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I cristiani, Aleppo e la festa di Natale

Pubblichiamo di seguito la testimonianza di Joseph, un amico cristiano di Aleppo che racconta la sua esperienza durante la devastazione della guerra e come la chiesa siriana ha vissuto in questi anni sempre accanto al bisogno; nel riconoscimento di Cristo presente in tutto ed in tutti.

Io mi chiamo Joseph, sono cristiano di Aleppo, abito in quartiere di maggioranza cristiana. Esistono molte parrocchie e chiese nel mio quartiere . Io  appartengo alla parrocchia dei frati minori; sono cresciuto in questa parrocchia e frequento tutte le attività cristiane sin da piccolo. Fino ad un anno fa ero  ancora ad Aleppo poi sono partito, ho vissuto questa guerra per cinque anni in tutti modi, erano tempi terribili, rischiosi. Erano tempi in cui le bombe potevano colpire sempre e in qualsiasi momento. Quando mandavamo il nostro bambino a scuola pregavamo ogni volta che tornasse salvo. La scuola non aveva né corrente , né riscaldamento.

La vita era molto dura, Gesù è morto una volta, noi morivamo tutti i giorni: un missile alla fine ha colpito la mia casa ma io e la mia famiglia ne siamo usciti sani e salvi.

Ho due bambini uno è nato durante la guerra. Prima facevo la guida turistica ma appena è cominciata la guerra ho perso subito il lavoro. Così per mantenere la mia famiglia spendevo una parte del risparmio degli anni lavorativi e un’altra parte mi era fornita dal sostegno della chiesa. Da cristiano durante gli anni di guerra ho vissuto una vita tranquilla senza sentire nessun rischio di persecuzione contrariamente a quanto hanno detto i media.

Noi cristiani siriani siamo da sempre abituati a vivere in convivenza, per tutto il tempo delle ostilità  noi siamo andati sempre a sentire la messa e la chiesa era sempre piena di fedeli e ogni attività presso la parrocchia era attivamente frequentata.

Quest’anno davanti a casa mia è stato montato  l’albero di Natale più grande della città di Aleppo e al momento dell’inaugurazione dell’albero è intervenuto il governatore. E’ stata una grande festa e il mio parroco ha sistemato sulla facciata della nostra parrocchia la famosa croce francescana di Gerusalemme, ciò ha riscosso l’apprezzamento sia dei cristiani che dei musulmani.

La popolazione cristiana siriana è autoctona e vive da sempre in Siria. A causa dell’incremento demografico, la comunità nel corso dei secoli è andata diminuendo rispetto alla comunità musulmana. Essi rappresentano il 12 % prima della guerra, in sostanza i cristiani erano due milioni di su un totale di 26 milioni di abitanti.

La presenza cristiana in Siria risale a circa mille anni fa, dopo che era tramontata l’epoca dei crociati. E’ intorno a quel periodo  che cominciarono ad affluire missionari , che per questo successivamente si diffusero conventi di diverso rito e cominciarono a fiorire vocazioni. Francesco d’Assisi è stato il primo missionario ad essere arrivato in Oriente. Durante la sua visita che avvenne nel 1229, incontrò Re Adele fratello di Saladino.

Attualmente i cristiani di Aleppo sono divisi in nove riti diversi e sono una comunità molto attiva e hanno una presenza notevole. La convivenza con i musulmani per tantissimi anni si è sviluppata in un clima di concordia e fraternità fino a quando non è arrivata la guerra. L’estremismo radicale islamico prima non si palesava anche se esisteva sottotraccia, ma la guerra lo ha fatto emergere in tutta la sua violenza.

A proposito dei cristiani, nella situazione di crisi attuale essi sono scesi di un  4 % rispetto al periodo ante-guerra. Di questi, più della metà sono partiti dall’inizio della guerra, avevano paura  per la violenza nel paese e per il loro destino e quindi hanno lasciato il paese partendo in diversi paesi e in diversi modi.
Tuttavia,  da un anno circa – cioè da quando l’esercito nazionale ha sconfitto i terroristi –   la situazione si è stabilizzata e la sicurezza è aumentata.

Quindi la minoranza cristiana continua a vivere la vita quotidiana abbastanza normalmente. Le difficoltà quotidiane naturalmente permangono: la corrente elettrica che da anni non c’era adesso viene erogata un paio di ore al giorno e per un uguale periodo di tempo l’acqua. Inoltre il gas e il gasolio sono carenti e quando si riescono a reperire, sono molto cari come del resto ogni cosa. A questi problemi si aggiunge la disoccupazione aggravata dal fatto che le fabbriche sono state bombardate o saccheggiate. Quindi la situazione di bisogno è grande: una famiglia media di quattro persone ha bisogno oggi di 250.000 lire siriane al mese (equivalenti a 500 euro circa) per vivere.

A causa di tutto questo, le famiglie non sanno come fare a mantenersi. Tuttavia l’aiuto della chiesa non si è mai fermato dall’inizio della guerra, ed offe un sostegno che copre quasi la metà della cifra che ho indicato. Tutti i di Aleppo inseriti nel programma di sostegno mensile della chiesa ricevono aiuto: ogni famiglia riceve un sostegno proporzionato al numero di componenti del nucleo familiare. C’è da dire che però molti cristiani non accettano l’aiuto perche si sentono umiliati; tanti di loro prima della guerra erano benestanti e dopo la guerra si sono trasformati da benefattori a bisognosi di aiuto.

La chiesa in Siria attualmente è forte più che mai, dato che è da cerniera tra i donatori ed i beneficiari siriani che non hanno più reddito a causa della guerra e fornisce la rete di distribuzione degli aiuti.

E’ degno di nota che la chiesa è rimasta sempre vicino ed ancora oggi è vicina alla sua comunità ed è sempre pronta a mettere a disposizione qualsiasi tipo di aiuto. Come ad esempio un aiuto fondamentale in questo periodo per la ristrutturazione della casa danneggiata dai colpi inferti dalla guerra.

In sostanza, la chiesa concede anche alla sua comunità:

  • vitto
  • borsa alimentari mensile,
  • aiuto materiale per altre spese e le spese della scuola per bambini.
  • latte per neonati.
  • interventi chirurgici.
  • sostegno di gasolio per il riscaldamento.
  • sostegno materiale per pagare abbonamento privato ad avere una linea elettrica e illuminare la casa.
  • un sostegno a comprare mille litri di acqua dal mercato nero.

Oltre a questi aiuti di base, ultimamente la chiesa fornisce anche un sostegno per riavviare un’attività commerciale; un sostegno per i fidanzati che desiderano  sposarsi e quant’tanto altro. In particolare è meritorio gli aiuti che essa fornisce agli anziani: ci sono tante situazioni in cui i figli sono partiti all’estero ed hanno  lasciato indietro i vecchi genitori che non riescono a sostentarsi. In simili tragiche situazioni, la chiesa manda a casa volontari per venire incontro alle loro esigenze.

La chiesa offre l’aiuto anche nella speranza di mantenere i cristiani nel paese e non andarsene. Di conseguenza la gratitudine ed il legame tra i fedeli ed i loro pastori si è rafforzato. Le messe domenicali sono piene più che mai, il catechismo è sempre affollato di bambini delle famiglie cristiane e il parroco non esita a offrire un dolcetto dopo ogni fine attività , un caffè dopo la messa. Però di fronte a tutta questa meritevole attività benefica in genere i religiosi siriani sono anziani e da anni in Siria non arrivano altri preti.

Il rapporto tra le famiglie cristiane e la parrocchia è un rapporto forte e vicino, che forma una sorta di nucleo unico; la guerra ha unito la gente sotto un ombrello fraterno nel bene e nel male.

Come già detto però nel sottofondo  permane il pericolo e si è ancora lontani da una sicurezza completa. Le forze armate siriane non costituiscono una forza sufficiente a concludere immediatamente la guerra. Per far questo occorrerebbe la buona volontà degli Stati Uniti e dell’Europa. Ma siamo lontani da questo visto che si sono rinnovate da poco le sanzioni. Questo scenario  impedisce il progetto della ricostruzione del paese.

Così cinque milioni di sfollati siriani sono ancora sparsi in tutto mondo. Questa massa di persone, 250.000 sono i giovani maschi che sono scappati per non essere chiamati a svolgere il servizio di leva e quindi partecipare ai combattimenti. Quindi nel paese c’è penuria di giovani e ciò renderà anche problematica la  ricostruzione:  manca una moltitudine di figure professionali e in molti settori lavorativi c’è la mancanza di manodopera.

Il percorso per riportare il paese nella situazione anteguerra sarà lungo finchè la situazione non sarà definitivamente stabilizzata.
Per ora pochissima gente è tornata e sta all’estero resta all’estero. Anzi, anche attualmente molti cristiani hanno chiesto l’immigrazione in Canada e in altri paesi mentre altri si sono ricongiunti alle famiglie già residenti all’estero.
La tendenza è ancora quella dell’esodo all’esterno. Tutti preparano la valigia per partire perche nonostante sia finito il pericolo, la pace in Siria tarda ad arrivare e nessuno la può garantire. Inoltre permane la forte incertezza della ricostruzione e tutti i problemi avvenire che questo lungo periodo prospetta.

Però sebbene i cristiani rimasti ad Aleppo nonostante tutto hanno accettato di rimanere, oggi hanno bisogno di aiuto; soprattutto di aiuto morale e spirituale. Hanno bisogno di una mano dall’occidente, ma i cristiani e tutti i siriani indifferentemente sanno che l’ultimamente l’ occidente sostiene il terrorismo. Su internet è facile vedere le immagini degli aiuti umanitari che arrivano in Siria per le famiglie dei terroristi, forniscono questi aiuti per permettere agli uomini di combattere il regime, a questi aiuti settari si aggiungono anche le sanzioni europee contro il popolo siriano.

