Cristiani d’Oriente

Appello dei patriarchi per la cessazione dell’ambargo contro il popolo siriano

L’embargo è particolarmente iniquo. Contrariamente a quello che si può pensare non è indirizzato solo contro il governo (che comunque, non è alle prese con ‘i manifestanti’ ma con i terroristi) ma colpisce sopratutto i comuni cittadini siriani, è di ieri un ennesimo appello da parte dei vescovi:

Anche se i principali obiettivi dell’imposizione delle sanzioni sono politiche, esse hanno colpito soprattutto la vita di tutto il popolo siriano, in particolare la parte più povera e la disponibilità del lavoro la cui capacità di sopperire ai loro bisogni quotidiani di base come il cibo e le cure mediche è fortemente ridotta. Nonostante la risolutezza dimostrata dal popolo siriano di fronte alla crisi, la situazione sociale sta peggiorando e la povertà e la sofferenza sono in costante aumento.

Pertanto, noi, i tre Patriarchi residenti a Damasco che uniti abbiamo raccolto la sofferenza del popolo di Siria, di tutte le religioni e denominazioni, alziamo le nostre voci in questo appello umanitario chiedendo la revoca delle sanzioni economiche imposte al popolo siriano che restano attaccati alla la loro patria e alle civiltà che esistono da migliaia di anni.

Il nostro appello si presenta come un invito a prendere misure straordinarie, decisioni coraggiose, sagge e responsabili che abbiano una dimensione umanitaria basata sulla Carta dei diritti dell’uomo e sul rispetto delle altre convenzioni internazionali, soprattutto affinchè si sollevino le sanzioni economiche contro la Siria.

In questo modo si risponderà alle aspirazioni dei cittadini che cercano di migliorare le loro condizioni di vita. Si aiuterà a rafforzare il loro attaccamento alla terra dei loro antenati e contribuire a ripristinare l’armonia tra tutti i cittadini. Allo stesso modo, si limiterà lo sfruttamento della miseria del popolo siriano da parte di gruppi che non vogliono il bene comune del Paese.

Sarà anche facilitato il nostro lavoro ecclesiale e il lavoro delle organizzazioni umanitarie nel compito di consegnare gli aiuti umanitari, la distribuzione delle medicine e delle attrezzature mediche a chi ne abbia bisogno in tutta la Siria. Il nostro appello raccoglie anche il desiderio di alcuni paesi e organizzazioni umanitarie desiderosi di aiutare il popolo siriano che soffre la gravità della crisi. La cessazione delle sanzioni, contribuirà ad alleviare la sofferenza e affrontare le conseguenze della crisi.

Speriamo che la comunità internazionale risponda all’appello umanitario dei Siri: “Stop l’assedio del popolo siriano! Abolire le sanzioni internazionali contro la Siria e permettere a questa gente di vivere in dignità, che è un diritto fondamentale di tutti i popoli del mondo “.

Damasco, 23 agosto 2016

John X
Patriarca greco-ortodosso

Gregorio III
Patriarca melchita greco-cattolica

Ignazio Aphrem II
Patriarca Siriaco ortodosso[/su_panel]

 

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Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (seconda parte)

Vediamo in questa parte la situazione dei nostri Fratelli nella Fede in Siria ed Egitto

SIRIA

La presenza cristiana in Siria è antichissima. Le prime comunità si formarono già pochi decenni dopo la fine della missione terrena di Nostro Signore lasciando innumerevoli segni e testimonianze che sono giunte fino a noi. Basta citare la cittadina di Maaloula, un piccolo centro tra le montagne del Qalamoun non lontano dal confine con il Libano, dove si parla ancora l’aramaico antico, la stessa lingua usata da Gesù, e dove, nella chiesa di Mar Sarkis, vi è il più antico altare del mondo, ricavato direttamente da un’ara pagana.

E’ significativo ricordare che ben tre secoli dopo la conquista araba la maggioranza della popolazione in Siria era ancora cristiana, segno di una Fede profondamente radicata, e che ben sette Papi dei primi secoli erano originari della Siria.

Prima dell’inizio della guerra nel 2011 i Cristiani in Siria erano poco meno di due milioni (pari all’8% della popolazione) ripartiti secondo quel mosaico di Chiese e comunità che è una caratteristica (ed una ricchezza) della Cristianità Orientale. Melchiti (greco-cattolici), Siriaco Cattolici, Armeni Cattolici, Maroniti, Greco Ortodossi, Siriaco ortodossi, Armeni Apostolici ed una piccola comunità di Latini formano insieme una delle realtà cristiane più vive e radicate del mondo arabo e arabizzato.

Fino all’inizio della guerra la situazione dei cristiani in Siria era una delle meno problematiche all’interno del mondo musulmano. Benchè la Costituzione siriana preveda che il Capo dello Stato debba essere un musulmano e indica nel Corano la fonte del diritto, la vita delle comunità cristiane è, di fatto, libera: non vi sono limitazioni giuridiche all’accesso dei Cristiani nei posti pubblici (con l’eccezione del Capo dello Stato) e nelle scuole, il culto esterno è consentito, non vi sono difficoltà nella costruzione o ristrutturazione di chiese che, anzi, spesso viene finanziata dalla stessa autorità pubblica. Questa situazione relativamente felice è la conseguenza di tre fattori: una tradizione di tolleranza nei rapporti tra musulmani e cristiani, la natura nazionalista e laica del partito Bahat al potere, il fatto che il Capo dello Stato sia Alauita, vale a dire appartenga alla corrente islamica più aperta nei confronti dei Cristiani. La situazione ha purtroppo cominciato a deteriorarsi in alcune zone del Paese a partire già dalla fine degli anni ’90 a causa della predicazione di Imam wahabiti (provenienti o finanziati dall’Arabia Saudita) o legati ai Fratelli Musulmani che incitavano all’odio contro i Cristiani e Alauiti, suscitando in alcuni (minoritari) settori della comunità sunnita sentimenti di odio mai precedentemente conosciuti nella società siriana.

Con l’esplodere della guerra che ancora oggi insanguina la Siria la situazione dei Cristiani conosce un radicale peggioramento, soprattutto nelle aree dove dominano o sono attive le formazioni guerrigliere che sono praticamente tutte (e non solo l’ISIS) di ispirazione islamista. Fin dall’inizio del conflitto, nella primavera del 2011, i Cristiani, per la verità insieme ad Alauiti e Sciiti, finiscono nel mirino dei movimenti definiti “ribelli”. Nelle comunità cristiane vengono segnalati numerosi rapimenti (in particolare a Homs e nelle zone rurali intorno ad Aleppo e Idleb), alcuni dei rapiti vengono rilasciati dopo il pagamento di un riscatto, altri vengono uccisi. Le aree intorno ad Aleppo divengono particolarmente pericolose a causa di posti di blocco volanti organizzati dai guerriglieri. A questi posti di blocco vengono spesso fermati degli autobus, fatti scendere i passeggeri e divisi per appartenenza religiosa. I sunniti vengono di norma rilasciati, mentre cristiani e alauiti sono uccisi sul posto o rapiti.

Anche numerosi sacerdoti sono vittime delle crescenti violenze islamiste. Nel mese di ottobre 2012, vicino a Damasco, viene rapito e sgozzato padre Fadi Haddad, un parroco greco ortodosso che stava trattando la liberazione di un medico cristiano suo parrocchiano portato via da uomini armati pochi giorni prima. Il 9 febbraio 2013 vengono rapiti due sacerdoti vicino ad Aleppo, padre Michel Kayyal e padre Maher Mahfouz, mentre il loro autista, il diacono Fatha Kabboud, viene ucciso. Il successivo 22 aprile, due Vescovi, Boulos Yazigi greco ortodosso e Yohanna Ibrahim siro-ortodosso, vengono a loro volta rapiti mentre stanno trattando con i guerriglieri proprio la liberazione dei due sacerdoti. Nessuno di loro ha più fatto ritorno a casa. Nel luglio 2013, presumibilmente a Raqqa, scompare un sacerdote italiano, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fondatore del Convento di Mar Moussa.

Nel maggio 2013 viene attaesecuzioneccato dai ribelli dell’ASL il villaggio cristiano di El Duwair ed i suoi abitanti che non riescono a fuggire finiscono trucidati in maniera orribile. Nel settembre 2013, in segno di risposta all’appello alla preghiera per la Siria da parte del santo Padre, i terroristi del Fronte Al Nusra attaccano, al grido “siamo qui per prendervi adoratori della croce!”, la simbolica cittadina di Maalula. Le chiese vengono devastate, alcuni abitanti catturati, complessivamente una ventina, sono uccisi per il loro rifiuto di convertirsi all’Islam, gli altri fuggono abbandonando le proprie case al saccheggio.

Nel mese di giugno del 2013 sempre i terroristi del Fronte al Nusra occupano il villaggio cristiano di Gassanhiè, compendo numerose violenze e costringendo gli abitanti a scegliere tra la conversione la fuga. Tra gli altri viene sgozzato padre Francoise Murad, il parroco del villaggio che aveva tentato di difendere e aiutare i suoi parrocchiani. Episodi di violenza contro i Cristiani si segnalano in tutta la valle dell’Oronte dove vi sono numerosi villaggi cristiani.

