Aleppo e la battaglia …. delle informazioni

Pierre le Corf da Aleppo 
4 dicembre 2018
Oggi è necessario un piccolo chiarimento: molte cose si stanno preparando, l’inizio del prossimo anno sarà complicato qui e temo qualche cosa di molto cattivo per il 2019… ripenso proprio a tutto quello che è successo e non voglio immaginare che questo possa ricominciare daccapo. Ne ho prese un bel po’ da molti presunti media, durante la guerra fino alla liberazione, per aver trasmesso semplicemente quello che viviamo qui. Molti pseudo giornal-attivisti lavorano con accanimento ancora oggi per sminuire quello che condivido e togliermi credibilità… mi sono imbattuto in un articolo di Le Monde, scritto dal capo del suo Dipartimento Internazionale, un certo C Ayad che prova a farmi a pezzi con delle bacchette cinesi: “Pierre Le Corf ha attivamente lavorato ad assimilare tutti i ribelli a dei terroristi – mentre il numero di jihadisti non ha mai superato il 10 % dei ribelli di Aleppo, secondo le stime più alte dell’Onu- e a nascondere la sorte dei civili dei quartieri orientali. Per quanto riguarda i terribili bombardamenti che ha potuto descrivere, si trattava di bombole di gas montate su razzi artigianali. Niente di paragonabile alle bombe perforanti di una o due tonnellate dell’aviazione russa o dei barili di esplosivi scaricati dagli elicotteri del regime.”
Prima di tutto, se venite a dire ai siriani che c’era solo il 10 per cento di terroristi ad Aleppo, vi prenderete una scarpa in testa. Se verificate le notizie (rapporti dei servizi di intelligence interni in Francia) vedrete che rigorosamente tutti i gruppi conosciuti e affiliati che ci assediavano (e ancora oggi sono nella periferia) sono considerati organizzazioni terroristiche dalla Francia. Quindi in Francia sono dei cattivi, mentre qui sono dei bravi combattenti della libertà? Ridicolo, ma più è grossa (la bugia) più passa. In secondo luogo, vi potevate immaginare che dei mezzi di comunicazione di tale diffusione avessero il coraggio di dire che morire sotto razzi artigianali non è così terribile come morire sotto le bombe di aerei? Non voglio nemmeno entrare nei dettagli riguardo l’assedio terrorista di Aleppo Est: i civili che venivano utilizzati come scudi umani dai terroristi, le fatwe sulla esecuzione sommaria di persone che erano sospettate di parteggiare per il governo…
Ho avuto una tremenda voglia di vomitare leggendo questo, la sofferenza è la sofferenza, quella degli uni sotto le bombe non è superiore a quella degli altri sotto i razzi, qualunque sia il modo o il talento che possiate avere di giocare con le parole per aumentarne o attenuarne gli effetti. Nessuno ha idea di quello che è successo ad Aleppo e della manipolazione, delle bugie, di quanto il terrorismo sia stato sostenuto dall’Occidente. Mi sono abituato a questo piccolo raggiro organizzato da circa una quindicina di persone che sono arrivate al punto di mettermi in pericolo durante la guerra. Vigliacchi che battono sulle loro tastiere senza mai avere personalmente assistito a nulla di ciò che descrivono… è questo il giornalismo? E’ morto quando Aleppo è stata liberata.
Credo che chiunque voglia capire cosa sta succedendo in merito alla disinformazione in Siria dovrebbe imparare dalla storia e da alcune definizioni che infine chiariscono un metodo.
È un argomento tabù ma me ne infischio, sia per gli Armeni, sia come durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni hanno rifiutato l’esistenza di massacri che purtroppo hanno avuto luogo: si è chiamato questo “Negazionismo”. Ecco la definizione di negazionismo: “L’ approccio del negazionismo è caratterizzato dall’uso di una metodologia parziale e disonesta, che realizza la selezione, l’occultamento, la mistificazione o la distruzione di informazioni che confermano l’esistenza del genocidio, mentre i fatti sono stati sicuramente accertati. Inoltre, le sue motivazioni non sono solamente la ricerca di fatti storici, ma nascondono retro pensieri politici o di partito.” Vi lascio riflettere; non si tratta di un concetto, ma di un metodo per orientare l’opinione pubblica, non esitando a distruggere messaggi e messaggeri dentro un obiettivo preciso che appartiene a coloro che lo praticano.
In 7 anni di guerra. Ad Aleppo sono 13.000 i morti dall’inizio della guerra e circa 40.000 i feriti nei bombardamenti terroristici che sono stati cancellati dalla storia o che sono stati sminuiti, 8.000 morti a Damasco e quasi 25.000 i feriti.
Evito di commentare gli eventi politici ma oggi quello che succede in Francia dimostra che dopo aver visto 100 volte lo stesso trucco di magia, la gente comincia a porsi domande e capire che li si prende per cretini. I prestigiatori vedono calare il sipario. 
L'immagine può contenere: una o più persone
“L’ inferno è lastricato di buone intenzioni, come si dice. Stavo cercando del cartone nei resti di una fabbrica occupata dai terroristi, ne ho trovati tanti ed è ideale per accendere un fuoco e scaldarsi.”

Aleppo, 25 novembre
4 quartieri sono stati bombardati con razzi contenenti armi chimiche, cloro … è difficile, molte persone stanno soffocando … mi brucia il naso anche indossando una maschera … Durante la battaglia ci hanno bombardato con bottiglie di gas razzi con cloro ma ovviamente ciò è stato cancellato, la gente cancellata, la verità cancellata … Persino i rapporti ufficiali delle Nazioni Unite mentono grossolanamente … qui la gente muore gratis. Se fossimo in Idleb questo sarebbe in vista nella prima pagina dei media e le navi da guerra sarebbero già in strada per colpirci come negli ultimi due anni, su delle bugie … Cosa accadrà ora nei prossimi mesi ? Cosa ci sta aspettando ?? bugie e bugie, morte e violenza. 

