dimostrato non giunsero a fiaccare la resistenza degli insorti. Faticosamente riconquistata Aden, le forze della coalizione, adesso composte sostanzialmente da mercenari di varie Military company occidentali e da non meglio precisate milizie arruolate in Colombia, con una serie di offensive miranti alla riconquista di Saanà e sempre arrestate dalle forze yemenite, sono arrivate faticosamente alla riconquista del nodo stradale di Taiz dove sono rimaste accerchiate dai “ribelli”.

La situazione sul campo, teoricamente congelata dall’avvio di colloqui di pace in Kuwait, nell’aprile scorso,  è attualmente questa: Sul mare continua il blocco da parte della marina egiziana del porto di Hodeida sul Mar rosso. Nel nord gli Insorti controllano tutto il territorio yemenita e una piccola fascia di territorio saudita occupato nel’aprile del 2015(2).  A sud il fronte è fermo intorno alla città di Taiz che è occupata in parte  dalle forze della coalizione che però sono completamente circondate dalle forze fedeli all’ex presidente Saaleh. Tutta l’area desertica del sud Yemen e l’area petrolifera di Marib teoricamente sotto il controllo della coalizione ma in realtà è contesa tra il governo “legale” e le tribù legate ad al Quaeda contro le quali nell’ aprile e maggio scorsi si sono sviluppate numerose offensive dell’esercito regolare. Nella stessa Aden il controllo del governo del presidente  Hadi è aleatorio e si susseguono gli attentati e gli scontri a fuoco con i guerriglieri dell’ISIS fatti affluire dai Sauditi durante le operazioni di riconquista. In alcune province, sia a nord, a sud di Saanà, che nel sud, il controllo del territorio è appannaggio delle tribù locali sunnite che si schierano con l’uno o l’altro dei contendenti a seconda della convenienza.

Alcune considerazioni politiche e di carattere militare si impongono. La guerra nata come guerra civile è ora un conflitto internazionale, sia sul piano dello scontro che oppone Iran e Arabia Saudita per la leadership del mondo musulmano, sia perche agli Yemeniti del vero Yemen, quello del nord , sciiti o sunniti che siano, si oppongono ormai sul campo forze provenienti integralmente da stati esteri. Sul piano politico ha portato al consolidamento dell’alleanza tra l’Egitto di Al Sissi, che pure partecipa alla guerra solo col blocco navale, e Arabia Saudita. Alleanza che trova il suo cemento nell’avere per motivi opposti un comune potente avversario cioè i Fratelli Musulmani(3).

Le forze armate Saudite e degli stati del Golfo hanno dimostrato di essere, ad onta dei loro costosissimi armamenti acquistati, a suon di miliardi di dollari dalle industrie occidentali, delle tigri di carta delle quali l’Iran farebbe un sol boccone nel caso di scontro diretto. Infine che l’occidente adotta sempre più una doppia morale stracciandosi le vesti per i presunti crimini di quelli che considera nemici e passando sotto silenzio quelli reali dei suoi monetariamente fruttuosi alleati.

Scipione Emiliano

1 Lo Yemen settentrionale è un paese montuoso, ricco di corsi d’acqua, erede di una civiltà millenaria, con una popolazione generalmente urbana e dedita all’artigianato e all’agricoltura. Lo Yemen del sud è una creazione britannica attorno al porto di Aden senza confini definiti col deserto dell’Arabia Saudita abitato da tribù nomadi dedite alla pastorizia.

2) L’area è compresa nella provincia dell’Ashir , originariamente facente parte del regno dello Yemen e conquistata dai sauditi negli anni trenta del secolo scorso, è quindi abitata da popolazioni in gran parte yemenite.

3) I fratelli musulmani sono avversari del Governo di Al Sissi che li ha cacciati dal potere con un colpo di stato per ripristinare una struttura “Nasseriana” dell’Egitto. I  Sovrani Sauditi invece li vedono come potenziali avversari nella leadership dell’universo integralista Salafita.

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (quarta parte)

Concludiamo dando uno sguardo alla situazione dei Cristiani nella penisola arabica ed in Iran

YEMEN

La quasi inesistente cristianità yemenita rischia la totale estinzione. Complice la guerra che oppone gli insorti sciiti alla coalizione, guidata dall’Arabia Saudita e che a visto il trasferimento ad opera di quest’ultima di milizie salafite affiliate in gran parte ad Al-Quaeda o a formazioni collaterali, la presenza cristiana, quasi totalmente costituita da immigrati è stata brutalmente cancellata. Il martirio delle 4 suore di Madre Teresa e il rapimento dell’unico sacerdote cattolico presente nel paese ne sono stati l’epilogo tragico. La notizia, sia pure poi fortunatamente smentita, della crocifissione di quest’ultimo, lo scorso Venerdì Santo, da la misura di quanto l’odio anticristiano si sia diffuso nel paese. Paese in cui, anche in tempi precedenti l’attuale conflitto essere cristiani non era facile, tanto che la conversione, avvenuta negli anni, di circa 2500 yemeniti aveva provocato a più riprese la levata di scudi delle autorità religiose musulmane e la richiesta pressante di un intervento governativo, che mettesse fine al fenomeno per quanto modesto.

EMIRATI, KUWAIT, BARHAIN, DUBAI, QUATAR, ABU DABI, OMAN

La situazione dei Cristiani nei paesi del golfo persico è sostanzialmente la stessa. In questi paesi non esistono cristiani autoctoni e la “cristianità” è rappresentata dai lavoratori immigrati, tecnici occidentali e manovalanza dal terzo mondo, dagli uomini d’affari e dai turisti. In tutti questi paesi è teoricamente consentito il culto pubblico, tanto che vi sono state costruite delle chiese, nelle capitali, la dove è maggiore la presenza occidentale. Diversa è la condizione dei cristiani facenti parte della manovalanza terzomondiale ai quali è negato ogni espressione, non tanto principalmente in quanto cristiani ma in quanto manodopera fungibile sostanzialmente priva di diritti a prescindere dalla religione . Certo l’essere cristiani è una discriminante in più. Se è possibile stabilire una graduatoria della tolleranza, il paese con condizioni meno vessatorie è l’Oman la cui famiglia reale non ha abbracciato il credo Wahabita, mentre Kuwait e Quatar si disputano il vertice paesi peggiori.

ARABIA SAUDITA

L’Arabia Saudita può essere definita senza tema di smentita l’inferno terreno per i cristiani, che anche qui sono costituiti da personale tecnico occidentale e da manovalanza o personale di servizio domestico del terzo mondo. Non esistono ed è vietato realizzare edifici di culto diverso dal credo musulmano sunnita, nella sua variante wahabita, introdurre testi sacri di religioni diverse o i loro simboli . La presenza massiccia di tecnici e militari occidentali ha fatto si che venisse tollerato a livello ufficiale il culto strettamente privato. Questo però non impedisce che, se si vive fuori dai ghetti dorati destinati agli occidentali, la polizia religiosa possa intervenire a impedire e sanzionare le riunioni di preghiera o il festeggiamento privato delle ricorrenze cristiane come il Natale e la Pasqua. Il fatto, ad esempio, che un albero di Natale sia visibile dall’esterno dell’abitazione può divenire motivo di intervento della polizia religiosa con conseguente sanzione penale, che data la vigente sharia si concreta in pesanti punizioni corporali. E’ assolutamente vietata la ostentazione di simboli della religione cristiana, ma anche il sospetto che li si porti in modo occulto può essere causa, una volta verificato da detta polizia, di pesanti sanzioni. Va da se che, se di massima la polizia religiosa tenderà a far finta di non vedere inevitabili violazioni minime poste in essere dall’ingegnere minerario inglese o dal militare americano, colpirà con inflessibile durezza il manovale pachistano o la domestica filippina.

IRAN

I cristiani residenti nella Repubblica Islamica dell‘Iran sono una ristretta minoranza. La loro presenza dal 1979 a oggi è andata significativamente riducendosi. All’inizio della Rivoluzione si contavano circa 300.000 cristiani su una popolazione di 42 milioni. Ora sono meno di 100.000 (forse solo 80.000) su una popolazione totale di 78 milioni.
La maggioranza dei cristiani è costituita dalla Chiesa Apostolica Armena (65.000-70.000). Poi viene la Chiesa Assira d’Oriente (6000) e la Chiesa Russa e quella Greco-ortodossa, che contano pochissimi fedeli. I protestanti sono soprattutto membri della Chiesa Episcopaliana, Evangelica e delle Assemblee di Dio. Molti pastori di queste chiese hanno lasciato il Paese e hanno fondato delle comunità che parlano farsi all’estero, in Europa, Usa e Canada. Sono comunità molto attive su internet e sulle tv satellitari, trasmettono in farsi e sono molto seguite anche in Iran. Ed è anche per questo che vengono viste, a differenza delle chiese Armena, Caldea e Cattolica latina, che godono di più ampie libertà, come longa manus del “grande satana” americano e sottoposte a restrizioni al limite della perscuzione.

