Aleppo dice addio a suor Marguerite, angelo dei malati per 50 anni

Commemorazione di Suor Marguerite

Suor Marguerite è nata il 3 giugno 1928 a Jezzine, in Libano, con il nome di Nadima Slim.
E’ la quarta in una famiglia di 5 fratelli.
All’età di 8 anni, perde sua madre. Viene inviata all’orfanotrofio delle Suore di ‘San Giuseppe dell’Apparizione’ a Khan in Saida (Libano) per continuare la sua educazione.
Nel 1949, a causa di un problema alla schiena, viene mandata ad Aleppo per un intervento chirurgico di ernia del disco dal Dr. Henri Fruchaud. Dopo 3 mesi di convalescenza molto dolorosa, lei rimane qui e vi lavora per circa un anno. Durante questa esperienza, il Signore la chiama a dare la vita al servizio degli altri.

Nel 1950, entra nel Postulato e fa il suo Noviziato a Marsiglia, dove emette i suoi primi voti nel 1952 e riceve il mandato per la missione dell’ospedale di Aleppo. Data la giovane età, le sue qualità professionali ed umane, il dott. Fruchaud la prende come assistente in sala operatoria. Con lui, lavora giorno e notte per alleviare la sofferenza degli ammalati.
Nel 1958, pronuncia i suoi voti perpetui.
Nel 1963, viene inviata ad Attar in Mauritania, poi a Port Etienne (ora Nouadhibou); successivamente a Nouakchott dove lavora presso il dipartimento di chirurgia dell’Ospedale Nazionale.
Poi nel 1968, trascorre un anno a Lione. Date le sue capacità organizzative, viene rimandata all’ospedale di Aleppo per “un anno” con la missione di risollevare l’ospedale che era in difficoltà: un anno che invece si protrarrà fino ai suoi ultimi giorni.

Nel 1983, diventa Direttore dell’Ospedale e assumerà questa responsabilità cercando di fare di questo ospedale uno dei migliori della Siria: Ha introdotto e cambiato tutto ciò che era necessario per servire al meglio gli ammalati, ed anche i medici e il personale infermieristico. Non ha risparmiato alcuno sforzo per rinnovare l’attrezzatura e i diversi servizi. Cercava sempre il meglio senza alcuna considerazione per i costi finanziari.
Durante la guerra, nonostante le molte difficoltà, ha voluto con l’accordo di tutte le Sorelle tenere aperto l’ospedale e dare tutto il necessario per poter curare la popolazione e specialmente i civili feriti a motivo della guerra.
Era una donna di fede, che ha fondato la sua vita e la sua azione su Cristo. Ha tratto la propria forza e dinamismo dalla preghiera e nella meditazione.

Lavorare per la maggior gloria di Dio, adempiere la sua Volontà e favorire la Provvidenza, è stato per Suor Marguerite l’orientamento costante della sua vita.
La sua fiducia in Dio dentro l’insicurezza, il distacco da tutte le cose materiali, una devozione speciale per la Vergine Maria e per le anime del Purgatorio, ci hanno rivelato tutta la ricchezza di un’anima appassionata di Dio e di ogni uomo.
Durante la sua lunga malattia, ha mantenuto l’attenzione per l’ospedale e ha seguito tutte le attività con una mente ampia e con cuore aperto, per il bene dei malati e dello staff.

In sintesi:
UNA VITA INTERAMENTE DONATA A DIO E AL SERVIZIO DELLA POPOLAZIONE DI ALEPPO!
Per questo, rendiamo grazie a Dio e che la sua memoria e testimonianza di vita rafforzino la nostra Speranza e ci siano d’esempio e di slancio verso il futuro, per l’avvento del Suo Regno.

 Le Suore dell’Ospedale Saint Louis, Congregazione di San Giuseppe dell’Apparizione 

Ora pro Siria

Nulla è scontato nel Levante tranne una cosa : non è ancora finita.

Nessuna forza si ritirerà dalla Siria: lo spettro di una guerra allargata contro l’Iran e Hezbollah in Medio Oriente è molto reale


Damasco –Elijah J. Magnier-
Tradotto daAlice Censi
Incontrando il suo omologo siriano Bashar al-Assad, il presidente russo Vladimir Putin a Sochi ha espresso il proprio desiderio di un’ uscita di tutte le forze militari straniere dalla Siria, tuttavia non è riuscito a chiarire come avrebbe potuto ottenere il ritiro delle forze d’occupazione americane e turche da circa il 50% del nord e dell’est del paese. Queste forze hanno i loro piani espansionistici e i loro obbiettivi geopolitici che presuppongono una lunghissima occupazione, infatti, alla luce dell’esplosiva situazione in Medio Oriente, su vari fronti, si pensa che nessuna forza si ritirerà in tempi brevi. I mesi a venire potrebbero rivelare piani bellici che porterebbero il Medio Oriente verso una guerra molto più ampia, pertanto sia gli USA che la Turchia ritengono che sia necessario mantenere le loro forze sul campo, vicinissime al punto più caldo al mondo, pronte ad intervenire.
Il presidente Donald Trump annunciava mesi fa l’ intenzione di ritirare le sue forze dalla Siria; in realtà non sta ordinando loro di attaccare e sconfiggere l’ISIS nelle province di  al-Hasaka e a Deir-ezzour : sono passati molti mesi durante i quali c’è stata una minima attività contro lo “Stato Islamico” e non seria abbastanza da giustificare la presenza delle truppe americane con l’intenzione dichiarata di condurre la guerra soltanto al gruppo terroristico per sconfiggerlo.
Nel frattempo, Washington mantiene due importanti areoporti militari e numerose basi che accolgono parecchi contingenti militari nel nord e inoltre comanda circa 35.000 militanti, curdi e arabi;  le forze americane, britanniche e francesi nella zona settentrionale curda e a est, al valico di al-Tanaf, addestrano, riforniscono e mantengono sotto il loro comando altri 30.000 militanti.

Ma gli Usa non sono l’unica forza di occupazione nella zona: la Turchia ha preso il controllo di Afrin e Idlib, dove si trovano tra i 70.000 e 100.000 militanti, inclusi quelli di al-Qaeda ( prima era Hayat Tahrir al-Sham, cioè Jabhat al Nusra) adesso nella variante più radicale Horras al-Deen ( i Guardiani della Religione). La Turchia ha impiantato scuole, imposto la lingua turca e considera questo territorio siriano come parte della Turchia.
La Siria non è solo minacciata nel nord, Israele nel sud sta cercando di imporsi nello scenario siriano : durante gli anni della guerra Tel Aviv ha bombardato le posizioni siriane e iraniane più di 100 volte.
L’esplosiva situazione nel Levante si è estesa anche alla Palestina dove Trump ha dichiarato la Capitale della Palestina ( Gerusalemme est e ovest) come Capitale di Israele e ha inaugurato la nuova ambasciata americana proprio a Gerusalemme innescando  grandi rivolte tra la popolazione locale.

