La ‘Grande Israele’: la guerra alla Siria come parte del processo di espansione territoriale israeliana.

Come introdotto nel precedente articolo sul ‘piano Feltman-Bandar‘ , proponiamo una seconda chiave di lettura degli attuali eventi, nel contesto del  Piano per il ‘Grande Medio Oriente’ , o meglio il ‘Grande Israele’.   A questo ‘piano’ si riferiscono le parole dell’ambasciatore siriano presso le Nazioni Unite Bachar al-Jaafari, pronunciate il 18 settembre 2018 all’indomani dell’attacco israeliano sulla città di Latakia : 

Questi governi hanno voluto questa guerra contro il mio paese per influenzare la politica adottata dal suo governo e per cambiare la sua identità nazionale, al fine di servire il progetto di un nuovo Medio Oriente composto da entità o stati deboli e permanentemente in conflitto, fondati su una base religiosa, settaria o etnica, che imita il progetto sionista di uno Stato-nazione del popolo ebreo in Israele, che nega il diritto del popolo palestinese a uno Stato indipendente. Quindi tutta la storia si riassume nella Palestina. L’intera storia si riassume a Palestina e Israele! 

“Grande Israele”: il piano sionista per il Medio Oriente
Introduzione di Michel Chossudovsky
Il seguente documento relativo alla formazione della “Grande Israele” costituisce la pietra angolare di potenti fazioni sioniste all’interno dell’attuale governo Netanyahu, del partito Likud, nonché all’interno dell’establishment militare e dell’intelligence israeliani .
Il presidente Donald Trump ha confermato senza mezzi termini il suo sostegno agli insediamenti illegali di Israele (ivi compresa la sua opposizione alla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, relativa all’illegalità degli insediamenti israeliani nella West Bank occupata). Inoltre, spostando l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme e permettendo l’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati e non solo, il presidente degli Stati Uniti ha fornito una approvazione di fatto del progetto “Greater Israel” (Grande Israele) come formulato nell’ambito del Piano Yinon.
Tenete a mente: questo progetto non è strettamente un progetto sionista per il Medio Oriente, esso è parte integrante della politica estera degli Stati Uniti, ovvero l’intento di Washington di fratturare e balcanizzare il Medio Oriente. La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele ha lo scopo di innescare l’instabilità politica in tutta la regione.
Secondo il padre fondatore del sionismo Theodore Herzl, “l’area dello Stato ebraico si estende: “Dal ruscello dell’Egitto fino all’Eufrate”. Secondo Rabbi Fischmann, “La Terra Promessa si estende dal fiume dell’Egitto (il Nilo) fino all’Eufrate, includendo parti della Siria e del Libano”.
Visto nel contesto attuale, compreso l’assedio su Gaza, il Piano Sionista per il Medio Oriente intrattiene uno stretto rapporto con l’invasione dell’Iraq del 2003, la guerra del Libano del 2006, la guerra in Libia del 2011, le guerre in corso in Siria, Iraq e Yemen, per non parlare della crisi politica in Arabia Saudita.
Il progetto “Greater Israel” consiste nell’indebolire ed infine nel fratturare i vicini stati arabi come parte di un progetto espansionista israeliano-statunitense, con il sostegno della NATO e dell’Arabia Saudita. A questo proposito, il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Israele è dal punto di vista di Netanyahu un mezzo per espandere le sfere di influenza di Israele nel Medio Oriente e affrontare l’Iran. Inutile dire che il progetto “Greater Israel” è coerente con il disegno imperiale americano.
“Greater Israel” consiste in un’area che si estende dalla Valle del Nilo fino all’Eufrate. Secondo Stephen Lendman : “Un secolo fa, il piano dell’Organizzazione Sionista Mondiale per uno Stato Ebraico includeva:
La Palestina storica;
Il Libano meridionale fino a Sidone e al fiume Litani;
Le alture del Golan in Siria, la pianura di Hauran e Deraa; e
il controllo della ferrovia Hijaz da Deraa ad Amman, Giordania e il Golfo di Aqaba.
Alcuni sionisti volevano di più – terra dal Nilo ad Ovest all’Eufrate nell’Est, comprendente Palestina, Libano, Siria occidentale e Turchia meridionale “.
Il progetto sionista sostiene il movimento degli insediamenti ebraici. Più in generale si tratta di una politica di esclusione dei Palestinesi dalla Palestina giungendo all’eventuale annessione della Cisgiordania e di Gaza allo Stato di Israele.
La Grande Israele creerebbe un numero di Stati proxy. Che comprenderebbero parti del Libano, della Giordania, della Siria, del Sinai, nonché parti dell’Iraq e dell’Arabia Saudita. (Vedi mappa).
Secondo Mahdi Darius Nazemroaya in un articolo di Global Research del 2011, [Preparare la scacchiera per lo “scontro di civiltà”: dividere, conquistare e dominare il “nuovo Medio Oriente”] il Piano Yinon era una continuazione del progetto coloniale britannico in Medio Oriente:
“[Il piano Yinon] è un piano strategico israeliano per garantire la superiorità regionale israeliana. Insiste e afferma che Israele deve riconfigurare il suo ambiente geopolitico attraverso la balcanizzazione degli Stati Arabi circostanti in Stati più piccoli e più deboli. Gli strateghi israeliani consideravano l’Iraq come la loro più grande strategica sfida da uno Stato arabo. Questo è il motivo per cui l’Iraq è stato delineato come il fulcro della balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno Stato Curdo e due Stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di questo è stata la guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon studia. The Atlantic, nel 2008, e il Giornale delle Forze Armate dell’Esercito degli Stati Uniti, nel 2006, hanno entrambi pubblicato mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino le linee del piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che anche il Piano Biden richiede, il Piano Yinon prevede la divisione di Libano, Egitto e Siria. Anche la partizione di Iran, Turchia, Somalia e Pakistan segue in linea con questa visione. Il Piano Yinon prevede anche la disgregazione del Nord Africa e la prefigura con partenza dall’Egitto per poi riversarsi nel Sudan, in Libia e nel resto della regione.”
La “Grande Israele “richiede la disgregazione degli Stati Arabi esistenti in piccoli stati.
“Il piano opera su due premesse essenziali. Per sopravvivere, Israele deve 1°) diventare un potere regionale imperiale e 2°) deve effettuare la divisione dell’intera area in piccoli Stati mediante la dissoluzione di tutti gli Stati arabi esistenti. Quanto piccoli, dipenderà dalla composizione etnica o settaria di ogni Stato. Di conseguenza, la speranza sionista è che Stati basati sul settarismo diventino satelliti di Israele e, ironia della sorte, la sua fonte di legittimazione morale… Questa non è una nuova idea, né emerge per la prima volta nel pensiero strategico sionista. In effetti, frammentare tutti gli Stati Arabi in unità più piccole è stato un tema ricorrente. “(Piano Yinon, oppure vedi QUI la versione originale edita da Israel Shahak)
Viste in questo contesto, la guerra alla Siria e all’Iraq sono parte del processo di espansione territoriale israeliana.
A questo proposito, la sconfitta dei terroristi sponsorizzati dagli Stati Uniti (ISIS, Al Nusra) da parte delle forze siriane con il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah costituisce una battuta d’arresto significativa per Israele.
Michel Chossudovsky, Global Research, 6 settembre 2015, aggiornato il 18 settembre 2018
Traduzione in italiano di Gb.P. 

Ora pro Siria

Si ripresenta il piano per la ‘balcanizzazione’ della Siria ?