Un gran numero di jihadisti europei sono venuti ed hanno provocato morte e devastazione. Per queste ragioni il giudizio dei siriani sugli europei non è più molto positivo.

Oggi noi cristiani, dopo la sconfitta dei terroristi abbiamo bisogno di aiuto per non lasciare il paese; anzi desideriamo rimanere nella nostra terra e abbiamo bisogno per questo che gli europei ci aiutino nella ricostruzione degli edifici urbani , nella ricostruzione delle famiglie e della società, favorendo un clima di sicurezza.

Cosa bolle nella pentola saudita

Il golpe in corso a Ryad riapre una finestra di instabilità in medio oriente dopo che la vittoria Russo\Siriana sull’aggressione terroristica sembrava aver riportato una speranza di pace nella regione.

I FATTI

Tra ottobre e l’inizio di novembre l’Arabia Saudita è salita nell’attenzione della cronaca politica internazionale per una serie di avvenimenti che ne hanno smosso l’apparente stabilita e nelle relazioni estere e nell’assetto politico interno. Dopo che nella primavera scorsa, a seguito della visita del presidente USA Donald Trump, si era materializzato uno scontro aperto con l’emiro Al-Thani del Quatar, avversario per ragioni di prestigio nel mondo arabo e per il suo patronato ai Fratelli Musulmani, ma sodale nel sostegno all’aggressione alla Siria, a sorpresa il 5 ottobre scorso Re Salman bin Abdulaziz si e recato a Mosca dove ha concluso una serie di contratti tra i quali, per la prima volta, un contratto per l’acquisto di armamenti tra cui il sistema di difesa aerea s-400.

Poi, l’erede designato e “deus ex machina” della gestione del potere nel Regno, principe Mohammed bin Salman, dopo aver dato corso all’annuncio di riforme modernizzanti l’arcaica società saudita, riforme concretatesi sino ad ora nel permesso di guida alle donne, con il risibile pretesto, dato il contesto regionale, della lotta alla corruzione dava il via all’arresto di qualche migliaio di notabili tra cui principi del sangue, ministri, ex ministri, alti gradi militari,imam e uomini d’affari che venivano detenuti, i più in vista, al Riz Carlton di Ryad.

Nel contempo, sul piano internazionale, col pretesto di un missile balistico lanciato dagli Yemeniti, intercettato poco prima che colpisse l’aeroporto internazionale di Ryad, la diplomazia Saudita accusava l’Iran di aggressine militare. Poi, clamorosamente, il primo ministro libanese Saad Hariri, convocato a Ryad per consultazioni, si presentava alla televisione Al Arabia e formulava le sue dimissioni leggendo un testo evidentemente redatto dai Sauditi, cosa che veniva vista dagli osservatori internazionali come l’avvio di una manovra per destabilizzare il Libano.

Le ragioni di questo improvviso terremoto istituzionale e relazionale sono di due ordini,uno interno e uno internazionale.

LE RAGIONI INTERNE

Le ragioni interne vertono sostanzialmente su due problematiche, una dinastica e una economica.

La questione dinastica ha origini lontane. Sino ad oggi la successione sul trono Saudita avveniva per linea collaterale. Alla morte del re gli succedeva il più anziano della pletora dei suoi fratelli discendenti dal figlio del fondatore della dinastia Abdul-Aziz ibn Saud. Ora re Salman è l’ultimo dei figli di Abdul –Aziz e questo vuol dire che alla successione possono aspirare decine di nipoti, molti dei quali con lo stesso carisma e prestigio. Inizialmente re Salman aveva designato come principe ereditario suo nipote Mohammed bin Nayef ma , con l’ingresso in politica del figlio Mohammed bin Salman, questa investitura è stata revocata ed assegnata a quest’ultimo che, stante la malferma salute del padre e l’età avanzata, è il reale detentore del potere nel regno, potere che, a causa dei ripetuti insuccessi sul piano internazionale e la crisi economica inusitata che affliggono l’Arabia saudita, non è più incontestato tra notabili del regno e specialmente dalle altre due famigli in predicato di accedere al trono, quella del defunto re Abdallah e quella di Nayef.

Da qui la necessità per il principe ereditario di liberarsi dei possibili concorrenti e di coloro che potrebbero appoggiarli. In questa ottica può essere vista la destituzione e l’arresto dei comandanti di esercito e marina e soprattutto del comandante della guardia reale, principe Muteb bin Abdallah potentissimo possibile avversario perché comandante della guardia pretoriana beduina che, ben più dell’esercito, formato in gran parte da mercenari, garantisce il potere dei regnanti a Ryad.

Fra gli arrestati poi figurerebbe anche, oltre ovviamente a Mohammed bin Nayef, il principe Bandar bin Sultan, già ambasciatore a Washington, coordinatore del tentativo di rovesciare gli Assad in Siria e uomo molto vicino alla CIA, il che potrebbe significare che all’operazione sia stato dato il via libera dalla presidenza Trump durante il viaggio che Jared Kushner, genero del presidente e sua “Eminenza grigia”, ha svolto a Ryad il 30 ottobre scorso.

Sempre nell’ottica del consolidamento del potere, in vista della successione dinastica, si possono leggere gli arresti di alcuni importanti iman e l’uccisione in uno scontro a fuoco del principe Abdulaziz bin Fahad nonché l’abbattimento dell’elicottero con cui il principe Mansour bin Muqrin e altri 8 alti dignitari cercavano di rifugiarsi nello Yemen.

La crisi economica in cui versa l’Arabia saudita, costretta per la prima volta nella sua storia a rivolgersi al mercato internazionale dei capitali per reperire risorse per il bilancio dello stato, è sicuramente il secondo movente dietro al golpe di Mohammed bin Salman.

Negli anni scorsi, nell’insano tentativo di creare difficoltà economiche alla Russia, impegnata nel sostenere militarmente il legittimo governo di Damasco, e di stroncare l’industria USA degli idrocarburi da “Frazionamento degli scisti oleosi”che ha ricostituito una parziale indipendenza energetica degli Stati Uniti, il regno Saudita ha intrapreso una politica volta al mantenimento al minimo del prezzo del petrolio che, complice la diminuita richiesta a causa della crisi economica mondiale, è arrivato in alcuni periodi a scendere sotto la soglia dei 30 dollari al barile. La manovra si è ritorta contro i suoi promotori. Il greggio, veleggiando mediamente all’incirca tra i 50 e i 60 dollari al barile, non ha distolto la Russia dal suo impegno militare in Siria e, non ha creato difficoltà economiche insormontabili a Mosca stante che per il Kremlino il prezzo ottimale per il finanziamento dell’economia nazionale viaggiava tra i 65 e i 75 dollari al barile.

Sul versante americano invece sono fallite le imprese più piccole e che sfruttavano i giacimenti meno redditizi per le quali 70\80 dollari al barile erano il prezzo limite per un ritorno economico ma le imprese più grandi legate ai giganti dell’estrazione tradizionale hanno solo sospeso per qualche tempo i lavori in attesa di una risalita dei prezzi che puntualmente si sta verificando. Di contro il ribasso permanente dei prezzi del greggio ha portato in prossimità della bancarotta la casa Saud impegnata in due guerre, una palese contro lo Yemen e una occulta contro la Siria, e nelle sue politiche costanti di riarmo condotte nell’illusione che riempire hangar e magazzini di costosi giocattoli da guerra, senza avere gli uomini che li sappiano impiegare al meglio fosse un efficace deterrente contro il rivale persiano e sciita. Inoltre non va sottovalutato il peso economico dovuto al mantenimento dello stile di vita sibaritico di circa 10.000 principi della casa reale.

Così si è arrivati al punto di dover quotare in borsa la cassaforte del regno, l’industria petrolifera ARAMCO da sempre patrimonio esclusivo della casa regnante, per racimolare liquidità. In questa prospettiva l’arresto con l’accusa di corruzione, che da luogo alla confisca dei patrimoni, di qualche centinaio di miliardari, tra i quali due tra gli uomini più ricchi del mondo quali il Principe al-Walid bin Talal e il fratello di Osama bin Laden, presidente del Saudi- Bin Laden Group Bakr bin Laden, potrebbe portare nelle casse dello stato alcune centinaia di miliardi dollari, un toccasana per l’esausta finanza saudita. La difficoltà nel recuperare questi patrimoni sta nel,fatto che si tratta di asset e conti situati all’estero ma a risolvere questo incaglio stanno provvedendo, nelle cantine del Riz Carlton di Ryad, squadre di “esperti dell’interrogatorio” della Accademi, già Blakwater.

La presenza di questi ultimi, così come il viaggio di Jared Kushner immediatamente precedente il golpe, starebbero ad indicare un assenso della Casa Bianca all’operazione retribuito con la quotazione dell’ARAMCO a wall street invece che alla City di Londra dove tradizionalmente vengono trattati gli affari dei Sauditi.