Come se tutto ciò non fosse sufficiente, Trump, illegalmente, si è ritirato dal trattato nucleare con l’Iran, senza lasciare alcun margine ai suoi partners europei, ha infatti minacciato di colpire la collaborazione economica tra Usa ed Europa e le compagnie europee intenzionate a trattare con l’Iran se non revocano i contratti.
Quasi ogni giorno Trump impone delle nuove sanzioni all’Iran  e ha rinnovato le sanzioni a Hezbollah, il principale alleato dell’Iran, per ricordare continuamente chi è il “nemico del mondo” e  quindi il prossimo obbiettivo su cui si dirigerà ( e dove molto probabilmente si dirigeranno le sue armi).
Secondo fonti ben informate, infatti, avvengono incontri regolari a livello politico e militare in Medio Oriente allo scopo di discutere e pianificare le prossime azioni militari e studiare gli scenari di guerra contro l’Iran e i suoi alleati. Questi scenari vanno ben oltre le decine di missili da crociera: si parla di una guerra molto più diffusa che colpisca l’Iran prima e poi Damasco : tutto questo perché gli appassionati del “cambio di regime” rifiutano di accettare la realtà dei fatti e di “mollare” il Levante alla Russia e all’”asse della resistenza”.
Come è stato detto prima, ci sono oltre 150.000 militanti, armati, nel nord e nell’est della Siria pronti a entrare di nuovo in combattimento quando l’Iran –e molto probabilmente il suo alleato Hezbollah – saranno sotto attacco diretto, senza la possibilità di difendere il loro alleato siriano (questa è la valutazione delle menti del piano). Potrebbe succedere che le forze sotto il controllo turco preparino un attacco ai curdi o espandano il loro perimetro di controllo per raggiungere Aleppo. Nulla è scontato nel Levante tranne una cosa : non è ancora finita.

Questo è lo scenario più pessimista in cui si possono trovare il Libano, la Siria e l’Iran a causa della volontà di imporre un “ nuovo Medio Oriente” e indirettamente sconfiggere la Russia. Gli USA sarebbero i maggiori protagonisti con la loro macchina militare, insieme ad Israele, mentre i paesi mediorientali sarebbero felici di finanziare questa campagna. Le recenti decisioni di Trump contro l’Iran, infatti,hanno alzato il prezzo del petrolio che sta raggiungendo il suo livello più alto negli ultimi quattro anni : questo garantisce maggiori entrate finanziarie a tutti i paesi pronti a impegnarsi in una nuova guerra anche se sia l’Iran che la Russia traggono beneficio dall’aumento.
Comunque, questo possibile scenario di guerra avrebbe una pesante ricaduta sulle popolazioni mediorientali (incluso l’Iran) e anche europee perché la guerra includerebbe senz’altro –in questo caso- blocchi aerei e marittimi e sarebbe colpito lo stretto di Hormuz (o sequestrate le navi) dove passa oltre il 20% del petrolio . Nel 1988, nel 2007 e nel 2008 lo stretto era stato spettatore di uno scontro tra Iran e Stati Uniti. Ogni chiusura dello stretto andrebbe ad incidere su tutti i commerci e i prezzi delle merci nel mondo.

No! Si prevede che nessuna forza militare se ne andrà dalla Siria. Il presidente Putin può soltanto esprimere i suoi desideri con la volontà di imbarcare tutte le parti in una soluzione politica ma sapendo che non ha il controllo sui protagonisti. Putin non ha intenzione di farsi trascinare in una guerra più estesa con nessuno dei paesi che stanno occupando dei territori della Siria, pertanto non ha nessuna influenza per convincerli ad andarsene.
Damasco e Tehran conoscono entrambe la realtà delle regole del gioco , mentre i desideri di Putin non sono realistici e sono lontani ,al momento, dall’essere praticabili.
Il “gioco delle nazioni” si sta scaldando, i colloqui di pace sono per ora irraggiungibili, il rullo dei  tamburi di guerra si sente in tutto il medio oriente… e forse al di là.

https://ejmagnier.com/2018/05/21/nessuna-delle-forze-militari-presenti-in-siria-se-ne-andra-in-attesa-di-una-guerra-piu-grande-con-liran-e-hezbollah-in-medio-oriente/
Ora pro Siria

Lettera aperta delle Monache siriane: Chiamare le cose con il loro nome, è questo l’inizio della pace

Lettera aperta delle monache trappiste siriane

Quando taceranno le armi ? E quando tacerà tanto giornalismo di parte ?

Noi che in Siria ci viviamo, siamo davvero stanchi, nauseati da questa indignazione generale che si leva a bacchetta per condannare chi difende la propria vita e la propria terra.
Più volte in questi mesi siamo andati a Damasco; siamo andati dopo che le bombe dei ribelli avevano fatto strage in una scuola, eravamo lì anche pochi giorni fa, il giorno dopo che erano caduti, lanciati dal Goutha, 90 missili sulla parte governativa della città. Abbiamo ascoltato i racconti dei bambini , la paura di uscire di casa e andare a scuola, il terrore di dover vedere ancora i loro compagni di classe saltare per aria, o saltare loro stessi, bambini che non riescono a dormire la notte, per la paura che un missile arrivi sul loro tetto. Paura, lacrime, sangue, morte. Non sono anche questi bambini degni della nostra attenzione?

Perché l’opinione pubblica non ha battuto ciglio, perché nessuno si è indignato, perché non sono stati lanciati appelli umanitari o altro per questi innocenti? E perché solo e soltanto quando il Governo siriano interviene, suscitando gratitudine nei cittadini siriani che si sentono difesi da tanto orrore (come abbiamo constatato e ci raccontano), ci si indigna per la ferocia della guerra?
Certo, anche quando l’esercito siriano bombarda ci sono donne, bambini, civili, feriti o morti. E anche per loro preghiamo. Non solo i civili: preghiamo anche per i jihadisti, perché ogni uomo che sceglie il male è un figlio perduto, è un mistero nascosto nel cuore di Dio. Ed è a Dio che si deve lasciare il giudizio, Lui che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Ma questo non significa che non si debbano chiamare le cose con il loro nome. E non si può confondere chi attacca con chi si difende.
A Damasco, è dalla zona del Goutha che sono cominciati gli attacchi verso i civili che abitano nella parte controllata dal governo, e non viceversa. Lo stesso Goutha dove – occorre ricordarlo ? – i civili che non appoggiavano i jihadisti sono stati messi in gabbie di ferro: uomini, donne, esposti all’aperto e usati come scudi umani. Goutha: il quartiere dove oggi i civili che vogliono scappare, e rifugiarsi nella parte governativa, approfittando dalla tregua concessa, sono presi di mira dai cecchini dei ribelli…
Perché questa cecità dell’Occidente? Come è possibile che chi informa, anche in ambito ecclesiale, sia così unilaterale?

La guerra è brutta, oh sì, sì se è brutta! Non venitelo a raccontare ai siriani, che da sette anni se la sono vista portare in casa… Ma non si può scandalizzarsi per la brutalità della guerra e tacere su chi la guerra l’ha voluta e la vuole ancora oggi, sui Governi che hanno riversato in Siria in questi anni le loro armi sempre più potenti, le loro intelligence… per non parlare dei mercenari lasciati deliberatamente entrare in Siria facendoli passare dai Paesi confinanti (tanti che poi sono diventati Isis, va ricordato all’Occidente, che almeno questa sigla sa cosa significa).

Tacere sui Governi che da questa guerra hanno guadagnato e guadagnano. Basta vedere che fine hanno fatto i più importanti pozzi petroliferi siriani. Ma questo è solo un dettaglio, c’è molto più importante in gioco.