L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso, spazio all'aperto
Aleppo, 24 novembre :Per i bambini, raccolta di giocattoli e vestiti caldi

 Stiamo già comprando e prepariamo giocattoli per bambini durante il mese di dicembre, ma quest’anno se avete giocattoli, peluche, vestiti che non usate più, con i volontari cercheremo di raccogliere in novembre e riciclare come nuovo per distribuirli negli ospedali – campi profughi – associazioni…  L’ idea è che non distribuiamo solo regali, stiamo facendo un piccolo quaderno che verrà distribuito ai bambini e alle famiglie nello stesso tempo (lo stesso nel Ramadan) che è composto da messaggi per bambini, note importanti sulla vita in guerra, Un buon pretesto per condividere un messaggio di speranza e amicizia e visitare le persone in tutta Aleppo. Facciamo lo stesso nel Ramadan, non si tratta di religione, si tratta di persone e di umanità.

L'immagine può contenere: scarpe, pianta e spazio all'aperto


Aleppo, 22 novembre 
Mentre andavo a vedere un amico, davanti alla loro casa, un piccolo razzo si apriva per fortuna senza esplodere. Ne cadono alcune decine ogni giorno in molte zone dell’Ovest di Aleppo. Nel frattempo proviamo a fingere che tutto vada bene, anche se tutto va meglio ci sono ancora 8.000 terroristi nei sobborghi e continuano a colpire la città fino al massimo della loro portata di tiro. Il centro storico della città è ora liberato, i quartieri dove si concentravano i turisti di tutte le nazionalità sono diventati più o meno sicuri, ma non possiamo fingere e non saremo in grado di fingere quando tutto di nuovo esploderà per la grande battaglia, tra pochi mesi al massimo. Molti Paesi stanno preparando i loro giochi, sarà molto violento sul campo ma anche con le parole, la propaganda riprenderà tutto il suo slancio per questa ultima corsa in cui si giocherà il destino di tutto il Medio Oriente. Non ho modo di pubblicare su questo argomento perchè la maggior parte del mio tempo va con il lavoro umanitario qui, ma osservo da lontano gli ” avvoltoi di Aleppo” che girano nell’aria e affilano le loro penne. Vedremo, ma li vedo arrivare a 1000 KM con le loro grandi unghie. Opportunisti che vivono di questa guerra da molto tempo e che non immaginano o rifiutano di vedere il vento girare. Spero che molti si sciacqueranno i denti, … tutte queste bugie, manipolazioni, … il tempo parlerà.

Ora pro Siria

La Siria vista dal di dentro

di Ekaterina Yanson 
trad. Gb.P.
La Siria è lungi dall’essere solo uno Stato arabo ancora molto pericoloso, come spesso viene presentato dalla stampa occidentale. Strade tranquille qui, spari di là: dov’è la vera Siria? Ovunque, come testimoniano al microfono di Sputnik coloro che hanno vissuto la guerra, e che aiutano a riflettere un’immagine più reale del paese e della sua gente.
Donne eleganti, truccate, velate o no, bambini che passeggiano dopo la scuola, negozi, caffè, allegria e risate: questa potrebbe essere la descrizione di un paese europeo. Eppure è il volto della Siria, dopo circa otto anni di guerra. Una Siria complessa e profonda, che accoglie a braccia aperte, nonostante i combattimenti che ancora infuriano in alcune aree.
Come hanno vissuto la guerra i Siriani?
“La guerra ha distrutto i nostri sogni e il nostro futuro. Le nostre case sono state demolite. Abbiamo perso i nostri amici e parenti, alcuni sono fuggiti dal paese, altri sono stati martirizzati”, ricorda Bakri Mardini, corrispondente militare originario di Aleppo. Gli Aleppini hanno patito l’assedio, carenza di medicinali e prodotti alimentari, prezzi alti: “Eravamo al punto in cui non potevamo più trovare il pane per i nostri figli”, aggiunge, lui che non ha lasciato la Siria per un solo giorno durante la guerra. “Volevo fare qualcosa per il mio Paese. La mie armi sono la mia macchina fotografica e la mia penna. Ho documentato i momenti più importanti delle battaglie, così come le distruzioni causate dal sabotaggio dei terroristi”.
Mohammad Fadlallah, del sud del Libano, ha combattuto per sette anni e mezzo nei ranghi di una milizia araba a fianco dell’esercito siriano. “Noi guardiamo le nostre vite nel contesto della guerra”, ci racconta. “L’abbiamo vissuta in tutti i suoi dettagli. E siamo orgogliosi di essere stati spalla a spalla con i siriani durante tutte le fasi della battaglia contro il cinico volto di questo mostro terrorista “.
Il Paese si sta riprendendo dalla guerra, quali sono le speranze dei siriani?
Se volevano distruggere il sistema morale dell’intera società araba, e non solo della Siria, i terroristi non ci sono riusciti, spiega Mohammad. Tra gli altri obiettivi c’erano: dividere la Repubblica siriana in “cantoni settari”, “disarmare le forze di Damasco”, “costringere l’esercito siriano ad arrendersi” … Ma i siriani e i loro alleati hanno resistito a questa “degenerazione morale su tutti i fronti: culturale, politico, mediatico e militare”: “Siamo riusciti a rimanere esseri umani rispettando la nostra etica, i nostri principi e la nostra cultura”, riconosce, pur lamentando la morte di molti suoi compagni che non sono sopravvissuti ai combattimenti.
Infine, la Siria si sta lentamente riprendendo dalla febbre da guerra, continua Bakri che ora mostra le immagini del suo paese natale in ricostruzione. “Io spero di vedere ancora la Siria com’era prima della guerra. Spero di rivedere i miei amici e parenti che tornano nelle loro case siriane “.
Mohammad afferma che la speranza di “ogni soldato arabo” è di fare del suo meglio per “costruire una Siria più forte, più potente di prima”. “Sogniamo di costruire una società araba resistente. Speriamo che l’Occidente alla fine ci lasci in pace”.
Percezione della Siria in Europa contro quella della Siria sul terreno
Paese in costante stato di guerra, rinchiuso nel suo caos di ostilità, dove la morte segna la vita quotidiana, famiglie disorientate, senza futuro, le fabbriche e gli ospedali bombardati: è questa più o meno la visione comunemente diffusa in Occidente. Sì, in alcuni parti, è vero.
Ma questa verità coesiste con un’altra, come coesistono nelle strade di Aleppo gli studenti con i nasi incollati ai loro smartphone e i bambini mutilati dalla guerra che si trascinano per le strade alla ricerca di un libro. Così, in alcuni posti non sentiamo la guerra, dice Alexander Goodarzy, capo della missione di Damasco di “SOS Cristiani d’Oriente”, che si erge contro quella scatola che “mente” che è la televisione. “Siamo consapevoli che i media ci stanno mentendo, che siamo sempre più manipolati. Come siamo stati ingannati con l’Afghanistan, con l’Iraq, con la Libia e ora con la Siria”. Dall’estero, è difficile immaginare che le strade di un paese in guerra “possano essere pacifiche, che la gente possa uscire, mangiare nei ristoranti, ristorare lo spirito, divertirsi. C’è questo, c’è anche questo, è la realtà”, aggiunge.
Avendo aperto la sua missione nel 2015, è stato in grado di formarsi una visione del Paese per scoprire finalmente che, se viene spesso visto dall’Europa come “un paese arabo nel senso molto profondo della parola, con tutti gli stereotipi al riguardo”, la Siria è molto più di questo.
“È un mosaico culturale e di civiltà, è la culla delle religioni, delle civiltà, è la mezzaluna fertile, è un popolo ricco di cultura e sono persone che hanno tanto da dare”, dice. Ecco cosa si percepisce: ci sono rappresentanti di diverse confessioni, vestiti secondo il loro gusto o la loro tradizione, persone che hanno la loro “cultura propria”, che, se dovesse essere descritta in una parola, si ascriverebbe alla nozione di “diversità.”
I Siriani visti più da vicino
Alexander vive a Damasco e da anni viaggia con la sua missione in diverse parti della Siria. Secondo lui, i Siriani, un popolo non aggressivo e non vendicativo, sono “arabi per cultura e lingua, ma sono fenici, persiani, bizantini, romani, arabi, ottomani, europei; sono un mix di tutto”.
Questo “popolo pacifico che è stato costretto alla guerra” poiché “la geopolitica lo vuole” a cosa aspira dopo questi quasi otto anni di guerra? Semplice: a vivere in pace e sicurezza a dispetto dei “tagliatori di teste” che hanno devastato il Paese e anche delle forze esterne che vogliono imporre “ciò che considerano giusto” PER LORO, riassume Alexander.