LE RIPERCUSSIONI INTERNAZIONALI

L’ Arabia Saudita ha subito in questi ultimi due anni pesanti sconfitte che ne hanno appannato in prestigio nella regione, prestigio che viene mantenuto a galla dalla stretta alleanza con l’occidente e con la elevata disponibilità economica che come abbiamo visto non è più quella di una volta. L’impasse nel conflitto yemenita ha visto la coalizione a guida saudita impantanarsi nel sud mentre nel nord porzioni dello stesso territorio del regno sono state occupate dai miliziani sciiti di Saanà. In Siria la sconfitta delle milizie salafite ad opera della coalizione Siro\Russo\Iraniano\Libanese. Nell’ottica di un ripristino della propria influenza regionale le due prime mosse sono state in primis l’isolamento del Quatar, colpevole di sostenere i Fratelli Musulmani che nell’ottica di Ryad sono dei pericolosi concorrenti nella leadership del jihadismo ancor più pericolosi perchè antimonarchici. In secondo luogo l’accusa di aggressione militare, per interposto Yemen, all’ Iran nella prospettiva di arrivare ad uno scontro diretto nel quale coinvolgere Israele e di conseguenza gli USA.

Il coinvolgimento di Israele può passare per il coinvolgimento di Hezbolla e da una destabilizzazione dell’assetto politico del Libano. In questo quadro la sostanziale detenzione del primo ministro libanese e le sue dimissioni in televisive da Ryad rientravano nel tentativo di rigettare nel caos il paese dei cedri creando una frattura tra sunniti e sciiti con i cristiani già divisi tra i due campi e i drusi pronti a correre a soccorso del vincitore. Ma, come dice il proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Il messaggio di Hariri giustificativo delle dimissioni per la presenza di Hezbolla nel governo è caduto nel vuoto. Le grandi famiglie sunnite hanno confermato il loro appoggio all’unità nazionale. Hassan Nashrallà con toni estremamente moderati ha supportato la decisione del presidente Aoun di respingere le dimissioni perché non presentate in modo rituale . I leader delle fazioni cristiane ritenute ostili agli sciiti,invitati a Ryad per sostenere la presa di posizione di Hariri non si sono mossi e solo Geagea, dal Libano, ha espresso il suo consenso.

A mettere una pietra sopra alla questione sono poi venute le prese di posizione di quattro ambasciatori russi nella regione, tra cui quella sostanziale dell’ambasciatore a Tel Aviv che, con sfumature ed eufemismi diversi ma molto poco velati per chi conosce il linguaggio soft della diplomazia, hanno dato l’altolà ad ogni tentativo di ripiombare il Libano nel caos. Da ultimo è arrivato Walid Joumblat che ha associato la comunità drusa alla richiesta di stabilità politica del paese. A testimonianza che il messaggio è stato recepito, anche se obtorto collo, dai sauditi, Saad Hariri è potuto ritornare in Libano, via Parigi e il Cairo, per festeggiare con le altre autorità politiche la festa nazionale e ha chiesto a Michael Aoun di lasciare in sospeso le dimissioni presentate per permettergli di valutare la situazione. I suoi figli sono in ostaggio a Ryad ma probabilmente la sua carriera di proconsole saudita in Libano è finita.

I POSSIBILI SCENARI

Il tentativo di destabilizzazione del Libano è per il momento fallito ma a Ryad, dopo gli accordi di Taef del 1990, che posero fine a 25 anni di guerra civile, considerano il Libano come cosa loro e non possono tollerare che alla presidenza ci si ora il principale oppositore a quegli accordi e che nel governo siedano quattro ministri del principale alleato dell’Iran nella regione. Un alleato che può vantare di essere l’unica forza araba che Israele non è riuscita a sconfiggere e di essere stato uno dei principali attori della disfatta del sedicente califfato in Siria.

Se è poco probabile che i sauditi, che non riescono ad avere ragione di una milizia di straccioni affamati nello Yemen, vogliano affrontare direttamente l’Iran è ipotizzabile che tentino di nuovo di riaffondare il Libano nella guerra civile sfruttando la paranoia del loro, nemmeno tanto più occulto, alleato sionista. La condanna come associazione terroristica di Hezbolla, ottenuta in seno alla lega araba potrebbe essere un invito ad Israele perche agisca. Ma la defezione in seno alla lega di voti pesanti come quello di Egitto, Iraq, Quatar e Algeria sono a testimoniare che l’influenza di Ryad in quella sede va continuamente scemando. Per il Medio oriente che sta per uscire dalla crisi siriana si prospettano tempi interessanti.

Massimo Granata

E la Siria?

Il silenzio dei mass media su questo Paese Mediorentale ha un solo significato: Assad sta vincendo.

Capita talvolta che un argomento che ha tenuto banco sui mass media per mesi ed anni, improvvisamente scompaia dalle cronache dei mezzi cosiddetti di informazione e cada nell’oblio. Generalmente quando questo avviene vi è una ragione ben precisa: le cose non stanno andando come i cosiddetti “poteri forti” avevano pianificato e l’operazione di camuffamento della realtà attraverso una valanga di menzogne si presenta troppo ardua e rischiosa persino per chi ha il controllo del 90% dei mezzi di informazione occidentali.

183828.p[1]E’ quanto sta avvenendo in Siria. Per anni giornali e televisioni ci hanno detto che il feroce dittatore Assad stava per essere sconfitto da ribelli desiderosi di dare alla Siria una vera democrazia. Corrispondenti televisivi, con le lacrime agli occhi, ci hanno descritto le nefandezze di un regime che, pur di sopravvivere utilizzava le armi chimiche contro il proprio stesso popolo, gassando vecchi, donne e bambini e costringendo milioni di persone a fuggire dal paese.

Nello stesso tempo tutti i commentatori ci hanno sempre assicurato che i ribelli “buoni”, con l’aiuto delle nazioni occidentali e di quegli straordinari esempi di democrazia che sono il Qatar e l’Arabia Saudita, avrebbero prima o poi rovesciato il dittatore restituendo la libertà al popolo siriano.

Una favola sempre più difficile da sostenere a fronte di all’emergere di una realtà ben differente, ma che giornalisti di tutto il mondo hanno continuato a raccontare fino a pochi mesi fa. Poi il silenzio. Perchè? Semplicemente perché il “feroce dittatore”, avversato da USA, Europa, Arabia Saudita, Turchia, Giordania e Paesi del Golfo sta vincendo sia sul piano militare che su quello politico.

Sul piano militare l’Esercito Siriano, appoggiato dagli Hezbollah libanesi e da volontari sciiti iracheni (e probabilmente iraniani), sta riguadagnando il terreno perduto negli anni fino al 2015.

Aleppo ormai è completamente libera. Palmira è stata ripresa e proprio da Palmira è partita l’offensiva che, avanzando verso est, dovrebbe arrivare a rompere l’assedio della città chiave di Der Ezzor. Le forze siriane sono infatti alle porte di Sukhanà, ultimo grande centro tenuto dall’ISIS sulla strada appunto per Der Ezzor. Da nord stanno invece calando i formidabili combattenti della Forza Tigre che hanno riconquistato, partendo da Aleppo migliaia di chilometri quadrati di territorio.

Attorno a Damasco è rimasta una sola grande sacca controllata dagli islamisti, ma le sue dimensioni si stanno riducendo giorno dopo giorno. Anche a sud, nelle regioni da Daraa e Quneitra, malgrado l’appoggio di Usa (e Israele), i cosiddetti ribelli stanno perdendo terreno. La circostanza è significativa perché ancora pochi mesi fa i ribelli sembravano sul punto di conquistare la capitale provinciale di Daraa e da qui marciare verso Damasco che dista meno di cento chilometri. Di questi giorni infine è l’inizio di una operazione congiunta esercito siriano, hezbollah, esercito libanese per riconquistare quella porzione di territorio montagnoSO posto a cavallo tras Siria e Libano chiamato Qalamoun e controllato da varie formazioni islamiste fin da 2013.

Bashar Assad però non sta vincendo solo sul piano militare, ma anche su quello politico e persino dell’immagine. Il fronte internazionale che si era creato contro di lui è ormai a pezzi e quasi più nessuno pretende le sue dimissioni (salvo la Mogherini, ma questo è insignificante come insignificante è l’Europa).

Alcuni Stati non fanno più mistero di collaborare con lui e non mi riferisco solo a Russia e Iran, ma a nazioni come l’Egitto ed il Libano. L’offensiva congiunta tra siriani e libanesi sul Qalamoun a cui accennavo prima è sicuramente molto significativa in questo senso (benchè l’esercito libanese tenga un profilo basso anche a causa di cronici problemi di armamento). Il rientro di migliaia di profughi che vanno a ripopolare i villaggi e le città mano a mano che vengono liberate dall’esercito sono la smentita più clamorosa alla bufala secondo la quale i Siriani scappavano da Assad.

Cosa ha provocato questo rovesciamento della situazione? Molteplici fattori.

Prima di tutto l’intervento diretto della Russia. L’appoggio aereo della RUAF è stato sicuramente un elemento decisivo anche se condotto solo da una trentina di apparecchi. Altrettanto decisivo è stato però la riorganizzazione dell’esercito siriano condotta da esperti militari russi. Solo per fare un esempio la Quinta Legione che ha ripreso Palmira e che guida la marcia verso Der Ezzor è stata addestrata ed armata da consiglieri militari russi.

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Forse ancor più importante è stato però l’appoggio diplomatico, condotto da quel gigante della diplomazia russa che è il Ministro Lavrov, sicuramente il più intelligente e preparato di tutti i Ministri degli Esteri del mondo. La diplomazia russa è riuscita a dividere il fronte dell’opposizione armata ed a paralizzare le velleità americane di un intervento diretto più massiccio di quello che è in atto. E’ riuscita inoltre far fallire tentativi di provocazioni e false flag come fasulli attacchi con il gas.