Intanto a Homs vengono profanate e devastate praticamente tutte le chiese e nell’aprile del 2014 viene assassinato padre Frans Der Lugt un sacerdote gesuita olandese di settantacinque anni che ha prestato per quarant’anni il suo servizio pastorale in Siria proprio nella città di Homs.

A partire dal 2014 in molte aree della Siria dilagano le bande armate che fanno capo all’ISIS e nelle zone da loro occupate la situazione dei cristiani diventa ancora più tragica. Crocefissioni e decapitazioni vengono segnalate sia da Raqqa che da Deir Ezzor dove tutte le chiese vengono distrutte o trasformate in edifici utilizzati dai terroristi talvolta addirittura come tribunali. Le reali dimensioni di tali violenze non sono ancora oggi misurabili perchè queste zone sono ancora sotto il controllo dell’ISIS. Le fosse comuni che proprio in queste ore si stanno scoprendo nella città di Palmira, da pochissimo ripresa dall’esercito siriano, autorizzano le più fosche previsioni.

Nel mese di marzo 2014 bande armate provenienti dalla Turchia attaccano e conquistano la cittadina armena di Kessab e molti abitanti vengono trucidati. Quando, due mesi dopo, l’esercito siriano riuscirà a riprendere il controllo della città la troverà completamente devastata: case distrutte e depredate, chiese sfregiate, spezzate tutte le croci ed addirittura profanata la tomba di un sacerdote.

All’inizio del 2015 le milizie dell’ISIS attaccano i villaggi assiri della regione di Hassakà (nord est della Siria) i cui abitanti si erano rifiutati di eliminare le croci dalle loro chiese. Centinaia di persone, comprese donne e bambini, vengono rapite. Alcune saranno successivamente uccise, di altre ancora oggi si ignora la sorte. Sempre miliziani dell’ISIS assediano il centro cristiano di Saddad in provincia di Homs, strenuamente difeso dall’esercito e da una milizia locale, e riescono ad assassinare quarantacinque abitanti. In un caso tutti i membri di una famiglia (tra cui due adolescenti e tre dei loro nonni) vengono gettati dentro ad un pozzo. (1)

Queste diffuse ed efferate violenze hanno costretto decine di migliaia di Cristiani, ad oggi si calcola circa 450.000 ad abbandonare le loro case ed a rifugiarsi in zone più sicure o all’estero. E’ doveroso sottolineare il fatto che i Cristiani non sono stati le uniche vittime delle violenze dell’ISIS e delle altre formazioni islamiste. Alauiti, Sciiti e in genere appartenenti alle comunità religiose minoritarie hanno pagato un prezzo altissimo alle violenze estremiste in molti casi addirittura superiore a quello pagato dai cristiani. Questo dimostra come l’attacco portato alla Siria non miri semplicemente ad abbatterne il regime, ma a distruggerne il tessuto multiconfessionale per trasformarla in uno stato dominato da una visione toralitaria dell’Islam simile a quella che soffoca l’Arabia Saudita e che si sta impadronendo della Turchia.

EGITTO

La principale comunità cristiana dell’Egitto è la chiesa Copta, separatesi dall’ecumene Cattolica dopo il concilio di Calcedonia. I Copti, contrazione linguistica di Aegupti, sono gli Egizi originari e parlavano una lingua propria semitica oggi relegata dall’arabo al solo utilizzo liturgico. La loro consistenza numerica oscilla dal sei o sette per cento della popolazione, riconosciuto dalle fonti ufficiali governative, al dieci\quattordici per cento reclamato dalla comunità. Questa notevole differenza di stima è dovuta in parte alla diaspora in parte al fatto che, vista la perdurante condizione sociale sfavorevole dei non musulmani, molti cristiani non si qualificano come tali. La chiesa Copta ha una propria gerarchia con al vertice il Patriarca di Alessandria, il Papa dei Copti, carica ricoperta, dal 17 marzo del 2012, da Teodoro II. A fianco della chiesa Copta “ortodossa” troviamo una minoritaria Chiesa Copta uniate che riconosce l’autorità del Vescovo di Roma e i dogmi della Chiesa Cattolica. Sono altresì presenti variegate confessioni protestanti che prese singolarmente sono statisticamente irrilevanti. I Copti egiziani sono stati una comunità storicamente oppressa tranne che nel periodo che va dalla fine dell’ottocento alla rivoluzione nasseriana. In questo periodo, grazie sostanzialmente al protettorato europeo sull’Egitto, la comunità ebbe un ampio sviluppo economico e una vasta rappresentanza nell’amministrazione civile del paese. Con l’instaurazione della repubblica, l’ideologia di socialismo nazionale che ne sottintendeva i fondamenti giuridici portò alla nazionalizzazione delle attività economiche e alla epurazione dei funzionari già fedeli alla monarchia. Con il conseguente esodo delle famiglie facoltose e il ritorno nella condizione di cittadini di rango inferiore degli altri.

Se pure giuridicamente non rilevante l’essere cristiani nell’Egitto repubblicano divenne fonte di discriminazione quando non di persecuzione. Bisogna dire che a questo contribuì, se pur non in maniera determinante, la copertura che alcuni ambienti protestanti egiziani dettero alle attività dei servizi israeliani nel paese e l’avventura Anglo\Francese di Suez . La persecuzione ebbe il suo picco negli anni della presidenza Sadat quando il presidente, a seguito delle proteste per un attentato che aveva provocato, tra i copti, 17 morti e centinaia di feriti, aveva ordinato a Papa Shenuda III, il capo della Chiesa ortodossa copta, di ritirarsi in esilio nel monastero di San Bishoi. In aggiunta, otto vescovi, 24 sacerdoti e molti altri eminenti personalità copte furono posti agli arresti. Sadat sostituì la gerarchia ecclesiastica con un Comitato di 5 vescovi e considerò Papa Shenuda come fosse stato deposto. Dopo la morte di Sadat, sotto la presidenza Mubarak le condizioni sono leggermente migliorate dal punto di vista ufficiale ma non nella prassi sociale. Circa tre anni dopo l’assassinio di Sadat, il Presidente richiamò dall’esilio Papa Shenuda III d’Alessandria. Il 2 gennaio 1985 questi tornò al Cairo per celebrare la festività natalizia del 7 gennaio, e la folla che lo accolse fu valutata in più di 10.000 persone. Nonostante diverse limitazioni religiose che il governo ha mantenuto e le vessazioni subite dai gruppi islamici più radicali, i cristiani copti hanno goduto di diritti umani e religiosi relativamente migliori sotto Mubarak, con la loro festività del 7 gennaio riconosciuta come festività nazionale nel 2002. Le forme di discriminazione più rilevanti riguardano, come nella maggior parte dei paesi islamici, l’accesso alle cariche pubbliche e agli alti gradi delle forze armate, la possibilità di costruire luoghi di culto e di restaurare gli esistenti anche quando rappresentino monumenti artisticamente e storicamente rilevanti. In Egitto ad esempio la costruzione di nuove chiese era libera purché questa avvenisse ad una determinata distanza da una moschea. Per cui bastava che un imam aprisse una moschea in un locale situato vicino a dove doveva sorgere la nuova chiesa perché la licenza di costruzione venisse revocata. Per i restauri invece, le lungaggini della burocrazia per avere la licenza per attuare i lavori, lungaggini spesso giustificate derisoriamente con la necessità di preservare il valore artistico del monumento, rendevano la cosa quasi impossibile. Ben più grave poi era ed è la pratica, formalmente illegale ma ampiamente tollerata , del rapimento di ragazze cristiane per darle in sposa a musulmani. Su questa pratica odiosa è stato pubblicato, nel 2009, un rapporto sul fenomeno del rapimento di ragazze copte da parte di uomini musulmani. Il documento s’intitola «La scomparsa, la conversione forzata e i matrimoni forzati delle donne cristiane copte in Egitto» ed è stato redatto da Michele Clark (docente di Tratta di esseri umani alla George Washington University) e Nadia Ghaly, avvocata copta.

Negli ultimi anni della presidenza Mubarak poi, la crescita nella società egiziana dell’influenza dei Fratelli Musulmani, formalmente al bando ma presenti in tutti gangli della società civile e dello stato, ha portato ad una radicalizzazione di una parte della popolazione e al moltiplicarsi delle aggressioni contro i cristiani culminate negli assalti periodicamente perpetrati ai danni dei fedeli in uscita dalle chiese tra cui quello sanguinosissimo perpetrato il primo gennaio del 2011 ad Alessandria d’Egitto quando un integralista musulmano si è fatto esplodere dinanzi alla Chiesa copta dei Santi, nel quartiere di Sidi Bishr, causando la morte di 23 fedeli copti e il ferimento di numerosi altri che partecipavano ad una tradizionale cerimonia religiosa per l’anno nuovo.Dopo la caduta di Mubarak a seguito della cosiddetta primavera araba il vento persecutorio ha assunto i crismi dell’ufficialità con il tentativo dei Fratelli Musulmani andati al potere di imporre al paese la shari?a come legge fondamentale. Il colpo di stato del Generale Al Sisi ha fortunatamente interrotto questo processo e la messa al bando, questa volta effettiva dei Fratelli Musulmani, ha dato speranza alle comunità cristiane in special modo alla chiesa Copta “ortodossa”. Durante la sua presidenza è notevolmente cresciuta la libertà di religione e sono migliorate le condizioni di vita dei cristiani e dei non religiosi e sono state rimosse quasi tutte le discriminazioni ai danni dei non musulmani. Tra i provvedimenti presi dal nuovo governo c’è la liberalizzazione effettiva della costruzione di nuove chiese e il contributo statale al restauro delle esistenti. Al Sisi poi è stato il primo capo di Stato in tutta la storia dell’Egitto a partecipare alla festività natalizia del 7 gennaio (secondo il calendario copto) durante la quale ha tenuto un discorso, affiancato da papa Teodoro II di Alessandria, chiedendo l’unità degli egiziani e augurando ai cristiani un buon Natale.