Per comprendere gli eventi caotici che in questi giorni hanno spiazzato le aspettative di una ormai vicina pace per la Siria, riproponiamo alcuni articoli apparsi qualche tempo fa. Iniziamo con un articolo di F. William Engdahl (*) pubblicato nel febbraio 2016 su New Eastern Outlook. Riteniamo che valga la pena rileggerlo per comprendere, se ce ne fosse ancora bisogno, cosa soggiace alla guerra in Siria. Ce l’hanno presentata come una guerra civile degenerata per l’intromissione degli estremisti (una delle versioni), ma va ribadito che questa guerra dai risvolti geopolitici molto complicati è ben altro che un guerra di liberazione dall’oppressione di un dittatore.
  Gb.P.  OraproSiria

Fonte: New Eastern Outlook
Il piano Feltman-Bandar
Jeffrey D.Feltman ( fino a marzo 2018sottosegretario Generale per gli Affari politici dell’ONU) è uno specialista dei trucchi sporchi del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Fu ambasciatore in Libano nel periodo dell’assassinio di Hariri nel 2005. Prima ancora Feltman prestò servizioin Iraq all’indomani dell’invasione militare statunitense. Ancor prima, fu inviato in Jugoslavia, nei primi anni ’80, per svolgere un ruolo nello smembramento di quel Paeseda parte di Washington. Il suo curriculum suggerisce che egli sia uno specialista di Washington nell’ amata e spesso praticata arte dello smembramento di una nazione. La distruzione del regime di Bashar al Assad è la sua attuale ossessione. Non esattamente quel che dovrebbe essere un mediatore neutrale” di pace. Infatti, nel 2008, Feltman ha scritto un piano segreto con l’ex ambasciatore saudita a Washington, il principe Bandar bin Sultan, soprannominato“Bandar Bush” daGeorge W. Bush per i suoi intimi legami con la famiglia Bush. Quel piano Feltman-Bandar è stato rivelato in documenti interni estratti nel 2011 tra lemigliaia di file di STRATFOR, la torbida consulenza di “intelligence strategica” degli Stati Uniti delDipartimento della Difesa e dell’industria militare .
Quel programma denominato “Feltmanplan”,finanziato da un contributo di 2 miliardi di dollari provenienti dallecasse saudite di Bandar, descrive in dettaglio cosa è successo da quando Washington, sotto l’allora Segretario di Stato Hillary R. Clinton, ha lanciato la guerra in Siria nel marzo 2011, dopo aver distrutto la Libia di Gheddafi. Il piano Feltman-Bandar “strategicamente” dipendeva dallo sfruttamento del legittimo desiderio dei popoli di libertà, dignità e affrancamento dalla corruzione, trasformando questi desideri in una rivolta contro Assad.
Il piano Feltman-Bandar prevedeva la divisione della Siria in diversi gruppi etnici: alawiti, sunniti, sciiti, curdi, cristiani e di suddividereil paese in tre zone:grandi città, piccole città e villaggi. Da alloragli Stati Uniti e il Regno dell’Arabia Saudita piùalcuni alleati selezionati,iniziarono l’addestramento segreto e il reclutamento di cinque livelli o reti di attori, controllati dalla CIA e dall’intelligence saudita, che Bandar in seguito guidò, per eseguire la distruzione o lo smembramento nazionale della Siria. Il piano delineava le cinque reti che avrebbero manipolato.
(traduzione testuale)
:
1- Il “carburante”: giovani istruiti e disoccupati che devono essere collegati ma in modo decentralizzato.
2- I “teppisti”: fuorilegge e criminali provenienti da aree remote, preferibilmente non siriani.
3- I “settarismi etnici”: giovani con una formazione limitata che rappresentano comunità etniche che sostengono o si oppongono al presidente. Devono avere meno di 22 anni.
4- I “media”: alcuni leader delle istituzioni della società civile che hanno finanziamenti europei e non americani, per nascondere il ruolo degli Stati Uniti.
5- Il “Capitale”: commercianti, proprietari di società, banche e centri commerciali solo a Damasco, Aleppo e Homs .
Lo scopo di quel “piano” di Feltman-Bandar del 2008 secondo fonti ben informate era quello di riportare la Siria all’età della pietra.Fu comandato adogni setta reclutata dai sauditi e dalla CIAdi“commettere orribili e sanguinosi massacri contro i trasgressori. Questi crimini devono essere filmati e pubblicati sui media il prima possibile. Se vediamo le innumerevoli foto delle città, dei villaggi e delle città siriane oggi, è più o meno quello che è stato realizzato in cinque anni di guerra.Esattamente l’obiettivo del piano.
Ora, come Segretario Generaleaggiuntodelle Nazioni Unite per gli affari politici, non ci si può aspettare che Jeffrey Feltman, come il proverbiale gattopardo, abbia cambiato le sue posizioni. Di fatto, il Segretario Generaleaggiuntodelle Nazioni Unite ai colloqui di Ginevra può sabotare sapientemente qualsiasi esito positivo in termini di un cessate il fuoco in Siria in modo che si possa preparare la strada a elezioni nazionali pacifiche prive di malversazioni saudite, turche o del Qatar.
La strategia dei Sauditi: Incolpare i Russi e Assadper il fallimento dei negoziati.
A Ginevra, l'”opposizione” sostenuta dall’Arabia Saudita, la pomposa HNC, High Negotiations Committee(Alto Comitato per i Negoziati), i cui membri sono stati scelti dalla monarchia saudita come lealisti tribali sunniti, descritta dai media come “la più importante alleanza dell’opposizione” , non ha fatto altro che sconvolgereogni tentativo, insistendo sul fatto che nessun colloquio di Ginevra può andare avanti,a meno che l’ONU non ponga fine ai“crimini”del governo siriano come pre-condizione per la loro partecipazione. Infine, il 2 febbraio, la delegazione saudita di HNC di Ginevra si è ritirata dai colloqui, di fatto annullandol’intero sforzo. La loro giustificazione era una bugia. Hanno addotto come motivazione della loro fuoriuscitail continuo bombardamento di sostegno russo per liberare Aleppo e altre città dall’assedio terrorista, incolpando la Russia e Assad per violazione del “diritto internazionale”. Ovviamente non hanno specificato quale legge o diritto avesseroin mente.
In particolare, Farah al-Atassi, portavoce del Comitato per le alte negoziazioni, ha accusato, in modo del tutto falso, che un’offensiva russo-siriana contro il DAESH o l’ISIS e il gruppo terroristico Al Qaeda chiamato Al Nusra Front erano il motivo del gruppo per rifiutare l’incontro: “Il nostro l’obiettivo è garantire l’immediata attuazione dei paragrafi 12 e 13 della risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prima dell’inizio di qualsiasi negoziato. È chiaro dalla situazione attuale che il regime e i suoi alleati – in particolare la Russia – sono determinati a respingere gli sforzi delle Nazioni Unite per attuare il diritto internazionale “.
Il paragrafo 12 della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del dicembre 2015 è qui estratto: ” 12. invita le parti a consentire immediatamente alle agenzie umanitarie un accesso rapido, sicuro e senza ostacoli attraverso la maggior parte delle rotte dirette, consentendo un’assistenza umanitaria immediata per raggiungere tutte le persone bisognose, in particolare in tutte le aree assediate e difficili da raggiungere … ” Questo sforzo umanitario con derratee voli medici dell’Air Force Siriana è stato costantemente sabotato da DAESH e Al Nusra e altri gruppi terroristici legati all’Arabia Saudita. Inoltre, l’articolo 13 non dice nulla su un completo cessate il fuoco PRIMA che i colloqui di Ginevra possano persino iniziare. Il paragrafo 13 è estratto qui: “13. Esige che tutte le parti cessino immediatamente qualsiasi attacco contro civili e oggetti civili in quanto tali, compresi attacchi contro strutture e personale medico, e qualsiasi uso indiscriminato di armi, anche attraverso bombardamenti e raidaerei,accoglie con favore l’impegno dell’ISSG a pressare le parti in materia,e chiede inoltre che tutte le parti rispettino immediatamente gli obblighi previsti dal diritto internazionale, ivi compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale in materia di diritti umani, come applicabile”.
Ora, con la perfetta orchestrazione di Washington, il loro uomo alle Nazioni Unite, Feltman, il PrincipeSalman e Recep Tayyip Erdogan, la miccia sta per essere accesa su quello che si preannuncia come uno dei casi più drammatici di “smembramento nazionale” dal 1939 . Accade invece che mentre il solo troppo intelligentePrincipe Salman ed Erdogan vengonoconvinti dal suadente esottile incoraggiamento diJohn Kerry, da Joe Biden e da quelli di Washington che danno una luce verde per invadere e prendere il controllo del petrolio e del gas dei giacimenti siriani e irakeni,vicinidi casadellaTurchia, con le sue immense ricchezze petrolifere di Mosul, in realtà essistanno per cadere in un’orrenda trappola.
Questa trappola vedrà probabilmente la mappa dell’intero Medio Oriente ridisegnata fondamentalmente per la prima volta dopo l’accordo segreto britannico-francese (e russo fino alla presa del potere bolsceviconel 1917) Sykes-Picot Plan. Come nel 1916, non saranno né i cartografi né i geografi di Riyadh o Ankara a tracciare i nuovi confini. Lo faranno quelli anglo-americani, almeno questo è il piano. Sembra che noi americani in questi giorni possiamo solo organizzare guerre. In questo modo costruiamo la nostra industria con macchine di qualità, acciaio, macchine utensili.
(*) F. William Engdahl è consulente e docentedi rischio strategico, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Ora pro Siria