A fianco dell’intervento russo (ed in misura minore di quello iraniano) a far pendere l’ago della bilancia a favore di Assad sono state anche le divisioni tra le formazioni guerrigliere e, soprattutto, tra i loro padrini internazionali. Siamo al punto che i combattenti sostenuti dalla Turchia (paese NATO) si stanno scontrando ferocemente con quelli sostenuti dagli USA (parimenti paese NATO) mentre gli islamisti sponsorizzati dall’Arabia Saudita stanno combattendo in quel di Idleb contro quelli sostenuti dal Qatar.

Si va quindi verso la conclusione del conflitto siriano? Personalmente non sono ottimista. Credo che si vada verso la fine di una fase della guerra in Siria e non della guerra stessa. I nodi sono ancora troppi, gli appetiti paurosamente scatenati ed il buon senso latitante. Temo potremo assistere, al contrario, ad una vera e propria escalation con l’intervento sul campo di quelle forze che fino ad oggi hanno agito prevalentemente per interposta persona. Speriamo che san Marone ed il Ministro Lavrov facciano il miracolo.

Mario Villani

I coloni israeliani hanno attaccato un incontro di cristiani in Al-Quds

Venerdì, coloni israeliani hanno brutalmente attaccato un gruppo di cristiani palestinesi che si trovavano in una sala riunioni, a Al-Quds (Gesuralemme est* in Cisgiordania). I coloni hanno gridato slogan anti-cristiani. Il portavoce dei Consiglio dei Vescovi in Terra Santa, Wadi Abu Nassar, ha fermamente condannato l’attacco, ritenendolo un grave incitamento contro i Cristiani.

Redazione

moschea al-Aqsā

moschea al-Aqsā

La tensione nei territori palestinesi occupati è peggiorata dopo una serie di incursioni e profanazione della moschea di Al-Aqsa, che si trova nella città di Al-Quds (Gerusalemme), questi episodi hanno scatenato una nuova Intifada.

La violenza ha ucciso 218 finora palestinesi, 34 israeliani, due americani, un sudanese eritrea e, secondo un conteggio AFP. La scorsa settimana alcuni coloni israeliani hanno attaccato un incontro di cristiani in Al-Quds

Medio Oriente Monitor riferisce che fonti israeliene hanno riportato che venerdì al canto di slogan e insulti, alcuni coloni, guidati dall’ estremista Benzi Gopstein, ha attaccato un incontro di cristiani  ad Al-Quds .

Wadei Abu Nasar, un avvocato che rappresenta il Consiglio episcopale di Al-Quds, ha condannato l’attacco e lo ha chiamato una “provocazione”. Ha anche esortato le autorità israeliane a portare accuse penali contro Gopstein ei suoi seguaci per la loro autorità misure violente e provocatorie.

Benzi Gopstein è il direttore del gruppo “antiassimilazione” Lehava, che si oppone a qualsiasi tipo di rapporto economico o di amicizia tra gli ebrei e coloro che non lo sono. Quando Gopstein era agli arresti domiciliari e quando si stava riprendendo da un intervento chirurgico, abbiamo visto una diminuzione della violenza “, ha detto il capo della Riforma israeliana per la religione e lo stato, il rabbino Noa Sattath.

743019105-1 Come riferito dalla pagina Web ‘Palestina Days’ , ogni giovedi, un gruppo di coloni guidati da Gopstein marcia in Sion Square a Al-Quds doveaggredisce verbalmente e fisicamente i palestinesi. Nel frattempo, ‘Ynet News’ lo scorso giovedì ha annunciato che il rabbino Noa Sattath (capo del Centro israeliano per la Riforma della religione e lo stato), ha accusato Gopstein accusato di atti di incitamento e aggressioni contro i palestinesi.

In alcune dichiarazioni razziste contro cristiani e musulmani, Gopstein ha incitato lo scorso agosto 2015 i suoi seguaci a bruciare le chiese cristiane che si trovano nei territori occupati. I radicali ebrei hanno dato fuoco a diverse chiese negli ultimi anni perchè considera i luoghi di pratica religiosa idolatri.

I coloni sionisti, che hanno la luce verde da parte dell’esercito israeliano a ricorrere alla violenza contro i palestinesi, di tanto in tanto profanano i luoghi santi di musulmani e cristiani e premono  sui palestinesi affinchè  abbandonino la loro terra.

Fonte: Digital Spy

nota a margine: Gerusalemme Est è stata annessa unilateralmente da Israele dopo la vittoria della guerra ‘dei sei giorni’ mossa dagli arabi, per questo Israele non la considera come parte della Cisgiordania; comunque, l’annessione è ancora oggetto di disputa. In ogni caso, viene spesso trattata come separata dalla Cisgiordania a causa della sua importanza; ad esempio, gli Accordi di Oslo trattano lo status di Gerusalemme Est come una questione separata dallo status degli altri Territori Palestinesi.

Appello dei patriarchi per la cessazione dell’ambargo contro il popolo siriano

L’embargo è particolarmente iniquo. Contrariamente a quello che si può pensare non è indirizzato solo contro il governo (che comunque, non è alle prese con ‘i manifestanti’ ma con i terroristi) ma colpisce sopratutto i comuni cittadini siriani, è di ieri un ennesimo appello da parte dei vescovi:

Anche se i principali obiettivi dell’imposizione delle sanzioni sono politiche, esse hanno colpito soprattutto la vita di tutto il popolo siriano, in particolare la parte più povera e la disponibilità del lavoro la cui capacità di sopperire ai loro bisogni quotidiani di base come il cibo e le cure mediche è fortemente ridotta. Nonostante la risolutezza dimostrata dal popolo siriano di fronte alla crisi, la situazione sociale sta peggiorando e la povertà e la sofferenza sono in costante aumento.

Pertanto, noi, i tre Patriarchi residenti a Damasco che uniti abbiamo raccolto la sofferenza del popolo di Siria, di tutte le religioni e denominazioni, alziamo le nostre voci in questo appello umanitario chiedendo la revoca delle sanzioni economiche imposte al popolo siriano che restano attaccati alla la loro patria e alle civiltà che esistono da migliaia di anni.

Il nostro appello si presenta come un invito a prendere misure straordinarie, decisioni coraggiose, sagge e responsabili che abbiano una dimensione umanitaria basata sulla Carta dei diritti dell’uomo e sul rispetto delle altre convenzioni internazionali, soprattutto affinchè si sollevino le sanzioni economiche contro la Siria.

In questo modo si risponderà alle aspirazioni dei cittadini che cercano di migliorare le loro condizioni di vita. Si aiuterà a rafforzare il loro attaccamento alla terra dei loro antenati e contribuire a ripristinare l’armonia tra tutti i cittadini. Allo stesso modo, si limiterà lo sfruttamento della miseria del popolo siriano da parte di gruppi che non vogliono il bene comune del Paese.

Sarà anche facilitato il nostro lavoro ecclesiale e il lavoro delle organizzazioni umanitarie nel compito di consegnare gli aiuti umanitari, la distribuzione delle medicine e delle attrezzature mediche a chi ne abbia bisogno in tutta la Siria. Il nostro appello raccoglie anche il desiderio di alcuni paesi e organizzazioni umanitarie desiderosi di aiutare il popolo siriano che soffre la gravità della crisi. La cessazione delle sanzioni, contribuirà ad alleviare la sofferenza e affrontare le conseguenze della crisi.

Speriamo che la comunità internazionale risponda all’appello umanitario dei Siri: “Stop l’assedio del popolo siriano! Abolire le sanzioni internazionali contro la Siria e permettere a questa gente di vivere in dignità, che è un diritto fondamentale di tutti i popoli del mondo “.

Damasco, 23 agosto 2016

John X
Patriarca greco-ortodosso

Gregorio III
Patriarca melchita greco-cattolica

Ignazio Aphrem II
Patriarca Siriaco ortodosso[/su_panel]

 

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Incontri di presentazione del libro “Alle porte di Damasco”

Sebastiano Caputo, giornalista del “Giornale” e Direttore del quotidiano on line “L’intelletuale Dissidente” , reduce da un recente viaggio i Siria racconta la sua esperienza e analisi sulla crisi siriana  nel suo libro “Alle porte di Damasco” (Circolo Proudhon Edizioni).

1462508022_13087497_1717651598516570_6711301733791923498_nCrocevia tra Europa, Asia e Africa, civiltà millenaria, terra contesa fin dall’antichità, la Siria è tornata al centro del dibattito politico mediorientale a causa di una
guerra totale che si protrae da più di quattro anni. La sicurezza internazionale passa per la stabilità del Vicino e Medio Oriente, ma in quelle zone calde dove le potenze neocoloniali, lo Stato Islamico e i miliziani Jabhat Al Nusra (gruppo affiliato ad Al Qaeda), hanno il comune obiettivo di alimentare la tensione, vige uno stato di caos e di intrighi diplomatici, il cui snodo è la destabilizzazione del Paese. Alla volontà politica di far cadere il governo siriano, si aggiunge l’eco di una stampa internazionale che fin dall’inizio della crisi non ha fatto altro che delegittimare il Presidente eletto, Bashar Al Assad. Me le maschere sono cascate, una dopo l’altra, anno dopo anno.