Va da se che non ostante la volontà del nuovo governo di crearsi una base di consenso, tra le componenti ostili ai salafiti della società egiziana, il novo corso per ora riguarda il centro, le grandi città come il Cairo e Alessandria. Nelle città di provincia e nelle campagne, aree dove l’estremismo islamico ha trovato consenso la vita dei cristiani è ancora difficile. Lo testimoniano le denunce che si susseguono di aggressioni e soprusi spesso ignorate dalle autorità locali.

1) solo dopo la fine della stesura dell’articolo sono giunte le tremende notizie sul massacro, da parte dell’ISIS,  di oltre venti Cristiani a Quryateen, poco prima che la città venisse ripresa dalle truppe regolari siriane.

Fine seconda parte  

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

 

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (prima parte)

2014819112250_Chi-e-Al-Baghdadi-il-carnefice-dei-cristiani-d-Iraq_h_partbLa serie di conflitti e le tensioni che stanno sconvolgendo praticamente tutti i Paesi del Vicino Oriente arabo pongono degli inquietanti interrogativi sul futuro delle comunità cristiane che vi risiedono. Si tratta di quasi venti milioni di individui appartenenti a Chiese che risalgono ai primi anni della Cristianità, fondate da uomini che ebbero la fortuna di conoscere personalmente Gesù e di ascoltare dalla sua viva voce gli insegnamenti evangelici. Le stesse pietre lo gridano: dal santo Sepolcro alla cittadina siriana di Maalula, dove si parla ancora l’aramaico antico, da Cana a Sidone, il punto più a nord raggiunto dal Cristo per predicare, ovunque emergono i segni delle origini stessa di quella Chiesa che oggi è diffusa in tutto il mondo.

Oggi però su queste comunità, che hanno vissuto mille e quattrocento anni a diretto contatto con il mondo islamico, incombe la minaccia, in molti casi già concretizzatasi, di essere costrette a scegliere tra l’abbandonare le proprie case e fuggire in Occidente o morire. Malgrado tutto la volontà di resistere è ancora forte, ben rappresentata dalle parole del Patriarca Greco Ortodosso di Antiochia, Jouhanna Yazidi, “ non risparmieremo alcuno sforzo per difendere le nostre terre. Le nostre campane continueranno a suonare finchè ci sarà sangue nelle nelle nostre vene”. Una volontà che dovrebbe scuotere le coscienze del mondo intero, ma che per il momento ha raccolto solo qualche parola di retorica commozione.

Vediamo alcune delle situazioni più drammatiche.

IRAQ

Le comunità cristiane che vivono in Iraq sono sicuramente quelle che hanno pagato il prezzo più alto in conseguenza delle tensioni e delle guerre che divampano in Medio Oriente.

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Nel paese mesopotamico il Cristianesimo ha radici antiche e vi sono sia Cattolici che Ortodossi. Le principali comunità cattoliche sono quella Caldea, la più importante numericamente, quella Greco Cattolica (Melchita), quella Armena Cattolica e quella Siriaco cattolica. Tra le comunità ortodosse la più importante è quella siriaco ortodossa. Vi è poi una comunità, quella Assira, che non è ascrivibile né alla Cattolicità né all’Ortodossia perchè riconosce la validità solo dei primi due Concili ecumenici e considera santo Nestorio (per questo viene definita anche Chhiesa Nestoriana).

La vita delle comunità cristiane in Iraq, non è mai stata facile ed è drasticamente peggiorata a partire dalla fine delle Prima Guerra mondiale quando le comunità musulmane (sia di obbedienza sciita che sunnita) incominciarono ad accusare i Cristiani di essere una sorta di quinta colonna delle potenze coloniali d’Occidente e di conseguenza a ghettizzarli e discriminarli. E’ doveroso sottolineare come, almeno nei primi tempi le ragioni dell’ostilità dei mussulmani verso i cristiani era più di origine nazionalistica che religiosa. Dopo il colpo di stato repubblicano del 1958 che portò alla caduta della monarchia la situazione dei cristiani peggiorò ulteriormente e vennero introdotte anche misure pesantemente discriminatorie come il tetto massimo del 5% di cristiani iscritti alle Università e gli impedimenti burocratici a riparare antiche chiese o a costruirne di nuove.

Paradossalmente il clima di ostilità si attenuò (ma non scomparve completamente) sotto la dittatura di Saddam Hussein tanto che fu lo stesso rais a volere come ministro degli Esteri un cristiano, Mikhail Yuhanna conosciuto come Tareq Aziz.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, avvenuta nel 2003 a seguito dell’invasione americana del paese mesopotamico, per i cristiani in Iraq è iniziata una vera e propria discesa agli inferi. Il clima di caos che da allora regna nel paese ha consentito ogni genere di violenza contro chiese, sacerdoti e fedeli. Solo per citare alcuni casi più gravi:

– agosto 2004 una serie di attentati dinamitardi nelle chiese uccide undici fedeli;

– ottobre 2006 a Mosul viene rapito, ucciso e mutilato il sacerdote Boulos Iskander

– giugno 2007 viene ucciso un sacerdote cattolico nella sua chiesa, con lui vengono assassinati tre fedeli;

– gennaio 2008 vittime negli attacchi contro chiese a Mosul, Kirkuk e Baghdad;

– febbraio 2008 viene rapito e ucciso il vescovo cattolico caldeo Paulos Faraj Rah;

– aprile 2008 ignoti uccidono un sacerdote siro ortodosso, padre Youssef Adel;

– febbraio 2010 almeno otto cristiani vengono uccisi in una settimana di violenze a Mosul

– ottobre 2010 44 fedeli e due sacerdoti uccisi nell’attacco contro la chiesa di Nostra Signora a Baghdad

– settembre 2012 viene fatta esplodere la cattedrale caldea di Kirkuk;

– Natale 2012 in una serie di attentati vengono uccisi 34 cristiani;

– gennaio 2013 a Mosul viene trovato sgozzato un insegnante caldeo;

– gennaio 2014 uccisi tre cristiani a Baghdad.

Cristiani-perseguitati-nel-mondoLa situazione per i cristiani era pertanto drammatica in Iraq ancora prima della comparsa sulla scena dell’ISIS ed il loro dramma è ben evidenziato da alcune cifre: ancora nel 1947 i Cristiani erano il 12% della popolazione irachena, percentuale calata al 6% nel 2003, al 2% nel 2013 ed a meno dell’1% oggi. In termini numerici significa che ancora nel 2003 i Cristiani residenti in Iraq erano oltre un milione e mezzo mentre ora -secondo le fonti meglio informate- sono tra i duecento ed i trecentomila. Non è esagerato quindi parlare di una vera e propria pulizia etnico-religiosa!

Nel giugno del 2014 si è poi toccato il fondo dell’orrore. Con una guerra lampo le bande armate facenti capo all’ISIS hanno occupato diverse città irachene, tra le quali Mossul, la terza città del paese come numero di abitati dopo Baghdad e Bassora e quella dove la residua presenza cristiana era più consistente. Non appena consolidato il loro potere i guerriglieri dell’ISIS hanno iniziato a segnare con vernice rossa le case dei cristiani, quindi sono incominciate violenze di ogni genere con numerose persone rapite e uccise per spargere il terrore. Quindi nel mese di luglio 2014 ai cristiani è stato posto un ultimatum: sceglliere se convertirsi all’islam, andarsene lasciando tutti i beni nelle mani dell’ISIS, pagare un grossa tassa (la jizia) o essere uccisi. Quasi tutti i cristiani hanno scelto di andarsene e solo poche settimane dopo il Patriarca Caldeo Luis Sako era costretto a dichiarare con angoscia: “per la prima volta nella storia non vi sono più cristiani a Mossul”. La tragedia si è ripetuta in tutta la piana di Ninive. I cristiani sono stati cacciati dalle città di Qaraqosh, Tal Kayf, Bartella e Karamlesh. Come ha riferito il cardinale Filoni, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: “I cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso il Kurdistan”. Sulle chiese sono state issate le bandiere nere del califfato ed ogni segno della millenaria presenza cristiana è stato sistematicamente cancellato.

Oggi la situazione dei cristiani dell’Iraq è talmente drammatica da far dire al Vescovo Caldeo di Erbil: “ E’ un genocidio, punto. Bisogna chiamare le cose con il loro nome”.