La guerra è brutta. Ma non siamo ancora arrivati alla meta, là dove il lupo e l’agnello dimoreranno insieme, e per chi è credente bisogna ricordare che la Chiesa non condanna la legittima difesa; e se anche non si augura certamente il ricorso alle armi e alla guerra, la fede non condanna chi difende la propria patria, la propria famiglia, neppure la propria vita. Si può scegliere la non-violenza, fino a morirne. Ma è una scelta personale, che può mettere in gioco solo la vita di chi lo sceglie, non si può certo chiederlo ad una nazione intera, a un intero popolo.

Nessun uomo che abbia un minimo di umanità vera, può augurarsi la guerra. Ma oggi dire alla Siria, al governo siriano, di non difendere la sua nazione è contro ogni giustizia : troppo spesso è solo un modo per facilitare il compito di quanti vogliono depredare il Paese, fare strage del suo popolo, come accaduto in questi lunghi anni nei quali le tregue sono servite soprattutto per riarmare i ribelli, e i corridoi umanitari per far entrare nuove armi e nuovi mercenari.. e come non ricordare quali atrocità sono accadute in questi anni nelle zone controllate dai jihadisti? violenze, esecuzioni sommarie, stupri… i racconti rilasciati da chi alla fine è riuscito a scappare ?

In queste settimane ci hanno fatto leggere un articolo veramente incredibile: tante parole per far passare in fondo una sola tesi, e cioè che tutte le Chiese di Oriente sono solo serve del potere…per convenienza… Qualche bella frase ad effetto, tipo la riverenza di Vescovi e Cristiani verso il Satrapo Siriano…un modo per delegittimare qualunque appello della Chiesa siriana che faccia intravedere l’altro lato della medaglia, quella di cui non si parla.

Aldilà di ogni inutile difesa e polemica, facciamo un ragionamento semplice, a partire da una considerazione. E cioè che Cristo – che conosce bene il cuore dell’uomo, e cioè sa che il bene e il male coabitano in ciascuno di noi, vuole che i suoi siano lievito nella pasta, cioè quella presenza che a poco a poco, dall’interno, fa crescere una situazione e la orienta verso la verità e il bene. La sostiene dove è da sostenere, la cambia dove è da cambiare. Con coraggio, senza doppiezze, ma dall’interno. Gesù non ha assecondato i figli del tuono, che invocavano un fuoco di punizione .
Certo che la corruzione c’è nella politica siriana (come in tutti i Paesi del mondo) e c’è il peccato nella Chiesa (come in tutte le Chiese, come tante volte il Papa ha lamentato)
Ma, appellandoci al buon senso di tutti, anche non credenti : qual è l’alternativa reale che l’Occidente invoca per la Siria? Lo Stato islamico, la sharia? Questo in nome della libertà e la democrazia del popolo siriano? Ma non fateci ridere, anzi, non fateci piangere…

Ma se pensate che in ogni caso non sia mai lecito scendere a compromessi, allora per coerenza vi ricordiamo, solo per fare un piccolo esempio, che non potreste fare benzina ‘senza compromessi coi poteri forti’, dato che la maggior parte delle compagnie ha comprato petrolio a basso costo dall’Isis, attraverso il ponte della Turchia: così quando percorrete qualche chilometro in auto, lo fate anche grazie alla morte di qualcuno a cui questo petrolio è stato rubato, consumando il gasolio che doveva scaldare la casa di qualche bambino in Siria..
Se proprio volete portare la democrazia nel mondo, assicuratevi della vostra libertà dalle satrapie dell’Occidente, e preoccupatevi della vostra coerenza, prima di intervenire su quella degli altri..

Non ultimo, non si può non dire che dovrebbe suscitare almeno qualche sospetto il fatto che se un cristiano o un musulmano denuncia le atrocità dei gruppi jihadisti è fatto passare sotto silenzio, non trova che una rara eco mediatica, per rivoli marginali, mentre chi critica il governo siriano guadagna le prime pagine dei grandi media.. Qualcuno ricorda forse l’intervista o un intervento di un Vescovo siriano su qualche giornale importante dell’Occidente? Si può non essere d’accordo, evidentemente, ma una vera informazione suppone differenti punti di vista.

Del resto, chi parla di una interessata riverenza della Chiesa siriana verso il presidente Assad come di una difesa degli interessi miopi dei cristiani, dimostra di non conoscere la Siria, perché in questa terra cristiani e musulmani vivono insieme. E’ stata solo questa guerra a ferire in molte parti la convivenza, ma nelle zone messe in sicurezza dall’esercito ( a differenza di quelle controllate dagli ‘altri’) si vive ancora insieme. Con profonde ferite da ricucire, oggi purtroppo anche con molta fatica a perdonare, ma comunque insieme. E il bene è il bene per tutti: ne sono testimonianza le tante opere di carità, soccorso, sviluppo gestite da cristiani e musulmani insieme.
Certo, questo lo sa chi qui ci vive, pur in mezzo a tante contraddizioni, non chi scrive da dietro una scrivania, con tanti stereotipi di opposizione tra cristiani e musulmani.

“Liberaci Signore dalla guerra…e liberaci dalla mala stampa…”.
Con tutto il rispetto per i giornalisti che cercano davvero di comprendere le situazioni, ed informarci veramente. Ma non saranno certo loro ad aversene a male per quanto scriviamo…

Le sorelle Trappiste in Siria

Il vescovo di Aleppo Mons. Abou Khazen sulla situazione nella enclave di Ghouta Est

Chiaro il giudizio del vescovo cattolico di Aleppo Mons. Abou Khazen che senza troppi giri di parole, risponde alle domande su ciò che sta accadendo a Ghouta Est. L’intervista è di di Terrasanta.net

I cristiani, Aleppo e la festa di Natale

Pubblichiamo di seguito la testimonianza di Joseph, un amico cristiano di Aleppo che racconta la sua esperienza durante la devastazione della guerra e come la chiesa siriana ha vissuto in questi anni sempre accanto al bisogno; nel riconoscimento di Cristo presente in tutto ed in tutti.

Io mi chiamo Joseph, sono cristiano di Aleppo, abito in quartiere di maggioranza cristiana. Esistono molte parrocchie e chiese nel mio quartiere . Io  appartengo alla parrocchia dei frati minori; sono cresciuto in questa parrocchia e frequento tutte le attività cristiane sin da piccolo. Fino ad un anno fa ero  ancora ad Aleppo poi sono partito, ho vissuto questa guerra per cinque anni in tutti modi, erano tempi terribili, rischiosi. Erano tempi in cui le bombe potevano colpire sempre e in qualsiasi momento. Quando mandavamo il nostro bambino a scuola pregavamo ogni volta che tornasse salvo. La scuola non aveva né corrente , né riscaldamento.

La vita era molto dura, Gesù è morto una volta, noi morivamo tutti i giorni: un missile alla fine ha colpito la mia casa ma io e la mia famiglia ne siamo usciti sani e salvi.

Ho due bambini uno è nato durante la guerra. Prima facevo la guida turistica ma appena è cominciata la guerra ho perso subito il lavoro. Così per mantenere la mia famiglia spendevo una parte del risparmio degli anni lavorativi e un’altra parte mi era fornita dal sostegno della chiesa. Da cristiano durante gli anni di guerra ho vissuto una vita tranquilla senza sentire nessun rischio di persecuzione contrariamente a quanto hanno detto i media.