L’Osservatorio sulle Comunità Cristiane in Medioriente (OCCMO) ha organizzato insieme al circolo “Beato Carlo d’Asburgo” due incontri di presentazione del libro, come segue:

Voghera, giovedì 30 giugno 2016 – alle ore 21.00,
presso la sala del Milenario in Piazza del Duomo. 3

Pavia, mercoledi 29 giugno 2016 – alle ore 18.00,
presso il collegio universitario “Cairoli”.
L’incontro vedrà la partecipazione, oltre all’autore del libro
anche del giornalista ed inviato di guerra Gian Micalessin. 3

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Una guerra silenziata

Nel silenzio totale dei media occidentali main stream continua il sanguinoso conflitto nello Yemen

Lo Yemen è uno stato del sud della penisola arabica che si affaccia sul Mar Rosso  e sul golfo di Aden . Con la caduta dell’Impero Ottomano la parte settentrionale del paese è diventata indipendente mentre il sud, colonia britannica dal 1839  ha raggiunto l’indipendenza nel 1967, i due Yemen, differenti per civilizzazione e geografia (1), si sono faticosamente unificati nel 1990 sotto il governo di Ali’Abd Allah Saaleh, che governava il Nord del paese dal 1978. La vicenda che oggi insanguina il paese ha origine sostanzialmente con il ramo locale delle “primavere arabe” che nel 2012 costrinse Saaleh a lasciare il potere che comunque venne assunto dal suo vice Abd Rabbih Mansur Hadi.

La stretta collaborazione di Hadi con gli Stati Uniti e con i Sauditi (2), ha provocato la ribellione delle tribù Houthi aderenti alla setta sciita degli Zayditi che avevano partecipato attivamente alla rimozione di Saaleh e sono legate, per affinità religiose, all’Iran. Le milizie Houthi, a partire dal gennaio del 2014 hanno progressivamente assunto il controllo del paese partendo dai loro insediamenti tribali nel nord ed arrivando nel settembre dello stesso anno ad occupare la capitale Saana e alcuni distretti a sud della stessa.  Nel gennaio del 2015 le milizie sciite e reparti dell’esercito yemenita rimasti fedeli all’ex presidente Saaleh, con un colpo di stato hanno costretto alle dimissioni il presidente Hadi e il primo ministro Khalid Bahah . Il presidente deposto si è quindi rifugiato nel sud del Paese, ad Aden, sua città natale e da qui ha smentito di essersi  dimesso e ha proclamato Aden capitale provvisoria accingendosi a riconquistare le province ribelli e dando così il via alla guerra civile nello Yemen. Guerra civile che si è ben presto trasformata in un conflitto internazionale quando nel marzo del 2015 l’Arabia saudita dava vita ad una coalizione di stati arabi comprendente tutti gli stati del golfo, l’Egitto, la Giordania, il Marocco e il Sudan.

La coalizione ha messo in campo un’armata di 150.000 uomini e un centinaio di aerei che avrebbero dovuto stroncare la ribellione Houthi, sostenuta finanziariamente e diplomaticamente dall’Iran, in breve tempo. Ma, come ebbe a dire un valente stratega del passato, i piani non resistono mai al primo giorno di campagna. Le forze saudite che dovevano penetrare da nord nel cuore della regione tribale Houthi vennero arrestate dai guerriglieri sciiti e dall’esercito rimasto fedele al presidente Saaleh che anzi penetrarono in territorio saudita occupando una fascia di terreno e assediando alcune basi militari avanzate dell’esercito di Ryad. A sud gli insorti raggiunsero e occuparono per un breve periodo la stessa Aden, costringendo Hadi a fuggire in Arabia saudita. Le forze della coalizione a questo punto furono costrette ad impiegare nella riconquista della “capitale provvisoria” forze affiliate ad al Quaeda e all’ISIS creando così un ulteriore fronte di cui parleremo più oltre.

Sconfitte sul terreno le forze della coalizione adottarono una politica di bombardamenti indiscriminati sugli insediamenti civili che per altro, come più volte dimostrato non giunsero a fiaccare la resistenza degli insorti. Faticosamente riconquistata Aden, le forze della coalizione, adesso composte sostanzialmente da mercenari di varie Military company occidentali e da non meglio precisate milizie arruolate in Colombia, con una serie di offensive miranti alla riconquista di Saanà e sempre arrestate dalle forze yemenite, sono arrivate faticosamente alla riconquista del nodo stradale di Taiz dove sono rimaste accerchiate dai “ribelli”.

La situazione sul campo, teoricamente congelata dall’avvio di colloqui di pace in Kuwait, nell’aprile scorso,  è attualmente questa: Sul mare continua il blocco da parte della marina egiziana del porto di Hodeida sul Mar rosso. Nel nord gli Insorti controllano tutto il territorio yemenita e una piccola fascia di territorio saudita occupato nel’aprile del 2015(2).  A sud il fronte è fermo intorno alla città di Taiz che è occupata in parte  dalle forze della coalizione che però sono completamente circondate dalle forze fedeli all’ex presidente Saaleh. Tutta l’area desertica del sud Yemen e l’area petrolifera di Marib teoricamente sotto il controllo della coalizione ma in realtà è contesa tra il governo “legale” e le tribù legate ad al Quaeda contro le quali nell’ aprile e maggio scorsi si sono sviluppate numerose offensive dell’esercito regolare. Nella stessa Aden il controllo del governo del presidente  Hadi è aleatorio e si susseguono gli attentati e gli scontri a fuoco con i guerriglieri dell’ISIS fatti affluire dai Sauditi durante le operazioni di riconquista. In alcune province, sia a nord, a sud di Saanà, che nel sud, il controllo del territorio è appannaggio delle tribù locali sunnite che si schierano con l’uno o l’altro dei contendenti a seconda della convenienza.

Alcune considerazioni politiche e di carattere militare si impongono. La guerra nata come guerra civile è ora un conflitto internazionale, sia sul piano dello scontro che oppone Iran e Arabia Saudita per la leadership del mondo musulmano, sia perche agli Yemeniti del vero Yemen, quello del nord , sciiti o sunniti che siano, si oppongono ormai sul campo forze provenienti integralmente da stati esteri. Sul piano politico ha portato al consolidamento dell’alleanza tra l’Egitto di Al Sissi, che pure partecipa alla guerra solo col blocco navale, e Arabia Saudita. Alleanza che trova il suo cemento nell’avere per motivi opposti un comune potente avversario cioè i Fratelli Musulmani(3).

Le forze armate Saudite e degli stati del Golfo hanno dimostrato di essere, ad onta dei loro costosissimi armamenti acquistati, a suon di miliardi di dollari dalle industrie occidentali, delle tigri di carta delle quali l’Iran farebbe un sol boccone nel caso di scontro diretto. Infine che l’occidente adotta sempre più una doppia morale stracciandosi le vesti per i presunti crimini di quelli che considera nemici e passando sotto silenzio quelli reali dei suoi monetariamente fruttuosi alleati.

Scipione Emiliano

1 Lo Yemen settentrionale è un paese montuoso, ricco di corsi d’acqua, erede di una civiltà millenaria, con una popolazione generalmente urbana e dedita all’artigianato e all’agricoltura. Lo Yemen del sud è una creazione britannica attorno al porto di Aden senza confini definiti col deserto dell’Arabia Saudita abitato da tribù nomadi dedite alla pastorizia.

2) L’area è compresa nella provincia dell’Ashir , originariamente facente parte del regno dello Yemen e conquistata dai sauditi negli anni trenta del secolo scorso, è quindi abitata da popolazioni in gran parte yemenite.

3) I fratelli musulmani sono avversari del Governo di Al Sissi che li ha cacciati dal potere con un colpo di stato per ripristinare una struttura “Nasseriana” dell’Egitto. I  Sovrani Sauditi invece li vedono come potenziali avversari nella leadership dell’universo integralista Salafita.

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (quarta parte)

Concludiamo dando uno sguardo alla situazione dei Cristiani nella penisola arabica ed in Iran

YEMEN

La quasi inesistente cristianità yemenita rischia la totale estinzione. Complice la guerra che oppone gli insorti sciiti alla coalizione, guidata dall’Arabia Saudita e che a visto il trasferimento ad opera di quest’ultima di milizie salafite affiliate in gran parte ad Al-Quaeda o a formazioni collaterali, la presenza cristiana, quasi totalmente costituita da immigrati è stata brutalmente cancellata. Il martirio delle 4 suore di Madre Teresa e il rapimento dell’unico sacerdote cattolico presente nel paese ne sono stati l’epilogo tragico. La notizia, sia pure poi fortunatamente smentita, della crocifissione di quest’ultimo, lo scorso Venerdì Santo, da la misura di quanto l’odio anticristiano si sia diffuso nel paese. Paese in cui, anche in tempi precedenti l’attuale conflitto essere cristiani non era facile, tanto che la conversione, avvenuta negli anni, di circa 2500 yemeniti aveva provocato a più riprese la levata di scudi delle autorità religiose musulmane e la richiesta pressante di un intervento governativo, che mettesse fine al fenomeno per quanto modesto.

EMIRATI, KUWAIT, BARHAIN, DUBAI, QUATAR, ABU DABI, OMAN

La situazione dei Cristiani nei paesi del golfo persico è sostanzialmente la stessa. In questi paesi non esistono cristiani autoctoni e la “cristianità” è rappresentata dai lavoratori immigrati, tecnici occidentali e manovalanza dal terzo mondo, dagli uomini d’affari e dai turisti. In tutti questi paesi è teoricamente consentito il culto pubblico, tanto che vi sono state costruite delle chiese, nelle capitali, la dove è maggiore la presenza occidentale. Diversa è la condizione dei cristiani facenti parte della manovalanza terzomondiale ai quali è negato ogni espressione, non tanto principalmente in quanto cristiani ma in quanto manodopera fungibile sostanzialmente priva di diritti a prescindere dalla religione . Certo l’essere cristiani è una discriminante in più. Se è possibile stabilire una graduatoria della tolleranza, il paese con condizioni meno vessatorie è l’Oman la cui famiglia reale non ha abbracciato il credo Wahabita, mentre Kuwait e Quatar si disputano il vertice paesi peggiori.