I cristiani cattolici sono suddivisi in tre riti: assiro-caldeo, armeno e latino, e cinque diocesi (tre di rito assiro-caldeo a Teheran, Urmia-Salmas e Ahwaz, una di rito armeno e una di rito latino).La popolazione cattolica è molto piccola. I due vescovi assiro-caldei sostengono che le loro rispettive comunità hanno tra i 1500 e i 2000 fedeli, mentre i latini, contando anche gli stranieri che lavorano temporaneamente in Iran, sono circa 2000. I cattolici dei tre riti e delle cinque diocesi non superano le 7000 unità, e cioè circa il 10% dell’intera comunità cristiana (ortodossi, cattolici e protestanti) e lo 0.01 della popolazione complessiva dell’Iran. a Chiesa cattolica conta ora 3 vescovi, un amministratore apostolico, 12 preti, 14 suore, due laici consacrati. Le chiese sono 7 a Teheran (una è armena, due sono assiro-calde, 4 latine), poi c’è una chiesa assiro-caldea a Urmia e un’altra a Hamedan, una latina a Isfahan e un’altra latina a Tabriz. Altre chiese delle diocesi assiro-caldee sono state aperte in altre città, come Ahwaz, Qazvin, Kermanshah e altri villaggi che circondano Salmas, ma non vi sono preti e religiosi residenti là, ma solo occasionalmente di passaggio.

Come nella quasi totalità dei paesi a maggioranza musulmana i cristiani iraniani sono riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella burocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro. Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni per il timore di essere accusati di proselitismo. Diversamente da quanto diffusamente si creda però in Iran non vige la Saharia ma una legislazione laica ispirata ai dettami dell’islam e i cristiani possono contare sui diritti conferiti loro dalla costituzione della repubblica il che comunque li mette al riparo dall’arbitrio dell’autorità ma non dal pregiudizio sociale.

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (terza parte)

La situazione in Palestina e Giordania

PALESTINA – ISRAELE

La popolazione cristiana residente in Palestina si pone tra l’1,5 e il 2 per cento del totale . Molti palestinesi cristiani vivono fuori dei confini storici della regione nei paesi confinanti, in Europa e nelle Americhe. Si stima che il totale dei Palestinesi cristiani assommi a circa un milione di individui di cui circa 200.000 vivono in Israele e nei territori occupati. Dal 1947 la percentuale dei cristiani nella regione è andata progressivamente diminuendo dal 9,5 per cento stimato dall’amministrazione britannica al 2 scarso di oggi .

Cittadine come Nazaret e Betlemme che contavano una larga maggioranza di cristiani oggi vedono la presenza residua solo di una consistente minoranza. Tra i Palestinesi sono presenti praticamente tutte le confessioni cristiane tradizionali del vicino oriente. Attorno al 50 per cento appartiene alla Chiesa ortodossa di Gerusalemme, una delle 15 Chiese autocefale. Questa comunità è nota anche come “cristiani arabi ortodossi”, appartenenti alla Chiesa greco-ortodossa. Vi sono anche maroniti, melkiti-cattolici orientali, giacobiti, caldei, cattolici di obbedienza romana, chiamati localmente “Latini”, siro-cattolici, copti ortodossi, copti cattolici, armeni ortodossi, armeni cattolici, quaccheri (Friends Society), metodisti, presbiteriani, anglicani (episcopali), luterani, evangelici, pentecostali, nazareni, Assemblee di Dio, battisti e altri protestanti. La condizione dei cristiani in Palestina non è sostanzialmente differente sia che vivano nella parte ufficialmente israeliana della regione sia che vivano nei cosiddetti territori occupati. Ufficialmente godono di libertà di culto e non soffrono restrizioni per motivi religiosi ma in quanto arabi subiscono le stesse discriminazioni dei loro conterranei musulmani. Recentemente poi il tentativo da parte israeliana di differenziarli dai musulmani sul piano legislativo ha ingenerato ostilità nei loro confronti.

La crescita, nel panorama politico palestinese, di Hamas, formazione legata ai “Fratelli Musulmani” e quindi di orientamento salafita non ha fatto che aggravare la situazione. A Gaza, dove Hamas è dominante, i circa 3000 cristiani residenti conducono una vita difficilissima e se gli appartenenti alle chiese locali o latine sono tollerati, nei confronti degli appartenenti alle confessioni protestanti, visti a torto o a ragione, come conniventi con gli USA e quindi con Israele, si sfiora l’aperta persecuzione. Anche nello stato ebraico, se da parte delle autorità vi è un sostanziale rispetto dei diritti religiosi, nella società stanno crescendo di importanza sette fondamentaliste che vorrebbero depurare la terra di Israele da ogni presenza non ebraica. Di conseguenza si moltiplicano le manifestazioni di ostilità verso le comunità cristiane. Così, negli ultimi anni, sono diventati sempre più frequenti i casi di luoghi di culto cristiani devastati e profanati da coloni ed estremisti ebraici. Dal monastero di Latrun (porte incendiate e scritte blasfeme) al Convento di San Francesco sul Monte Sion (in cui alcuni graffiti hanno definito Gesù un “figlio di puttana”), dalla Chiesa di Nostra Signora (in cui oltre alla scritta “Vendetta” sono stati disegnati anche simboli fallici) al monastero di Beit Gemal (colpito dalle molotov dei terroristi di matrice sionista), alle lapidi devastate da coloni nel cimitero cristiano di Gerusalemme. I casi riportati sono ovviamente soltanto alcuni dei tanti che hanno reso estremamente difficile la vita dei cristiani palestinesi.

GIORDANIA

I Cristiani residenti nel regno Hascemita di Giordania sono per metà di origine palestinese. Sono poi presenti minoranze cristiane profughe dalla Siria e dall’Iraq. Godono di una invidiabile, rispetto alla media dell’area, condizione sia politica che sociale. Questa stabilità, politica e sociale e nella vita comune con i loro concittadini musulmani, è in gran parte dovuta alle pratiche tribali. In Giordania, è la famiglia, piccola o grande (la tribù), ricettacolo dei valori e garante dell’ordine sociale e politico. I cristiani, soprattutto quelli di ceppo giordano, sono suscettibili, tanto quanto certi musulmani, di essere ricettivi a questo discorso di identificazione tribale, in quanto condividono con i musulmani le stesse strutture sociali, e in gran parte gli stessi valori sociali. Valori patriarcali che la solidarietà tra gli individui e le famiglie hanno costruito sulla base di parentela.Un altro motivo per la stabilità della Chiesa giordana è che si è radicata nella sua storia e nel suo impegno per le cause arabe, in primo luogo la causa palestinese. È, con la cristianità siriana e palestinese, una Chiesa araba, libera da ogni nostalgica appartenenza ad un passato ormai trascorso (cananeo, fenicio o faraonico).

Anche se la percentuale dei cristiani non supera il 3 per cento della popolazione giordana, da 200.000 a 220.000 su una popolazione di 6\7.000.000 di abitanti , dobbiamo dire che l’effettiva presenza sociale di cristiani giordani supera di gran lunga questa proporzione. Ad esempio: il 30 per cento dell’economia del paese è nelle mani dei cristiani, e ciò consente loro di utilizzare la bella espressione di “maggioranza qualitativa”. Lo stesso nella “quota” dei cristiani in Parlamento (9%) al Senato (6%) e nel Governo (1 o 2 ministri sono cristiani).

I cristiani giordani appartengono a due importanti Chiese: la Chiesa greco-ortodossa (quasi il 50%) e la Chiesa cattolica (40%), con qualche migliaio di anglicani e luterani, maroniti, siriaci e armeni. L’esodo dei cristiani dall’Iraq ha aumentato il numero di cattolici siriaci e caldei. La Chiesa cattolica, in particolare il ramo latino, che costituisce la maggioranza dei cattolici, eccelle soprattutto per la sua attività didattica. L’alta qualità delle scuole e dei collegi cattolici attira studenti provenienti da famiglie musulmane. Inoltre, la creazione di una Università cattolica in Giordania voluta da Giovanni Paolo II e la cui prima pietra fu posta da Benedetto XVI nel 2009, non ha fatto che rafforzare ed espandere l’influenza educativa della Chiesa cattolica in Giordania. Tuttavia la crescita anche in Giordania dell’influenza dei “Fratelli Musulmani”, presenti soprattutto tra la componente palestinese del popolo, rischia di mettere in crisi questa situazione di sostanziale stabilità.

fine terza parte (la quarta ed ultima parte sarà messa online lunedì 9 maggio)

Massimo Granata – Mario Villani

prima parte

seconda parte

terza parte

 

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (seconda parte)

Vediamo in questa parte la situazione dei nostri Fratelli nella Fede in Siria ed Egitto

SIRIA

La presenza cristiana in Siria è antichissima. Le prime comunità si formarono già pochi decenni dopo la fine della missione terrena di Nostro Signore lasciando innumerevoli segni e testimonianze che sono giunte fino a noi. Basta citare la cittadina di Maaloula, un piccolo centro tra le montagne del Qalamoun non lontano dal confine con il Libano, dove si parla ancora l’aramaico antico, la stessa lingua usata da Gesù, e dove, nella chiesa di Mar Sarkis, vi è il più antico altare del mondo, ricavato direttamente da un’ara pagana.