Da più fonti si ribadisce che, senza un’intervento internazionale tra pochi anni la presenza cristiana in Iraq, oggi ridotta ai minimi termini, sarà solo un ricordo e questo, come ha dichiarato Christen Bleer, una volontaria che lavora in Iraq da sei anni “significa la disintegrazione dell’Iraq”.

fine prima parte

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

Yemen … uno stato desaparecido

Per accorgersi che perdura un inferno Yemenita ai soloni dell’informazione main stream c’è voluto il sacrificio estremo di 4 suorine di Madre Teresa… ma così di sfuggita, prima di ritornare ai temi “importanti” come le primarie PD e i capricci dei gay.

Una settimana fa quattro suore Missionarie della Carità, quattro suorine (1) di Madre Teresa di Calcutta avvolte nei loro poveri abiti monacali bianchi e azzurri, simbolo in tutto il mondo della sollecitudine ne confronti degli ultimi della terra,  sono state brutalmente assassinate, assieme ad altre dodici persone nella casa missionaria di assistenza ad anziani e disabili. Nella stessa azione il commando terrorista ha rapito un Sacerdote Salesiano, l’ultimo Sacerdote rimasto ad Aden(2). Solo questo tragico e brutale avvenimento ha fatto si che la guerra che sconvolge lo Yemen facesse una fugace apparizione su quegli organi, TV e quotidiani, che si dicono di informazione.

suoreYemenPurtroppo però nella storia dello Yemen indipendente , a far tempo dalla caduta dell’Impero Ottomano, la guerra è stata una costante. Negli anni 60 del secolo scorso inizio Nasser a voler estendere manu militari l’egemonia della RAU(3) sull’allora Yemen settentrionale.

Poi avvenne l’infelice unificazione tra lo Yemen propriamente detto, abitato da popolazioni di montagna, stanziali, contadine ed urbane dotate di una non insignificante tradizione di civiltà con l’ex colonia britannica di Aden, divenuta indipendente come Yemen del sud.

Quest’ultima, se si esclude il porto di Aden, baluardo, con l’isola di Socotra (4) per il controllo dello sbocco del Mar Rosso, e quindi della rotta di Suez, nell’Oceano Indiano, era ed è un inutile scatolone di sabbia, in cui non si è nemmeno trovato il petrolio, senza confini definiti con l’Arabia Saudita e l’Oman, abitata da tribù nomadi non dissimili dalle tribù beduine saudite ed accomunate a queste dall’adesione alla setta wahabita.

Questo portò nel breve spazio di dieci anni all’acuirsi delle tensioni interne sia di natura economica che di natura religiosa. Queste ultime dovute al fatto che la regione nord occidentale del paese è abitata da tribù aderenti allo Zaidismo, una delle tante versioni dell’islam sciita (5). L’attacco, nel porto di Aden, al cacciatorpediniere USS Cole nel 2000 poi certificò la presenza nel paese di cellule di Al Quaeda esponendo il paese alle consuete rappresaglie americane.

Anche da queste premesse nasce il conflitto attuale che vede in campo da una parte una colazione guidata dall’Arabia Saudita, comprendente tutte le monarchie del golfo, escluso l’Oman, e praticamente gran parte della lega Araba che vorrebbe reinsediare a Sana’a il presidente esiliato Abdu Rabu Mansour Hadi.

Dall’altra i ribelli sciiti Houthi, alleati alle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh (6) e sostenuti sul piano logistico e militare dall’Iran.

Sul campo lo scontro ha avuto un andamento disastroso per le forze della coalizione a guida Saudita, che pur godendo di un assoluto controllo dei cieli sono riusciti a fatica ad espellere da Aden le forze avversarie ma non ad ottenerne il controllo, ad onta della mossa propagandistica di trasferirvi le ambasciate (7). Infatti per sconfiggere sul terreno le forze avversarie hanno dovuto lasciare che affluissero in città formazioni legate ad al Quaeda o dipendenti dal Daesh le quali, una volta insediate hanno preso a combattersi tra di loro e contro le forze fedeli al presidente Abdu Rabu Mansour Hadi .

Nel nord i miliziani sciiti e la guardia repubblicana fedele a Saleh sono ampiamente sconfinati in Arabia saudita di cui controllano ora una parte del territorio compresa la città di confine di Rabuah e alcune basi militari nelle vicinanze mentre altre basi saudite lungo la frontiera sono circondate.

Nei giorni scorsi è fallita l’ennesima massiccia offensiva saudita per riconquistare Rabuah al nord e la capitale Sana’a mentre secondo voci da confermare le truppe fedeli a Saleh avrebbero riconquistato tutta la provincia meridionale lungo il mar Rosso precedentemente in mano a formazioni legate ad al Quaeda.

L’ unico campo in cui la coalizione miete successi è quello della distruzione sistematica delle infrastrutture del paese mediante bombardamenti aerei che non sortiscono nessun effetto sul piano militare ma che su quello terroristico sulle popolazioni civili sono di sicura efficacia(8).

Ma di questo sui nostri media main stream non ci è dato sapere

Massimo Granata

1 Erano le sorelle Anselm, Margherite, Joudit  e Reginette, due venivano dal Ruanda una dall’India e una dal Kenya.

2 Padre Thomas Uzhunnalil di cui attualmente non si hanno notizie

3 Repubblica Araba Unita, la federazione con cui Nasser ava cercato di unire Egitto, Siria ed Iraq

4 L’importanza di Socotra per il controllo della navigazione è tale che l’URSS vi aveva costruito, nel periodo in cui lo Yemen del sud era una repubblica popolare alleata, una grande base navale

5 Recentemente per evidenti motivi politici gli sciiti yemeniti hanno  dichiarato di aver abbandonato lo Zaidismo per passare allo sciismo Duodecimano come i loro alleati Iraniani

6 In realtà le forze di elite dell’esercito Yemenita sono tutte schierate con l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, senza riguardo all’appartenenza religiosa

7 Aden vive nel caos con continui attentati ora a questa ora a quella fazione teoricamente alleate. La presenza dei tagliagole dell’ISIS poi non può che complicare le cose e il massacro delle suore è certamente scaturito dall’odio satanico che questi portano con se

8 Viene da chiedersi dove siano in questo caso i vari umanitari in servizio permanente effettivo, sempre pronti a scoprire fantomatiche azioni  terroristiche, quando si può accusare qualche presunto nemico dell’occidente di averle perpetrate

“Non c’è un genocidio di cristiani e non ci servono protettori”

Il Patriarca e cardinale maronita Bechara Boutros Rai: l’incontro tra il Papa e Kirill è stato un fatto provvidenziale. E i cristiani del Medio Oriente giudicano positivamente l’intervento russo nel conflitto siriano

Gianni Valente – Vatican Insider

Il Medio Oriente è sconvolto dalla tempesta delle guerre, del terrorismo e delle pulizie etnico-religiose. Ma la tempesta passerà, e anche i cristiani non spariranno dalle terre dove è nato Gesù e si è diffuso il primo annuncio cristiano. Il cardinale libanese Boutros Bechara Rai, Patriarca di Antiochia dei maroniti, non sembra contagiato dai toni catastrofici che segnano tanti interventi di altri vescovi e Patriarchi mediorientali. Lui dà ragione con accenti appassionati della speranza cristiana che lo anima anche riguardo al futuro del Vangelo in quella parte del mondo.

Beatitudine, esponenti di altre Chiese cattoliche orientali hanno espresso riserve per l’abbraccio tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill, e soprattutto per la dichiarazione comune da loro sottoscritta. Come è stato vissuto quell’evento tra i cristiani del Medio Oriente?

“Da noi l’ecumenismo non è una questione accademica. È la vita di tutti i giorni. Tra cristiani di diverse tradizioni ci incontriamo spesso e decidiamo tutto insieme. Abbiamo percepito l’incontro tra il Papa e il Patriarca russo come un fatto provvidenziale, e io l’ho scritto anche al Papa. La dichiarazione comune, la sto leggendo un pezzo per volta al programma di formazione cristiana che tengo ogni settimana in tv. Ho cominciato coi paragrafi dedicati ai cristiani in Medio Oriente. La prossima settimana tratterò della parte sulla famiglia. Io ho rapporti fraterni anche col Patriarca Kirill. Ci scriviamo sempre, mi sono consultato con lui anche sulle questioni della politica”.

Quale giudizio prevale tra i cristiani del Medio Oriente riguardo all’intervento russo in Siria, che ha cambiato le sorti del conflitto e viene criticato da molti circoli in Occidente?

“La Russia si occupa da sempre dei cristiani del Medio Oriente, soprattutto quelli ortodossi. Nel solo Libano, i russi hanno aiutato a far nascere almeno un’ottantina di scuole ortodosse, che rappresentano un contributo importante per la vita ecclesiale. Riguardo alla guerra, ai nostri occhi l’intervento della coalizione guidata dagli americani non ha fatto altro che consolidare i jihadisti del Daesh, lo Stato Islamico. E questo ci spingeva sempre a porci delle domande. Poi sono arrivati i russi, stanno colpendo Daesh e allora si sentono le proteste di chi li rimprovera di voler solo sostenere il regime siriano… Allora non ci si capisce più niente. Noi sappiamo solo che non è possibile essere preda delle organizzazioni terroristiche: Daesh, al Qaida, al Nusra, e i mercenari che ci mandate dall’Occidente… Quindi noi giudichiamo positivamente questo intervento russo, come una lotta concreta lotta contro il Daesh. Poi, è ovvio che tutti gli Stati hanno i propri interessi politici. Ma almeno c’è una Nazione, la Russia, che parla anche dei cristiani del Medio Oriente”.