ARABIA SAUDITA

L’Arabia Saudita può essere definita senza tema di smentita l’inferno terreno per i cristiani, che anche qui sono costituiti da personale tecnico occidentale e da manovalanza o personale di servizio domestico del terzo mondo. Non esistono ed è vietato realizzare edifici di culto diverso dal credo musulmano sunnita, nella sua variante wahabita, introdurre testi sacri di religioni diverse o i loro simboli . La presenza massiccia di tecnici e militari occidentali ha fatto si che venisse tollerato a livello ufficiale il culto strettamente privato. Questo però non impedisce che, se si vive fuori dai ghetti dorati destinati agli occidentali, la polizia religiosa possa intervenire a impedire e sanzionare le riunioni di preghiera o il festeggiamento privato delle ricorrenze cristiane come il Natale e la Pasqua. Il fatto, ad esempio, che un albero di Natale sia visibile dall’esterno dell’abitazione può divenire motivo di intervento della polizia religiosa con conseguente sanzione penale, che data la vigente sharia si concreta in pesanti punizioni corporali. E’ assolutamente vietata la ostentazione di simboli della religione cristiana, ma anche il sospetto che li si porti in modo occulto può essere causa, una volta verificato da detta polizia, di pesanti sanzioni. Va da se che, se di massima la polizia religiosa tenderà a far finta di non vedere inevitabili violazioni minime poste in essere dall’ingegnere minerario inglese o dal militare americano, colpirà con inflessibile durezza il manovale pachistano o la domestica filippina.

IRAN

I cristiani residenti nella Repubblica Islamica dell‘Iran sono una ristretta minoranza. La loro presenza dal 1979 a oggi è andata significativamente riducendosi. All’inizio della Rivoluzione si contavano circa 300.000 cristiani su una popolazione di 42 milioni. Ora sono meno di 100.000 (forse solo 80.000) su una popolazione totale di 78 milioni.
La maggioranza dei cristiani è costituita dalla Chiesa Apostolica Armena (65.000-70.000). Poi viene la Chiesa Assira d’Oriente (6000) e la Chiesa Russa e quella Greco-ortodossa, che contano pochissimi fedeli. I protestanti sono soprattutto membri della Chiesa Episcopaliana, Evangelica e delle Assemblee di Dio. Molti pastori di queste chiese hanno lasciato il Paese e hanno fondato delle comunità che parlano farsi all’estero, in Europa, Usa e Canada. Sono comunità molto attive su internet e sulle tv satellitari, trasmettono in farsi e sono molto seguite anche in Iran. Ed è anche per questo che vengono viste, a differenza delle chiese Armena, Caldea e Cattolica latina, che godono di più ampie libertà, come longa manus del “grande satana” americano e sottoposte a restrizioni al limite della perscuzione.

I cristiani cattolici sono suddivisi in tre riti: assiro-caldeo, armeno e latino, e cinque diocesi (tre di rito assiro-caldeo a Teheran, Urmia-Salmas e Ahwaz, una di rito armeno e una di rito latino).La popolazione cattolica è molto piccola. I due vescovi assiro-caldei sostengono che le loro rispettive comunità hanno tra i 1500 e i 2000 fedeli, mentre i latini, contando anche gli stranieri che lavorano temporaneamente in Iran, sono circa 2000. I cattolici dei tre riti e delle cinque diocesi non superano le 7000 unità, e cioè circa il 10% dell’intera comunità cristiana (ortodossi, cattolici e protestanti) e lo 0.01 della popolazione complessiva dell’Iran. a Chiesa cattolica conta ora 3 vescovi, un amministratore apostolico, 12 preti, 14 suore, due laici consacrati. Le chiese sono 7 a Teheran (una è armena, due sono assiro-calde, 4 latine), poi c’è una chiesa assiro-caldea a Urmia e un’altra a Hamedan, una latina a Isfahan e un’altra latina a Tabriz. Altre chiese delle diocesi assiro-caldee sono state aperte in altre città, come Ahwaz, Qazvin, Kermanshah e altri villaggi che circondano Salmas, ma non vi sono preti e religiosi residenti là, ma solo occasionalmente di passaggio.

Come nella quasi totalità dei paesi a maggioranza musulmana i cristiani iraniani sono riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella burocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro. Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni per il timore di essere accusati di proselitismo. Diversamente da quanto diffusamente si creda però in Iran non vige la Saharia ma una legislazione laica ispirata ai dettami dell’islam e i cristiani possono contare sui diritti conferiti loro dalla costituzione della repubblica il che comunque li mette al riparo dall’arbitrio dell’autorità ma non dal pregiudizio sociale.

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (terza parte)

La situazione in Palestina e Giordania

PALESTINA – ISRAELE

La popolazione cristiana residente in Palestina si pone tra l’1,5 e il 2 per cento del totale . Molti palestinesi cristiani vivono fuori dei confini storici della regione nei paesi confinanti, in Europa e nelle Americhe. Si stima che il totale dei Palestinesi cristiani assommi a circa un milione di individui di cui circa 200.000 vivono in Israele e nei territori occupati. Dal 1947 la percentuale dei cristiani nella regione è andata progressivamente diminuendo dal 9,5 per cento stimato dall’amministrazione britannica al 2 scarso di oggi .

Cittadine come Nazaret e Betlemme che contavano una larga maggioranza di cristiani oggi vedono la presenza residua solo di una consistente minoranza. Tra i Palestinesi sono presenti praticamente tutte le confessioni cristiane tradizionali del vicino oriente. Attorno al 50 per cento appartiene alla Chiesa ortodossa di Gerusalemme, una delle 15 Chiese autocefale. Questa comunità è nota anche come “cristiani arabi ortodossi”, appartenenti alla Chiesa greco-ortodossa. Vi sono anche maroniti, melkiti-cattolici orientali, giacobiti, caldei, cattolici di obbedienza romana, chiamati localmente “Latini”, siro-cattolici, copti ortodossi, copti cattolici, armeni ortodossi, armeni cattolici, quaccheri (Friends Society), metodisti, presbiteriani, anglicani (episcopali), luterani, evangelici, pentecostali, nazareni, Assemblee di Dio, battisti e altri protestanti. La condizione dei cristiani in Palestina non è sostanzialmente differente sia che vivano nella parte ufficialmente israeliana della regione sia che vivano nei cosiddetti territori occupati. Ufficialmente godono di libertà di culto e non soffrono restrizioni per motivi religiosi ma in quanto arabi subiscono le stesse discriminazioni dei loro conterranei musulmani. Recentemente poi il tentativo da parte israeliana di differenziarli dai musulmani sul piano legislativo ha ingenerato ostilità nei loro confronti.

La crescita, nel panorama politico palestinese, di Hamas, formazione legata ai “Fratelli Musulmani” e quindi di orientamento salafita non ha fatto che aggravare la situazione. A Gaza, dove Hamas è dominante, i circa 3000 cristiani residenti conducono una vita difficilissima e se gli appartenenti alle chiese locali o latine sono tollerati, nei confronti degli appartenenti alle confessioni protestanti, visti a torto o a ragione, come conniventi con gli USA e quindi con Israele, si sfiora l’aperta persecuzione. Anche nello stato ebraico, se da parte delle autorità vi è un sostanziale rispetto dei diritti religiosi, nella società stanno crescendo di importanza sette fondamentaliste che vorrebbero depurare la terra di Israele da ogni presenza non ebraica. Di conseguenza si moltiplicano le manifestazioni di ostilità verso le comunità cristiane. Così, negli ultimi anni, sono diventati sempre più frequenti i casi di luoghi di culto cristiani devastati e profanati da coloni ed estremisti ebraici. Dal monastero di Latrun (porte incendiate e scritte blasfeme) al Convento di San Francesco sul Monte Sion (in cui alcuni graffiti hanno definito Gesù un “figlio di puttana”), dalla Chiesa di Nostra Signora (in cui oltre alla scritta “Vendetta” sono stati disegnati anche simboli fallici) al monastero di Beit Gemal (colpito dalle molotov dei terroristi di matrice sionista), alle lapidi devastate da coloni nel cimitero cristiano di Gerusalemme. I casi riportati sono ovviamente soltanto alcuni dei tanti che hanno reso estremamente difficile la vita dei cristiani palestinesi.

GIORDANIA

I Cristiani residenti nel regno Hascemita di Giordania sono per metà di origine palestinese. Sono poi presenti minoranze cristiane profughe dalla Siria e dall’Iraq. Godono di una invidiabile, rispetto alla media dell’area, condizione sia politica che sociale. Questa stabilità, politica e sociale e nella vita comune con i loro concittadini musulmani, è in gran parte dovuta alle pratiche tribali. In Giordania, è la famiglia, piccola o grande (la tribù), ricettacolo dei valori e garante dell’ordine sociale e politico. I cristiani, soprattutto quelli di ceppo giordano, sono suscettibili, tanto quanto certi musulmani, di essere ricettivi a questo discorso di identificazione tribale, in quanto condividono con i musulmani le stesse strutture sociali, e in gran parte gli stessi valori sociali. Valori patriarcali che la solidarietà tra gli individui e le famiglie hanno costruito sulla base di parentela.Un altro motivo per la stabilità della Chiesa giordana è che si è radicata nella sua storia e nel suo impegno per le cause arabe, in primo luogo la causa palestinese. È, con la cristianità siriana e palestinese, una Chiesa araba, libera da ogni nostalgica appartenenza ad un passato ormai trascorso (cananeo, fenicio o faraonico).