E’ significativo ricordare che ben tre secoli dopo la conquista araba la maggioranza della popolazione in Siria era ancora cristiana, segno di una Fede profondamente radicata, e che ben sette Papi dei primi secoli erano originari della Siria.

Prima dell’inizio della guerra nel 2011 i Cristiani in Siria erano poco meno di due milioni (pari all’8% della popolazione) ripartiti secondo quel mosaico di Chiese e comunità che è una caratteristica (ed una ricchezza) della Cristianità Orientale. Melchiti (greco-cattolici), Siriaco Cattolici, Armeni Cattolici, Maroniti, Greco Ortodossi, Siriaco ortodossi, Armeni Apostolici ed una piccola comunità di Latini formano insieme una delle realtà cristiane più vive e radicate del mondo arabo e arabizzato.

Fino all’inizio della guerra la situazione dei cristiani in Siria era una delle meno problematiche all’interno del mondo musulmano. Benchè la Costituzione siriana preveda che il Capo dello Stato debba essere un musulmano e indica nel Corano la fonte del diritto, la vita delle comunità cristiane è, di fatto, libera: non vi sono limitazioni giuridiche all’accesso dei Cristiani nei posti pubblici (con l’eccezione del Capo dello Stato) e nelle scuole, il culto esterno è consentito, non vi sono difficoltà nella costruzione o ristrutturazione di chiese che, anzi, spesso viene finanziata dalla stessa autorità pubblica. Questa situazione relativamente felice è la conseguenza di tre fattori: una tradizione di tolleranza nei rapporti tra musulmani e cristiani, la natura nazionalista e laica del partito Bahat al potere, il fatto che il Capo dello Stato sia Alauita, vale a dire appartenga alla corrente islamica più aperta nei confronti dei Cristiani. La situazione ha purtroppo cominciato a deteriorarsi in alcune zone del Paese a partire già dalla fine degli anni ’90 a causa della predicazione di Imam wahabiti (provenienti o finanziati dall’Arabia Saudita) o legati ai Fratelli Musulmani che incitavano all’odio contro i Cristiani e Alauiti, suscitando in alcuni (minoritari) settori della comunità sunnita sentimenti di odio mai precedentemente conosciuti nella società siriana.

Con l’esplodere della guerra che ancora oggi insanguina la Siria la situazione dei Cristiani conosce un radicale peggioramento, soprattutto nelle aree dove dominano o sono attive le formazioni guerrigliere che sono praticamente tutte (e non solo l’ISIS) di ispirazione islamista. Fin dall’inizio del conflitto, nella primavera del 2011, i Cristiani, per la verità insieme ad Alauiti e Sciiti, finiscono nel mirino dei movimenti definiti “ribelli”. Nelle comunità cristiane vengono segnalati numerosi rapimenti (in particolare a Homs e nelle zone rurali intorno ad Aleppo e Idleb), alcuni dei rapiti vengono rilasciati dopo il pagamento di un riscatto, altri vengono uccisi. Le aree intorno ad Aleppo divengono particolarmente pericolose a causa di posti di blocco volanti organizzati dai guerriglieri. A questi posti di blocco vengono spesso fermati degli autobus, fatti scendere i passeggeri e divisi per appartenenza religiosa. I sunniti vengono di norma rilasciati, mentre cristiani e alauiti sono uccisi sul posto o rapiti.

Anche numerosi sacerdoti sono vittime delle crescenti violenze islamiste. Nel mese di ottobre 2012, vicino a Damasco, viene rapito e sgozzato padre Fadi Haddad, un parroco greco ortodosso che stava trattando la liberazione di un medico cristiano suo parrocchiano portato via da uomini armati pochi giorni prima. Il 9 febbraio 2013 vengono rapiti due sacerdoti vicino ad Aleppo, padre Michel Kayyal e padre Maher Mahfouz, mentre il loro autista, il diacono Fatha Kabboud, viene ucciso. Il successivo 22 aprile, due Vescovi, Boulos Yazigi greco ortodosso e Yohanna Ibrahim siro-ortodosso, vengono a loro volta rapiti mentre stanno trattando con i guerriglieri proprio la liberazione dei due sacerdoti. Nessuno di loro ha più fatto ritorno a casa. Nel luglio 2013, presumibilmente a Raqqa, scompare un sacerdote italiano, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fondatore del Convento di Mar Moussa.

Nel maggio 2013 viene attaesecuzioneccato dai ribelli dell’ASL il villaggio cristiano di El Duwair ed i suoi abitanti che non riescono a fuggire finiscono trucidati in maniera orribile. Nel settembre 2013, in segno di risposta all’appello alla preghiera per la Siria da parte del santo Padre, i terroristi del Fronte Al Nusra attaccano, al grido “siamo qui per prendervi adoratori della croce!”, la simbolica cittadina di Maalula. Le chiese vengono devastate, alcuni abitanti catturati, complessivamente una ventina, sono uccisi per il loro rifiuto di convertirsi all’Islam, gli altri fuggono abbandonando le proprie case al saccheggio.

Nel mese di giugno del 2013 sempre i terroristi del Fronte al Nusra occupano il villaggio cristiano di Gassanhiè, compendo numerose violenze e costringendo gli abitanti a scegliere tra la conversione la fuga. Tra gli altri viene sgozzato padre Francoise Murad, il parroco del villaggio che aveva tentato di difendere e aiutare i suoi parrocchiani. Episodi di violenza contro i Cristiani si segnalano in tutta la valle dell’Oronte dove vi sono numerosi villaggi cristiani.

Intanto a Homs vengono profanate e devastate praticamente tutte le chiese e nell’aprile del 2014 viene assassinato padre Frans Der Lugt un sacerdote gesuita olandese di settantacinque anni che ha prestato per quarant’anni il suo servizio pastorale in Siria proprio nella città di Homs.

A partire dal 2014 in molte aree della Siria dilagano le bande armate che fanno capo all’ISIS e nelle zone da loro occupate la situazione dei cristiani diventa ancora più tragica. Crocefissioni e decapitazioni vengono segnalate sia da Raqqa che da Deir Ezzor dove tutte le chiese vengono distrutte o trasformate in edifici utilizzati dai terroristi talvolta addirittura come tribunali. Le reali dimensioni di tali violenze non sono ancora oggi misurabili perchè queste zone sono ancora sotto il controllo dell’ISIS. Le fosse comuni che proprio in queste ore si stanno scoprendo nella città di Palmira, da pochissimo ripresa dall’esercito siriano, autorizzano le più fosche previsioni.

Nel mese di marzo 2014 bande armate provenienti dalla Turchia attaccano e conquistano la cittadina armena di Kessab e molti abitanti vengono trucidati. Quando, due mesi dopo, l’esercito siriano riuscirà a riprendere il controllo della città la troverà completamente devastata: case distrutte e depredate, chiese sfregiate, spezzate tutte le croci ed addirittura profanata la tomba di un sacerdote.

All’inizio del 2015 le milizie dell’ISIS attaccano i villaggi assiri della regione di Hassakà (nord est della Siria) i cui abitanti si erano rifiutati di eliminare le croci dalle loro chiese. Centinaia di persone, comprese donne e bambini, vengono rapite. Alcune saranno successivamente uccise, di altre ancora oggi si ignora la sorte. Sempre miliziani dell’ISIS assediano il centro cristiano di Saddad in provincia di Homs, strenuamente difeso dall’esercito e da una milizia locale, e riescono ad assassinare quarantacinque abitanti. In un caso tutti i membri di una famiglia (tra cui due adolescenti e tre dei loro nonni) vengono gettati dentro ad un pozzo. (1)

Queste diffuse ed efferate violenze hanno costretto decine di migliaia di Cristiani, ad oggi si calcola circa 450.000 ad abbandonare le loro case ed a rifugiarsi in zone più sicure o all’estero. E’ doveroso sottolineare il fatto che i Cristiani non sono stati le uniche vittime delle violenze dell’ISIS e delle altre formazioni islamiste. Alauiti, Sciiti e in genere appartenenti alle comunità religiose minoritarie hanno pagato un prezzo altissimo alle violenze estremiste in molti casi addirittura superiore a quello pagato dai cristiani. Questo dimostra come l’attacco portato alla Siria non miri semplicemente ad abbatterne il regime, ma a distruggerne il tessuto multiconfessionale per trasformarla in uno stato dominato da una visione toralitaria dell’Islam simile a quella che soffoca l’Arabia Saudita e che si sta impadronendo della Turchia.