Ma c’è sempre bisogno di qualcuno che difende dall’esterno i cristiani del Medio Oriente? Non c’è il pericolo di teorizzare per loro nuovi protettorati, come quelli esercitati un tempo dalle potenze occidentali?

“Non c’è più nessun protettorato, e forse non c’è mai stato. Gli Stati facevano i loro interessi, sotto la coperta del protettorato. Noi non abbiamo bisogno di protettori. Abbiamo bisogno solo che dall’esterno ci lascino in pace, Prima di questi interventi esterni, c’erano stati tanti problemi, ma negli ultimi tempi vivevamo in pace. Lungo la storia abbiamo sempre trovato le vie per andare avanti”.

Eppure ci sono tante forze e organizzazioni, anche politiche, che dicono di voler aiutare i cristiani in Medio Oriente.

“Sì, va bene, ma si tenga conto che noi non siamo degli individui isolati, o delle piccole minoranze derelitte. Siamo la Chiesa di Cristo, che si trova in Medio Oriente. Ci sono quelli che trattano i cristiani mediorientali come dei poveretti, quelli che dicono: venite da noi, che vi accoglieremo, cinquanta qui, cento lì, cinquecento in quell’altro Paese…. A questi dico che le cose non funzionano così. Noi vogliamo rimanere nella terra nostra, insieme ai musulmani, dove abbiamo vissuto insieme per 1400 anni, e vogliamo rimanerci nel nome del Vangelo. Abbiamo creato una cultura insieme, una civiltà insieme. E tutti quelli che ora combattono in Medio Oriente, non sono del Medio Oriente”.

L’alternativa obbligata, in Medio Oriente, è tra regimi autoritari e fanatismo jihadista?

“L’ultimo tempo di sangue e dolore è iniziato coi popoli di diverse nazioni che esprimevano il legittimo desiderio di riforme politiche. È un diritto chiedere cambiamenti. Ma poi quelle richieste sono sparite, e sono venute fuori le organizzazioni terroristiche, sostenute da fuori con i soldi, le armi e il sostegno logistico. A tanti che ne parlano sempre, la democrazia e la libertà non interessa davvero. Hanno altri interessi”.

C’è anche chi, riguardo alla condizione vissuta ora dai cristiani in Medio Oriente, utilizza sempre le categorie di persecuzione e addirittura di genocidio. L’uso di queste espressioni è sempre appropriato?

“Il problema in Medio Oriente non un problema di persecuzione dei musulmani sui cristiani. I problemi sono altri: quelli tra sciiti e sunniti, tra regimi e gruppi terroristici, e tra Arabia Saudita e Iran, che si fanno la guerra sul suolo della Siria, dell’Iraq, dello Yemen, e in Libano si fanno guerra politica. I cristiani ci vanno di mezzo, ci sono stati attacchi mirati, perchè nel caos succede sempre così. Ma non possiamo parlare di persecuzione vera e propria e sistematica, e tanto meno di genocidio. Ci sono molte più persecuzioni contro i musulmani che contro i cristiani, I cristiani sono vittime come tutti gli altri, ma i 12 milioni di siriani che sono dovuti scappare dalle loro case non sono cristiani. Anche le atrocità del Daesh sono rivolte più contro i musulmani che contro i cristiani”.

Ma anche fuori dagli scenari di guerra, nei Paesi del Medio Oriente i cristiani vivono spesso situazioni obiettive di discriminazione.

“Ci sono difficoltà, maltrattamenti, ci sono regimi che non rispettano la libertà religiosa, ma tutto questo è un’altra cosa rispetto alla persecuzione e addirittura al genocidio. E sono situazioni con cui noi abbiamo una certa familiarità storica. Se ci si lascia in pace, troveremo noi le soluzioni per andare avanti nelle situazioni nuove che ci troveremo a vivere. I protettorati del passato, di cui abbiamo accennato prima, hanno fatto più danni che bene ai cristiani che dicevano di voler difendere. Gli Stati fanno solo i loro interessi, e i cristiani venivano identificati come un corpo estraneo, da espellere. Mentre noi nelle nostre terre ci siamo nati, e abbiamo saputo vivere anche sotto i regimi più dittatoriali. Per questo nelle nostre terre noi non saremo mai “minoranze”, anche se rimanesse un solo cristiano in tutto il Medio Oriente I cristiani mediorientali riconoscono i limiti, rispettano le leggi e le autorità costituite. Sanno bene di vivere in Paesi dove l’islam è religione di Stato, la Sharia e sorgente principale delle leggi. Desiderano le riforme, Certo. Ma rispettano i tempi della storia. A quelli che vengono con le bombe, che fanno la guerra con la scusa di voler la democrazia e le riforme, o addirittura dicono di voler aiutare i cristiani, non si può dar credito. Non vogliono davvero le riforme. Cercano altro”.

Quale è allora il modo di aiutare i cristiani che soffrono?

“Chi riceve i colpi non è come quello che li conta. Dobbiamo sempre immedesimarci con chi è in difficoltà, perché siamo la Chiesa di Cristo. Ma stare vicino a chi soffre non vuol dire invitare i cristiani a fuggire dalle loro terre. Bisogna aiutarli lì dove si trovano. Ai politici stranieri che incontro ripeto sempre: fate finire la guerra, trovate soluzioni politiche ai conflitti, e lasciateci in pace, Non chiediamo altro”.

Nel disastro del Medio Oriente, il Libano vive una crisi istituzionale devastante. Eppure non è stato risucchiato dai conflitti.

“Il Libano rimane una necessità per tutto il Medio Oriente. Lì cristianesimo e islam vivono in una condizione di eguaglianza”.

Ma anche lì la situazione politica è bloccata dallo scontro tra forze allineate con l’Iran o con l’Arabia Saudita.

“All’Iran chiediamo sempre di fare pressioni sul Partito sciita di Hezbollah, perchè la smettano di boicottare le elezioni presidenziali. Siamo senza Presidente da quasi due anni, fanno mancare sempre il quorum alle riunioni del parlamento convocate per l’elezione. Al posto di Presidente deve essere eletto un cristiano maronita. Ma quelli di Hezbollah hanno deciso di boicottare ogni candidatura che non sia gradita a loro”.

Vede davvero qualche possibilità di trovare una via d’uscita dal conflitto siriano?

“Finché la Turchia tiene aperte le frontiere a tutte le organizzazioni terroristiche, la pace rimane un sogno. E la coscienza della comunità internazionale sembra essere morta. Tutti questi esseri umani sparsi nelle strade del mondo non significano niente, per chi ha in mano il potere nel mondo”.

Tanti capi cristiani ripetono dichiarazioni catastrofiche. Lei, invece, una volta ha detto che anche questa tempesta passerà.

“I cristiani non sono un gruppo etnico-religioso, e non sono un partito politico. Sono i figli della Chiesa di Cristo. La loro presenza, anche in Medio Oriente, non dipende solo dagli equilibri politici e dalle vicissitudini della storia. C’è una tempesta, e allora noi facciamo il gioco della canna, che si piega, non si irrigidisce, e la tempesta passa, e la canna non si spezza. Abbiamo vissuto difficoltà peggiori di quelle presenti, ai tempi di Mamelucchi e degli Abassidi. Anche i Patriarchi maroniti hanno vissuto per 400 anni in posti inaccessibili, in piccole celle in alte montagne, altre volte nel profondo di valli isolate, per custodire e essere custoditi nella fede cattolica. La fede non è mai spenta dalle tribolazioni, come si vede bene anche in tutta la storia della Chiesa di Roma. Io sento che il Medio Oriente ha più che mai bisogno di noi, ha bisogno di sentire un’altra voce. Diversa da quella della guerra, dell’odio, del sangue innocente sacrificato. Ha bisogno della voce del Vangelo. Oggi più che mai”.

Una testimonianza straordinaria

Claude Zerez ci racconta la tragedia del popolo Siriano

Alla fine dello scorso mese di gennaio è stato nostro ospite il Professor Claude Zerez docente di Arte cristiana all’università Saint-Esprit de Kaslik a Jounieh in Libano, Siriano di Aleppo dove, prima della guerra, faceva la guida turistica. Lo abbiamo accompagnato in un tour di incontri organizzati da diverse organizzazioni cattoliche in collaborazione con L’osservatorio sulle Comunità Cristiane in Medio Oriente.

Le tappe degli incontri inframmezzate da interviste a quotidiani e periodici nazionali e locali quali Avvenire, l’eco di Bergamo e Tempi si sono dipartite da Firenze per giungere a Bergamo , a Voghera e a Bresso.

Claude Zerez ci ha dato una testimonianza toccante della tragedia che ha aggredito la Siria colpendolo in prima persona così come ha colpito praticamente tutte le famiglie di questo oggi infelice paese.