https://sptnkne.ws/kcTA
Ora pro Siria

Il Papa all’Angelus di domenica 2 dicembre: un cero per la pace nell’amata Siria


Cari fratelli e sorelle,
l’Avvento è tempo di speranza. In questo momento vorrei fare mia la speranza di pace dei bambini della Siria, dell’amata Siria, martoriata da una guerra che dura ormai da otto anni. Per questo, aderendo all’iniziativa di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, accenderò ora un cero, insieme a tanti bambini che faranno lo stesso, bambini siriani e tanti fedeli nel mondo che oggi accendono le loro candele. Questa fiamma di speranza e tante fiammelle di speranza disperdano le tenebre della guerra! Preghiamo e aiutiamo i cristiani a rimanere in Siria e in Medio Oriente come testimoni di misericordia, di perdono e di riconciliazione. 
La fiamma della speranza raggiunga anche tutti coloro che subiscono in questi giorni conflitti e tensioni in diverse altre parti del mondo, vicine e lontane. La preghiera della Chiesa li aiuti a sentire la prossimità del Dio fedele e tocchi ogni coscienza per un impegno sincero a favore della pace. E che Dio, nostro Signore, perdoni coloro che fanno la  guerra, coloro che fanno le armi per distruggersi e converta il loro cuore. 
Preghiamo per la pace nell’amata Siria.
Ora pro Siria

Accade in Siria: musulmani chiedono al Governo Siriano di offrire asilo politico alla cristiana Asia Bibi

« Chiediamo solennemente alle autorità competenti della Siria, terra di tolleranza e del vivere insieme, di proporre il diritto d’asilo che permetta alla cristiana Asia Bibi di continuare la sua vita in tutta sicurezza a Damasco, culla della cristianità e dell’islam tollerante.»
 Questo è il testo che Said Hilal Alcharifi ha inoltrato, per mezzo del deputato indipendente del parlamento siriano Nabil Saleh, al ministro degli Esteri Walid Al-Moallem, con immediato seguito di consensi.
Chi è Said Hilal Alcharifi? Un breve sommario del suo curriculum professionale:
Said H.Alcharifi ha iniziato il suo mestiere di giornalista presso il quotidiano Tishreen nel giugno 1978. Dal 1986 ha ricoperto la posizione di insegnante di Arabo presso l’Università della Provenza in Francia. Titolare di un D.E.A. (Diploma di Studi approfonditi) in lettere, della stessa università. Dal 1993, Membro del C.E.T.J. (Società di traduttori interpreti esperti, presso la Corte d’Appello di Aix-en-Provence) fino al 1997, data di ritorno nel Paese.
– Giornalista per il quotidiano Tishreen (capo del dipartimento studi).
– Autore di due programmi settimanali alla Radio Nazionale di Damasco:
. “Culture del mondo” dove espone e commenta i fatti più importanti a livello internazionale, diffusa il mercoledì alle 13.30
. “Il nostro vicino: l’Europa” racconta le attività culturali, artistiche, umane di un paese europeo, durante la settimana. Trasmesso il venerdì alle 8:30
– Pubblicazione saltuaria di articoli sulla Siria.
Ma curriculum a parte, la cosa più importante è che Said appartiene all’Islam Sunnita e, secondo una certa logica di ‘scontro di civiltà’, si sarebbe potuto supporre che concordasse o almeno se ne stesse zitto come tanti hanno fatto, condividendo pavidamente la condanna a morte di Asia Bibi. Ma così non è stato e ciò ci ha felicemente confermato sulla ‘eccezione-Siria’, quindi gli abbiamo posto alcune domande.
OpS:  Lei hai proposto che la Siria accordi l’asilo politico ad Asia Bibi. Ciò ha colpito molto, perchè indica la visione di un Islam differente da quello che si pratica in altri Paesi. Vuole spiegarci la caratteristica della società siriana dal punto di vista della religione?
S:Quando ho lanciato il mio appello sulla mia pagina personale all’attenzione delle autorità competenti in Siria, chiedendo loro di concedere l’asilo umanitario a Asia Bibi, che insieme alla sua famiglia rischia il linciaggio dai fanatici islamisti furiosi con lei nel proprio Paese, il Pakistan, ho agito come cittadino siriano nato su questa terra benedetta da due grandi Messaggeri: Gesù e Maometto.  
Da bambino, sono cresciuto in una piccola città di circa 25.000 abitanti nel nord-ovest della Siria, dove cinque famiglie cristiane vivevano in piena armonia tra una popolazione musulmana, conservando il loro stile di vita e le loro usanze in stile occidentale senza mai essere malviste; al contrario, queste cinque famiglie che erano, all’epoca degli anni ’60 una trentina di persone, uomini, donne e bambini, in occasione della Pasqua, ricevevano visite di omaggio proprio da persone residenti della città che è a maggioranza musulmana.   I cristiani, naturalmente, hanno sempre fatto lo stesso in tutte le feste musulmane e hanno vissuto da perfetti cittadini come tutte le altre componenti etniche e religiose della società siriana, vale a dire alawiti, sciiti, drusi, ismaeliti e così via.
OpS: La guerra in Siria ha però segnato una frattura nella convivenza. C’è stata una guerra religiosa interna? Che cosa ha influenzato il cambiamento di mentalità di alcuni siriani verso una idea di islam più orientato alla Sharia?
S: L’islam in Siria trova le sue radici nel Sufismo piuttosto che nel salafismo mutuato dall’oscurantismo wahhabita malato dei Fratelli Musulmani d’Egitto. Tuttavia, la Siria, come qualsiasi altro paese nel mondo arabo, non è stata risparmiata dalla pandemia del falso Islam talmudico wahhabita che sta invadendo il mondo intero.
Per quanto riguarda l’appello che ho lanciato in favore della cittadina cristiana perseguitata dai suoi stessi compatrioti in Pakistan, questo messaggio è stato raccolto dal deputato Nabil Saleh nel parlamento siriano che si è fatto carico di questo dossier con il Ministero degli Affari Esteri in Siria. Ma non saprei dire adesso a che punto siamo con questo procedimento.
Infine, la Siria può essere solo un paese laico. Tutti i tentativi di islamizzare il Paese sono stati sventati negli ultimi secoli.