EGITTO

La principale comunità cristiana dell’Egitto è la chiesa Copta, separatesi dall’ecumene Cattolica dopo il concilio di Calcedonia. I Copti, contrazione linguistica di Aegupti, sono gli Egizi originari e parlavano una lingua propria semitica oggi relegata dall’arabo al solo utilizzo liturgico. La loro consistenza numerica oscilla dal sei o sette per cento della popolazione, riconosciuto dalle fonti ufficiali governative, al dieci\quattordici per cento reclamato dalla comunità. Questa notevole differenza di stima è dovuta in parte alla diaspora in parte al fatto che, vista la perdurante condizione sociale sfavorevole dei non musulmani, molti cristiani non si qualificano come tali. La chiesa Copta ha una propria gerarchia con al vertice il Patriarca di Alessandria, il Papa dei Copti, carica ricoperta, dal 17 marzo del 2012, da Teodoro II. A fianco della chiesa Copta “ortodossa” troviamo una minoritaria Chiesa Copta uniate che riconosce l’autorità del Vescovo di Roma e i dogmi della Chiesa Cattolica. Sono altresì presenti variegate confessioni protestanti che prese singolarmente sono statisticamente irrilevanti. I Copti egiziani sono stati una comunità storicamente oppressa tranne che nel periodo che va dalla fine dell’ottocento alla rivoluzione nasseriana. In questo periodo, grazie sostanzialmente al protettorato europeo sull’Egitto, la comunità ebbe un ampio sviluppo economico e una vasta rappresentanza nell’amministrazione civile del paese. Con l’instaurazione della repubblica, l’ideologia di socialismo nazionale che ne sottintendeva i fondamenti giuridici portò alla nazionalizzazione delle attività economiche e alla epurazione dei funzionari già fedeli alla monarchia. Con il conseguente esodo delle famiglie facoltose e il ritorno nella condizione di cittadini di rango inferiore degli altri.

Se pure giuridicamente non rilevante l’essere cristiani nell’Egitto repubblicano divenne fonte di discriminazione quando non di persecuzione. Bisogna dire che a questo contribuì, se pur non in maniera determinante, la copertura che alcuni ambienti protestanti egiziani dettero alle attività dei servizi israeliani nel paese e l’avventura Anglo\Francese di Suez . La persecuzione ebbe il suo picco negli anni della presidenza Sadat quando il presidente, a seguito delle proteste per un attentato che aveva provocato, tra i copti, 17 morti e centinaia di feriti, aveva ordinato a Papa Shenuda III, il capo della Chiesa ortodossa copta, di ritirarsi in esilio nel monastero di San Bishoi. In aggiunta, otto vescovi, 24 sacerdoti e molti altri eminenti personalità copte furono posti agli arresti. Sadat sostituì la gerarchia ecclesiastica con un Comitato di 5 vescovi e considerò Papa Shenuda come fosse stato deposto. Dopo la morte di Sadat, sotto la presidenza Mubarak le condizioni sono leggermente migliorate dal punto di vista ufficiale ma non nella prassi sociale. Circa tre anni dopo l’assassinio di Sadat, il Presidente richiamò dall’esilio Papa Shenuda III d’Alessandria. Il 2 gennaio 1985 questi tornò al Cairo per celebrare la festività natalizia del 7 gennaio, e la folla che lo accolse fu valutata in più di 10.000 persone. Nonostante diverse limitazioni religiose che il governo ha mantenuto e le vessazioni subite dai gruppi islamici più radicali, i cristiani copti hanno goduto di diritti umani e religiosi relativamente migliori sotto Mubarak, con la loro festività del 7 gennaio riconosciuta come festività nazionale nel 2002. Le forme di discriminazione più rilevanti riguardano, come nella maggior parte dei paesi islamici, l’accesso alle cariche pubbliche e agli alti gradi delle forze armate, la possibilità di costruire luoghi di culto e di restaurare gli esistenti anche quando rappresentino monumenti artisticamente e storicamente rilevanti. In Egitto ad esempio la costruzione di nuove chiese era libera purché questa avvenisse ad una determinata distanza da una moschea. Per cui bastava che un imam aprisse una moschea in un locale situato vicino a dove doveva sorgere la nuova chiesa perché la licenza di costruzione venisse revocata. Per i restauri invece, le lungaggini della burocrazia per avere la licenza per attuare i lavori, lungaggini spesso giustificate derisoriamente con la necessità di preservare il valore artistico del monumento, rendevano la cosa quasi impossibile. Ben più grave poi era ed è la pratica, formalmente illegale ma ampiamente tollerata , del rapimento di ragazze cristiane per darle in sposa a musulmani. Su questa pratica odiosa è stato pubblicato, nel 2009, un rapporto sul fenomeno del rapimento di ragazze copte da parte di uomini musulmani. Il documento s’intitola «La scomparsa, la conversione forzata e i matrimoni forzati delle donne cristiane copte in Egitto» ed è stato redatto da Michele Clark (docente di Tratta di esseri umani alla George Washington University) e Nadia Ghaly, avvocata copta.

Negli ultimi anni della presidenza Mubarak poi, la crescita nella società egiziana dell’influenza dei Fratelli Musulmani, formalmente al bando ma presenti in tutti gangli della società civile e dello stato, ha portato ad una radicalizzazione di una parte della popolazione e al moltiplicarsi delle aggressioni contro i cristiani culminate negli assalti periodicamente perpetrati ai danni dei fedeli in uscita dalle chiese tra cui quello sanguinosissimo perpetrato il primo gennaio del 2011 ad Alessandria d’Egitto quando un integralista musulmano si è fatto esplodere dinanzi alla Chiesa copta dei Santi, nel quartiere di Sidi Bishr, causando la morte di 23 fedeli copti e il ferimento di numerosi altri che partecipavano ad una tradizionale cerimonia religiosa per l’anno nuovo.Dopo la caduta di Mubarak a seguito della cosiddetta primavera araba il vento persecutorio ha assunto i crismi dell’ufficialità con il tentativo dei Fratelli Musulmani andati al potere di imporre al paese la shari?a come legge fondamentale. Il colpo di stato del Generale Al Sisi ha fortunatamente interrotto questo processo e la messa al bando, questa volta effettiva dei Fratelli Musulmani, ha dato speranza alle comunità cristiane in special modo alla chiesa Copta “ortodossa”. Durante la sua presidenza è notevolmente cresciuta la libertà di religione e sono migliorate le condizioni di vita dei cristiani e dei non religiosi e sono state rimosse quasi tutte le discriminazioni ai danni dei non musulmani. Tra i provvedimenti presi dal nuovo governo c’è la liberalizzazione effettiva della costruzione di nuove chiese e il contributo statale al restauro delle esistenti. Al Sisi poi è stato il primo capo di Stato in tutta la storia dell’Egitto a partecipare alla festività natalizia del 7 gennaio (secondo il calendario copto) durante la quale ha tenuto un discorso, affiancato da papa Teodoro II di Alessandria, chiedendo l’unità degli egiziani e augurando ai cristiani un buon Natale.

Va da se che non ostante la volontà del nuovo governo di crearsi una base di consenso, tra le componenti ostili ai salafiti della società egiziana, il novo corso per ora riguarda il centro, le grandi città come il Cairo e Alessandria. Nelle città di provincia e nelle campagne, aree dove l’estremismo islamico ha trovato consenso la vita dei cristiani è ancora difficile. Lo testimoniano le denunce che si susseguono di aggressioni e soprusi spesso ignorate dalle autorità locali.

1) solo dopo la fine della stesura dell’articolo sono giunte le tremende notizie sul massacro, da parte dell’ISIS,  di oltre venti Cristiani a Quryateen, poco prima che la città venisse ripresa dalle truppe regolari siriane.

Fine seconda parte  

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

 

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (prima parte)

2014819112250_Chi-e-Al-Baghdadi-il-carnefice-dei-cristiani-d-Iraq_h_partbLa serie di conflitti e le tensioni che stanno sconvolgendo praticamente tutti i Paesi del Vicino Oriente arabo pongono degli inquietanti interrogativi sul futuro delle comunità cristiane che vi risiedono. Si tratta di quasi venti milioni di individui appartenenti a Chiese che risalgono ai primi anni della Cristianità, fondate da uomini che ebbero la fortuna di conoscere personalmente Gesù e di ascoltare dalla sua viva voce gli insegnamenti evangelici. Le stesse pietre lo gridano: dal santo Sepolcro alla cittadina siriana di Maalula, dove si parla ancora l’aramaico antico, da Cana a Sidone, il punto più a nord raggiunto dal Cristo per predicare, ovunque emergono i segni delle origini stessa di quella Chiesa che oggi è diffusa in tutto il mondo.

Oggi però su queste comunità, che hanno vissuto mille e quattrocento anni a diretto contatto con il mondo islamico, incombe la minaccia, in molti casi già concretizzatasi, di essere costrette a scegliere tra l’abbandonare le proprie case e fuggire in Occidente o morire. Malgrado tutto la volontà di resistere è ancora forte, ben rappresentata dalle parole del Patriarca Greco Ortodosso di Antiochia, Jouhanna Yazidi, “ non risparmieremo alcuno sforzo per difendere le nostre terre. Le nostre campane continueranno a suonare finchè ci sarà sangue nelle nelle nostre vene”. Una volontà che dovrebbe scuotere le coscienze del mondo intero, ma che per il momento ha raccolto solo qualche parola di retorica commozione.