Il suo racconto si è articolato su tre stadi della sofferenza del suo paese:

12622476_1028365980576313_2784436928737209750_oLa sofferenza delle pietre. Edifici millenari carichi di storia, memorie architettoniche ed artistiche ma anche simboli di fede che da secoli accoglievano pellegrinaggi alle fonti del cristianesimo, ma anche dello stesso islam, rasi al suolo, cancellati o irrimediabilmente danneggiati dalla furia jihadista ispirata dalla barbarie Wahabita. Luoghi patrimonio dell’umanità come il centro storico di Aleppo, il suo bazar e la stessa grande moschea irrimediabilmente devastati, cosi come il sito archeologico di Palmira e il villaggio di Maalula, dove ancora si parla lingua di Nostro Signore.

Poi la sofferenza del popolo siriano. In una lunga carrellata di immagini crude ma toccanti ci ha dato testimonianza degli orrori che la sua gente, cristiani delle diverse confessioni, alawiti, sciiti, drusi e anche tra i sunniti che hanno rifiutato la barbarie, hanno dovuto subire . Uomini, donne e bambini barbaramente assassinati, bambine e ragazze vendute come schiave con un preziario in crescendo a seconda dell’età. Famiglie cristiane poste di fronte all’alternativa di pagare la tassa per essere protette, convertirsi o morire. E la tassa, 19 grammi d’oro a persona, così esorbitante da non potersi pagare riducendo così l’alternativa all’abiura o alla morte. E in migliaia hanno scelto la morte testimoniando una fede da noi ormai sconosciuta.

E infine il racconto della sua sofferenza personale perché Claude Zarez e stato aggredito, dal dolore più grande che può colpire un genitore quello di perdere un figlio. Claude Zarez ha perso sua figlia Pascale, assassinata mentre viaggiava su di un autobus, a Homs, da quelli che ancora oggi in occidente la stampa si ostina a chiamare “ribelli moderati” dell’Esercito Siriano Libero. Pascale aveva vent’anni e si era sposata da poco. Anche riavere le sue spoglie mortali fu un impresa riuscita soltanto per in coraggio di un amico musulmano che a suo rischio e pericolo riportò il corpo alla famiglia.

Alla disperazione e al vuoto dei mesi successivi alla tragica scomparsa, Claude Zerez racconta, venne a sostituirsi la certezza di una presenza spirituale di Pascale a protezione della sua famiglia. Costretto a fuggire da Aleppo dove la vita era diventata impossibile, attraverso i mille pericoli e difficoltà che la fuga comportava, Claude, che ora vive con la moglie e i due figli rimastigli nel nord della Francia, si dice sicuro che la presenza invisibile di sua figlia abbia creato uno schermo di protezione sulla famiglia nel lungo viaggio verso la sicurezza triste dell’esilio.

Richiesto, dalle decine di domande che sempre affollano la conclusione dei suoi interventi, di descrivere la situazione siriana e la sua condizione personale nei confronti degli accadimenti Claude Zerez non si nega anche a considerazioni difficili per chi a subito quello che ha subito.

Per quanto riguarda la situazione generale ribadisce che, per quanto il regime politico siriano non fosse esente da gravi difetti quali la diffusa corruzione, oggi non vi siano alternative alla sua conservazione perché la sua caduta trasformerebbe la Siria in una seconda Libia trascinando oltretutto nel caos anche i paesi vicini.

Ribadisce che non vi è ostilità da parte sua verso i musulmani tra i quali conserva serene amicizie e dai quali ha ricevuto aiuto e solidarietà nei momenti più difficili. Ha perdonato gli assassini di sua figlia ma non dimentica perché non hanno smesso di seminare lutti. E a questo proposito aggiunge un monito a vigilare, a noi ingenui occidentali accoglienti, su chi arriva “profugo” nei nostri paesi con un aneddoto e qualche fotografia.

Le fotografie mostrano assassini orgogliosi delle teste mozzate che stringono in pugno, in Siria o in Iraq, riconvertiti in profughi bisognosi di aiuto nelle strade delle nostre città. L’aneddoto riguarda una suora francese che nella sua città curava un asilo che accoglie, come è ormai la norma, bambini di tutte le provenienze tra cui molti musulmani. Un giorno venne da lui questa suora inorridita perché una bambina musulmana, di 5 anni, che le era particolarmente affezionata le aveva detto:” Suora quando tra una decina di anni taglieremo la gola a tutti i cristiani lei non si preoccupi perche farò in modo che non le facciano tanto male” .

Claude Zerez un testimone straordinario che andrebbe ascoltato in tutte le nostre comunità e nelle nostre scuole.

Massimo Granata

Roma, settimana di festeggiamenti libanesi per San Marun

In occasione del trasferimento delle reliquie di San Marun a Roma, la comunità libanese maronita organizza una settimana di festeggiamenti all’insegna della cultura, della gastronomia e della spiritualità libanese antiochena maronita.
Il programma prevede uno straordinario concerto corale e strumentale nella giornata di giovedì 11 febbraio 2016, dalle ore 21, presso la Basilica di Santa Maria sopra Minerva (piazza della Minerva 42). Protagonista il coro Santa Rafqa diretto da Marana Saad e composto da 55 elementi provenienti dal Libano, una delle più prestigiose formazioni musicali del mondo arabo. L’ingresso è gratuito.
L’esibizione si dividerà in due parti: nella prima parte sarà eseguita musica sacra maronita con canti nelle lingue siriaco e arabo; nella seconda parte saranno protagoniste le musiche orientali e di diverse tradizioni del mondo arabo. Durante il concerto sarà distribuito il programma dettagliato, con la descrizione completa dei brani in esecuzione.
Il concerto sarà preceduto da una festa liturgica che avrà luogo martedì 9 febbraio 2016, dalle ore 19, presso la Chiesa Nazionale del Libano in via Aurora 6 (zona via Veneto) e presso il Pontificio Collegio Maronita di via Porta Pinciana 18, limitrofo alla Chiesa. In onore di San Marun, patrono della Chiesa Maronita, sarà celebrata una solenne liturgia presieduta da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Francois Eid, procuratore patriarcale a Roma. Seguirà un momento conviviale.
Per sabato 13 febbraio 2016, dalle ore 20 è prevista una cena di beneficenza presso il Grand Hotel Parco dei Principi in via Frescobaldi 5 (Villa Borghese), con piatti della cucina tradizionale libanese. Non è possibile acquistare i biglietti il giorno stesso all’ingresso dell’hotel, ma è necessario ritirarli entro il 10 febbraio 2016 presso la Parrocchia. Per ogni ulteriore dettaglio telefonare al numero sottostante.
Gli eventi sono promossi dalla Parrocchia Maronita di Roma unitamente al suo cappellano corepiscopo Tony Gebran. La Basilica di Santa Maria sopra Minerva è di proprietà del Fondo edifici di culto (Fec) e data in concessione ai frati domenicani.

Per informazioni e prenotazioni: tel. 06.42039060 (Patriarcato Antiocheno Maronita), e-mail [email protected]

ConcertoLibanesi

JOCELYNE KHOUEIRY: LE BARRICATE ODIERNE? CONTRO IL ‘GENDER’

Una intervista quanto mai attuale.  Jocelyne Khoueiry e la battaglia di oggi per la vita:

di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 8 marzo 2014

Una ‘prima’ in Vaticano il convegno per l’8 marzo, giornata della donna. Intervista a Jocelyne Khoueiry, negli Anni Settanta-Ottanta alla testa dei reparti femminili del Kataeb/Forze libanesi, poi fondatrice dell’associazione “La libanaise – Femme du 31 mai” e del “Sì alla vita” nazionale. La lotta contro il ‘gender’. L’apprezzamento per le riflessioni mediorientali del patriarca maronita Béchara Raï, incompreso nelle sue analisi fino a poco fa da certa politica internazionale .

p1020002La giornata dell’8 marzo sarà festeggiata per la prima volta in Vaticano con il convegno “Voci di fede”, promosso dalla Fondazione Götz Fidel: undici le relatrici, impegnate nel mondo al servizio concreto della dignità umana. Tra loro Chiara Amirante (fondatrice di ‘Nuovi Orizzonti”), la teologa carmelitana scalza Maria Cristiana Dobner, la comboniana eritrea suor Azezet Kidane attiva a Gerusalemme, la nigeriana suor Ifediba Caritas Chinwem che con un grappolo di consorelle si occupa di diecimila persone su un isolotto del fiume Niger.

Ed anche la libanese Jocelyne Khoueiry, già valorosa combattente nella lunga guerra civile degli Anni Settanta-Ottanta, oggi donna che lotta con le armi non meno forti della ragione e della fede, dopo aver fondato nel 1988 l’associazione “La libanaise – Femme du 31 mai” e successivamente il “Sì alla vita” nel Paese dei Cedri. La cinquantanovenne Jocelyne – la cui vita è raccontata ne “Il cedro e la croce” (Marietti 1820 editore) – è qui davanti a noi, dopo la conferenza-stampa svoltasi presso l’Hotel Columbus in via della Conciliazione: folti capelli ormai bianchi, ma occhi sempre vivi e lampeggianti, determinazione da militante appassionata (e, vedendo la foto del presidente eletto ed assassinato Bachir Gemayel in un piccolo dossier sul Libano da noi scritto nel 2008, con la mano ancora la accarezza)…

Jocelyne Khoueiry, perché la novità di un convegno in Vaticano per l’8 marzo?