Noi cristiani siriani siamo da sempre abituati a vivere in convivenza, per tutto il tempo delle ostilità  noi siamo andati sempre a sentire la messa e la chiesa era sempre piena di fedeli e ogni attività presso la parrocchia era attivamente frequentata.

Quest’anno davanti a casa mia è stato montato  l’albero di Natale più grande della città di Aleppo e al momento dell’inaugurazione dell’albero è intervenuto il governatore. E’ stata una grande festa e il mio parroco ha sistemato sulla facciata della nostra parrocchia la famosa croce francescana di Gerusalemme, ciò ha riscosso l’apprezzamento sia dei cristiani che dei musulmani.

La popolazione cristiana siriana è autoctona e vive da sempre in Siria. A causa dell’incremento demografico, la comunità nel corso dei secoli è andata diminuendo rispetto alla comunità musulmana. Essi rappresentano il 12 % prima della guerra, in sostanza i cristiani erano due milioni di su un totale di 26 milioni di abitanti.

La presenza cristiana in Siria risale a circa mille anni fa, dopo che era tramontata l’epoca dei crociati. E’ intorno a quel periodo  che cominciarono ad affluire missionari , che per questo successivamente si diffusero conventi di diverso rito e cominciarono a fiorire vocazioni. Francesco d’Assisi è stato il primo missionario ad essere arrivato in Oriente. Durante la sua visita che avvenne nel 1229, incontrò Re Adele fratello di Saladino.

Attualmente i cristiani di Aleppo sono divisi in nove riti diversi e sono una comunità molto attiva e hanno una presenza notevole. La convivenza con i musulmani per tantissimi anni si è sviluppata in un clima di concordia e fraternità fino a quando non è arrivata la guerra. L’estremismo radicale islamico prima non si palesava anche se esisteva sottotraccia, ma la guerra lo ha fatto emergere in tutta la sua violenza.

A proposito dei cristiani, nella situazione di crisi attuale essi sono scesi di un  4 % rispetto al periodo ante-guerra. Di questi, più della metà sono partiti dall’inizio della guerra, avevano paura  per la violenza nel paese e per il loro destino e quindi hanno lasciato il paese partendo in diversi paesi e in diversi modi.
Tuttavia,  da un anno circa – cioè da quando l’esercito nazionale ha sconfitto i terroristi –   la situazione si è stabilizzata e la sicurezza è aumentata.

Quindi la minoranza cristiana continua a vivere la vita quotidiana abbastanza normalmente. Le difficoltà quotidiane naturalmente permangono: la corrente elettrica che da anni non c’era adesso viene erogata un paio di ore al giorno e per un uguale periodo di tempo l’acqua. Inoltre il gas e il gasolio sono carenti e quando si riescono a reperire, sono molto cari come del resto ogni cosa. A questi problemi si aggiunge la disoccupazione aggravata dal fatto che le fabbriche sono state bombardate o saccheggiate. Quindi la situazione di bisogno è grande: una famiglia media di quattro persone ha bisogno oggi di 250.000 lire siriane al mese (equivalenti a 500 euro circa) per vivere.

A causa di tutto questo, le famiglie non sanno come fare a mantenersi. Tuttavia l’aiuto della chiesa non si è mai fermato dall’inizio della guerra, ed offe un sostegno che copre quasi la metà della cifra che ho indicato. Tutti i di Aleppo inseriti nel programma di sostegno mensile della chiesa ricevono aiuto: ogni famiglia riceve un sostegno proporzionato al numero di componenti del nucleo familiare. C’è da dire che però molti cristiani non accettano l’aiuto perche si sentono umiliati; tanti di loro prima della guerra erano benestanti e dopo la guerra si sono trasformati da benefattori a bisognosi di aiuto.

La chiesa in Siria attualmente è forte più che mai, dato che è da cerniera tra i donatori ed i beneficiari siriani che non hanno più reddito a causa della guerra e fornisce la rete di distribuzione degli aiuti.

E’ degno di nota che la chiesa è rimasta sempre vicino ed ancora oggi è vicina alla sua comunità ed è sempre pronta a mettere a disposizione qualsiasi tipo di aiuto. Come ad esempio un aiuto fondamentale in questo periodo per la ristrutturazione della casa danneggiata dai colpi inferti dalla guerra.

In sostanza, la chiesa concede anche alla sua comunità:

  • vitto
  • borsa alimentari mensile,
  • aiuto materiale per altre spese e le spese della scuola per bambini.
  • latte per neonati.
  • interventi chirurgici.
  • sostegno di gasolio per il riscaldamento.
  • sostegno materiale per pagare abbonamento privato ad avere una linea elettrica e illuminare la casa.
  • un sostegno a comprare mille litri di acqua dal mercato nero.

Oltre a questi aiuti di base, ultimamente la chiesa fornisce anche un sostegno per riavviare un’attività commerciale; un sostegno per i fidanzati che desiderano  sposarsi e quant’tanto altro. In particolare è meritorio gli aiuti che essa fornisce agli anziani: ci sono tante situazioni in cui i figli sono partiti all’estero ed hanno  lasciato indietro i vecchi genitori che non riescono a sostentarsi. In simili tragiche situazioni, la chiesa manda a casa volontari per venire incontro alle loro esigenze.

La chiesa offre l’aiuto anche nella speranza di mantenere i cristiani nel paese e non andarsene. Di conseguenza la gratitudine ed il legame tra i fedeli ed i loro pastori si è rafforzato. Le messe domenicali sono piene più che mai, il catechismo è sempre affollato di bambini delle famiglie cristiane e il parroco non esita a offrire un dolcetto dopo ogni fine attività , un caffè dopo la messa. Però di fronte a tutta questa meritevole attività benefica in genere i religiosi siriani sono anziani e da anni in Siria non arrivano altri preti.

Il rapporto tra le famiglie cristiane e la parrocchia è un rapporto forte e vicino, che forma una sorta di nucleo unico; la guerra ha unito la gente sotto un ombrello fraterno nel bene e nel male.

Come già detto però nel sottofondo  permane il pericolo e si è ancora lontani da una sicurezza completa. Le forze armate siriane non costituiscono una forza sufficiente a concludere immediatamente la guerra. Per far questo occorrerebbe la buona volontà degli Stati Uniti e dell’Europa. Ma siamo lontani da questo visto che si sono rinnovate da poco le sanzioni. Questo scenario  impedisce il progetto della ricostruzione del paese.

Così cinque milioni di sfollati siriani sono ancora sparsi in tutto mondo. Questa massa di persone, 250.000 sono i giovani maschi che sono scappati per non essere chiamati a svolgere il servizio di leva e quindi partecipare ai combattimenti. Quindi nel paese c’è penuria di giovani e ciò renderà anche problematica la  ricostruzione:  manca una moltitudine di figure professionali e in molti settori lavorativi c’è la mancanza di manodopera.

Il percorso per riportare il paese nella situazione anteguerra sarà lungo finchè la situazione non sarà definitivamente stabilizzata.
Per ora pochissima gente è tornata e sta all’estero resta all’estero. Anzi, anche attualmente molti cristiani hanno chiesto l’immigrazione in Canada e in altri paesi mentre altri si sono ricongiunti alle famiglie già residenti all’estero.
La tendenza è ancora quella dell’esodo all’esterno. Tutti preparano la valigia per partire perche nonostante sia finito il pericolo, la pace in Siria tarda ad arrivare e nessuno la può garantire. Inoltre permane la forte incertezza della ricostruzione e tutti i problemi avvenire che questo lungo periodo prospetta.