Vediamo alcune delle situazioni più drammatiche.

IRAQ

Le comunità cristiane che vivono in Iraq sono sicuramente quelle che hanno pagato il prezzo più alto in conseguenza delle tensioni e delle guerre che divampano in Medio Oriente.

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Nel paese mesopotamico il Cristianesimo ha radici antiche e vi sono sia Cattolici che Ortodossi. Le principali comunità cattoliche sono quella Caldea, la più importante numericamente, quella Greco Cattolica (Melchita), quella Armena Cattolica e quella Siriaco cattolica. Tra le comunità ortodosse la più importante è quella siriaco ortodossa. Vi è poi una comunità, quella Assira, che non è ascrivibile né alla Cattolicità né all’Ortodossia perchè riconosce la validità solo dei primi due Concili ecumenici e considera santo Nestorio (per questo viene definita anche Chhiesa Nestoriana).

La vita delle comunità cristiane in Iraq, non è mai stata facile ed è drasticamente peggiorata a partire dalla fine delle Prima Guerra mondiale quando le comunità musulmane (sia di obbedienza sciita che sunnita) incominciarono ad accusare i Cristiani di essere una sorta di quinta colonna delle potenze coloniali d’Occidente e di conseguenza a ghettizzarli e discriminarli. E’ doveroso sottolineare come, almeno nei primi tempi le ragioni dell’ostilità dei mussulmani verso i cristiani era più di origine nazionalistica che religiosa. Dopo il colpo di stato repubblicano del 1958 che portò alla caduta della monarchia la situazione dei cristiani peggiorò ulteriormente e vennero introdotte anche misure pesantemente discriminatorie come il tetto massimo del 5% di cristiani iscritti alle Università e gli impedimenti burocratici a riparare antiche chiese o a costruirne di nuove.

Paradossalmente il clima di ostilità si attenuò (ma non scomparve completamente) sotto la dittatura di Saddam Hussein tanto che fu lo stesso rais a volere come ministro degli Esteri un cristiano, Mikhail Yuhanna conosciuto come Tareq Aziz.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, avvenuta nel 2003 a seguito dell’invasione americana del paese mesopotamico, per i cristiani in Iraq è iniziata una vera e propria discesa agli inferi. Il clima di caos che da allora regna nel paese ha consentito ogni genere di violenza contro chiese, sacerdoti e fedeli. Solo per citare alcuni casi più gravi:

– agosto 2004 una serie di attentati dinamitardi nelle chiese uccide undici fedeli;

– ottobre 2006 a Mosul viene rapito, ucciso e mutilato il sacerdote Boulos Iskander

– giugno 2007 viene ucciso un sacerdote cattolico nella sua chiesa, con lui vengono assassinati tre fedeli;

– gennaio 2008 vittime negli attacchi contro chiese a Mosul, Kirkuk e Baghdad;

– febbraio 2008 viene rapito e ucciso il vescovo cattolico caldeo Paulos Faraj Rah;

– aprile 2008 ignoti uccidono un sacerdote siro ortodosso, padre Youssef Adel;

– febbraio 2010 almeno otto cristiani vengono uccisi in una settimana di violenze a Mosul

– ottobre 2010 44 fedeli e due sacerdoti uccisi nell’attacco contro la chiesa di Nostra Signora a Baghdad

– settembre 2012 viene fatta esplodere la cattedrale caldea di Kirkuk;

– Natale 2012 in una serie di attentati vengono uccisi 34 cristiani;

– gennaio 2013 a Mosul viene trovato sgozzato un insegnante caldeo;

– gennaio 2014 uccisi tre cristiani a Baghdad.

Cristiani-perseguitati-nel-mondoLa situazione per i cristiani era pertanto drammatica in Iraq ancora prima della comparsa sulla scena dell’ISIS ed il loro dramma è ben evidenziato da alcune cifre: ancora nel 1947 i Cristiani erano il 12% della popolazione irachena, percentuale calata al 6% nel 2003, al 2% nel 2013 ed a meno dell’1% oggi. In termini numerici significa che ancora nel 2003 i Cristiani residenti in Iraq erano oltre un milione e mezzo mentre ora -secondo le fonti meglio informate- sono tra i duecento ed i trecentomila. Non è esagerato quindi parlare di una vera e propria pulizia etnico-religiosa!

Nel giugno del 2014 si è poi toccato il fondo dell’orrore. Con una guerra lampo le bande armate facenti capo all’ISIS hanno occupato diverse città irachene, tra le quali Mossul, la terza città del paese come numero di abitati dopo Baghdad e Bassora e quella dove la residua presenza cristiana era più consistente. Non appena consolidato il loro potere i guerriglieri dell’ISIS hanno iniziato a segnare con vernice rossa le case dei cristiani, quindi sono incominciate violenze di ogni genere con numerose persone rapite e uccise per spargere il terrore. Quindi nel mese di luglio 2014 ai cristiani è stato posto un ultimatum: sceglliere se convertirsi all’islam, andarsene lasciando tutti i beni nelle mani dell’ISIS, pagare un grossa tassa (la jizia) o essere uccisi. Quasi tutti i cristiani hanno scelto di andarsene e solo poche settimane dopo il Patriarca Caldeo Luis Sako era costretto a dichiarare con angoscia: “per la prima volta nella storia non vi sono più cristiani a Mossul”. La tragedia si è ripetuta in tutta la piana di Ninive. I cristiani sono stati cacciati dalle città di Qaraqosh, Tal Kayf, Bartella e Karamlesh. Come ha riferito il cardinale Filoni, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: “I cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso il Kurdistan”. Sulle chiese sono state issate le bandiere nere del califfato ed ogni segno della millenaria presenza cristiana è stato sistematicamente cancellato.

Oggi la situazione dei cristiani dell’Iraq è talmente drammatica da far dire al Vescovo Caldeo di Erbil: “ E’ un genocidio, punto. Bisogna chiamare le cose con il loro nome”.

Da più fonti si ribadisce che, senza un’intervento internazionale tra pochi anni la presenza cristiana in Iraq, oggi ridotta ai minimi termini, sarà solo un ricordo e questo, come ha dichiarato Christen Bleer, una volontaria che lavora in Iraq da sei anni “significa la disintegrazione dell’Iraq”.

fine prima parte

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

Yemen … uno stato desaparecido

Per accorgersi che perdura un inferno Yemenita ai soloni dell’informazione main stream c’è voluto il sacrificio estremo di 4 suorine di Madre Teresa… ma così di sfuggita, prima di ritornare ai temi “importanti” come le primarie PD e i capricci dei gay.

Una settimana fa quattro suore Missionarie della Carità, quattro suorine (1) di Madre Teresa di Calcutta avvolte nei loro poveri abiti monacali bianchi e azzurri, simbolo in tutto il mondo della sollecitudine ne confronti degli ultimi della terra,  sono state brutalmente assassinate, assieme ad altre dodici persone nella casa missionaria di assistenza ad anziani e disabili. Nella stessa azione il commando terrorista ha rapito un Sacerdote Salesiano, l’ultimo Sacerdote rimasto ad Aden(2). Solo questo tragico e brutale avvenimento ha fatto si che la guerra che sconvolge lo Yemen facesse una fugace apparizione su quegli organi, TV e quotidiani, che si dicono di informazione.

suoreYemenPurtroppo però nella storia dello Yemen indipendente , a far tempo dalla caduta dell’Impero Ottomano, la guerra è stata una costante. Negli anni 60 del secolo scorso inizio Nasser a voler estendere manu militari l’egemonia della RAU(3) sull’allora Yemen settentrionale.

Poi avvenne l’infelice unificazione tra lo Yemen propriamente detto, abitato da popolazioni di montagna, stanziali, contadine ed urbane dotate di una non insignificante tradizione di civiltà con l’ex colonia britannica di Aden, divenuta indipendente come Yemen del sud.

Quest’ultima, se si esclude il porto di Aden, baluardo, con l’isola di Socotra (4) per il controllo dello sbocco del Mar Rosso, e quindi della rotta di Suez, nell’Oceano Indiano, era ed è un inutile scatolone di sabbia, in cui non si è nemmeno trovato il petrolio, senza confini definiti con l’Arabia Saudita e l’Oman, abitata da tribù nomadi non dissimili dalle tribù beduine saudite ed accomunate a queste dall’adesione alla setta wahabita.

Questo portò nel breve spazio di dieci anni all’acuirsi delle tensioni interne sia di natura economica che di natura religiosa. Queste ultime dovute al fatto che la regione nord occidentale del paese è abitata da tribù aderenti allo Zaidismo, una delle tante versioni dell’islam sciita (5). L’attacco, nel porto di Aden, al cacciatorpediniere USS Cole nel 2000 poi certificò la presenza nel paese di cellule di Al Quaeda esponendo il paese alle consuete rappresaglie americane.