Ora pro Siria

Dietro alla crisi del Golfo si cela anche una spaccatura religiosa tutta interna al mondo sunnita

di Michele Brignone

Oltre ad aver ridisegnato gli equilibri geo-politici mediorientali, la crisi che da un anno oppone il Qatar e la coalizione composta da Arabia Saudita, Emirati, Egitto e Bahrein ha ratificato la frattura politico-religiosa, tutta interna al mondo sunnita, tra un campo islamista sponsorizzato da Doha e un campo anti-islamista sostenuto dagli Stati del quartetto.
Una relazione complicata
   Il conflitto attuale è l’ultimo capitolo nella storia della complicata relazione triangolare tra lo Stato egiziano, i Fratelli musulmani e i Paesi del Golfo. Tutto cominciò negli anni ’50, quando molti membri della Fratellanza lasciarono l’Egitto per sfuggire alla repressione nasserista, trovando rifugio nel Golfo e in particolare in Arabia Saudita. Fino all’inizio degli anni ’90, l’incontro tra gli islamisti e l’Arabia Saudita avvenne sotto il segno della cooperazione: i Fratelli musulmani furono considerati un alleato naturale contro i movimenti arabi rivoluzionari e contribuirono ad accrescere la legittimità pan-islamica di Riyadh. Fu in questo periodo che dall’ibridazione culturale e religiosa tra le idee della Fratellanza e il wahhabismo saudita nacque il movimento della Sahwa islāmiyya (il Risveglio islamico). Il sodalizio si ruppe con la guerra del Golfo del 1990-1991, quando per liberare il Kuwait occupato dall’Iraq di Saddam Hussein la monarchia saudita permise alle truppe statunitensi di stazionare sul proprio territorio, scatenando l’indignazione islamista.
Le rivoluzioni arabe del 2011 hanno poi allargato ulteriormente il fossato: mentre i Fratelli musulmani e altri movimenti islamisti, sostenuti dal Qatar e dalla Turchia, erano impegnati a creare un nuovo ordine politico mediorientale, l’Arabia Saudita e gli Emirati intervenivano per ripristinare lo status quo, in particolare appoggiando l’Egitto del generale al-Sisi.
Critiche e accuse incrociate
   Dopo la rottura del 2017, si sono moltiplicate accuse, analisi critiche, e prese di distanza incrociate da parte di politici, intellettuali e chierici dei due campi. Il fronte pro-islamista e filo-Qatar accusa lo schieramento opposto di aver tradito l’Islam, cedendo al secolarismo occidentale. Per esempio il marocchino Ahmad al-Raysūnī, principale ideologo del movimento Unicità e Riforma (MUR) e vice-presidente dell’Unione Mondiale degli Ulema Musulmani, nell’ottobre del 2017 ha rimproverato all’Islam sauditadi essere passato «dalla fioritura alla decadenza». Sempre nell’autunno del 2017, dalle colonne del quotidiano qatarino al-Watan, il giornalista di al-Jazeera Ahmad Mansūr ha imputato a Emirati e Arabia Saudita di voler deliberatamente secolarizzare le società islamiche. In una serie di articoli pubblicati sul quotidiano digitale filo-qatarino Arabi21, Soumaya Ghannouchi, figlia del fondatore e leader del partito islamista tunisino Ennahda, ha descritto invece il conflitto attuale come una battaglia tra un Islam democratico e liberale e un autoritarismo che in passato si è servito della religione ma che oggi è diventato laicista.
 Il fronte anti-islamista ascrive invece la violenza e il caos che perturbano le società musulmane all’influenza nefasta dei Fratelli musulmani. Ad esempio il principe ereditario saudita, Muhammad bin Salman, che ha promesso di “riportare” l’Arabia Saudita alla “moderazione” degli anni precedenti al 1979, attribuisce l’estremismo religioso presente nel Regno alle infiltrazioni della Fratellanza, in particolare nel sistema educativo saudita.
L’Islam emiratino: tra tradizione e pensiero critico
   Al di là della discutibile narrazione storica proposta da MBS, il suo progetto di riforma dell’Islam rimane molto vago. La sua preoccupazione non è tanto una riforma religiosa, quanto un Islam che non intralci il processo di modernizzazione del Paese, non si trasformi in una forma di opposizione politica e non comprometta la reputazione internazionale dell’Arabia Saudita. È per questo che la vera alternativa all’interpretazione islamista non è l’Islam che, chissà quando chissà se, nascerà in Arabia Saudita, ma quello che già oggi viene promosso dagli Emirati. Questi ultimi, a differenza dell’Arabia Saudita e del Qatar, non aderiscono alla dottrina wahhabita, ma alla scuola malikita. Allo stesso tempo però, gli Emirati non dispongono di istituzioni islamiche tradizionali attraverso le quali veicolare il proprio messaggio religioso. La loro politica islamica si è così tradotta nel patrocinio di nuove istituzioni, nominalmente indipendenti, guidate da eminenti personalità del mondo sunnita.  Fra queste spiccano il Consiglio dei Saggi Musulmani e il Forum per la Promozione della Pace nelle Società Musulmane, nate entrambe ad Abu Dhabi nel 2014. Il Consiglio, che riunisce ulema di tutto il mondo, è presieduto dal Grande Imam dell’Azhar Ahmad al-Tayyib, e rappresenta una risposta all’Unione Mondiale degli Ulema Musulmani, una rete di esperti religiosi e intellettuali di orientamento islamista, molto vicina al Qatar, creata e presieduta dal “global mufti” Yūsif al-Qaradāwī. Il Forum per la Promozione della Pace è invece guidato dallo shaykh di origine mauritana ‘Abdallāh Bin Bayyah, che fino al 2013 faceva parte dell’Unione mondiale degli Ulema. Queste due istituzioni sono espressione di un Islam legato alle scuole giuridiche e teologiche tradizionali e alla spiritualità sufi, impegnato nel dialogo interreligioso e interculturale e decisamente avverso alle interpretazioni politiche e violente. 
 Tuttavia, l’azione degli Emirati non punta soltanto nella direzione di una religiosità neo-tradizionale: da qualche tempo, ospite fisso del canale Abu Dhabi TV è Muhammad Shahrūr, intellettuale siriano impegnato in un’esegesi rinnovata del Corano, che, quando in Tunisia si è iniziato a dibattere del superamento della disparità successoria tra uomo e donna, si è trovato sul fronte opposto a quello dello shaykh al-Tayyib. Secondo un’inchiesta pubblicata nel luglio del 2017 sul sito di al-Jazeera, gli Emirati sarebbero anche i principali ideatori e finanziatori di Mu’minūn bilā Hudūd (“Credenti senza frontiere”), una Fondazione la cui sede principale è a Rabat e a cui partecipano intellettuali di tutto il mondo arabo. Attraverso un’impressionante mole di pubblicazioni ed eventi, Mu’minūn bilā Hudūd promuove un pensiero critico sulla tradizione islamica e sul rapporto tra Islam e spazio pubblico, dando voce a quei “nuovi pensatori” che da alcuni decenni portano avanti una rilettura della rivelazione attraverso gli strumenti offerti dalla critica testuale moderna. Cura per esempio la pubblicazione dell’opera omnia dello studioso egiziano Nasr Hāmid Abū Zayd, noto per la sua ermeneutica storica del testo sacro islamico.
The Koran (photo: dpa)Due modelli per l’Islam sunnita
   Il Qatar dell’emiro Tamīm e gli Emirati dell’attivissimo erede al trono di Abu Dhabi Muhammad bin Zāyid sono così l’emblema delle due grandi interpretazioni che si contendono oggi la scena sunnita. Da una parte una lettura politica dell’Islam, fondata sulla critica all’ordine esistente e ai regimi autoritari, attenta alla giustizia sociale e fautrice di un progetto di reislamizzazione delle società e di istituzione di regimi “islamo-democratici”, sulla falsariga dell’esperienza, perlopiù fallimentare, tentata dopo le rivolte del 2011 in Tunisia ed Egitto. Dall’altra un Islam incentrato sulla spiritualità personale, ostile alle interpretazioni violente, presente sulla scena pubblica ma poco interessato a interferire con le scelte politiche ed economiche dei governanti, anche a costo di chiudere un occhio sugli abusi e sulle ingiustizie commessi da questi ultimi.
   È interessante notare che, sebbene questa alternativa percorra oggi molte società musulmane, essa non sia necessariamente destinata a produrre conflitti laceranti. Paesi come la Tunisia e il Marocco, in cui il processo di costruzione democratica continua ad avanzare, sono anche quelli che hanno impedito all’islamismo di egemonizzare la sfera religiosa, ma senza escluderlo dallo spazio politico e dalla società.