Anche se la percentuale dei cristiani non supera il 3 per cento della popolazione giordana, da 200.000 a 220.000 su una popolazione di 6\7.000.000 di abitanti , dobbiamo dire che l’effettiva presenza sociale di cristiani giordani supera di gran lunga questa proporzione. Ad esempio: il 30 per cento dell’economia del paese è nelle mani dei cristiani, e ciò consente loro di utilizzare la bella espressione di “maggioranza qualitativa”. Lo stesso nella “quota” dei cristiani in Parlamento (9%) al Senato (6%) e nel Governo (1 o 2 ministri sono cristiani).

I cristiani giordani appartengono a due importanti Chiese: la Chiesa greco-ortodossa (quasi il 50%) e la Chiesa cattolica (40%), con qualche migliaio di anglicani e luterani, maroniti, siriaci e armeni. L’esodo dei cristiani dall’Iraq ha aumentato il numero di cattolici siriaci e caldei. La Chiesa cattolica, in particolare il ramo latino, che costituisce la maggioranza dei cattolici, eccelle soprattutto per la sua attività didattica. L’alta qualità delle scuole e dei collegi cattolici attira studenti provenienti da famiglie musulmane. Inoltre, la creazione di una Università cattolica in Giordania voluta da Giovanni Paolo II e la cui prima pietra fu posta da Benedetto XVI nel 2009, non ha fatto che rafforzare ed espandere l’influenza educativa della Chiesa cattolica in Giordania. Tuttavia la crescita anche in Giordania dell’influenza dei “Fratelli Musulmani”, presenti soprattutto tra la componente palestinese del popolo, rischia di mettere in crisi questa situazione di sostanziale stabilità.

fine terza parte (la quarta ed ultima parte sarà messa online lunedì 9 maggio)

Massimo Granata – Mario Villani

prima parte

seconda parte

terza parte

 

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (seconda parte)

Vediamo in questa parte la situazione dei nostri Fratelli nella Fede in Siria ed Egitto

SIRIA

La presenza cristiana in Siria è antichissima. Le prime comunità si formarono già pochi decenni dopo la fine della missione terrena di Nostro Signore lasciando innumerevoli segni e testimonianze che sono giunte fino a noi. Basta citare la cittadina di Maaloula, un piccolo centro tra le montagne del Qalamoun non lontano dal confine con il Libano, dove si parla ancora l’aramaico antico, la stessa lingua usata da Gesù, e dove, nella chiesa di Mar Sarkis, vi è il più antico altare del mondo, ricavato direttamente da un’ara pagana.

E’ significativo ricordare che ben tre secoli dopo la conquista araba la maggioranza della popolazione in Siria era ancora cristiana, segno di una Fede profondamente radicata, e che ben sette Papi dei primi secoli erano originari della Siria.

Prima dell’inizio della guerra nel 2011 i Cristiani in Siria erano poco meno di due milioni (pari all’8% della popolazione) ripartiti secondo quel mosaico di Chiese e comunità che è una caratteristica (ed una ricchezza) della Cristianità Orientale. Melchiti (greco-cattolici), Siriaco Cattolici, Armeni Cattolici, Maroniti, Greco Ortodossi, Siriaco ortodossi, Armeni Apostolici ed una piccola comunità di Latini formano insieme una delle realtà cristiane più vive e radicate del mondo arabo e arabizzato.

Fino all’inizio della guerra la situazione dei cristiani in Siria era una delle meno problematiche all’interno del mondo musulmano. Benchè la Costituzione siriana preveda che il Capo dello Stato debba essere un musulmano e indica nel Corano la fonte del diritto, la vita delle comunità cristiane è, di fatto, libera: non vi sono limitazioni giuridiche all’accesso dei Cristiani nei posti pubblici (con l’eccezione del Capo dello Stato) e nelle scuole, il culto esterno è consentito, non vi sono difficoltà nella costruzione o ristrutturazione di chiese che, anzi, spesso viene finanziata dalla stessa autorità pubblica. Questa situazione relativamente felice è la conseguenza di tre fattori: una tradizione di tolleranza nei rapporti tra musulmani e cristiani, la natura nazionalista e laica del partito Bahat al potere, il fatto che il Capo dello Stato sia Alauita, vale a dire appartenga alla corrente islamica più aperta nei confronti dei Cristiani. La situazione ha purtroppo cominciato a deteriorarsi in alcune zone del Paese a partire già dalla fine degli anni ’90 a causa della predicazione di Imam wahabiti (provenienti o finanziati dall’Arabia Saudita) o legati ai Fratelli Musulmani che incitavano all’odio contro i Cristiani e Alauiti, suscitando in alcuni (minoritari) settori della comunità sunnita sentimenti di odio mai precedentemente conosciuti nella società siriana.

Con l’esplodere della guerra che ancora oggi insanguina la Siria la situazione dei Cristiani conosce un radicale peggioramento, soprattutto nelle aree dove dominano o sono attive le formazioni guerrigliere che sono praticamente tutte (e non solo l’ISIS) di ispirazione islamista. Fin dall’inizio del conflitto, nella primavera del 2011, i Cristiani, per la verità insieme ad Alauiti e Sciiti, finiscono nel mirino dei movimenti definiti “ribelli”. Nelle comunità cristiane vengono segnalati numerosi rapimenti (in particolare a Homs e nelle zone rurali intorno ad Aleppo e Idleb), alcuni dei rapiti vengono rilasciati dopo il pagamento di un riscatto, altri vengono uccisi. Le aree intorno ad Aleppo divengono particolarmente pericolose a causa di posti di blocco volanti organizzati dai guerriglieri. A questi posti di blocco vengono spesso fermati degli autobus, fatti scendere i passeggeri e divisi per appartenenza religiosa. I sunniti vengono di norma rilasciati, mentre cristiani e alauiti sono uccisi sul posto o rapiti.

Anche numerosi sacerdoti sono vittime delle crescenti violenze islamiste. Nel mese di ottobre 2012, vicino a Damasco, viene rapito e sgozzato padre Fadi Haddad, un parroco greco ortodosso che stava trattando la liberazione di un medico cristiano suo parrocchiano portato via da uomini armati pochi giorni prima. Il 9 febbraio 2013 vengono rapiti due sacerdoti vicino ad Aleppo, padre Michel Kayyal e padre Maher Mahfouz, mentre il loro autista, il diacono Fatha Kabboud, viene ucciso. Il successivo 22 aprile, due Vescovi, Boulos Yazigi greco ortodosso e Yohanna Ibrahim siro-ortodosso, vengono a loro volta rapiti mentre stanno trattando con i guerriglieri proprio la liberazione dei due sacerdoti. Nessuno di loro ha più fatto ritorno a casa. Nel luglio 2013, presumibilmente a Raqqa, scompare un sacerdote italiano, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fondatore del Convento di Mar Moussa.

Nel maggio 2013 viene attaesecuzioneccato dai ribelli dell’ASL il villaggio cristiano di El Duwair ed i suoi abitanti che non riescono a fuggire finiscono trucidati in maniera orribile. Nel settembre 2013, in segno di risposta all’appello alla preghiera per la Siria da parte del santo Padre, i terroristi del Fronte Al Nusra attaccano, al grido “siamo qui per prendervi adoratori della croce!”, la simbolica cittadina di Maalula. Le chiese vengono devastate, alcuni abitanti catturati, complessivamente una ventina, sono uccisi per il loro rifiuto di convertirsi all’Islam, gli altri fuggono abbandonando le proprie case al saccheggio.

Nel mese di giugno del 2013 sempre i terroristi del Fronte al Nusra occupano il villaggio cristiano di Gassanhiè, compendo numerose violenze e costringendo gli abitanti a scegliere tra la conversione la fuga. Tra gli altri viene sgozzato padre Francoise Murad, il parroco del villaggio che aveva tentato di difendere e aiutare i suoi parrocchiani. Episodi di violenza contro i Cristiani si segnalano in tutta la valle dell’Oronte dove vi sono numerosi villaggi cristiani.

Intanto a Homs vengono profanate e devastate praticamente tutte le chiese e nell’aprile del 2014 viene assassinato padre Frans Der Lugt un sacerdote gesuita olandese di settantacinque anni che ha prestato per quarant’anni il suo servizio pastorale in Siria proprio nella città di Homs.

A partire dal 2014 in molte aree della Siria dilagano le bande armate che fanno capo all’ISIS e nelle zone da loro occupate la situazione dei cristiani diventa ancora più tragica. Crocefissioni e decapitazioni vengono segnalate sia da Raqqa che da Deir Ezzor dove tutte le chiese vengono distrutte o trasformate in edifici utilizzati dai terroristi talvolta addirittura come tribunali. Le reali dimensioni di tali violenze non sono ancora oggi misurabili perchè queste zone sono ancora sotto il controllo dell’ISIS. Le fosse comuni che proprio in queste ore si stanno scoprendo nella città di Palmira, da pochissimo ripresa dall’esercito siriano, autorizzano le più fosche previsioni.

Nel mese di marzo 2014 bande armate provenienti dalla Turchia attaccano e conquistano la cittadina armena di Kessab e molti abitanti vengono trucidati. Quando, due mesi dopo, l’esercito siriano riuscirà a riprendere il controllo della città la troverà completamente devastata: case distrutte e depredate, chiese sfregiate, spezzate tutte le croci ed addirittura profanata la tomba di un sacerdote.