Idlib: I “Guardiani della Religione” …ovvero la nuova ala armata di Al Qaeda in Siria

Immagine di miliziani di Jaysh al-Badia, membri di Hurras al-Deen, che entrano in combattimento con una bandiera con il logo di “Al-Qaeda”

Comité Valmy, 13 settembre 2018
Traduzione in italiano di Gb.P.
La complessità del dossier Idlib legata alla molteplicità delle interferenze regionali e internazionali, ai conflitti di interesse tra i belligeranti e all’escalation dei combattimenti raggiunge una nuova dimensione in relazione alle organizzazioni armate sul terreno; queste ultime stanno considerando la loro integrazione in organizzazioni meglio dotate di mezzi militari e materiali, come il Fronte di Liberazione Nazionale [al-jabhat al-watania lil’tahrir] sostenuto dalla Turchia, il Fronte al-Nusra e l’Organizzazione dei guardiani della religione [Tanzim Hurras al-Dine] tutti ideologicamente legati ad Al Qaeda.
Per quanto riguarda il Fronte Al-Nusra, avendo la Turchia alla fine accettato, sotto la pressione dei Russi, di collocarlo nella sua lista delle organizzazioni terroristiche, per un ultimo tentativo di separare i cosiddetti gruppi armati “estremisti” dai gruppi suoi alleati che essa descrive come “moderati”, molti dei suoi combattenti saranno indotti a cercare la loro salvezza unendosi al Tanzim di Hurras al-Deen [THD]; un’organizzazione nata nel febbraio 2018.
Una tempistica che spinge qualsiasi osservatore della situazione siriana a interrogarsi sulle ragioni e sugli obiettivi della creazione di questo secondo braccio armato di Al-Qaeda in questo ultimo “quarto d’ora” della guerra in Siria. Domande le cui risposte derivano dall’osservazione dei conflitti tra i gruppi armati dentro Idlib che riflettono, in primo luogo, gli interessi contrastanti degli Stati che li sostengono e la necessità di creare un sostituto per il Fronte al-Nusra per il recupero dei suoi leader in caso di un accordo sulla sua eliminazione. Da qui il ruolo svolto dalla CIA nell’emergere del THD, che è stato schierato nelle aree precedentemente invase dall’organizzazione Jound al-Aqsa [I soldati di al-Aqsa] notoriamente sostenuta dagli Stati Uniti prima che fossero costretti a metterla nella lista delle organizzazioni terroristiche; specialmente nel nord della provincia di Hama e in alcune zone intorno a Sarmine, vicino alla città di Idlib.
Da notare che il THD si è rivelato più generoso dell’organizzazione Jound al-Aqsa, offrendo stipendi di 200.000 Lire siriane e che il suo finanziamento, di origine oscura, passa attraverso le banche kuwaitiane che sono sotto il controllo del sistema bancario statunitense.
È quindi molto probabile che presto vedremo aumentare l’attività dei ‘Guardiani della Religione’ THD a spese di altre organizzazioni armate, anche se l’accordo regionale e internazionale per eliminare il Fronte al-Nusra si è rivelato simbolico. A sostegno di questa tesi:
1. Lo sfruttamento da parte del THD della sua grande fedeltà ad al Qaeda e il reclutamento di nomi diventati famosi sul campo di battaglia, per meglio accreditarsi sul mercato dei finanziatori del takfirismo e dei sostenitori preoccupati di farlo tornare al suo glorioso passato, in Siria. Tra queste celebrità: Abu Hammam al-Shami, soprannominato “Abu Hammam al-Askari”, che ha preso il comando del THD; l’ex comandante militare di al-Nusra, Samir al-Hijazi; il giordano Iyad Tubas, espulso dalla Siria meridionale due anni e mezzo or sono, soprannominato “Abu al-ourdouni Julaybib”; Bilal Khreissate soprannominato “Abu Khadija al-Urdini”; questi ultimi due hanno contribuito ad attrarre la corrente salafista giordana e altre correnti salafite dei paesi del Golfo. In questo, i ‘Guardiani della Religione’ mostrano l’immagine che si vuole dare: quella di un’organizzazione che ha rifiutato la separazione di Al-Nusra da Al Qaeda, ha formato un corpo militare indipendente, ha dichiarato la sua fedeltà ad Al Qaeda e agisce sotto la sua direzione e secondo la sua dottrina.
2. Il reclutamento del maggior numero di combattenti stranieri e locali possibile, in modo che il THD abbia un peso importante nel nord del paese. Infatti, dal suo inizio il THD ha raccolto circa 9.000 combattenti [e quindi, tanti combattenti terroristi a Idlib quanti sono i combattenti statunitensi nella Siria nord-orientale] cifra che dovrebbe triplicare e persino quadruplicare in base alle previsioni grazie al suo finanziamento e al suo coordinamento. Tra queste reclute troviamo ex di Daesh (ISIS) che erano stanziati a Idlib, oltre a noti terroristi che hanno preso parte ai combattimenti in Iraq e in Afghanistan, dove hanno acquisito grande esperienza nei combattimenti e probabilmente nella raccolta di informazioni; abilità che possono rafforzare i suoi legami con la leadership centrale di Al-Qaeda ed estendere la sua rete di contatti a diverse sezioni dell’organizzazione terrorista.
3. L’esasperazione delle tensioni militari e politiche a Idlib: alcune fonti indicano che i servizi segreti statunitensi cercano di riunire tutti gli estremisti arabi e stranieri all’interno del THD al fine di raggiungere diversi obiettivi:
• Trasferire la maggior parte di queste reclute in quello che chiamano “Ard al-Tamkin” [la Terra del Califfato] in Libia e sul Sinai egiziano, per riciclarle poi in nuove battaglie.
• Logorare il più possibile l’Esercito Arabo Siriano nella battaglia imminente di Idlib, partendo dal principio che gli adepti di THD sono estremisti e stranieri con fede nella dottrina della morte, non interessati nel processo di riconciliazione.
• Tirare il tappeto sotto i piedi dei Turchi minando il loro ruolo nei colloqui di Astana e privandoli della carta del Fronte al-Nusra, da un lato; e torcere loro il braccio costringendoli a sottomettersi di fronte al rischio di attacchi terroristici di THD all’interno del loro territorio, dall’altro. In quest’ultimo caso, possiamo dire che Washington e Riyad sarebbero i primi beneficiari.
Quindi è chiaro che nell’ultimo quarto d’ora della crisi siriana vedremo tutti i tipi di eventi drammatici con il ricorso a tutte le possibili mosse contorte, come le accuse sull’uso di armi chimiche da parte dell’Esercito Siriano, come si sta sbandierando al momento, al fine di giustificare una conseguente probabile aggressione straniera e cercare di salvare quelli che possono salvare tra gli estremisti armati, evacuandoli attraverso “corridoi sicuri” verso altri campi di combattimento .
Pertanto, probabilmente non sarà una sorpresa concludere che quando Staffan de Mistura – inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria – riduce il numero di terroristi nella provincia di Idlib a 10.000 [Consiglio di sicurezza del 7 settembre 2018] e propone di offrirsi personalmente ed andare lì egli stesso per assicurare un corridoio di uscita… tende a servire lo stesso progetto:
“Probabilmente ricorderete l’orribile periodo ad Aleppo, quando i combattenti di al-Nusra rifiutarono la mia offerta di accompagnarli fuori dalla città … e alla fine partirono per Idlib. Per questo abbiamo perso almeno due mesi e migliaia di persone sono morte … Quindi, ancora una volta, sono pronto a impegnarmi personalmente e fisicamente. Questa volta con la cooperazione del governo [siriano] poiché esso controlla le aree circostanti. Sono pronto a fornire un corridoio umanitario temporaneo in modo che i civili possano partire e tornare a casa incolumi quando tutto sarà finito “[*].
NdT Comité Valmy : Ci ricordiamo in particolare signor de Mistura, la sua proposta di un “blocco dei combattimenti” ad Aleppo, seguita da quella di creare “commissioni locali per terroristi” nelle parti orientali della città. Come dimenticare? Oggi Aleppo, liberata dai terroristi, ma non ancora dalle loro bombe, vive di nuovo. E’ fuori questione che il governo siriano le consenta di farla di nuovo sanguinare. Così come è fuori questione che Idlib e il popolo siriano debbano continuare a essere dissanguati sotto i colpi della diplomazia dell’ONU che si pretende umanitaria, ma certamente è inumana.
Mohammad Nader al-Oumari , Scrittore e ricercatore 
 Fonte originaria: Al-Watan Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal

Ora pro Siria

Mons Abou Khazen circa battaglia di Idlib: “Non si può lasciare una parte consistente nel Paese in mano ai terroristi e jihadisti”

Nella cittadina totalmente cristiana ortodossa di Muhardeh si sono svolti i funerali di Elias, 14 anni, Amira, 23 anni, Lena, di 8 anni con sua sorella di 4 anni, 
Maria di 8 anni con suo fratello Fadi di 6 anni e la sorellina lamya 4 anni,
 Dima la loro madre di 30 anni:
vittime dei missili che i jihadisti da Hama e Idlib lanciano da 7 anni sulla città in odio ai cristiani.

AsiaNews 
Le tensioni internazionali attorno a Idlib “fanno paura” e la sensazione diffusa è che fra le cancellerie occidentali, in testa gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, “si cerchi un pretesto” per colpire la Siria. È quanto sottolinea ad AsiaNews il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, secondo cui “in tutte le battaglie vi è un pericolo reale per i civili”, ma non è possibile lasciare un intero settore del Paese nelle mani di gruppi jihadisti e terroristi. Il prelato ricorda infatti che, proprio da quell’area, nei giorni scorsi è partito un lancio di razzi e granate che ha colpito una cittadina cristiana, uccidendo una decina di persone in maggioranza donne e bambini. 
Per il vicario di Aleppo è doveroso mantenere alta l’attenzione sulla sorte della popolazione civile ma, al tempo stesso, “governi occidentali e media mainstream esasperano la situazione”. Il prelato ricorda inoltre le vittime cristiane che spesso vengono relegate ai margini. “Quattro giorni fa – racconta – gruppi terroristi [vicini alla Turchia] presenti a Latamneh hanno lanciato razzi sulla cittadina cristiana di al-Mahardeh, uccidendo una decina di persone”. Fra queste, aggiunge, “sei erano bambini e tre le donne. Di una famiglia si è salvato solo il padre”.
La zona da cui sono partiti i razzi è sotto il controllo di al Qaeda ed è fra gli obiettivi dell’annunciata offensiva dell’esercito siriano, che vuole riconquistare il controllo di tutta la zona. “Nessuno ha parlato di questo attacco – accusa mons. Georges Abou Khazen – ed è inaccettabile”. La speranza, prosegue, è che “si giunga ad un accordo che porti una vera riconciliazione” evitando violenze e combattimenti “ma siamo scettici. Bisogna capire quale sarà la posizione della Turchia e valutarne le azioni: una cosa sono le parole, altro i comportamenti sul campo” e dall’incontro della scorsa settimana a Teheran fra Russia, Turchia e Iran non sono emersi sviluppi positivi. 
L’esodo di milioni di disperati, che hanno cercato riparo all’estero in Medio oriente, Europa, Nord America e Australia, è una delle conseguenze più gravi del conflitto che, da sette anni, insanguina la Siria. L’offensiva su Idlib rappresenta una ulteriore fonte di preoccupazione per una nuova emergenza umanitaria e per le ripercussioni a livello internazionale, con possibili interventi del blocco occidentale, Stati Uniti in testa. Washington, infatti, ha già minacciato di attaccare la Siria in caso di utilizzo di arsenale chimico nella provincia. Tuttavia, per i critici ciò rappresenta un pretesto per intervenire contro Assad e colpirne gli alleati: Russia e Iran. 
Ad alimentare l’allarme anche le principali agenzie delle Nazioni Unite presenti sul territorio, secondo cui fra il primo e il 9 settembre oltre 30mila persone hanno abbandonato le loro case nella provincia di Idlib e sono fuggire in cerca di salvezza. Il timore, avvertono. è che si sviluppi “la peggiore catastrofe umanitaria” del secolo. “Una eccessiva drammatizzazione” chiosa il vicario apostolico dei Latini di Aleppo. 
“Fra le persone a rischio nella provincia di Idlib – conclude il prelato – vi sono almeno 200 famiglie cristiane che non hanno mai abbandonato la zona, nonostante la presenza dei terroristi di al Nusra. In questi sei anni hanno dovuto subire espropri di case, terreni e denaro, le donne hanno dovuto indossare il velo e una statua della Madonna è stata utilizzata come bersaglio per l’addestramento all’uso delle armi. la speranza è che anche per queste persone giunga la “liberazione” dal gioco fondamentalista perché “nessuno, cristiano o musulmano, deve vivere nelle mani dei terroristi”.

Ora pro Siria

Monsignor HINDO: «È in atto un piano per cacciar via i Cristiani dalla regione»

La Scuola Elementare ‘Amal’ in Hassakè (foto AINA).
Hassakeh contava 420 000 abitanti di cui 50 000 cristiani prima che Daesh circondasse la zona, ora la città conta solo 150 000 abitanti di cui 5000 cristiani. Ricordiamo che le chiese assire siriane fanno parte del patrimonio mondiale e sono tra le più antiche della cristianità.