Dopo un percorso incominciato con il Vaticano II, proseguito con Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ecco che papa Francesco ribadisce con forza che la donna deve contare di più nella Chiesa…

Continuità di pensiero dunque, non un’accelerazione improvvisa…

Una continuità di pensiero, che è sfociata nell’organizzazione dell’ incontro dentro le mura leonine: i tempi erano ormai maturi.ASIA_-_ITALIA_(F)_1230_-_Tenacemente_donne

Da sempre Lei ha lottato per la dignità della donna. In una prima fase lo ha fatto con le armi, per difendere il focolare minacciato. Ventenne combatteva in prima linea, sulle barricate, da militante del Kataeb, la falange cristiana libanese, raccogliendo attorno a sé tante ragazze unite dal medesimo sentire…

Volevamo far capire che anche noi donne eravamo in grado di lottare per l’identità nazionale, di morire per l’amato Libano. Sono stati anni pieni di fierezza, di entusiasmo, con molta gloria a livello umano… eravamo un gruppo, alla fine, nel 1985, addirittura un migliaio. Ma sentivamo che ci mancava qualcosa per essere pienamente soddisfatte di noi stesse, il vero incontro con Dio…

Sì, ma combattevate già da cristiane…

Certo, eravamo cristiane, ma forse più nel senso dell’appartenenza sociale… Quando abbiamo percepito la presenza di Dio sulle barricate, nelle lunghe notti di veglia militare, abbiamo capito che tutto questo non ci bastava. E’ la nostra devozione a Maria, madre e avvocata nostra, che ci ha permesso di giungere a Lui.

Noi… è stata una scelta collettiva…

Sì, io comandavo i reparti femminili delle forze libanesi, ma la scelta è stata collettiva, almeno del nocciolo duro della nostra milizia… abbiamo scoperto insieme la gioiosa necessità del nuovo cammino. Eravamo stanche della guerra, che si prolungava dal 1976… volevamo dare un senso più pieno alla nostra vita. Incontrando Dio attraverso Maria, abbiamo capito che dovevamo offrire alla società libanese il nostro contributo specificamente femminile per aiutarla a crescere. Abbiamo scoperto il Libano come messaggio di convivenza, libertà, dialogo… Dapprima, nella seconda metà degli Anni Ottanta, abbiamo curato la formazione umana, teologica, sulla dottrina sociale della Chiesa. Noi avevamo lasciato le Forze libanesi con grande amarezza, nel 1985, quando c’è stata la tragica divisione interna: avevamo compreso che i nostri giovani non erano abbastanza maturi e formati per poter fare seriamente un discorso sociopolitico veramente cristiano. Abbiamo lavorato così per riconciliare impegno nazionale e cristiano.

Il movimento da Lei fondato si chiama “La libanese – donna del 31 maggio”… perché tale richiamo?

Il 31 maggio era la giornata della militante nei ranghi del Kataeb/Forze libanesi. Non abbiamo mai rinnegato l’impegno militare, ma abbiamo scelto di utilizzare quel che di buono avevamo fatto per servire Dio e l’uomo da donne cristiane. Un Papa per noi è stato decisivo, Giovanni Paolo II: con la Familiaris Consortiodel 1981, la Mulieris dignitatem del 1988, l’Evangelium vitae del 1995 ci ha indicato la via da seguire per promuovere la dottrina sociale della Chiesa attraverso la difesa della vita umana contro le minacce incombenti, con la difesa della famiglia insidiata da attacchi incessanti…

Su quest’ultimo tema oggi siete particolarmente impegnate…

Certo anche in Libano per fronteggiare, dando il nostro specifico contributo femminile, la nuova sfida costituita dal dilagare della teoria del ‘gender’. Sa, molti testi scolastici vengono dalla Francia di Hollande, quella del ‘mariage pour tous’. Abbiamo proposto ad esempio di bloccare in arabo la diffusione del termine’ gender’, il cui significato è stato manipolato lucidamente e subdolamente ed è diventato cavallo di battaglia dei poteri che misconoscono la verità della legge naturale. Dobbiamo reimparare ad usare i termini chiarissimi di ‘uomo’ e ‘donna’.

La vostra evoluzione degli Anni Ottanta è avvenuta grazie a Maria, che è anche simbolo di un legame forte con i musulmani…

A riprova di ciò il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, è da qualche anno festa nazionale. Tutto il Libano si ferma quel giorno. Aggiungerei che l’elemento principale del dialogo odierno islamo-cristiano è proprio dato dalla figura di Maria, madre che vuole unire tutti i figli di Abramo in un dialogo non teologico, ma di umana concretezza quotidiana così che possano convivere nella pace e nella giustizia. Esiste d’altronde anche un gruppo femminile, “La strada di Maria”, costituito da dottoresse cristiane e islamiche che percorrono insieme i sentieri della vita. Maria è un grande segno di speranza, indispensabile al concretizzarsi del ‘Libano-messaggio’ e nel cammino della Chiesa, come evidenziava Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem, un testo in cui ho trovato trasposta tutta intera la Parola di Dio sulla donna.

Siria e Medio Oriente: il patriarca Béchara Raï aveva ragione, ma la politica internazionale l’ha capito solo adesso

Contagiata dai tragici avvenimenti di Siria, la situazione interna libanese in questi ultimi mesi si è di nuovo destabilizzata. Siamo ancora una volta sul filo del rasoio. Il patriarca maronita, cardinale Béchara Boutros Raï, ha voluto riaffermare qualche settimana fa in un ‘memorandum’, le ‘costanti nazionali’ dell’identità libanese, appellandosi a tutti perché le perseguano in uno sforzo di unità…

Sono d’accordo con quanto ha fatto e fa il Patriarca, cercando di convincere i libanesi di ogni colore a ritrovare concretamente le nostre storiche caratteristiche identitarie, quelle contenute nel ‘Libano-messaggio’. E’ un grande e continuo sforzo di dialogo, di pace, di chiamata all’assunzione della nostra responsabilità nazionale, in primo luogo per la nostra classe politica.

Certo ciò che accade in Siria non aiuta il dialogo tra le diverse componenti libanesi, divise sulla valutazione dei fatti…

Il problema siriano è molto complesso, porta in sé tanti aspetti politici, culturali, etnici, religiosi, sociali non facili da comprendere. Ciò comporta la necessità di leggere bene la situazione prima di valutare, così da poter scoprire buone risposte da dare, poter indicare la via della speranza.

Le potenze internazionali hanno saputo leggere bene la situazione siriana?

Credo proprio di no. Purtroppo no. Solo recentemente, con l’irrompere in Siria e il consolidarsi dei movimenti fondamentalisti e terroristici islamici, a qualcuno si sono incominciati ad aprire gli occhi. E si è iniziato anche a dar ragione al nostro Patriarca che, fin dall’inizio, aveva consigliato prudenza, di dar tempo alla Siria per trovare soluzioni interne (del resto qualcosa di positivo si stava già muovendo a livello di governo). Quando il patriarca Raï ha detto qualcosa di analogo dopo l’incontro a Parigi con l’allora presidente Sarkozy, è stato attaccato duramente da molte parti. Eppure si dovrebbe riuscire a capire che quando il Patriarca parla di politica mediorientale lo fa con conoscenza di causa, dopo aver assunto le debite informazioni anche sul terreno. E lo fa da patriarca di Antiochia e di tutto il Medio Oriente.

Del resto in Vaticano nell’ottobre del 2010 si è svolto il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente. Anche in quell’occasione si erano levate voci alte e chiare sui pericoli di un’ulteriore deriva dopo il calvario iracheno…

C’ero anch’io e tutti abbiamo avuto l’occasione di ascoltare quanto ci hanno detto patriarchi e vescovi mediorientali in base alla loro esperienza personale. I dati erano chiari e suggerivano che quanto accade oggi in Siria era già in gestazione ben visibile quattro anni fa. Molti a livello internazionale non hanno capito e hanno continuato con le loro politiche dissennate. Con la conseguenza che al martirio iracheno se ne sono aggiunti altri, che, con un po’ più di saggezza e lungimiranza, si sarebbero potuti forse evitare.

Una versione leggermente ridotta dell’intervista appare nel ‘Giornale del Popolo’ di Lugano di sabato 8 marzo 2014, nell’inserto ‘Catholica’, con il titolo: “La guerriera di ieri ora lotta con la ragione e la fede”

 

Non abbandoniamo i Cristiani d’Oriente: sono le nostre radici…non dimentichiamolo

Melchiti, siriaci, caldei, assiri, maroniti… dietro questi nomi vi è un mondo la cui ricchezza spirituale e culturale raggiunge altezze che la Cristianità in occidente, ormai immersa in una realtà puramente orizzontale, non è in grado di comprendere e di apprezzare.

Proprio per questo abbiamo un disperato bisogno di loro, forse addirittura più di quanto loro abbiano bisogno di noi. La ragione è semplice, quelle comunità sono le eredi dirette delle persone che videro, conobbero e amarono Nostro Signore Gesù Cristo.