Ora pro Siria

Insieme per ridare un nome e un futuro alla Siria. Intervista a Mons. Abou Khazen

“Siamo un po’ preoccupati per il futuro, ma stiamo bene”. Il tono di voce è ottimista, lo sguardo è vivace. Fa un certo effetto sentire il vicario apostolico di Aleppo, mons. Abou Khazen, parlare della guerra in Siria e avere la percezione che sia quasi un problema lontano. “Ad Aleppo la situazione è più calma. I servizi funzionano, l’elettricità arriva per 16 ore al giorno. E’ una città viva, con il traffico che ha ripreso a intasare le strade”.

Eccellenza, da quello che dice Aleppo sembra davvero rinata…

Ci stiamo riprendendo. So che 2400 fabbriche hanno aperto negli ultimi mesi. E altre si stanno preparando a riaprire. E’ un segnale importante, anche se molti sfollati non stanno tornando: non basta il lavoro, bisogna anche ricostruire le case.

Dopo otto anni di guerra, a che punto siamo secondo lei?

Rimangono due grandi problemi: la presenza dei combattenti stranieri (a decine di migliaia) e il ruolo delle potenze straniere implicate in questa guerra. Ma dopo anni siamo tutti abbastanza ottimisti  e confidiamo che si arrivi presto a una soluzione politica.

Quanto manca alla fine?

Ci sono ancora troppi interessi politici ed economici in campo. E le continue tensioni internazionalinon aiutano. Ad esempio, il fatto che Trump abbia ripristinato le sanzioni contro l’Iran inciderà negativamente sul conflitto e sullo scontro confessionale ancora vivo nella regione.

Eppure lei parla di una pace possibile…

Sempre, vissuta nella nostra vita e testimonianza di ogni giorno. Noi cristiani cerchiamo di essere ponte tra i vari gruppi, non abbiamo problemi con nessuno. Ai nostri fedeli cerchiamo di infondere la speranza, perché vogliamo aiutare tutti nel cammino della riconciliazione.

Ci sono dei segni particolari di quanto sta testimoniando?