Però sebbene i cristiani rimasti ad Aleppo nonostante tutto hanno accettato di rimanere, oggi hanno bisogno di aiuto; soprattutto di aiuto morale e spirituale. Hanno bisogno di una mano dall’occidente, ma i cristiani e tutti i siriani indifferentemente sanno che l’ultimamente l’ occidente sostiene il terrorismo. Su internet è facile vedere le immagini degli aiuti umanitari che arrivano in Siria per le famiglie dei terroristi, forniscono questi aiuti per permettere agli uomini di combattere il regime, a questi aiuti settari si aggiungono anche le sanzioni europee contro il popolo siriano.

Un gran numero di jihadisti europei sono venuti ed hanno provocato morte e devastazione. Per queste ragioni il giudizio dei siriani sugli europei non è più molto positivo.

Oggi noi cristiani, dopo la sconfitta dei terroristi abbiamo bisogno di aiuto per non lasciare il paese; anzi desideriamo rimanere nella nostra terra e abbiamo bisogno per questo che gli europei ci aiutino nella ricostruzione degli edifici urbani , nella ricostruzione delle famiglie e della società, favorendo un clima di sicurezza.

Cosa bolle nella pentola saudita

Il golpe in corso a Ryad riapre una finestra di instabilità in medio oriente dopo che la vittoria Russo\Siriana sull’aggressione terroristica sembrava aver riportato una speranza di pace nella regione.

I FATTI

Tra ottobre e l’inizio di novembre l’Arabia Saudita è salita nell’attenzione della cronaca politica internazionale per una serie di avvenimenti che ne hanno smosso l’apparente stabilita e nelle relazioni estere e nell’assetto politico interno. Dopo che nella primavera scorsa, a seguito della visita del presidente USA Donald Trump, si era materializzato uno scontro aperto con l’emiro Al-Thani del Quatar, avversario per ragioni di prestigio nel mondo arabo e per il suo patronato ai Fratelli Musulmani, ma sodale nel sostegno all’aggressione alla Siria, a sorpresa il 5 ottobre scorso Re Salman bin Abdulaziz si e recato a Mosca dove ha concluso una serie di contratti tra i quali, per la prima volta, un contratto per l’acquisto di armamenti tra cui il sistema di difesa aerea s-400.

Poi, l’erede designato e “deus ex machina” della gestione del potere nel Regno, principe Mohammed bin Salman, dopo aver dato corso all’annuncio di riforme modernizzanti l’arcaica società saudita, riforme concretatesi sino ad ora nel permesso di guida alle donne, con il risibile pretesto, dato il contesto regionale, della lotta alla corruzione dava il via all’arresto di qualche migliaio di notabili tra cui principi del sangue, ministri, ex ministri, alti gradi militari,imam e uomini d’affari che venivano detenuti, i più in vista, al Riz Carlton di Ryad.

Nel contempo, sul piano internazionale, col pretesto di un missile balistico lanciato dagli Yemeniti, intercettato poco prima che colpisse l’aeroporto internazionale di Ryad, la diplomazia Saudita accusava l’Iran di aggressine militare. Poi, clamorosamente, il primo ministro libanese Saad Hariri, convocato a Ryad per consultazioni, si presentava alla televisione Al Arabia e formulava le sue dimissioni leggendo un testo evidentemente redatto dai Sauditi, cosa che veniva vista dagli osservatori internazionali come l’avvio di una manovra per destabilizzare il Libano.

Le ragioni di questo improvviso terremoto istituzionale e relazionale sono di due ordini,uno interno e uno internazionale.

LE RAGIONI INTERNE

Le ragioni interne vertono sostanzialmente su due problematiche, una dinastica e una economica.

La questione dinastica ha origini lontane. Sino ad oggi la successione sul trono Saudita avveniva per linea collaterale. Alla morte del re gli succedeva il più anziano della pletora dei suoi fratelli discendenti dal figlio del fondatore della dinastia Abdul-Aziz ibn Saud. Ora re Salman è l’ultimo dei figli di Abdul –Aziz e questo vuol dire che alla successione possono aspirare decine di nipoti, molti dei quali con lo stesso carisma e prestigio. Inizialmente re Salman aveva designato come principe ereditario suo nipote Mohammed bin Nayef ma , con l’ingresso in politica del figlio Mohammed bin Salman, questa investitura è stata revocata ed assegnata a quest’ultimo che, stante la malferma salute del padre e l’età avanzata, è il reale detentore del potere nel regno, potere che, a causa dei ripetuti insuccessi sul piano internazionale e la crisi economica inusitata che affliggono l’Arabia saudita, non è più incontestato tra notabili del regno e specialmente dalle altre due famigli in predicato di accedere al trono, quella del defunto re Abdallah e quella di Nayef.

Da qui la necessità per il principe ereditario di liberarsi dei possibili concorrenti e di coloro che potrebbero appoggiarli. In questa ottica può essere vista la destituzione e l’arresto dei comandanti di esercito e marina e soprattutto del comandante della guardia reale, principe Muteb bin Abdallah potentissimo possibile avversario perché comandante della guardia pretoriana beduina che, ben più dell’esercito, formato in gran parte da mercenari, garantisce il potere dei regnanti a Ryad.

Fra gli arrestati poi figurerebbe anche, oltre ovviamente a Mohammed bin Nayef, il principe Bandar bin Sultan, già ambasciatore a Washington, coordinatore del tentativo di rovesciare gli Assad in Siria e uomo molto vicino alla CIA, il che potrebbe significare che all’operazione sia stato dato il via libera dalla presidenza Trump durante il viaggio che Jared Kushner, genero del presidente e sua “Eminenza grigia”, ha svolto a Ryad il 30 ottobre scorso.

Sempre nell’ottica del consolidamento del potere, in vista della successione dinastica, si possono leggere gli arresti di alcuni importanti iman e l’uccisione in uno scontro a fuoco del principe Abdulaziz bin Fahad nonché l’abbattimento dell’elicottero con cui il principe Mansour bin Muqrin e altri 8 alti dignitari cercavano di rifugiarsi nello Yemen.

La crisi economica in cui versa l’Arabia saudita, costretta per la prima volta nella sua storia a rivolgersi al mercato internazionale dei capitali per reperire risorse per il bilancio dello stato, è sicuramente il secondo movente dietro al golpe di Mohammed bin Salman.

Negli anni scorsi, nell’insano tentativo di creare difficoltà economiche alla Russia, impegnata nel sostenere militarmente il legittimo governo di Damasco, e di stroncare l’industria USA degli idrocarburi da “Frazionamento degli scisti oleosi”che ha ricostituito una parziale indipendenza energetica degli Stati Uniti, il regno Saudita ha intrapreso una politica volta al mantenimento al minimo del prezzo del petrolio che, complice la diminuita richiesta a causa della crisi economica mondiale, è arrivato in alcuni periodi a scendere sotto la soglia dei 30 dollari al barile. La manovra si è ritorta contro i suoi promotori. Il greggio, veleggiando mediamente all’incirca tra i 50 e i 60 dollari al barile, non ha distolto la Russia dal suo impegno militare in Siria e, non ha creato difficoltà economiche insormontabili a Mosca stante che per il Kremlino il prezzo ottimale per il finanziamento dell’economia nazionale viaggiava tra i 65 e i 75 dollari al barile.