di Gianandrea Gaiani

Dopo aver subito uccisioni, espropri, stupri e violenze di ogni tipo da parte dei miliziani jihadisti, prima qaedisti e salafiti e poi dello Stato Islamico, che hanno ridotto al lumicino la loro presenza, i cristiani delle regioni nord orientali siriane subiscono da tempo la “pulizia etnica” attuata dalle forze curde.
“Sono anni che lo ripeto, è in atto un tentativo da parte dei curdi di eliminare la presenza cristiana da quest’ area della Siria” ha detto sabato monsignor Jacques Behnam Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, nel nord-est della Siria. Il presule conferma all’organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS – autrice ogni anno di un rapporto che evidenzia le persecuzioni dei cristiani perpetrate in tutto il mondo e in particolare nel mondo islamico) la chiusura di alcune scuole cristiane da parte delle Forze Democratiche Siriane (FDS), la milizia curdo-araba istituita dagli Stati Uniti per strappare le aree tra Raqqa e la provincia di Deir Ezzor all’Isis e impedire alle truppe regolari di Damasco di riconquistare la regione orientale del Paese. Grazie agli aiuti Usa, che in quell’area mantengono basi e oltre 2mila militari, la regione nord orientale siriana è di fatto un territorio autonomo amministrato dalle Forze di difesa popolare curde (Ypg – braccio militare del partito curdo dell’Unione Democratica – PDY), protagoniste della difesa di Kobane e celebrate in Occidente come le più acerrime avversarie del Califfato.
“Già dall’ inizio dell’anno, l’amministrazione locale ha preso possesso di un centinaio di scuole statali, nelle quali ha imposto un proprio programma scolastico e i propri libri di testo” – ha sottolineato monsignor Hindo. “I funzionari curdi ci avevano assicurato che non si sarebbero neanche avvicinati alle scuole private, molte delle quali sono cristiane. Invece non soltanto ci si sono avvicinati, ma ne hanno anche serrato le porte”. La motivazione ufficiale della chiusura di varie scuole cristiane nelle città Qamishli, Darbasiyah e Malikiyah, è che tali istituti hanno rifiutato di conformarsi al programma imposto dalle autorità della regione. “Loro non vogliono che si insegni nella lingua della Chiesa, il siriaco antico, e non vogliono che insegniamo la storia, perché preferiscono inculcare agli alunni la propria storia”. Nulla di diverso, in fondo, da quanto attuato negli stessi territori negli anni scorsi quando erano controllati dallo Stato Islamico.
Hindo non nasconde la preoccupazione, sia per la probabile chiusura di altre scuole cristiane – ve ne sono altre sei soltanto ad Hassaké – sia per i gravi danni che il programma scolastico “curdo”, differente da quello ufficiale siriano, potrà causare agli studenti. “Ho detto ad un funzionario curdo che così una intera generazione verrà penalizzata, perché non potrà accedere a gradi di istruzione superiori. Lui mi ha risposto che sono disposti a sacrificare anche sei o sette generazioni pur di imporre la loro ideologia”. La vicenda rappresenta una conferma del tentativo di “curdizzazione” di quella regione, un piano che secondo Hindo prevede anche l’allontanamento della locale comunità cristiana.
“È almeno dal 2015 che continuiamo a denunciare tale pericolo. Vogliono cacciar via noi cristiani per aumentare la loro presenza”. Ad oggi i curdi rappresentano soltanto il 20 percento della popolazione siriana ma controllano quasi per intero l’oriente siriano, a est del fiume Eufrate, soltanto grazie al sostegno dell’Occidente, Stati Uniti e Francia in testa, che grazie alle milizie curde cercano di impedire che l’intera Siria torni nelle mani di Assad e dei suoi alleati russi e iraniani. Le FDS controllano infatti un’area molto più ampia di quella abitata dalla popolazione curda siriana e la “pulizia etnica” ha l’obiettivo di allontanare i cristiani e “omogeneizzare” la popolazione ricollocando in queste aree le popolazioni curde cacciate dai militari turchi dalle aree di Afrin e Manbji. Attraverso ACS, il presule ha lanciato un appello alla comunità internazionale ed in particolare alle nazioni europee. “La chiusura delle nostre scuole ci addolora. È dal 1932 che la Chiesa gestisce questi istituti e mai ci saremmo immaginati che potessero venire chiusi. L’Occidente non può rimanere in silenzio. Se siete davvero cristiani dovete gettare luce su quanto sta accadendo ed impedire nuove violazioni dei nostri diritti e ulteriori minacce alla nostra presenza nella regione” ha concluso Hindo.
Non è la prima volta che i curdi, in Siria come in Iraq, puntano ad allargare le aree sotto il loro controllo a spese di minoranze di peso etnico inferiore. Lo hanno fatto nella città petrolifera irachena di Kirkuk cacciando soprattutto i turcomanni e, più a est nel Sinjar, gli Yazidi. Dopo la caduta di Mosul e la sconfitta dell’Isis in Iraq, l’invio di truppe di Baghdad e di milizie scite filo-iraniane in quelle regioni ha fatto tramontare il sogno indipendentistico del Kurdistan iracheno relegandolo a un’autonomia molto limitata. In Siria invece l’espansionismo curdo continua a manifestarsi grazie al supporto militare di Washington che finora ha impedito che prendesse piede la proposta di Damasco che offre autonomia ai curdi, ma limitata alla regione del Rojava, in cambio della restituzione allo Stato siriano dei territori oggi occupati dalle FDS che includono giacimenti e pozzi di gas e petrolio.
Il regime siriano di Bashar Assad ha sempre tutelato minoranze e confessioni diverse ed è stato in questi anni di guerra l’unico a sostenere le comunità cristiane. Donald Trump ha più volte manifestato l’intenzione di ritirare i militari statunitensi dalla Siria, iniziativa che renderebbe problematico per le FDS far fronte alle truppe di Damasco e ai loro alleati, inclusi gli iracheni che, come i turchi, non vedono certo di buon occhio la nascita “de facto” di uno Stato curdo nella Siria Orientale.

Ora pro Siria

“Parametri e principi di assistenza” delle Nazioni Unite in Siria ….

Onu: alla Siria nessun aiuto per la ricostruzione se Assad non verrà rimosso
di Patrizio Ricci
Recentemente sono stati diffusi alcuni documenti interni delle Nazioni Unite riguardanti la Siria. Questa informazione non era destinata alla pubblicazione, dal momento che le istruzioni contenute nelle linee guida interne stilate sotto forma di direttiva interna, contraddicevano direttamente l’etica dell’organizzazione.
La suddetta direttiva prevede che la ricostruzione del paese dovrà iniziare solo quando in Siria sarà sostituito il governo attuale con uno gradito alle potenze occidentali. In altre parole, la ricostruzione potrà avvenire solo in caso di un colpo di stato, ovvero su precise indicazioni degli aggressori. Ancor più chiaramente: non è prevista la possibilità che un voto democratico possa far risultare ancora Assad come la scelta preferita dei siriani.
La notizia dell’esistenza di questo ‘memorandum’ è  stata resa nota dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Il responsabile del dicastero degli esteri di Mosca ha definito questo documento un esempio di come i paesi occidentali  manipolano le organizzazioni internazionali. Il testo del documento è stato pubblicato sulla rivista russa Kommersant.
Un passaggio della direttiva dice chiaramente che “Le Nazioni Unite, con l’attiva partecipazione del Segretario Generale, cercheranno di garantire il maggior flusso possibile di aiuti umanitari in Siria, anche direttamente, per garantire la non interferenza nelle sue operazioni, secondo le operazioni di supporto previste nel Piano della risposta umanitaria (UNCHR)” ma gli aiuti saranno limitati agli aiuti umanitari, “solo dopo l’effettiva e completa transizione politica del potere, le Nazioni Unite saranno pronte a promuovere la ricostruzione”.
Secondo il quotidiano “Kommersant”, l’autore della direttiva – è l’ex sottosegretario permanente delle Nazioni Unite per gli affari politici Jeffrey Feltman , che ha cessato di ricoprire il suo incarico la scorsa primavera. Gli Stati Uniti hanno ripetutamente sottolineato che la ricostruzione della Siria sarà impossibile senza una soluzione politica gradita all’occidente.
Ciò vuol dire che è irrilevante che si addivenga  semplicemente ad una soluzione democratica , condivisa e gradita al popolo siriano ma che tale scelta dovrà essere conforme agli interessi degli USA e a quelli dei principali alleati.
Se da un lato queste evidenze rivelano l’estrema  dipendenza dell’Onu dall’occidente, certe dinamiche – secondo un punto di vista estremamente disincantato – non sorprendono: sono i paesi occidentali che pagano l’Onu per la maggior parte del bilancio e tra una soluzione legittima e l’aiuto alla Siria amica della Russia e dell’Iran, preferiscono una soluzione illegittima, laddove il prolungare la sofferenza del popolo siriano è solo un tragico effetto collaterale , addirittura auspicabile se serve ad accelerare il raggiungimento degli obiettivi prefissati (leggesi ‘sanzioni’ e ‘terrorismo’).