In particolare un progetto nato dall’amicizia personale con il Muftì. Finita la battaglia di Aleppo ci siamo accorti delle migliaia di bambini abbandonati e nemmeno iscritti all’anagrafe, di cui non si conosce né la madre né il padre. Spesso nati da stupri e violenze, sono i figli dei jihadisti, i segni più terribili che ci sta lasciando questa guerra. Bambini senza nome, e perciò senza futuro. La ONG ATS pro Terra Sancta ci ha fornito i finanziamenti necessari per iniziare e ci sta ancora aiutando a creare gli spazi necessari per accogliere più di 2000 bambini. Lavoriamo insieme perché questi piccoli possano avere – un giorno – le stesse possibilità di chiunque altro.  E il progetto si chiama – appunto – “Un nome e un futuro”.

Come vi occupate di loro?

Per prima cosa li aiutiamo a iscriversi all’anagrafe, così che possano frequentare la scuola. Il parlamento sta ancora studiando una legge ad hoc per registrarli, ma non è facile. Mi consola però che ci sia un’ipotesi di legge,  perché altrimenti questi ragazzi – quando cresceranno – quali possibilità avranno, se non esistono per nessuno? Noi li aiutiamo poi in tutti gli aspetti, prevediamo un accoglienza e un percorso psicologico perché possano, un giorno, superare i traumi ben visibili sui loro volti.

Tra i bambini che avete accolto, c’è qualcuno che le è rimasto nel cuore?

Qualche mese fa, quando mi sono avvicinato a uno di questi bambini, si è spaventato. Aveva paura di ogni uomo, non voleva parlare con nessuno ed era chiuso al mondo. Quando ho potuto stargli accanto per qualche minuto mi sono accorto che non riusciva a sorridere. Ha cominciato a frequentare il centro, e dopo qualche settimana ha ricominciato a giocare con gli altri, a parlare, a studiare. Qualche tempo dopo sono tornato a trovarlo. Oggi è un’altra persona. Finalmente sorride,  e un bambino che sorride è il futuro della Siria.
Per sostenere il Progetto UN NOME UN FUTURO per i bambini abbandonati di Aleppo :   https://www.proterrasancta.org/it/aiuta-la-terra-santa/aiutaci/?pr=lappello-del-custode-di-terra-santa-emergenza-siria

Ora pro Siria

Monachesimo nel cuore dell’Islam

 

Dal 2005 una piccola comunità di trappiste provenienti da Valserena, il monastero nell’entroterra di Cecina che ha appena festeggiato i 50 anni, si è insediata in Siria, prima ad Aleppo e poi ad Azeir, presso il confine con il Libano. Una scelta operata con l’intento di raccogliere l’eredità lasciata dai monaci di Thibirine, rapiti poi uccisi nel 1996 da terroristi islamici: la possibilità di una vita fra genti di fedi diverse, tutte però coscienti di una comune dipendenza da Dio. La guerra scoppiata poco dopo l’insediamento nel luogo prescelto per la fondazione del monastero di Nostra Signora fonte della Pace non ha fatto recedere le monache da questo proposito e la loro presenza continua a essere un faro di spiritualità per i siriani cristiani ma anche per la maggioranza islamica. 
Ce ne parla in questa intervista la superiora suor Marta.
Intervista di Toscana Oggi.

Ora pro Siria

Deo gratias, Syria, per la tua fede che resiste (2)

Nella regione montuosa a nord di Damasco, gli amici ci conducono a visitare luoghi cristiani sereni, lindi, preservati dalla guerra come la deliziosa Maarat;

o Deir Mar Elias, con la vertiginosa scalinata che conduce alla antica grotta che ospitava il profeta Elia nel suo ritiro nel deserto, dove è quasi percepibile la sua presenza immersa nel dialogo con il Signore, nell’immenso silenzio dell’infinito che si stende tutto attorno;



il santissimo monastero della Madonna di Saydnaya, che ha resistito grazie allo strutturarsi di gruppi di autodifesa che più volte hanno respinto l’infiltrarsi nelle milizie islamiste;

e la grandiosa statua di Gesù benedicente, donata dai Russi, dall’alto di Deir Cherubim che spazia sull’orizzonte intero, ancora oggi meta di pellegrini a cui ci uniamo con un certo stupore.














     
               Le tracce del Cristianesimo in Siria sono tutt’altro che scomparse!
Tutta diversa è l’atmosfera che si respira a Sadad, cittadina del Qalamoun dove nell’ottobre del 2013 si consumò il più terribile massacro di cristiani: dopo sette giorni di invasione delle orde di ESL e formazioni ormai confuse nella galassia di quelli che ancora in Occidente definiscono “ribelli moderati”, si ritrovarono nei campi, nelle case, nei pozzi, 45 corpi di civili torturati e uccisi nei modi più orribili e le chiese devastate e orribilmente insozzate.
Sulla strada semideserta , tra case ancora costellate di fori di proiettili, ci viene incontro il giovane parroco siro-ortodosso abouna Michail, che con la simpatica moglie e il figlioletto ci conduce a visitare due delle chiese che gli abitanti con le loro mani hanno riparato dai danni inflitti dai radicali islamisti.

Ci illustra gli affreschi di stile siriaco sparsi su tutte le pareti della chiesa di San Giorgio e della cappella dei santi martiri Sergio e Bacco, e con orgoglio ci ricorda che Sadad, da sempre abitata unicamente da cristiani, è menzionata ben due volte nell’Antico Testamento, nel libro dei Numeri (34,8) e Ezechiele (47,16).  Legge qualche riga dal Messale scritto in siriaco aramaico e  racconta gli eventi di quei giorni orribili in cui gli abitanti all’arrivo delle bande jihadiste si dettero alla fuga senza poter prendere nulla con sé, ma più di 1500 famiglie che non erano riuscite a scappare furono tenute in ostaggio senza elettricità, acqua nè comunicazioni; ogni casa fu derubata ed ogni proprietà vandalizzata, le scuole e l’ospedale demoliti, manufatti antichi, Bibbie storiche e preziosi documenti distrutti. Egli stesso fu minacciato di essere sgozzato e ne uscì solamente perchè tenne testa con fermezza alle provocazioni.
Per la riconquista di Sadad morirono molti soldati dell’Esercito siriano e da allora la città è difesa dai cittadini stessi che si sono offerti volontari per unirsi alle ‘Forze di Difesa Nazionale’ , gruppi di autodifesa a guida civile che ricevono le armi dalle Forze Armate.