Sul versante americano invece sono fallite le imprese più piccole e che sfruttavano i giacimenti meno redditizi per le quali 70\80 dollari al barile erano il prezzo limite per un ritorno economico ma le imprese più grandi legate ai giganti dell’estrazione tradizionale hanno solo sospeso per qualche tempo i lavori in attesa di una risalita dei prezzi che puntualmente si sta verificando. Di contro il ribasso permanente dei prezzi del greggio ha portato in prossimità della bancarotta la casa Saud impegnata in due guerre, una palese contro lo Yemen e una occulta contro la Siria, e nelle sue politiche costanti di riarmo condotte nell’illusione che riempire hangar e magazzini di costosi giocattoli da guerra, senza avere gli uomini che li sappiano impiegare al meglio fosse un efficace deterrente contro il rivale persiano e sciita. Inoltre non va sottovalutato il peso economico dovuto al mantenimento dello stile di vita sibaritico di circa 10.000 principi della casa reale.

Così si è arrivati al punto di dover quotare in borsa la cassaforte del regno, l’industria petrolifera ARAMCO da sempre patrimonio esclusivo della casa regnante, per racimolare liquidità. In questa prospettiva l’arresto con l’accusa di corruzione, che da luogo alla confisca dei patrimoni, di qualche centinaio di miliardari, tra i quali due tra gli uomini più ricchi del mondo quali il Principe al-Walid bin Talal e il fratello di Osama bin Laden, presidente del Saudi- Bin Laden Group Bakr bin Laden, potrebbe portare nelle casse dello stato alcune centinaia di miliardi dollari, un toccasana per l’esausta finanza saudita. La difficoltà nel recuperare questi patrimoni sta nel,fatto che si tratta di asset e conti situati all’estero ma a risolvere questo incaglio stanno provvedendo, nelle cantine del Riz Carlton di Ryad, squadre di “esperti dell’interrogatorio” della Accademi, già Blakwater.

La presenza di questi ultimi, così come il viaggio di Jared Kushner immediatamente precedente il golpe, starebbero ad indicare un assenso della Casa Bianca all’operazione retribuito con la quotazione dell’ARAMCO a wall street invece che alla City di Londra dove tradizionalmente vengono trattati gli affari dei Sauditi.

LE RIPERCUSSIONI INTERNAZIONALI

L’ Arabia Saudita ha subito in questi ultimi due anni pesanti sconfitte che ne hanno appannato in prestigio nella regione, prestigio che viene mantenuto a galla dalla stretta alleanza con l’occidente e con la elevata disponibilità economica che come abbiamo visto non è più quella di una volta. L’impasse nel conflitto yemenita ha visto la coalizione a guida saudita impantanarsi nel sud mentre nel nord porzioni dello stesso territorio del regno sono state occupate dai miliziani sciiti di Saanà. In Siria la sconfitta delle milizie salafite ad opera della coalizione Siro\Russo\Iraniano\Libanese. Nell’ottica di un ripristino della propria influenza regionale le due prime mosse sono state in primis l’isolamento del Quatar, colpevole di sostenere i Fratelli Musulmani che nell’ottica di Ryad sono dei pericolosi concorrenti nella leadership del jihadismo ancor più pericolosi perchè antimonarchici. In secondo luogo l’accusa di aggressione militare, per interposto Yemen, all’ Iran nella prospettiva di arrivare ad uno scontro diretto nel quale coinvolgere Israele e di conseguenza gli USA.

Il coinvolgimento di Israele può passare per il coinvolgimento di Hezbolla e da una destabilizzazione dell’assetto politico del Libano. In questo quadro la sostanziale detenzione del primo ministro libanese e le sue dimissioni in televisive da Ryad rientravano nel tentativo di rigettare nel caos il paese dei cedri creando una frattura tra sunniti e sciiti con i cristiani già divisi tra i due campi e i drusi pronti a correre a soccorso del vincitore. Ma, come dice il proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Il messaggio di Hariri giustificativo delle dimissioni per la presenza di Hezbolla nel governo è caduto nel vuoto. Le grandi famiglie sunnite hanno confermato il loro appoggio all’unità nazionale. Hassan Nashrallà con toni estremamente moderati ha supportato la decisione del presidente Aoun di respingere le dimissioni perché non presentate in modo rituale . I leader delle fazioni cristiane ritenute ostili agli sciiti,invitati a Ryad per sostenere la presa di posizione di Hariri non si sono mossi e solo Geagea, dal Libano, ha espresso il suo consenso.

A mettere una pietra sopra alla questione sono poi venute le prese di posizione di quattro ambasciatori russi nella regione, tra cui quella sostanziale dell’ambasciatore a Tel Aviv che, con sfumature ed eufemismi diversi ma molto poco velati per chi conosce il linguaggio soft della diplomazia, hanno dato l’altolà ad ogni tentativo di ripiombare il Libano nel caos. Da ultimo è arrivato Walid Joumblat che ha associato la comunità drusa alla richiesta di stabilità politica del paese. A testimonianza che il messaggio è stato recepito, anche se obtorto collo, dai sauditi, Saad Hariri è potuto ritornare in Libano, via Parigi e il Cairo, per festeggiare con le altre autorità politiche la festa nazionale e ha chiesto a Michael Aoun di lasciare in sospeso le dimissioni presentate per permettergli di valutare la situazione. I suoi figli sono in ostaggio a Ryad ma probabilmente la sua carriera di proconsole saudita in Libano è finita.

I POSSIBILI SCENARI

Il tentativo di destabilizzazione del Libano è per il momento fallito ma a Ryad, dopo gli accordi di Taef del 1990, che posero fine a 25 anni di guerra civile, considerano il Libano come cosa loro e non possono tollerare che alla presidenza ci si ora il principale oppositore a quegli accordi e che nel governo siedano quattro ministri del principale alleato dell’Iran nella regione. Un alleato che può vantare di essere l’unica forza araba che Israele non è riuscita a sconfiggere e di essere stato uno dei principali attori della disfatta del sedicente califfato in Siria.

Se è poco probabile che i sauditi, che non riescono ad avere ragione di una milizia di straccioni affamati nello Yemen, vogliano affrontare direttamente l’Iran è ipotizzabile che tentino di nuovo di riaffondare il Libano nella guerra civile sfruttando la paranoia del loro, nemmeno tanto più occulto, alleato sionista. La condanna come associazione terroristica di Hezbolla, ottenuta in seno alla lega araba potrebbe essere un invito ad Israele perche agisca. Ma la defezione in seno alla lega di voti pesanti come quello di Egitto, Iraq, Quatar e Algeria sono a testimoniare che l’influenza di Ryad in quella sede va continuamente scemando. Per il Medio oriente che sta per uscire dalla crisi siriana si prospettano tempi interessanti.

Massimo Granata

E la Siria?

Il silenzio dei mass media su questo Paese Mediorentale ha un solo significato: Assad sta vincendo.

Capita talvolta che un argomento che ha tenuto banco sui mass media per mesi ed anni, improvvisamente scompaia dalle cronache dei mezzi cosiddetti di informazione e cada nell’oblio. Generalmente quando questo avviene vi è una ragione ben precisa: le cose non stanno andando come i cosiddetti “poteri forti” avevano pianificato e l’operazione di camuffamento della realtà attraverso una valanga di menzogne si presenta troppo ardua e rischiosa persino per chi ha il controllo del 90% dei mezzi di informazione occidentali.