Anche da queste premesse nasce il conflitto attuale che vede in campo da una parte una colazione guidata dall’Arabia Saudita, comprendente tutte le monarchie del golfo, escluso l’Oman, e praticamente gran parte della lega Araba che vorrebbe reinsediare a Sana’a il presidente esiliato Abdu Rabu Mansour Hadi.

Dall’altra i ribelli sciiti Houthi, alleati alle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh (6) e sostenuti sul piano logistico e militare dall’Iran.

Sul campo lo scontro ha avuto un andamento disastroso per le forze della coalizione a guida Saudita, che pur godendo di un assoluto controllo dei cieli sono riusciti a fatica ad espellere da Aden le forze avversarie ma non ad ottenerne il controllo, ad onta della mossa propagandistica di trasferirvi le ambasciate (7). Infatti per sconfiggere sul terreno le forze avversarie hanno dovuto lasciare che affluissero in città formazioni legate ad al Quaeda o dipendenti dal Daesh le quali, una volta insediate hanno preso a combattersi tra di loro e contro le forze fedeli al presidente Abdu Rabu Mansour Hadi .

Nel nord i miliziani sciiti e la guardia repubblicana fedele a Saleh sono ampiamente sconfinati in Arabia saudita di cui controllano ora una parte del territorio compresa la città di confine di Rabuah e alcune basi militari nelle vicinanze mentre altre basi saudite lungo la frontiera sono circondate.

Nei giorni scorsi è fallita l’ennesima massiccia offensiva saudita per riconquistare Rabuah al nord e la capitale Sana’a mentre secondo voci da confermare le truppe fedeli a Saleh avrebbero riconquistato tutta la provincia meridionale lungo il mar Rosso precedentemente in mano a formazioni legate ad al Quaeda.

L’ unico campo in cui la coalizione miete successi è quello della distruzione sistematica delle infrastrutture del paese mediante bombardamenti aerei che non sortiscono nessun effetto sul piano militare ma che su quello terroristico sulle popolazioni civili sono di sicura efficacia(8).

Ma di questo sui nostri media main stream non ci è dato sapere

Massimo Granata

1 Erano le sorelle Anselm, Margherite, Joudit  e Reginette, due venivano dal Ruanda una dall’India e una dal Kenya.

2 Padre Thomas Uzhunnalil di cui attualmente non si hanno notizie

3 Repubblica Araba Unita, la federazione con cui Nasser ava cercato di unire Egitto, Siria ed Iraq

4 L’importanza di Socotra per il controllo della navigazione è tale che l’URSS vi aveva costruito, nel periodo in cui lo Yemen del sud era una repubblica popolare alleata, una grande base navale

5 Recentemente per evidenti motivi politici gli sciiti yemeniti hanno  dichiarato di aver abbandonato lo Zaidismo per passare allo sciismo Duodecimano come i loro alleati Iraniani

6 In realtà le forze di elite dell’esercito Yemenita sono tutte schierate con l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, senza riguardo all’appartenenza religiosa

7 Aden vive nel caos con continui attentati ora a questa ora a quella fazione teoricamente alleate. La presenza dei tagliagole dell’ISIS poi non può che complicare le cose e il massacro delle suore è certamente scaturito dall’odio satanico che questi portano con se

8 Viene da chiedersi dove siano in questo caso i vari umanitari in servizio permanente effettivo, sempre pronti a scoprire fantomatiche azioni  terroristiche, quando si può accusare qualche presunto nemico dell’occidente di averle perpetrate

Siria, cinque anni fa iniziava la guerra

La situazione sul campo oggi

Nel marzo del 2011 iniziavano in Siria, e precisamente nella città meridionale di Daraa, i primi scontri tra gruppi armati e reparti dell’esercito regolare siriano. (E’ difficile non notare il singolare e sospetto sincronismo con l’identica situazione cretasi in Libia dove gli scontri erano iniziati appena pochi giorni prima, nel mese di febbraio). Rapidamente i disordini ed i combattimenti si diffondevano in quasi tutte le regioni del paese mediorentale, da Aleppo fino alla frontiera giordana. Fin dai primi giorni della crisi risultavano evidenti alcune circostanze, totalmente ignorate come vedremo dai nostri mass-media.

La prima, il ruolo fondamentale svolto negli scontri dalle organizzazioni islamiste.

La stragrande maggioranza dei militanti che partecipavano alle manifestazioni e che si scontravano con le forze dell’ordine provenivano dalle moschee gestite da predicatori provenienti dall’Arabia Saudita o, comunque appartenti all’area salafita. D’altra parte il mondo islamista era l’unico a disporre di una massa di manovra umana da lanciare contro un governo (quello di Bashar Al Assad) che disponeva di un significativo apparato di sicurezza e godeva (come gode ancora oggi) dell’appoggio della maggioranza della popolazione.

La seconda il coinvolgimento di potenze estere.

In Siria affluirono subito, in maniera massiccia e provenendo da mezzo mondo, mercenari e volontari islamici e con loro un fiume di armi, denaro e Captagon, la micidiale anfetamina utilizzata dai combattenti delle milizie. Il tutto pagato da Arabia Saudita e Qatar e transitante per Turchia e Giordania i cui governi non potevano non essere consenzienti e quindi complici. Tutto questo mentre i mass media occidentali cantavano in coro il motivo del “dittatore sanguinario che massacrava il suo popolo anelante alla democrazia”. Ci vorranno anni di guerra e atrocità di ogni genere commesse da ISIS e compari per costringere i media ad ammettere che, forse la situazione era “leggermente” diversa da quella descritta allora. Per altro, ad oggi, non ho ancora sentito alcun “mea culpa” e nessuna richiesta di scuse per aver ingannato scientemente e vergognosamente l’opinione pubblica occidentale.

La terza la lunga preparazione della rivolta.

Contrariamente a quanto sostenuto da coloro che sproloquivano su una rivolta popolare spontanea, i fatti siriani erano stati preparati da tempo. Addirittura sotto alcune città -come Homs- era stata scavata, prima della rivolta e con l’ovvia complicità delle autorità locali, una vera e propria rete di tunnel da utilizzare come rifugi, depositi di armi, ospedali o semplicemente per spostarsi da un quartiere all’altro e cogliere di sorpresa le truppe regolari. In Turchia poi la costruzione di campi profughi lungo la frontiera siriana era iniziata addirittura due anni prima dell’inizi della crisi, come raccontato da testimoni oculari.

Con una simile situazione è facile immaginare come gli scontri siano rapidamente degenerati in una guerra che ha interessato praticamente tutto il territorio della repubblica siriana causando, ad oggi quasi trecentomila morti (di cui un terzo militari dell’esercito e delle forze di sicurezza), un numero imprecisato di feriti e mutilati e l’esodo di quasi la metà della popolazione siriana, in parte fuggita in paesi esteri ed in parte rimasta in Siria, ma in zone più sicure (normalmente quelle controllare dell’esercito regolare). A seguito degli eventi bellici città e villaggi sono più volte passate di mano e la Siria ha assunto un aspetto a macchie di leopardo, con aree controllate da qualcuna delle milizie ribelli ed altre -normalmente quelle più popolose e dove vi sono le città più grandi- controllate dall’esercito regolare a da milizie filo-govenative che si sono costituite nel corso degli anni di guerra anche per colmare i sempre più preoccupanti vuoti che si aprivano nelle file dell’esercito. Per questa ragione ormai da anni in Siria non vi è un solo fronte su cui si combatte, ma molte decine sparsi su tutto il paese.

Anche i due schieramenti non sono compositi. Da parte governativa a fianco delle Forze Armate regolari operano gli uomini (e le donne) della NDF (National Defence Force), volontari che affiancano i soldati soprattutto nel controllo del territorio, ma vi sono anche i militanti del partito baatista, volontari sciiti provenienti dall’Iraq, consiglieri militari provenienti dall’Iran e, soprattutto i temibili commandos di Hezbollah, forse i migliori combattenti di tutto il Medio Oriente. Da parte dei cosiddetti “ribelli” vi sono i fanatici islamisti dell’ISIS, i qaedisti della coalizione guidata dal Fronte al Nusra, i filo sauditi del fronte Islamico, i filo qatarioti della brigata Ahfad al Rasul e altre formazioni minori, tra le quali i resti del Free Syrian Army la prima organizzazione a prendere le armi contro il governo di Assad. Molti dei miliziani non sono neppure siriani, addirittura alcune formazioni sono composte integralmente da stranieri, tra i quali si distinguono per le capacità militari (ma anche per la particolare crudeltà) i ceceni. Un discorso a parte meritano i curdi che hanno sovente tenuto un atteggiamento ambiguo, ma che sembrano oggi schierati più decisamente con Damasco anche per fare fronte comune contro il grande sponsor delle formazioni guerrigliere, la Turchia, loro nemica dichiarata e ormai parte attiva nel conflitto.