Quando il sacerdote riuscì a rientrare nella cappella di Sergio e Bacco, che era stata usata dai terroristi come dormitorio, trovò il pavimento cosparso da chili di droga e di alcool (musulmani??) e le pareti coperte di scritte ingiuriose in arabo. Per fortuna gli affreschi (del 1700) erano situati in alto e non furono insozzati: questo fu già un fatto miracoloso, perchè gli affreschi non sono dipinti con colori ma con materiali completamente naturali come pollini ed essenze di piante e fiori; inoltre sono pieni di riferimenti simbolici comprensibili solo in contesto siriaco aramaico.



La chiesa di san Giorgio invece fu gravemente danneggiata nello scambio di colpi tra i ‘mussalahim’ e l’esercito, e il restauro è riuscito in modo parziale, con gravi perdite di pregiati manufatti e strutture.

Padre Michail conta sui benefattori cristiani internazionali per l’aiuto finanziario all’acquisto del materiale necessario alla ricostruzione delle case e la riabilitazione del centro medico, mentre intende far svolgere il lavoro agli abitanti stessi, che si sono offerti con entusiasmo per collaborare alla rinascita della loro comunità.

Scende la sera, li abbracciamo uno ad uno mentre una domanda ci trafigge: “Ma come avete fatto a non capire? Questi non portavano ‘democrazia e libertà’, ma odio e sradicamento della nostra presenza dal nostro Oriente, che svuotato dalla matrice originaria cristiana sarà terra di conflitti e caos permanenti”.

Ora pro Siria

Al capezzale del dolore e del coraggio (5)

Concludiamo i racconti del viaggio in Siria con la testimonianza della nostra Maria da Conceiçao, infermiera che ha scelto di offrire due mesi come volontaria al servizio dei sofferenti. 

Quasi un mese fa sono arrivata in queste regioni orientali, per Qara e Damasco in Siria, con un senso di missione e un sentimento vero che ciò rispondeva a quello a cui il Signore mi invita, specialmente durante le mie preghiere.

Sono arrivata tranquilla, fiduciosa, forse piena di informazioni o piuttosto molto carente di informazioni. Erano immagini e resoconti di distruzione e persone in fuga, disperate.
Un Paese bombardato, minato, con morti atroci e una guerra che potremmo non comprendere (le guerre possono avere qualche giustificazione?), ma che è percepita non come una guerra civile ma come un ignobile palcoscenico di interessi internazionali. 
È vero, ho trovato distruzione, intorno a Qara nei villaggi più piccoli, nei borghi cristiani e nella periferia della capitale, che hanno sofferto l’occupazione che ha portato alla fuga forzata di centinaia di migliaia e a morti brutali.

Tutti mostrano il bisogno di parlare, di sentirsi ascoltati, ma non piace che registri o faccia foto. Io stessa non sento questo desiderio e provo rispetto per la sofferenza che appare sui volti e vi è impressa in modo dolente e molto presente.

Ho trovato, tuttavia, come non avrei osato supporre, devo dire, gente ricca di speranza, in un modo molto forte, determinata a Vivere, perché anche se non capisco la lingua e le conversazioni mi rendo conto che non c’è, in generale, alcuna propensione a parlare della guerra. Tuttavia, dopo un primo contatto, sia i pazienti che gli operatori mi raccontano di così tante perdite, della sofferenza … di tempo e ancora più tempo mobilitati per il servizio militare, e della vita differita, con sogni perduti. 
Sono racconti di Vita e sopportazione in cui vedo accettazione, ma non rassegnazione. 
Con tutte la difficoltà della lingua, posso però prestare attenzione ad ogni espressione non verbale, allo sguardo, alle mani, al modo in cui mi restituiscono lo sguardo e infine un intuire e uno stare che mi permettono un po’ di capire, aiutata dalla conoscenza che alcuni hanno della lingua francese o inglese.

Impressiona questa realtà in cui tutte, ma proprio tutte le persone hanno perdite di parenti e il constatare anche il gran numero di bambini e di giovani con cancro, forse in relazione a queste circostanze in cui sono nati e vivono …

Nella grande città, la vita sembra “normale”, qualunque cosa ciò possa significare, c’è tutto il traffico e il movimento delle persone con le borse della spesa. Ma ne abbiamo davvero parlato, del loro bisogno di “credere” che si torna alla normalità, che possono andare dal parrucchiere o prendere un gelato nella solita piazza. E oltre a questo, sono anche stanchi di essere “maltrattati” nelle notizie, questi che sono rimasti sono i resistenti, che amano il loro paese o non hanno nemmeno avuto condizioni sicure per andarsene. Restano anche quelli molto poveri.

Quello che posso dire del mio tempo qui è che mi sento accolta, faccio e mi restituiscono lo sforzo nella comunicazione, e incontro una realtà culturale; per esempio, nel numero di familiari che accompagnano il loro malato, in ogni momento, che può essere anche 6 o 8 persone; o ad esempio le famiglie dei pazienti di cui mi sto occupando esagerano i semplici ringraziamenti che devo accettare sotto pena che si sentano “offese” con il mio rifiuto.

Descrivere come le relazioni e le interazioni con i malati e i familiari si sviluppano, con una cultura così differente, non è possibile, perché la presenza, il sorriso, lo sguardo e il tocco sono più che “parole” e dominano. Queste conversazioni/relazioni hanno superato ogni aspettativa che avessi potuto avere.

Questo periodo ha risvegliato in me una forte crescita emotiva e spirituale.  Anche il silenzio che mantengo in una parte considerevole di ciascuna delle mie giornate, facilita un’attenzione al vissuto e alle forti suggestioni che mi porta emotivamente.

Un grande abbraccio

São

   (FINE)

Ora pro Siria

QARA, crocevia di pace (4)

Un tempo, prima della guerra, il monastero Deir Mar Yacoub (san Giacomo l’Interciso) a Qara, sulla via fra Damasco e Homs, era un luogo di preghiera frequentato anche da pellegrini cristiani e musulmani: sia per ragioni spirituali che per la tranquillità e la bellezza della costruzione, grande, di pietra chiara, con grotte antichissime, una suggestiva chiesa sotterranea, reperti archeologi molto interessanti sparsi un po’ dappertutto.