Ora pro Siria

Pensieri sparsi sulla censura

Mi capita sempre più spesso di leggere nei social commenti spicci o anche considerazioni che si pretendono ‘’ponderate’’ sul riconsiderare se sia giusto che tutti continuino a godere della libertà di voto o di espressione. C’è chi ritiene che soltanto le persone educate e istruite abbiano il diritto di esprimersi pubblicamente nelle piazze virtuali e chi arriva a sostenere che il Suffragio universale sia da abolire. Certo, nella maggior parte dei casi si tratta di chiacchiere e basta, magari condite con un po’ di snobismo provinciale, ma anche di insofferenza e timore in questa Italia disorientata, però a me sembrano disquisizioni sconsiderate e pericolose. Su certe cose dovremmo impedirci di essere superficiali. Non bisogna mai dimenticare o scherzare sul senso profondo di ‘’libertà di espressione’’, di quanto sia preziosa e irrinunciabile questa conquista e su quanto sarebbe tremendo perderla.
Non avere libertà di parola significa costante controllo del pensiero, delle opinioni, delle emozioni e delle azioni nella vita quotidiana. Significa timore della delazione che genera diffidenza e solitudine, e la conseguente perdita di altri diritti fondamentali. Perciò, trovo sbagliato e azzardato questo genere di chiacchiere o pseudo riflessioni sulla libertà di parola o anche, che ci piaccia o no, di vaniloqui o sproloqui.
Tutto ciò mi è tornato in mente leggendo i ‘’pensieri sparsi’’ di Janice Kortkamp. Troppo poco infatti si parla e si riflette sulla deriva di una censura esercitata in maniera sempre più decisa e opprimente nei confronti dei media alternativi e di tutti coloro che informano o dibattono sulle storture dei nostri sistemi politici sempre meno democratici, sulla dittatura di fatto dei poteri finanziari, sulle guerre imperialiste che stanno devastando un numero sempre crescente di Paesi e martoriando i popoli. Quelli di Janice non sono soltanto pensieri sulla censura, ma monito sull’urgenza di un impegno fattivo per la salvaguardia del nostro diritto a una informazione indipendente da poteri politici e finanziari, alla libertà, appunto, di parlare, raccontare, esprimerci e riflettere ad alta voce. Sono un grido di ambascia, che sento mio, per quel che si sta tramando contro la democrazia e la verità, nell’indifferenza e oscurità di mente quasi generali, in un mondo dove la finzione, cioè la propaganda del potere trasmessa dai media ad esso asserviti suscita più emozioni e consenso della realtà.
  Maria Antonietta Carta

“Non abbiamo ancora visto nulla.” Pensieri sparsi sulla censura.

di Janice Kortkamp

Qualche mese fa, ho subito un colpo duro per essere stata bloccata definitivamente da Twitter, e uno shock e stato per me anche assistere alla palese censura contro Alex Jones – no, non sono una sua estimatrice, ma era una voce indipendente contro lo ‘’Stato profondo’’ dei centri di potere – e uno shock vedere “l’ombra che vieta” agire contro molti buoni siti e ottime persone, uno shock sentire che Twitter ha appena sospeso Caitlin Johnston (ed altri)…
 Peggio di tutto però è per me assistere alla morte lenta di Julian Assange – la sua salute non è buona –isolato dal mondo per aver osato rivelare “segreti” sulla corruzione e i crimini del governo degli Stati Uniti. Molti, per avere denunciato gli abusi del potere, sono stati imprigionati, hanno perso carriera e reputazione e spesso anche la famiglia, quando essa non è riuscita a sopportare la pressione.

Tanti militanti che denunciano le storture , tanti narratori della realtà, davanti alla crescente censura dei media main stream e di Internet contro le voci libere, si sono spostati su piattaforme alternative. Gli auguro il meglio, ma le ho visitate e ho constatato che si tratta di uno scambio tra persone già informate. Scoraggiante. Il mio obiettivo principale è cercare di raggiungere nuovi segmenti di pubblico tra la grande maggioranza che percepisce il marcio ma non ha tempo per indagare e documentarsi.
Non intendo asserire che noi siamo perfetti. Si tratta di questioni molto complesse e le nostre maniere non sono sempre impeccabili come chi sorseggia elegantemente un tè, quando proviamo, ad esempio, a denunciare i crimini e le bugie di coloro che hanno letteralmente ucciso milioni di persone in guerre giustificate con menzogne. Talvolta, siamo molto duri e usiamo un linguaggio ordinario, diretto, con l’intento di scuotere le coscienze in coma o, semplicemente, a causa della frustrazione che proviamo per le ingiustizie che si perpetrano.

So di amici che temono di condividere i miei post o anche di manifestare la loro approvazione con un “mi piace”, pensando che i loro impieghi governativi o le loro carriere potrebbero essere a rischio se lo facessero. Non li biasimo troppo – hanno ragione su questo – ma è ironico no? Si presume che l’esercito del nostro governo (ci è stato ripetuto ancora e ancora e ancora) stia combattendo per “proteggere le nostre libertà”, mentre le persone che lavorano per questo governo non hanno diritto alla libertà di parola: la più grande libertà secondo la nostra Carta dei Diritti.

Non si tratta di libertà aziendali, infatti. Di fare ciò che desiderano sui loro siti e piattaforme, perché molte società hanno ora il potere, l’influenza e la ricchezza di piccole nazioni. Non sto esagerando. La corporatocrazia, che controlla gran parte della nostra vita quotidiana , ha costruito sistemi che, ci dicevano, sarebbero state piattaforme libere e aperte. Ma queste corporazioni esercitano sempre più una censura che deve salvaguardare una certa narrazione governativa, e il connubio endogamico tra governo, multinazionali e mass media è davvero allarmante.


Ma “non abbiamo ancora visto nulla” come si suole dire. Tutto ciò è niente in confronto a quello che potrebbe accadere. Per anni , ho avuto la sensazione sgradevole che in questo momento storico ” si debba parlare subito per non perdere definitivamente la pace”. Il mondo si è trovato già molte volte a questo bivio. Quelli di noi che sono almeno un poco consapevoli di cosa sta succedendo e di quanto possa finire male hanno capito che i governanti degli Stati Uniti e di altri Paesi sono capaci di tutto, persino di armare ISIS e al Qaeda, come abbiamo visto in Siria. Ed è solo un esempio.
Tutto quello che so è che dobbiamo continuare incessantemente a usare le libertà che abbiamo nel modo più efficace possibile e il più a lungo possibile. Ognuno secondo le proprie forze e la capacità di sopportare la pressione e le conseguenze. O secondo gli obblighi e responsabilità familiari. In ogni caso, sento che le vere battaglie qui stanno appena cominciando. Noi, che abbiamo seguito la vicenda siriana, abbiamo un vantaggio. Non vogliamo mollare. E non dimentichiamolo: abbiamo più potere di quanto immaginiamo.
BTW – Se mi hai letto in Facebook, vai al mio sito web per favore. https://www.syriaresources.com/
 Janice Kortkamp  (traduzione di Maria Antonietta Carta) 

Ora pro Siria

Idlib: la posta in gioco

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, testo
Il parlamentare siriano Fares Shehabi  ha twittato le fotografie di quattro bambini rapiti dai terroristi Idlib dal quartiere di Zirbeh; rapimenti di giovani da parte dei jihadisti di Idlib erano iniziati alcune settimane fa, erano giovani accusati di voler aderire al processo di riconciliazione.  I rapimenti sono aumentati negli ultimi 10 giorni e si sono espansi in villaggi della provincia di Aleppo, e in campi di sfollati vicino al confine con la Turchia. I bambini vengono rapiti da questi campi: da una stessa famiglia, sono stati prelevati 3 bambini. Il timore è che i bimbi verranno utilizzati per inscenare il prossimo false flag con immagini di bambini ‘gasati dalle armi chimiche di Assad’… 

Piccole Note, 28 agosto 2018


John Bolton quattro giorni fa ammoniva il suo omologo russo: se Assad userà armi chimiche, gli Stati Uniti risponderanno attaccando la Siria.

Ancora le armi chimiche…

Un monito che arrivava alla vigilia della battaglia di Idlib, ultima area della Siria (insieme al cantone curdo di Afrin) in mano alle forze anti-Assad, che Damasco vuol riportare sotto il suo controllo.  Monito strano, ché non c’è alcuna ragione per cui Assad debba usare armi chimiche, stante che è l’unico modo per attirarsi contro le bombe degli Stati Uniti.  Peraltro proprio ora che ha tutta la forza per portare a compimento quanto si propone, dato che può scagliare contro Idlib tutto il potenziale militare, ormai libero da altre incombenze,
Il 25 agosto i russi hanno risposto allarmati al Consigliere per la sicurezza Usa. Il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov, ha dichiarato che il gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham (al Qaeda) sta “preparando un’altra provocazione attraverso l’uso di armi chimiche contro la popolazione civile della provincia di Idlib da attribuirsi alle forze governative siriane”.  E ha specificato che sono stati portati “otto barili di cloro” nel villaggio di Jisr al-Shughur per “mettere in scena” l’attacco.  Inoltre ha specificato che ad aiutare i miliziani jihadisti sarebbe “la compagnia militare britannica Oliva”, che avrebbe inviato in loco personale addestrato allo scopo.