Sotto la pressione delle formazioni guerrigliere, costantemente rifornite e rinforzate da turchi e sauditi, a partire dalla primavera del 2015 l’esercito regolare è stato costretto a cedere terreno in particolare nelle aree del Paese a prevalenza sunnita, dove cioè le bande islamiste potevano e possono contare su un certo appoggio popolare. Sono così cadute nelle mani della guerriglia centri importanto come Palmyra, Idleb, Jhrs Shogur e le avanguardie islamiste, dopo aver preso il controllo di una vasta area collinare al confine della Turchia, si sono pericolosamente avvicinate a Latakia, importante città costiera, considerata una roccaforte dei fedelissimi di Assad perchè popolata prevalentemente da alauiti (la setta islamica a cui il Presidente appartiene).

Anche se le principali città siriane erano ancora sotto il saldo controllo delle forze armate fedeli al governo di Damasco la situazione a settembre dello scorso anno appariva per loro oggettivamente difficile, anche perchè, mentre le formazioni guerrigliere ricevevano continuamente rinforzi dall’estero, per le forze armate siriane, usurate da cinque anni di guerra, diventava sempre più difficile rimpiazzare i vuoti che si aprivano tra le proprie file. Alla fine del mese di settembre del 2015 però una serie di avvenimenti ha cambiato ancora una volta le sorti del conflitto. In difesa del governo siriano sono infatti intervenuti, con forme diverse sia i Russi che gli Iraniani. I primi hanno rifornito l’esercito siriano di armi più moderne ed efficaci, come il carro armato T 90 ed il famoso e micidiale lanciarazzi Buratyn (una modernissima versione delle celebri Katiusce), ma, soprattutto, hanno inviato in Siria un piccolo, ma efficentissimo contingente aereo composto da una quarantina tra caccia e cacciabombardieri che, partendo da una base aerea costruita a tempo di record a fianco dell’aeroporto di Latakia, ha avviato una serie di micidiali raid aerei contro le formazioni islamiste arrivando a colpire, nel solo primo mese di attività, più obbiettivi di quanti ne avesse colpiti ,nella sua ambigua attività, la coalizione a guida USA nell’anno e mezzo precedente. Gli Iraniani invece hanno inviato un certo numero di “consiglieri” militari, probabilmente pasdaran, che hanno affiancato nei combattimenti i Siriani in particolare nella regione di Aleppo. Anche gli Hezbollah libanesi hanno dato il loro contributo incrementando il contingente militare che già avevano in Siria.

I risultati di questi interventi si sono visti nei mesi successivi perchè, non solo le formazioni guerrigliere non sono più riuscite ad avanzare, ma le forze armate di Damasco hanno ricominciato una lenta riconquista del territorio perduto. La situazione di difficoltà in cui le formazioni islamiste si sono venute così a trovare è dimostrata dal fatto che molte di loro hanno immediatamente aderito alla proposta di tregua avanza da Mosca e scattata -sia pure con numerose violazioni- a partire dal 27 febbraio.

Vediamo la situazione attuale sui fronti principali.

Regione di Latakia. L’esercito siriano e le sue formazioni alleate hanno liberato vaste aree di territorio collinare, riprendendo il controllo di cittadine come Salma e Kinsabba ed allontanando di diverse decine di chilometri la minaccia da Latakia. Oggi si può dire che quasi tutta la provincia di Latkia e la regione costiera sono ritornate sotto il controllo governativo.

Regione di Idleb. E’ ancora completamente nelle mani del Fronte Al Nusra, con la sola eccezione di una piccola enclave composta da due villagi sciiti che i ribelli non sono riusciti a conquistare.

Regione di Aleppo. E’ l’area dove la controffensiva governativa ha colto i successi più importanti. Sono stati infatti liberati da un assedio che durava da oltre due anni sia l’aeroporto militare di Kuweires che i villaggi sciiti di Nubbol e Zahara, tagliando altresì le linee di rifornimento utilizzate dalle formazioni islamiste per rifornire i loro combattenti che occupano alcuni quartieri di Aleppo. Inoltre l’esercito siriano è riuscito a riconquistare vaste aree nelle campagne intorno alla metropoli del nord e, soprattutto, a riprendere sotto il suo controllo l’importantissima centrale che riforniva di energia l’intera città. Alla fine del mese di febbraio le milizie dell’ISIS hanno lanciato una controffensiva occupando l’autostrada Aleppo – Kanasser e tagliando temporaneamente le vie di rifornimento per i reparti siriani che operavano intorno ad Aleppo. Dimostrando una capacità operativa oggettivamente superiore al passato l’esercito è però riuscito riprendere il controllo dell’area in meno di una settimana infliggendo ai guerriglieri perdite pesantissime.

Regioni centrali (Hama e Homs). La situazione è rimasta sostanzialmente invariata perchè le controffensive dell’esercito non hanno avuto un successo pari a quello registrato sui fronti di Aleppo e Latakia e gli spostamento sulla linea del fronte sono stati minimali.

Regione di Damasco. Con una serie di operazioni appoggiate dall’aviazione russa i Siriani sono riusciti a ridurre le aree sotto controllo della guerriglia ed a eliminare alcuni dei più importanti capi militari delle formazioni islamiste. In quest’area comunque è attualmente osservata la tregua negoziata da Mosca.

Regione del Qalamoun. Si tratta dell’area montagnosa a cavallo tra Libano e Siria. In questa regione le formazioni guerrigliere, per un certo periodo predominanti, sono state sconfitte ancor prima dell’intervento russo grazie all’azione degli Hezbollah libanesi. Attualmente gli islamisti controllano solo piccole sacche. Costituiscono però ancora una minaccia per il vicino Libano dove molte formazioni si sono rifiugate. Parrebbe che la nave turca (battente però bandiera del Togo) recentemente sequestrata in Grecia con un carico di armi clandestine fosse incaricata di rifornire proprio queste formazioni.

Fronte sud (Daraa, Quneitra e Sweida). Sono regioni dove la presenza delle milizie è ancora massiccia (con l’eccezione della provincia di Sweida) e l’unico successo conseguito dai governativi in questi mesi è stata la riconquista della cittadina di Shei Meskin a nord di Daraa. Anche in queste regioni vige oggi una precaria tregua.

Fronte di Deir Ezzor. In questa città sull’Eufrate, completamente circondata dalle milizie dell’ISIS, si sta scrivendo una pagina di eroismo militare che dovrà essere ricordata per secoli in tutta la Siria. La Brigata paracadutisti guidata dal leggendario Colonnello Zahar Eddine appoggiata dai miliziani di una tribù locale (tra l’altro sunnita) sta infatti respingendo, da mesi, ondate di assalitori che a cadenza praticamente quotidiana cercano di occupare l’aeroporto ed i quartieri ancora liberi e sotto il controllo governativo. Se il mondo fosse ancora normale oggi non potrebbe non esprimere la propria stupefatta ammirazione per quello che i parà di Zahar Eddine stanno facendo. Ovviamente invece nessuno sa nulla del loro sacrificio.

Questo sommariamente il quadro. Sorgono ovviamente delle domande. Terrà la tregua? E’ possibile incominciare a parlare di pace? La risposta dipende principalmente dalle decisioni di due classi dirigenti, quella turca e quella saudita. Per questo non sono ottimista.

“Non c’è un genocidio di cristiani e non ci servono protettori”

Il Patriarca e cardinale maronita Bechara Boutros Rai: l’incontro tra il Papa e Kirill è stato un fatto provvidenziale. E i cristiani del Medio Oriente giudicano positivamente l’intervento russo nel conflitto siriano

Gianni Valente – Vatican Insider

Il Medio Oriente è sconvolto dalla tempesta delle guerre, del terrorismo e delle pulizie etnico-religiose. Ma la tempesta passerà, e anche i cristiani non spariranno dalle terre dove è nato Gesù e si è diffuso il primo annuncio cristiano. Il cardinale libanese Boutros Bechara Rai, Patriarca di Antiochia dei maroniti, non sembra contagiato dai toni catastrofici che segnano tanti interventi di altri vescovi e Patriarchi mediorientali. Lui dà ragione con accenti appassionati della speranza cristiana che lo anima anche riguardo al futuro del Vangelo in quella parte del mondo.

Beatitudine, esponenti di altre Chiese cattoliche orientali hanno espresso riserve per l’abbraccio tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill, e soprattutto per la dichiarazione comune da loro sottoscritta. Come è stato vissuto quell’evento tra i cristiani del Medio Oriente?

“Da noi l’ecumenismo non è una questione accademica. È la vita di tutti i giorni. Tra cristiani di diverse tradizioni ci incontriamo spesso e decidiamo tutto insieme. Abbiamo percepito l’incontro tra il Papa e il Patriarca russo come un fatto provvidenziale, e io l’ho scritto anche al Papa. La dichiarazione comune, la sto leggendo un pezzo per volta al programma di formazione cristiana che tengo ogni settimana in tv. Ho cominciato coi paragrafi dedicati ai cristiani in Medio Oriente. La prossima settimana tratterò della parte sulla famiglia. Io ho rapporti fraterni anche col Patriarca Kirill. Ci scriviamo sempre, mi sono consultato con lui anche sulle questioni della politica”.