Qara, un tempo… in tempo di pace
I monaci e le monache residenti vivevano (e vivono tuttora) nel grande convento in stanze essenziali, senza mobili, con bagni in comune, cucina semplice con molti cibi dell’orto, carne solo se arriva in dono. Alternavano la meditazione alle attività agricole e artistiche: la madre superiora, madre Agnès de la Croix, fondatrice dell’ Ordine dell’Unità di Antiochia,dipingeva icone. Grazie ai pozzi, in questo territorio scarsamente piovoso e apparentemente desertico, il frutteto del monastero era pieno di olivi, melograni, albicocchi. Essiccate a strati con un metodo particolare, le albicocche si conservavano a lungo, un pieno di vitamine da portar via insieme alle tisane di erbe e delle preziose, delicate rose che si chiamano “di Damasco”.

Attività umanitarie in tempo di guerra
Con la guerra iniziata nel 2011, la tranquillità è venuta meno e la calma monastica ha lasciato il posto a un fervore da alveare, dapprima concentrato sul soccorso a chi doveva stare in vita. Tempo della preghiera nella notte e primo mattino, il monastero durante la giornata si è dedicato all’assistenza ai tanti sfollati, ma non sono mancati attacchi da parte di gruppi armati jihadisti e qualche anno fa ha vissuto drammatici giorni di assedio durante i quali i monaci han dovuto rifugiarsi nelle antiche grotte sotterranee.
Qara è una cittadina in prevalenza mussulmana, con 50 famiglie cristiane, circa il 20% della popolazione. Gli uni e gli altri adesso stanno prendendo il monastero come punto di riferimento, una specie di centro vitale attorno al quale ruotare.
Le sei suore e i due monaci (di diverse nazionalità) hanno la supervisione di diverse attività umanitarie, ma hanno affidato le operazioni a un collaboratore fidato che chiamano Abu George (il vero nome è Sake Esrur) e a sua moglie Sylvie, due cristiani che hanno lasciato Damasco per venire a lavorare a Qara. Con i due figli vivono presso il monastero e gestiscono nel Centro Sociale circa 30 lavoratori, sia cristiani e musulmani. A loro volta questi dipendenti coordinano circa 200 volontari che distribuiscono gli aiuti, vanno a consegnare cibo e prodotti sanitari nei campi profughi, poi corrono al porto a sdoganare i container e tornare in camion a Qara, scaricando rapidamente tutto nel grande magazzino del monastero. Ed eccoli ripartire per le destinazioni dei soccorsi.

I monaci hanno fatto la scelta di una radicale povertà, benchè al monastero arrivi di tutto sia dalle agenzie internazionali (le quali sono alla ricerca di partner affidabili) che da benefattori dall’Europa. Nella parte immensa della nuova costruzione al piano interrato sono ammucchiati pacchi, secchi, scatoloni, in maggioranza provenienti dalle organizzazioni non governative che ormai stanno prendendo il monastero come punto di riferimento di fiducia per le distribuzioni anche nelle zone per loro non raggiungibili. Scatoloni e secchi poi partono in camion per le distribuzioni nei campi profughi o nelle località più bisognose. Ad Aleppo il monastero di Qara ha addirittura aperto una cucina per trentamila pasti al giorno, oltre a un Hospitainer: nel linguaggio degli interventi di emergenza, è un container completamente attrezzato, come un piccolo ospedale da campo.
I monaci hanno ospitato nel tempo diversi sfollati. Ora è il turno di tre ragazzine sui 12 anni e due bambini, reduci da situazioni drammatiche.

Mussalaha: riconciliazione, un progetto visionario
Ma le attività umanitarie, necessarie in un’emergenza bellica, non sono certo le uniche a brulicare al monastero e intorno. La madre superiora è stata fra le principali animatrici del movimento Mussalaha. In arabo questo termine significa riconciliazione (aggiungi e togli poche lettere ed ecco che hai l’opposto: musallahin, gruppi armati). Dal 2013, nel pieno della guerra fomentata in modo criminale da tanti paesi rimasti impuniti, un gruppo di religiosi cristiani e musulmani, insieme a cittadini siriani laici si sono impegnati per ricreare l’unità del popolo siriano, al di là delle ferite della guerra. Il movimento Mussalaha ha lavorato per tregue locali fra l’esercito siriano e i gruppi armati non jihadisti. In seguito è stato creato un apposito ministero della Riconciliazione. Ma tutto è nato dalla base.

L’attuale fervore di attività del monastero, in fondo, è un altro modo per continuare l’opera della Mussalaha. Padre Daniel, che è il superiore dei monaci di Qara, una persona molto buona, spirituale e umile ma anche molto realista, dice: “La Siria è certamente un paese piegato, quasi spezzato dalla sofferenza. Ma in fondo no, non si è piegata e la gente è fiera, vuole rialzarsi, e in fondo in fondo è come orgogliosa perché dice: per primi ce l’abbiamo fatta.  Il destino della Siria sembrava molto simile a quello dell’Iraq, della Libia, degli altri paesi massacrati dai piani imperialisti, e invece ce l’hanno fatta…”.
  Decisamente i siriani potrebbero insegnare la resilienza al mondo occidentale.
Prosegue padre Daniel: Certo la guerra non è ancora finita e ci vorrà ancora del tempo per la vittoria. E le strade per la vittoria sono due: sicuramente quella militare nei confronti dei terroristi, ma insieme la mussalaha che è la grandissima sfida”.

R come ricostruzione e resilienza, insieme
Intrecciata alla riconciliazione, la ricostruzione. La Siria vi si sta coraggiosamente avviando. A tutti i livelli. Colpisce la capacità di creare iniziative, anche lì a Qara. I monaci si sono divisi i compiti. Suor Myri, portoghese, segue un laboratorio di sartoria. Le donne alle macchine da cucire sono tutte musulmane. Il responsabile è un signore sfollato da Homs che già lavorava nell’ambito della tessitura e della produzione di capi di abbigliamento. Le donne non hanno ancora l’esperienza sufficiente per la produzione delle borse e altri capi in modo industriale. Suor Myri spesso rimanda indietro la borsa malfatta ( ma quelle che abbiamo portato da vendere in Italia a sostegno delle donne rifugiate sono bellissime). Attenta è la verifica della qualità anche nel locale dove si produce la biancheria: hanno ricevuto dall’Europa pezzi di tessuto adatti a ricavare ricavare mutande e magliette, biancheria intima molto richiesta. …