Di navi da guerra e allarmi

A seguito delle accuse incrociate per la Siria, e per il mondo, è scattato l’allarme rosso. Un incrociatore Usa armato di missili tomahawk si sta dirigendo verso la Siria.  Mossa alla quale i russi hanno risposto inviando precipitosamente al largo delle coste siriane una vera e propria flotta, mentre Damasco ha diramato l’allerta generale.   Ciò avviene mentre Teheran e Damasco siglano un accordo di cooperazione militare, che ha come conseguenza diretta che le milizie iraniane dislocate in Siria vi resteranno.  Uno sviluppo del tutto indigesto a Tel Aviv, stante che da tempo Israele chiede il ritiro di tali milizie dal Paese confinante.
Insomma, improvvisamente la Siria è tornata nel mirino dell’Occidente. Cosa inattesa anche perché a metà agosto Trump aveva tagliato i fondi ai ribelli siriani, cosa che sembrava confermare le sue dichiarazioni sul disimpegno Usa dalla regione.  Tutto ribaltato? Vedremo se l’allarme, che è reale, resterà tale o è preludio a una tempesta settembrina.   Da notare che Idlib è controllata da milizie legate ad al Qaeda, alle quali si sono sottomesse le bande minori presenti nell’area.
Sono quelli delle Torri gemelle e di altre stragi consumate in terre d’Occidente. E l’Occidente si appresta a difenderli “dall’aggressore siriano”.

Siria: piano B

Se qualcosa non vi quadra potete stare tranquilli: non è uno scherzo di cattivo gusto. È la follia neocon, che fa il paio con quella dei sanguinari terroristi che controllano Idlib.
Ciò avviene mentre si appresta, come scritto, la battaglia finale per Idlib, inevitabile dal momento che ad oggi la Turchia ha respinto ogni tentativo di risoluzione diplomatica della crisi.  A quanto pare quanti hanno elaborato il regime-change siriano non si rassegnano.
Fallito il piano A resta il piano B: fare della Siria una nazione preda di una destabilizzazione permanente, ché tale sarebbe il destino del Paese se una regione restasse sotto il controllo del Terrore.  E pur di non far evaporare anche questa seconda opzione sono pronti a rischiare una possibile escalation Usa-Russia, perché tale è la sfida lanciata da Bolton, che piuttosto che a Damasco, come avrebbe dovuto, si è rivolto al suo omologo moscovita.
Vedremo gli sviluppi. Oggi registriamo che l’Agenzia stampa ufficiale turca, Anadolu, non cita minimamente la criticità che pure interessa non poco Ankara. Segno che, nel segreto, fervono trattative. Speriamo.

Ora pro Siria

Aria di rinascita, a Damasco

di Fulvio Scaglione

(Damasco) Come sempre, i fatti importanti te li rivelano le piccole cose. La strada dal confine col Libano a Damasco già meno sconnessa. I paesini che la fiancheggiano più illuminati. I posti di blocco meno fitti e più rilassati. Nella capitale, poi, il fermento è assoluto. È vero, sono arrivato in tempo per le ultime ore del Ramadan, quando già impazzavano i preparativi per Eid al Fitr, la festa che segna la fine del mese di digiuno e purificazione: alla grande moschea degli Omayyadi erano in allestimento grande tavolate piene di cibo, il suq formicolava di gente impegnata negli ultimi rifornimenti prima che i negozi chiudessero per un week end lungo (Eid al Fitr più il venerdì) di riposo. Ma non è solo questo.
In realtà è scoppiato il dopoguerra. Anche se la  guerra  continua a Sud e a Nord, anche se il presidente Bashar al Assad è comparso in tv per ricordare che “il conflitto sarà ancora lungo”, nell’animo dei damasceni c’è l’insopprimibile sollievo di chi pensa che il peggio è davvero passato. Di nuovo, tante piccole cose lo dimostrano. Certi nuovi caffè del centralissimo quartiere di Bab Touma (la Porta di Tommaso), a grande concentrazione cristiana. I negozietti pieni delle bandiere delle nazionali che giocano la Coppa del Mondo di calcio in Russia. Il modo ormai distratto con cui i soldati, ai posti di blocco, manovrano l’aggeggio che manda impulsi elettronici per far saltare a distanza eventuali auto-bomba. E anche i manifesti dei “martiri” (i soldati, ma anche i cittadini, uccisi da Isis, Al Nusra e altri terroristi), che sui muri di Bab Touma si sono ancora moltiplicati. Un peso di lutti e sofferenze che fa capire perché i damasceni vogliano poter finalmente sorridere e festeggiare, anche a dispetto della realtà.

Perché la pace, a esser realisti, è ancora lontana. I Paesi che hanno investito nella distruzione della Siria non molleranno facilmente, anche se ora sembrano più preoccupati dell’Iran. E la ricostruzione, qui, non è ancora davvero partita proprio perché è legata in modo strettissimo alla questione della pace.Sono due, infatti, i principali ostacoli alla rinascita economica della Siria. Da un lato le forze più produttive, ovvero gli uomini in età da lavoro, sono decimate dalla leva militare o dalla fuga all’estero per evitare la leva, il che è la stessa cosa. Oggi la Siria è mandata avanti da  donne e  anziani, con tutto ciò che questo comporta in un Paese del Medio Oriente.

L’altro impedimento forte sono le sanzioni internazionali,che la Ue tra l’altro ha appena prolungato di un anno. Mutilano le attività economiche e sono una follia totale, perché non sfiorano Assad né i personaggi del suo entourage ma, semmai, fanno soffrire i civili siriani incolpevoli. Sono alloggiato, a Damasco, in una casa delle suore francescane dove sono state ospitate, negli anni, decine e decine di famiglie di malati di cancro che, a causa delle sanzioni, non hanno più modo di trovare i medicinali o di disporre dei macchinari per curarsi adeguatamente. Le sanzioni ottengono questi risultati, non altri.
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Ma la gente di Damasco, che fino a qualche settimana fa sopportava la pioggia di razzi e colpi di mortaio dai quartieri di Jobar e Harasta e oggi cammina tranquilla per le strade, ha deciso che è ora di essere allegri. Per la prima volta dopo sette anni.

Ora pro Siria

Siria, storie di ricostruzione. Ad Azeir, il solare solidale delle Monache Trappiste per il futuro di tutti

Storie siriane 2018 (3)
raccolte da Marinella Correggia
 
Dalle torce nelle mani dei bambini sfollati a Jibreen ai semafori nelle strade di Aleppo; dalle luci installate nel giardino del museo archeologico di Damasco ai pannelli spuntati sui tetti dei palazzi rimasti in piedi a Kafarbatna nella Ghouta orientale: il futuro della Siria si presenta solare. Almeno nel senso dell’energia fotovoltaica e termica.
E le monache trappiste di Azeir, un villaggio a metà strada fra Homs e Tartous, hanno avviato un progetto pilota di notevoli dimensioni (1700pannelli, pari a 40 kw per il pozzo e 40 Kw per lavoro e vita quotidiana di potenza installata), all’insegna, come vedremo, dell’autonomia energetica solidale.

Ecco in questo video 

 su un pianoro in collina, file e file di pannelli solari recentemente installati nei pressi del monastero da tecnici siriani.
La superiora, suor Marta, racconta dal monastero siriano  questa storia che incrocia tecnologia e volontà, doni di materiali dall’estero e lavoro di tecnici e operai siriani. Ma prima, una premessa di contesto.