All’inizio del 2015 le milizie dell’ISIS attaccano i villaggi assiri della regione di Hassakà (nord est della Siria) i cui abitanti si erano rifiutati di eliminare le croci dalle loro chiese. Centinaia di persone, comprese donne e bambini, vengono rapite. Alcune saranno successivamente uccise, di altre ancora oggi si ignora la sorte. Sempre miliziani dell’ISIS assediano il centro cristiano di Saddad in provincia di Homs, strenuamente difeso dall’esercito e da una milizia locale, e riescono ad assassinare quarantacinque abitanti. In un caso tutti i membri di una famiglia (tra cui due adolescenti e tre dei loro nonni) vengono gettati dentro ad un pozzo. (1)

Queste diffuse ed efferate violenze hanno costretto decine di migliaia di Cristiani, ad oggi si calcola circa 450.000 ad abbandonare le loro case ed a rifugiarsi in zone più sicure o all’estero. E’ doveroso sottolineare il fatto che i Cristiani non sono stati le uniche vittime delle violenze dell’ISIS e delle altre formazioni islamiste. Alauiti, Sciiti e in genere appartenenti alle comunità religiose minoritarie hanno pagato un prezzo altissimo alle violenze estremiste in molti casi addirittura superiore a quello pagato dai cristiani. Questo dimostra come l’attacco portato alla Siria non miri semplicemente ad abbatterne il regime, ma a distruggerne il tessuto multiconfessionale per trasformarla in uno stato dominato da una visione toralitaria dell’Islam simile a quella che soffoca l’Arabia Saudita e che si sta impadronendo della Turchia.

EGITTO

La principale comunità cristiana dell’Egitto è la chiesa Copta, separatesi dall’ecumene Cattolica dopo il concilio di Calcedonia. I Copti, contrazione linguistica di Aegupti, sono gli Egizi originari e parlavano una lingua propria semitica oggi relegata dall’arabo al solo utilizzo liturgico. La loro consistenza numerica oscilla dal sei o sette per cento della popolazione, riconosciuto dalle fonti ufficiali governative, al dieci\quattordici per cento reclamato dalla comunità. Questa notevole differenza di stima è dovuta in parte alla diaspora in parte al fatto che, vista la perdurante condizione sociale sfavorevole dei non musulmani, molti cristiani non si qualificano come tali. La chiesa Copta ha una propria gerarchia con al vertice il Patriarca di Alessandria, il Papa dei Copti, carica ricoperta, dal 17 marzo del 2012, da Teodoro II. A fianco della chiesa Copta “ortodossa” troviamo una minoritaria Chiesa Copta uniate che riconosce l’autorità del Vescovo di Roma e i dogmi della Chiesa Cattolica. Sono altresì presenti variegate confessioni protestanti che prese singolarmente sono statisticamente irrilevanti. I Copti egiziani sono stati una comunità storicamente oppressa tranne che nel periodo che va dalla fine dell’ottocento alla rivoluzione nasseriana. In questo periodo, grazie sostanzialmente al protettorato europeo sull’Egitto, la comunità ebbe un ampio sviluppo economico e una vasta rappresentanza nell’amministrazione civile del paese. Con l’instaurazione della repubblica, l’ideologia di socialismo nazionale che ne sottintendeva i fondamenti giuridici portò alla nazionalizzazione delle attività economiche e alla epurazione dei funzionari già fedeli alla monarchia. Con il conseguente esodo delle famiglie facoltose e il ritorno nella condizione di cittadini di rango inferiore degli altri.

Se pure giuridicamente non rilevante l’essere cristiani nell’Egitto repubblicano divenne fonte di discriminazione quando non di persecuzione. Bisogna dire che a questo contribuì, se pur non in maniera determinante, la copertura che alcuni ambienti protestanti egiziani dettero alle attività dei servizi israeliani nel paese e l’avventura Anglo\Francese di Suez . La persecuzione ebbe il suo picco negli anni della presidenza Sadat quando il presidente, a seguito delle proteste per un attentato che aveva provocato, tra i copti, 17 morti e centinaia di feriti, aveva ordinato a Papa Shenuda III, il capo della Chiesa ortodossa copta, di ritirarsi in esilio nel monastero di San Bishoi. In aggiunta, otto vescovi, 24 sacerdoti e molti altri eminenti personalità copte furono posti agli arresti. Sadat sostituì la gerarchia ecclesiastica con un Comitato di 5 vescovi e considerò Papa Shenuda come fosse stato deposto. Dopo la morte di Sadat, sotto la presidenza Mubarak le condizioni sono leggermente migliorate dal punto di vista ufficiale ma non nella prassi sociale. Circa tre anni dopo l’assassinio di Sadat, il Presidente richiamò dall’esilio Papa Shenuda III d’Alessandria. Il 2 gennaio 1985 questi tornò al Cairo per celebrare la festività natalizia del 7 gennaio, e la folla che lo accolse fu valutata in più di 10.000 persone. Nonostante diverse limitazioni religiose che il governo ha mantenuto e le vessazioni subite dai gruppi islamici più radicali, i cristiani copti hanno goduto di diritti umani e religiosi relativamente migliori sotto Mubarak, con la loro festività del 7 gennaio riconosciuta come festività nazionale nel 2002. Le forme di discriminazione più rilevanti riguardano, come nella maggior parte dei paesi islamici, l’accesso alle cariche pubbliche e agli alti gradi delle forze armate, la possibilità di costruire luoghi di culto e di restaurare gli esistenti anche quando rappresentino monumenti artisticamente e storicamente rilevanti. In Egitto ad esempio la costruzione di nuove chiese era libera purché questa avvenisse ad una determinata distanza da una moschea. Per cui bastava che un imam aprisse una moschea in un locale situato vicino a dove doveva sorgere la nuova chiesa perché la licenza di costruzione venisse revocata. Per i restauri invece, le lungaggini della burocrazia per avere la licenza per attuare i lavori, lungaggini spesso giustificate derisoriamente con la necessità di preservare il valore artistico del monumento, rendevano la cosa quasi impossibile. Ben più grave poi era ed è la pratica, formalmente illegale ma ampiamente tollerata , del rapimento di ragazze cristiane per darle in sposa a musulmani. Su questa pratica odiosa è stato pubblicato, nel 2009, un rapporto sul fenomeno del rapimento di ragazze copte da parte di uomini musulmani. Il documento s’intitola «La scomparsa, la conversione forzata e i matrimoni forzati delle donne cristiane copte in Egitto» ed è stato redatto da Michele Clark (docente di Tratta di esseri umani alla George Washington University) e Nadia Ghaly, avvocata copta.

Negli ultimi anni della presidenza Mubarak poi, la crescita nella società egiziana dell’influenza dei Fratelli Musulmani, formalmente al bando ma presenti in tutti gangli della società civile e dello stato, ha portato ad una radicalizzazione di una parte della popolazione e al moltiplicarsi delle aggressioni contro i cristiani culminate negli assalti periodicamente perpetrati ai danni dei fedeli in uscita dalle chiese tra cui quello sanguinosissimo perpetrato il primo gennaio del 2011 ad Alessandria d’Egitto quando un integralista musulmano si è fatto esplodere dinanzi alla Chiesa copta dei Santi, nel quartiere di Sidi Bishr, causando la morte di 23 fedeli copti e il ferimento di numerosi altri che partecipavano ad una tradizionale cerimonia religiosa per l’anno nuovo.Dopo la caduta di Mubarak a seguito della cosiddetta primavera araba il vento persecutorio ha assunto i crismi dell’ufficialità con il tentativo dei Fratelli Musulmani andati al potere di imporre al paese la shari?a come legge fondamentale. Il colpo di stato del Generale Al Sisi ha fortunatamente interrotto questo processo e la messa al bando, questa volta effettiva dei Fratelli Musulmani, ha dato speranza alle comunità cristiane in special modo alla chiesa Copta “ortodossa”. Durante la sua presidenza è notevolmente cresciuta la libertà di religione e sono migliorate le condizioni di vita dei cristiani e dei non religiosi e sono state rimosse quasi tutte le discriminazioni ai danni dei non musulmani. Tra i provvedimenti presi dal nuovo governo c’è la liberalizzazione effettiva della costruzione di nuove chiese e il contributo statale al restauro delle esistenti. Al Sisi poi è stato il primo capo di Stato in tutta la storia dell’Egitto a partecipare alla festività natalizia del 7 gennaio (secondo il calendario copto) durante la quale ha tenuto un discorso, affiancato da papa Teodoro II di Alessandria, chiedendo l’unità degli egiziani e augurando ai cristiani un buon Natale.

Va da se che non ostante la volontà del nuovo governo di crearsi una base di consenso, tra le componenti ostili ai salafiti della società egiziana, il novo corso per ora riguarda il centro, le grandi città come il Cairo e Alessandria. Nelle città di provincia e nelle campagne, aree dove l’estremismo islamico ha trovato consenso la vita dei cristiani è ancora difficile. Lo testimoniano le denunce che si susseguono di aggressioni e soprusi spesso ignorate dalle autorità locali.

1) solo dopo la fine della stesura dell’articolo sono giunte le tremende notizie sul massacro, da parte dell’ISIS,  di oltre venti Cristiani a Quryateen, poco prima che la città venisse ripresa dalle truppe regolari siriane.

Fine seconda parte  

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

 

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