183828.p[1]E’ quanto sta avvenendo in Siria. Per anni giornali e televisioni ci hanno detto che il feroce dittatore Assad stava per essere sconfitto da ribelli desiderosi di dare alla Siria una vera democrazia. Corrispondenti televisivi, con le lacrime agli occhi, ci hanno descritto le nefandezze di un regime che, pur di sopravvivere utilizzava le armi chimiche contro il proprio stesso popolo, gassando vecchi, donne e bambini e costringendo milioni di persone a fuggire dal paese.

Nello stesso tempo tutti i commentatori ci hanno sempre assicurato che i ribelli “buoni”, con l’aiuto delle nazioni occidentali e di quegli straordinari esempi di democrazia che sono il Qatar e l’Arabia Saudita, avrebbero prima o poi rovesciato il dittatore restituendo la libertà al popolo siriano.

Una favola sempre più difficile da sostenere a fronte di all’emergere di una realtà ben differente, ma che giornalisti di tutto il mondo hanno continuato a raccontare fino a pochi mesi fa. Poi il silenzio. Perchè? Semplicemente perché il “feroce dittatore”, avversato da USA, Europa, Arabia Saudita, Turchia, Giordania e Paesi del Golfo sta vincendo sia sul piano militare che su quello politico.

Sul piano militare l’Esercito Siriano, appoggiato dagli Hezbollah libanesi e da volontari sciiti iracheni (e probabilmente iraniani), sta riguadagnando il terreno perduto negli anni fino al 2015.

Aleppo ormai è completamente libera. Palmira è stata ripresa e proprio da Palmira è partita l’offensiva che, avanzando verso est, dovrebbe arrivare a rompere l’assedio della città chiave di Der Ezzor. Le forze siriane sono infatti alle porte di Sukhanà, ultimo grande centro tenuto dall’ISIS sulla strada appunto per Der Ezzor. Da nord stanno invece calando i formidabili combattenti della Forza Tigre che hanno riconquistato, partendo da Aleppo migliaia di chilometri quadrati di territorio.

Attorno a Damasco è rimasta una sola grande sacca controllata dagli islamisti, ma le sue dimensioni si stanno riducendo giorno dopo giorno. Anche a sud, nelle regioni da Daraa e Quneitra, malgrado l’appoggio di Usa (e Israele), i cosiddetti ribelli stanno perdendo terreno. La circostanza è significativa perché ancora pochi mesi fa i ribelli sembravano sul punto di conquistare la capitale provinciale di Daraa e da qui marciare verso Damasco che dista meno di cento chilometri. Di questi giorni infine è l’inizio di una operazione congiunta esercito siriano, hezbollah, esercito libanese per riconquistare quella porzione di territorio montagnoSO posto a cavallo tras Siria e Libano chiamato Qalamoun e controllato da varie formazioni islamiste fin da 2013.

Bashar Assad però non sta vincendo solo sul piano militare, ma anche su quello politico e persino dell’immagine. Il fronte internazionale che si era creato contro di lui è ormai a pezzi e quasi più nessuno pretende le sue dimissioni (salvo la Mogherini, ma questo è insignificante come insignificante è l’Europa).

Alcuni Stati non fanno più mistero di collaborare con lui e non mi riferisco solo a Russia e Iran, ma a nazioni come l’Egitto ed il Libano. L’offensiva congiunta tra siriani e libanesi sul Qalamoun a cui accennavo prima è sicuramente molto significativa in questo senso (benchè l’esercito libanese tenga un profilo basso anche a causa di cronici problemi di armamento). Il rientro di migliaia di profughi che vanno a ripopolare i villaggi e le città mano a mano che vengono liberate dall’esercito sono la smentita più clamorosa alla bufala secondo la quale i Siriani scappavano da Assad.

Cosa ha provocato questo rovesciamento della situazione? Molteplici fattori.

Prima di tutto l’intervento diretto della Russia. L’appoggio aereo della RUAF è stato sicuramente un elemento decisivo anche se condotto solo da una trentina di apparecchi. Altrettanto decisivo è stato però la riorganizzazione dell’esercito siriano condotta da esperti militari russi. Solo per fare un esempio la Quinta Legione che ha ripreso Palmira e che guida la marcia verso Der Ezzor è stata addestrata ed armata da consiglieri militari russi.

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Forse ancor più importante è stato però l’appoggio diplomatico, condotto da quel gigante della diplomazia russa che è il Ministro Lavrov, sicuramente il più intelligente e preparato di tutti i Ministri degli Esteri del mondo. La diplomazia russa è riuscita a dividere il fronte dell’opposizione armata ed a paralizzare le velleità americane di un intervento diretto più massiccio di quello che è in atto. E’ riuscita inoltre far fallire tentativi di provocazioni e false flag come fasulli attacchi con il gas.

A fianco dell’intervento russo (ed in misura minore di quello iraniano) a far pendere l’ago della bilancia a favore di Assad sono state anche le divisioni tra le formazioni guerrigliere e, soprattutto, tra i loro padrini internazionali. Siamo al punto che i combattenti sostenuti dalla Turchia (paese NATO) si stanno scontrando ferocemente con quelli sostenuti dagli USA (parimenti paese NATO) mentre gli islamisti sponsorizzati dall’Arabia Saudita stanno combattendo in quel di Idleb contro quelli sostenuti dal Qatar.

Si va quindi verso la conclusione del conflitto siriano? Personalmente non sono ottimista. Credo che si vada verso la fine di una fase della guerra in Siria e non della guerra stessa. I nodi sono ancora troppi, gli appetiti paurosamente scatenati ed il buon senso latitante. Temo potremo assistere, al contrario, ad una vera e propria escalation con l’intervento sul campo di quelle forze che fino ad oggi hanno agito prevalentemente per interposta persona. Speriamo che san Marone ed il Ministro Lavrov facciano il miracolo.

Mario Villani

I coloni israeliani hanno attaccato un incontro di cristiani in Al-Quds

Venerdì, coloni israeliani hanno brutalmente attaccato un gruppo di cristiani palestinesi che si trovavano in una sala riunioni, a Al-Quds (Gesuralemme est* in Cisgiordania). I coloni hanno gridato slogan anti-cristiani. Il portavoce dei Consiglio dei Vescovi in Terra Santa, Wadi Abu Nassar, ha fermamente condannato l’attacco, ritenendolo un grave incitamento contro i Cristiani.

Redazione

moschea al-Aqsā

moschea al-Aqsā

La tensione nei territori palestinesi occupati è peggiorata dopo una serie di incursioni e profanazione della moschea di Al-Aqsa, che si trova nella città di Al-Quds (Gerusalemme), questi episodi hanno scatenato una nuova Intifada.

La violenza ha ucciso 218 finora palestinesi, 34 israeliani, due americani, un sudanese eritrea e, secondo un conteggio AFP. La scorsa settimana alcuni coloni israeliani hanno attaccato un incontro di cristiani in Al-Quds

Medio Oriente Monitor riferisce che fonti israeliene hanno riportato che venerdì al canto di slogan e insulti, alcuni coloni, guidati dall’ estremista Benzi Gopstein, ha attaccato un incontro di cristiani  ad Al-Quds .