Quale giudizio prevale tra i cristiani del Medio Oriente riguardo all’intervento russo in Siria, che ha cambiato le sorti del conflitto e viene criticato da molti circoli in Occidente?

“La Russia si occupa da sempre dei cristiani del Medio Oriente, soprattutto quelli ortodossi. Nel solo Libano, i russi hanno aiutato a far nascere almeno un’ottantina di scuole ortodosse, che rappresentano un contributo importante per la vita ecclesiale. Riguardo alla guerra, ai nostri occhi l’intervento della coalizione guidata dagli americani non ha fatto altro che consolidare i jihadisti del Daesh, lo Stato Islamico. E questo ci spingeva sempre a porci delle domande. Poi sono arrivati i russi, stanno colpendo Daesh e allora si sentono le proteste di chi li rimprovera di voler solo sostenere il regime siriano… Allora non ci si capisce più niente. Noi sappiamo solo che non è possibile essere preda delle organizzazioni terroristiche: Daesh, al Qaida, al Nusra, e i mercenari che ci mandate dall’Occidente… Quindi noi giudichiamo positivamente questo intervento russo, come una lotta concreta lotta contro il Daesh. Poi, è ovvio che tutti gli Stati hanno i propri interessi politici. Ma almeno c’è una Nazione, la Russia, che parla anche dei cristiani del Medio Oriente”.

Ma c’è sempre bisogno di qualcuno che difende dall’esterno i cristiani del Medio Oriente? Non c’è il pericolo di teorizzare per loro nuovi protettorati, come quelli esercitati un tempo dalle potenze occidentali?

“Non c’è più nessun protettorato, e forse non c’è mai stato. Gli Stati facevano i loro interessi, sotto la coperta del protettorato. Noi non abbiamo bisogno di protettori. Abbiamo bisogno solo che dall’esterno ci lascino in pace, Prima di questi interventi esterni, c’erano stati tanti problemi, ma negli ultimi tempi vivevamo in pace. Lungo la storia abbiamo sempre trovato le vie per andare avanti”.

Eppure ci sono tante forze e organizzazioni, anche politiche, che dicono di voler aiutare i cristiani in Medio Oriente.

“Sì, va bene, ma si tenga conto che noi non siamo degli individui isolati, o delle piccole minoranze derelitte. Siamo la Chiesa di Cristo, che si trova in Medio Oriente. Ci sono quelli che trattano i cristiani mediorientali come dei poveretti, quelli che dicono: venite da noi, che vi accoglieremo, cinquanta qui, cento lì, cinquecento in quell’altro Paese…. A questi dico che le cose non funzionano così. Noi vogliamo rimanere nella terra nostra, insieme ai musulmani, dove abbiamo vissuto insieme per 1400 anni, e vogliamo rimanerci nel nome del Vangelo. Abbiamo creato una cultura insieme, una civiltà insieme. E tutti quelli che ora combattono in Medio Oriente, non sono del Medio Oriente”.

L’alternativa obbligata, in Medio Oriente, è tra regimi autoritari e fanatismo jihadista?

“L’ultimo tempo di sangue e dolore è iniziato coi popoli di diverse nazioni che esprimevano il legittimo desiderio di riforme politiche. È un diritto chiedere cambiamenti. Ma poi quelle richieste sono sparite, e sono venute fuori le organizzazioni terroristiche, sostenute da fuori con i soldi, le armi e il sostegno logistico. A tanti che ne parlano sempre, la democrazia e la libertà non interessa davvero. Hanno altri interessi”.

C’è anche chi, riguardo alla condizione vissuta ora dai cristiani in Medio Oriente, utilizza sempre le categorie di persecuzione e addirittura di genocidio. L’uso di queste espressioni è sempre appropriato?

“Il problema in Medio Oriente non un problema di persecuzione dei musulmani sui cristiani. I problemi sono altri: quelli tra sciiti e sunniti, tra regimi e gruppi terroristici, e tra Arabia Saudita e Iran, che si fanno la guerra sul suolo della Siria, dell’Iraq, dello Yemen, e in Libano si fanno guerra politica. I cristiani ci vanno di mezzo, ci sono stati attacchi mirati, perchè nel caos succede sempre così. Ma non possiamo parlare di persecuzione vera e propria e sistematica, e tanto meno di genocidio. Ci sono molte più persecuzioni contro i musulmani che contro i cristiani, I cristiani sono vittime come tutti gli altri, ma i 12 milioni di siriani che sono dovuti scappare dalle loro case non sono cristiani. Anche le atrocità del Daesh sono rivolte più contro i musulmani che contro i cristiani”.

Ma anche fuori dagli scenari di guerra, nei Paesi del Medio Oriente i cristiani vivono spesso situazioni obiettive di discriminazione.

“Ci sono difficoltà, maltrattamenti, ci sono regimi che non rispettano la libertà religiosa, ma tutto questo è un’altra cosa rispetto alla persecuzione e addirittura al genocidio. E sono situazioni con cui noi abbiamo una certa familiarità storica. Se ci si lascia in pace, troveremo noi le soluzioni per andare avanti nelle situazioni nuove che ci troveremo a vivere. I protettorati del passato, di cui abbiamo accennato prima, hanno fatto più danni che bene ai cristiani che dicevano di voler difendere. Gli Stati fanno solo i loro interessi, e i cristiani venivano identificati come un corpo estraneo, da espellere. Mentre noi nelle nostre terre ci siamo nati, e abbiamo saputo vivere anche sotto i regimi più dittatoriali. Per questo nelle nostre terre noi non saremo mai “minoranze”, anche se rimanesse un solo cristiano in tutto il Medio Oriente I cristiani mediorientali riconoscono i limiti, rispettano le leggi e le autorità costituite. Sanno bene di vivere in Paesi dove l’islam è religione di Stato, la Sharia e sorgente principale delle leggi. Desiderano le riforme, Certo. Ma rispettano i tempi della storia. A quelli che vengono con le bombe, che fanno la guerra con la scusa di voler la democrazia e le riforme, o addirittura dicono di voler aiutare i cristiani, non si può dar credito. Non vogliono davvero le riforme. Cercano altro”.

Quale è allora il modo di aiutare i cristiani che soffrono?

“Chi riceve i colpi non è come quello che li conta. Dobbiamo sempre immedesimarci con chi è in difficoltà, perché siamo la Chiesa di Cristo. Ma stare vicino a chi soffre non vuol dire invitare i cristiani a fuggire dalle loro terre. Bisogna aiutarli lì dove si trovano. Ai politici stranieri che incontro ripeto sempre: fate finire la guerra, trovate soluzioni politiche ai conflitti, e lasciateci in pace, Non chiediamo altro”.

Nel disastro del Medio Oriente, il Libano vive una crisi istituzionale devastante. Eppure non è stato risucchiato dai conflitti.

“Il Libano rimane una necessità per tutto il Medio Oriente. Lì cristianesimo e islam vivono in una condizione di eguaglianza”.

Ma anche lì la situazione politica è bloccata dallo scontro tra forze allineate con l’Iran o con l’Arabia Saudita.

“All’Iran chiediamo sempre di fare pressioni sul Partito sciita di Hezbollah, perchè la smettano di boicottare le elezioni presidenziali. Siamo senza Presidente da quasi due anni, fanno mancare sempre il quorum alle riunioni del parlamento convocate per l’elezione. Al posto di Presidente deve essere eletto un cristiano maronita. Ma quelli di Hezbollah hanno deciso di boicottare ogni candidatura che non sia gradita a loro”.

Vede davvero qualche possibilità di trovare una via d’uscita dal conflitto siriano?

“Finché la Turchia tiene aperte le frontiere a tutte le organizzazioni terroristiche, la pace rimane un sogno. E la coscienza della comunità internazionale sembra essere morta. Tutti questi esseri umani sparsi nelle strade del mondo non significano niente, per chi ha in mano il potere nel mondo”.

Tanti capi cristiani ripetono dichiarazioni catastrofiche. Lei, invece, una volta ha detto che anche questa tempesta passerà.

“I cristiani non sono un gruppo etnico-religioso, e non sono un partito politico. Sono i figli della Chiesa di Cristo. La loro presenza, anche in Medio Oriente, non dipende solo dagli equilibri politici e dalle vicissitudini della storia. C’è una tempesta, e allora noi facciamo il gioco della canna, che si piega, non si irrigidisce, e la tempesta passa, e la canna non si spezza. Abbiamo vissuto difficoltà peggiori di quelle presenti, ai tempi di Mamelucchi e degli Abassidi. Anche i Patriarchi maroniti hanno vissuto per 400 anni in posti inaccessibili, in piccole celle in alte montagne, altre volte nel profondo di valli isolate, per custodire e essere custoditi nella fede cattolica. La fede non è mai spenta dalle tribolazioni, come si vede bene anche in tutta la storia della Chiesa di Roma. Io sento che il Medio Oriente ha più che mai bisogno di noi, ha bisogno di sentire un’altra voce. Diversa da quella della guerra, dell’odio, del sangue innocente sacrificato. Ha bisogno della voce del Vangelo. Oggi più che mai”.

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