Le verità di parte, la volontà di vita, la ricostruzione dell’umano
«Di questa guerra in Siria si sono fatte conoscere approfonditamente tutte le atrocità, le violenze, le distruzioni, come è giusto che sia. Anche se purtroppo, come abbiamo detto in altre occasioni, la “verità” viene presentata sempre con una faccia sola- cosa che non è MAI vera- e guarda caso la faccia presentata è quella che più conviene agli interessi esterni al paese, interessi che muovono ogni pedina, come su una tragica scacchiera…. Ciò di cui invece si parla pochissimo è tutta la forza di resistenza, la volontà di vita dei siriani, il quotidiano che faticosamente continua, e non solo per fatalismo…E tutto il lavoro di ricostruzione, nel campo materiale ma anche ricostruzione “dell’umano”.
Il nostro progetto sull’energia rinnovabile – suggerito, per essere onesti, dalla disponibilità di questo grosso dono- viene soprattutto dal desiderio di costruire per il futuro, più ancora che dalla necessità di far fronte alle difficoltà dell’immediato.
Prima di tutto, da ormai tre anni a questa parte, cioè da quando il conflitto ha cominciato poco a poco a prendere una svolta più decisa verso la messa in sicurezza di ampi territori, il numero degli ospiti che accogliamo al monastero, pur con le nostra strutture limitate, aumenta ogni mese. Persone che vengono da città e villaggi più vicini, come Homs e Tartous, ma anche da Damasco, da Aleppo…Ospiti del monastero che cercano un luogo di silenzio, di preghiera, di pace, per ritrovare se stessi davanti a Dio.Quindi abbiamo bisogno di luce, acqua, di poter coltivare la terra…sempre più. E poi ci sembra importante fare progetti per il futuro: tutti hanno bisogno di lavoro, gli uomini, i giovani, ma anche tante donne rimaste sole a portare il peso dei figli e sovente anche dei familiari più anziani. Ma come creare un lavoro che abbia un rendimento, se il costo dell’elettricità azzera ogni guadagno? Forse le imprese più grandi riescono ad essere competitive, anche con la guerra, ma per le piccole imprese è molto difficile. Noi abbiamo bisogno come monastero di crearci un lavoro per vivere, e così tante donne dei nostri villaggi. Non potremo fare moltissimo, ma almeno dare lavoro a qualche famiglia sì…e se si incomincia, altri saranno incoraggiati a fare lo stesso, a cercare soluzioni possibili e creative…Questa è stata l’idea che ci ha mosso


Un progetto pilota di fronte alla penuria di guerra
Continua la superiora: «Un’azienda internazionale offriva gratuitamente pannelli nuovi in grande quantità, di ottima qualità ma non di nuova generazione. Era stato indetto una specie di “bando di concorso”. Un nostro amico in Italia presentò un progetto per l’autosufficienza del monastero e per l’aiuto a qualche realtà locale. All’epoca la nostra zona era già stata messa in sicurezza, ma ciò non significa che non si soffrissero le condizioni della guerra: in particolare l’elettricità, se eravamo fortunate, veniva per una/due ore al giorno…a volte meno…Quindi i disagi erano tanti,e oltretutto il costo elevato dell’elettricità ci impediva di avviare in modo deciso le nostre attività (ad esempio con le candele e i biscotti) e ancor più di coinvolgere la gente del villaggio, soprattutto le donne del villaggio che chiedono lavoro. L’elettricità dal sole ci avrebbe permesso anche di pagare meno i costi per l’irrigazione – relativi alla pompa del pozzo -, e di pensare all’avvenire in generale».
Il progetto viene accettato. Inizia l’impegno per risolvere i problemi burocratici relativi all’importazione, soprattutto a causa delle sanzioni occidentali alla Siria. Alla fine, con l’aiuto delle autorità civili e portuali, arrivano tre container di pannelli. Alcuni benefattori dall’Italia aiutano il monastero per le spese di trasporto.


Giovani ingegneri siriani molto preparati
A quel punto, prosegue suor Marta, «ci siamo rivolte per l’installazione a diversi professionisti, scegliendo alla fine una ditta di Damasco. Va detto che il settore delle rinnovabili prende sempre più piede qui in Siria». Il lavoro ha visto la preparazione del terreno da parte di operai locali e il controllo e la direzione degli ingegneri di Damasco: «Ci siamo trovate benissimo, hanno lavorato in modo eccellente, con attenzione e precisione. Sono tutti giovani ingegneri molto preparati, e questo per loro è diventato un po’ un progetto esemplare, una pubblicità per un settore che si sta sviluppando. E’ difficile che qualcuno abbia la possibilità di investire in un’attività di queste dimensioni».
Appunto. La decisione di accettare il dono dei pannelli non è stata presa con disinvoltura: «I pannelli di ultima generazione producono tre volte più energia, a parità di superficie, rispetto a quelli che ci venivano offerti. Quindi il costo dell’installazione poteva essere un deterrente. Ma al tempo stesso, gli ingegneri che abbiamo consultato, in Italia e qui – e soprattutto quelli di qui, che conoscono la situazione-, ci hanno spiegato che si trattava di un’occasione unica, poiché, a causa delle sanzioni , in Siria si possono trovare solo pannelli in silicone, o comunque di bassa qualità- che dopo poco tempo si opacizzano e perdono in efficienza. Quelli che ci hanno offerto sono invece in vetro, di ottima qualità, di lunga durata e di resa perfetta: per studiare il progetto, gli ingegneri hanno realizzato un’installazione di prova, con otto pannelli, misurandone la produzione di energia nelle varie situazioni. Hanno potuto così constatare che la resa dichiarata corrisponde perfettamente a quella effettiva. Questo ha permesso uno studio davvero attento di consumi e alternanze fra parti dell’impianto supportate da batterie e parti a sola energia diurna. Dunque, il progetto era reso vantaggioso dall’efficienza e dalla durata prevista dei pannelli, oltre naturalmente alla loro gratuità».

Fiat lux! per il monastero….
Gli effetti sono chiari come il sole: «Da un mesetto abbiamo elettricità continua, il pozzo (che rappresentava uno dei consumi più alti in termini di energia) si è reso indipendente già da prima. In casa abbiamo energia sufficiente giorno e notte grazie alle batterie. Questa situazione ci permette finalmente di pensare anche ad attività lavorative per noi e il villaggio».

…e presto per il pozzo del villaggio e per l’ospedale diTalkalakh
Lo stock di pannelli solari era decisamente superiore alle necessità del monastero: «Così abbiamo intenzione di fornire elettricità al pozzo del villaggio cristiano, il nostro villaggio; e di donare una parte significatica di pannelli all’ospedale di Talkalakh, il capoluogo della nostra regione nella provincia di Homs. E’ una zona mista, con sunniti, alauiti e cristiani, e l’ospedale è quello dei poveri, serve proprio tutti (anche noi) in modo gratuito. Ma ha risentito delle restrizioni della guerra. Il fotovoltaico darebbe energia a una sala operatoria, al pronto soccorso e alle incubatrici, insomma una certa autonomia».
Chi è rimasto lavora per il futuro…sanzioni permettendo
Le trappiste sottolineano la bravura, il coraggio, la volontà di chi è rimasto in Siria e magari si è laureato durante gli orribili anni di guerra: «La nuova generazione di ingegneri rivela una grande precisione nel lavoro. Chi è rimasto ha professionalità e voglia di fare, con materiali nuovi e tecniche nuove. Naturalmente fra i problemi ci sono le sanzioni. Ad esempio i nostri ingegneri che hanno contatti con l’Italia, per aggiornarsi, hanno avuto problemi di visto; ed è complicato portare il materiale. Comunque il settore è in piena espansione. A Damasco si susseguono le fiere di settore, dove si presentano i materiali e progetti più innovativi
Decisamente la ripresa va avanti.

Che cosa possiamo fare noi
D’accordo, pannelli e batterie sono stati regalati. Ma il monastero delle trappiste ha affrontato spese ingenti per il trasporto e l’installazione, da parte di tecnici e maestranze interamente siriani.
Per rifornire il pozzo del villaggio, il progetto è pronto e «con l’aiuto del vescovo latino padreGeorge Abou Khazene di alcune organizzazioni abbiamo trovato quasi metà della cifra necessaria». Metà…
Anche per l’ospedale, dice Marta, «il progetto è pronto e stiamo prendendo contatti: regaliamo tutta l’attrezzatura ma non possiamo coprire le spese di installazione. Pensiamo di coinvolgere il Ministero Siriano della Salute, proponendo la nostra offerta di pannelli, ma se ci arrivassero fondi…»
…sarebbero di grande aiuto. Al monastero, al villaggio. Alla Siria.

Per contribuire al finanziamento di questo grande progetto di ‘solare solidale’ si possono effettuare versamenti qui: https://www.nostrasignoradellapace.it/donations/donazione-per-i-progetti-in-siria/

Ora pro Siria

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