Wadei Abu Nasar, un avvocato che rappresenta il Consiglio episcopale di Al-Quds, ha condannato l’attacco e lo ha chiamato una “provocazione”. Ha anche esortato le autorità israeliane a portare accuse penali contro Gopstein ei suoi seguaci per la loro autorità misure violente e provocatorie.

Benzi Gopstein è il direttore del gruppo “antiassimilazione” Lehava, che si oppone a qualsiasi tipo di rapporto economico o di amicizia tra gli ebrei e coloro che non lo sono. Quando Gopstein era agli arresti domiciliari e quando si stava riprendendo da un intervento chirurgico, abbiamo visto una diminuzione della violenza “, ha detto il capo della Riforma israeliana per la religione e lo stato, il rabbino Noa Sattath.

743019105-1 Come riferito dalla pagina Web ‘Palestina Days’ , ogni giovedi, un gruppo di coloni guidati da Gopstein marcia in Sion Square a Al-Quds doveaggredisce verbalmente e fisicamente i palestinesi. Nel frattempo, ‘Ynet News’ lo scorso giovedì ha annunciato che il rabbino Noa Sattath (capo del Centro israeliano per la Riforma della religione e lo stato), ha accusato Gopstein accusato di atti di incitamento e aggressioni contro i palestinesi.

In alcune dichiarazioni razziste contro cristiani e musulmani, Gopstein ha incitato lo scorso agosto 2015 i suoi seguaci a bruciare le chiese cristiane che si trovano nei territori occupati. I radicali ebrei hanno dato fuoco a diverse chiese negli ultimi anni perchè considera i luoghi di pratica religiosa idolatri.

I coloni sionisti, che hanno la luce verde da parte dell’esercito israeliano a ricorrere alla violenza contro i palestinesi, di tanto in tanto profanano i luoghi santi di musulmani e cristiani e premono  sui palestinesi affinchè  abbandonino la loro terra.

Fonte: Digital Spy

nota a margine: Gerusalemme Est è stata annessa unilateralmente da Israele dopo la vittoria della guerra ‘dei sei giorni’ mossa dagli arabi, per questo Israele non la considera come parte della Cisgiordania; comunque, l’annessione è ancora oggetto di disputa. In ogni caso, viene spesso trattata come separata dalla Cisgiordania a causa della sua importanza; ad esempio, gli Accordi di Oslo trattano lo status di Gerusalemme Est come una questione separata dallo status degli altri Territori Palestinesi.

Appello dei patriarchi per la cessazione dell’ambargo contro il popolo siriano

L’embargo è particolarmente iniquo. Contrariamente a quello che si può pensare non è indirizzato solo contro il governo (che comunque, non è alle prese con ‘i manifestanti’ ma con i terroristi) ma colpisce sopratutto i comuni cittadini siriani, è di ieri un ennesimo appello da parte dei vescovi:

Anche se i principali obiettivi dell’imposizione delle sanzioni sono politiche, esse hanno colpito soprattutto la vita di tutto il popolo siriano, in particolare la parte più povera e la disponibilità del lavoro la cui capacità di sopperire ai loro bisogni quotidiani di base come il cibo e le cure mediche è fortemente ridotta. Nonostante la risolutezza dimostrata dal popolo siriano di fronte alla crisi, la situazione sociale sta peggiorando e la povertà e la sofferenza sono in costante aumento.

Pertanto, noi, i tre Patriarchi residenti a Damasco che uniti abbiamo raccolto la sofferenza del popolo di Siria, di tutte le religioni e denominazioni, alziamo le nostre voci in questo appello umanitario chiedendo la revoca delle sanzioni economiche imposte al popolo siriano che restano attaccati alla la loro patria e alle civiltà che esistono da migliaia di anni.

Il nostro appello si presenta come un invito a prendere misure straordinarie, decisioni coraggiose, sagge e responsabili che abbiano una dimensione umanitaria basata sulla Carta dei diritti dell’uomo e sul rispetto delle altre convenzioni internazionali, soprattutto affinchè si sollevino le sanzioni economiche contro la Siria.

In questo modo si risponderà alle aspirazioni dei cittadini che cercano di migliorare le loro condizioni di vita. Si aiuterà a rafforzare il loro attaccamento alla terra dei loro antenati e contribuire a ripristinare l’armonia tra tutti i cittadini. Allo stesso modo, si limiterà lo sfruttamento della miseria del popolo siriano da parte di gruppi che non vogliono il bene comune del Paese.

Sarà anche facilitato il nostro lavoro ecclesiale e il lavoro delle organizzazioni umanitarie nel compito di consegnare gli aiuti umanitari, la distribuzione delle medicine e delle attrezzature mediche a chi ne abbia bisogno in tutta la Siria. Il nostro appello raccoglie anche il desiderio di alcuni paesi e organizzazioni umanitarie desiderosi di aiutare il popolo siriano che soffre la gravità della crisi. La cessazione delle sanzioni, contribuirà ad alleviare la sofferenza e affrontare le conseguenze della crisi.

Speriamo che la comunità internazionale risponda all’appello umanitario dei Siri: “Stop l’assedio del popolo siriano! Abolire le sanzioni internazionali contro la Siria e permettere a questa gente di vivere in dignità, che è un diritto fondamentale di tutti i popoli del mondo “.

Damasco, 23 agosto 2016

John X
Patriarca greco-ortodosso

Gregorio III
Patriarca melchita greco-cattolica

Ignazio Aphrem II
Patriarca Siriaco ortodosso[/su_panel]

 

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Incontri di presentazione del libro “Alle porte di Damasco”

Sebastiano Caputo, giornalista del “Giornale” e Direttore del quotidiano on line “L’intelletuale Dissidente” , reduce da un recente viaggio i Siria racconta la sua esperienza e analisi sulla crisi siriana  nel suo libro “Alle porte di Damasco” (Circolo Proudhon Edizioni).

1462508022_13087497_1717651598516570_6711301733791923498_nCrocevia tra Europa, Asia e Africa, civiltà millenaria, terra contesa fin dall’antichità, la Siria è tornata al centro del dibattito politico mediorientale a causa di una
guerra totale che si protrae da più di quattro anni. La sicurezza internazionale passa per la stabilità del Vicino e Medio Oriente, ma in quelle zone calde dove le potenze neocoloniali, lo Stato Islamico e i miliziani Jabhat Al Nusra (gruppo affiliato ad Al Qaeda), hanno il comune obiettivo di alimentare la tensione, vige uno stato di caos e di intrighi diplomatici, il cui snodo è la destabilizzazione del Paese. Alla volontà politica di far cadere il governo siriano, si aggiunge l’eco di una stampa internazionale che fin dall’inizio della crisi non ha fatto altro che delegittimare il Presidente eletto, Bashar Al Assad. Me le maschere sono cascate, una dopo l’altra, anno dopo anno.

L’Osservatorio sulle Comunità Cristiane in Medioriente (OCCMO) ha organizzato insieme al circolo “Beato Carlo d’Asburgo” due incontri di presentazione del libro, come segue:

Voghera, giovedì 30 giugno 2016 – alle ore 21.00,
presso la sala del Milenario in Piazza del Duomo. 3

Pavia, mercoledi 29 giugno 2016 – alle ore 18.00,
presso il collegio universitario “Cairoli”.
L’incontro vedrà la partecipazione, oltre all’autore del libro
anche del giornalista ed inviato di guerra Gian Micalessin. 3

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