Vi è una corrente di fede profonda che, attraverso i secoli, sgorga dai primi Cristiani ed irriga tutte le generazioni che si sono succedute permettendo loro di far fiorire una Fede talmente profonda da consentire il superamento di tutte le durissime prove che la convivenza con il mondo islamico ha loro imposto.

Chi ha avuto modo di frequentare quei luoghi, il Libano, la Siria, la Palestina, ha sicuramente percepito questa qualità straordinaria delle locali comunità cristiane. Per loro Gesù non è un personaggio mitologico o una leggenda tramandata nei secoli, ma l’Uomo/Dio di cui i loro antenati hanno visto le gesta ed ascoltato le parole.

Faccio solo due esempi: il primo è Malula, una cittadina siriana di cui già ci siamo più volte occupati. A Malula , unico luogo al mondo, si parla ancora l’Aramaico orientale, vale a dire la stessa lingua utilizzata da Nostro Signore. Gli abitanti di Maalula quindi, quando recitano ad esempio il Padre Nostro, utilizzano gli stessi identici termini che ha pronunciato duemila anni fa il Salvatore.

Un secondo esempio: nel sud Libano (una volta chiamato alta Galilea) c’è un villaggio chiamato Cana. Molti ritengono sia il luogo dove Gesù ha operato il suo primo miracolo (significativamente trasformando l’acqua in vino, con buona pace di certi fanatici salutisti odierni), ma la circostanza è controversa perchè vi sono altri villaggi con lo stesso nome in Palestina.

Di certo vi è che il villaggio venne visitato più volte da Gesù che vi veniva a predicare “alloggiando” in una grotta posta a circa un chilometro dal centro abitato. Dopo la Sua morte, gli abitanti del villaggio che erano divenuti suoi seguaci scolpirono sulle rocce a fianco del sentiero che portava dalla grotta a Cana diverse scene della vita del Salvatore. Quei bassorilievi sono ancora là, vero e proprio Vangelo scolpito sulla pietra prima ancora di essere scritto sulla carta.

Questi esempi aiutano a capire perchè, da quelle parti, la Fede è ancora una cosa seria, che forgia tutta la vita di una persona e per la quale si può anche decidere, in situazioni estreme, di impugnare un’arma o affrontare il martirio. E’ grazie a questo virile atteggiamento che le comunità cristiane d’oriente sono sopravvissute a tutti i tentativi di islamizzazione, fino ad arrivare a guadagnarsi la stima ed il rispetto delle componenti più tolleranti ed aperte del mondo musulmano. Stima e rispetto che hanno permesso, per esempio, ai musulmani libanesi di accettare che il Presidente della Repubblica fosse un cristiano o a quelli siriani che lo Stato ponesse tutte le confessioni religiose su un piano di uguaglianza, garantendo a tutte i medesimi diritti…

Oggi però, la rapida diffusione di un Islam fanatico e totalitario -incarnato da organizzazioni come Daesh o Al Qaeda e appoggiato da Stati come la Turchia e l’Arabia Saudita e, paradossalmente, da potenze laiche e massoniche come Stati Uniti e Francia- pone un drammatico interrogativo sulla sopravvivenza dei Cristiani in Oriente. Dove arrivano le bande islamiste le Chiese vengono sistematicamente distrutte (a partire, significativamente, dagli altari) e la vita dei cristiani diviene impossibile. Il progetto è tragicamente chiaro: cancellare ogni presenza cristiana dal Medio Oriente, di più, cancellare dalla regione ogni presenza che non sia quella di un Islam retrogrado e fanatico.

Rendiamoci conto però che la cancellazione delle comunità cristiane d’oriente non è fine a se stessa. E’ un gesto con un alto valore simbolico e, nelle menti degli intellettuali islamisti, con un tremendo valore strategico. Per distruggere la Cristianità bisognare tagliarne le radici spirituali.

Quando non si celebreranno più messe in Medio Oriente, quando a Malula non si parlerà più l’aramaico, quando i segni visibili del passaggio del Figlio di Dio su questa terra saranno cancellati, allora la Cristianità tutta sarà svuotata e diverrà facile preda dei fanatici del Daesh e di Al Qaeda.
La difesa di queste radici quindi è un dovere morale che incombe oggi su ogni Cristiano in ogni parte del mondo…

Mario Villani

La Passione della Siria continua: gli ultimi sviluppi e le prospettive per il futuro.

Lo schema con cui i media mainstream seguono alcune vicende internazionali si ripete con inesorabile monotonia. Inizialmente i mezzi di “informazione” sostengono -con grande dispiego di mezzi- la versione politically correct voluta dai cosiddetti poteri forti, successivamente, se le cose non vanno nel senso sperato da questi ultimi, fanno calare un silenzio tombale sull’argomento. E’ quanto si è verificato anche per la tragedia siriana: a partire da marzo 2011 la realtà presentata dai media è stata quella di un popolo che lottava (inizialmente con mezzi pacifici e poi, per pura necessità, con le armi) contro un tiranno sanguinario, il Presidente Assad, i cui giorni erano però, si assicurava, contati. Qualche mese ed un piccolo aiuto delle potenze occidentali ed anche il “tiranno” di Damasco avrebbe fatto la fine di Gheddafi e di Saddam Hussein.

Le cose però non sono andate così: in primo luogo l’esercito siriano, contrariamente ai desiderata di certe potenze occidentali, non si è dissolto dividendosi per linee confessionali, ma ha continuato a difendere compatto il Paese, per cui il sogno di una marcia trionfale su Damasco, che sembrava a portata di mano nel 2012, non si è realizzato. In secondo luogo i cosiddetti “ribelli” anti Assad si sono lasciati andare ad un tal numero di efferatezze, di stragi, di atti di pura barbarie che è diventato difficile, anche per una stampa mediamente priva di dignità come la nostra, continuare a presentarli come degli indomiti combattenti per la libertà e la democrazia. Infine la Russia si è messa di traverso ad un eventuale intervento delle potenze occidentali e non in senso metaforico, ma materiale, schierando le proprie navi tra le coste della Siria e le flotte dei paesi Nato nel momento in cui sembrava certo l’inizio dei bombardamenti.
La reazione dei media a queste “sfavorevoli circostanze” è stata quella consueta: far calare il silenzio sulla tragedia siriana.
Alcuni rovesci subiti dall’esercito di Damasco nelle ultime settimane hanno però risvegliato la speranza di una rapida caduta del “tiranno” ed ecco allora nuovamente i media occuparsi della vicenda, salvo ovviamente ignorare o deformare l’orrendo episodio dei missili su Aleppo nel giorno della Pasqua ortodossa.
 Ma cosa sta succedendo veramente in Siria?, l’esercito regolare ed i suoi alleati (Hezbollah libanesi e milizie locali) sono realmente a rischio di essere travolti?, l’ISIL è effettivamente alle porte di Damasco?
Per poter tentare di dare una risposta è necessario sapere che, attualmente, in Siria sono attivi ben ottantadue fronti di guerra distribuiti praticamente su tutto il territorio siriano. Nei primi mesi del 2015, su molti di questi fronti l’iniziativa militare è stata nelle mani dell’esercito regolare che ha conseguito alcuni significativi anche se limitati successi. In particolare l’esercito siriano ha continuato il repulisti di tutta la regione frontaliera con il Libano (purtroppo creando problemi a quest’ultimo perchè gli islamisti in difficoltà in Siria passano il confine e vanno ad ingrossare le file di quelli libanesi). In questo settore è proprio di questi giorni la riconquista quasi totale della strategica area di Zabadani. Progressi sono stati registrati anche sul fronte di Deir Ezzor dove i paracadutisti del Generale druso Issam Zahreddine, aiutati da alcune milizie tribali sunnite, sono riusciti a riconquistare un’isola al centro della città ed alcuni villaggi del circondario, Al Kahanamat e Al Mahala, allontanando per ora la minaccia sull’aeroporto. Anche nei dintorni della città orientale di Hasaka diversi villaggi sono stati abbandonati dall’ISIL sotto la pressione delle truppe regolari siriane appoggiate, in questa zona, da milizie cristiane assire.
La situazione è invece molto delicata sul fronte nord, lungo il confine con la Turchia. Qui le varie sigle della galassia islamista possono contare su due fattori strategici a loro favore. In primo luogo l’appoggio logistico di ampi settori della sicurezza e delle forze armate turche che permettono il continuo passaggio di rinforzi e rifornimenti per le organizzazioni guerrigliere e che, secondo alcune fonti, talvolta intervengono direttamente negli scontri. In secondo luogo il fatto che nella regione le organizzazioni islamiste godono di diffuse simpatie presso alcuni settori della comunità sunnita. In altri termini in questa zona possono contare su un relativo appoggio popolare che manca loro, per fare un esempio, nella città di Damasco.

A febbraio vi è stata comunque un’offensiva dell’esercito siriano anche a nord di Aleppo con la riconquista di numerose posizioni e la “quasi” liberazione di due villaggi sciiti assediati da due anni. Nelle settimane successive però, grazie a massicci aiuti arrivati attraverso il confine turco, le milizie islamiste sono riuscite a recuperare le posizioni perdute.

Complessa anche la situazione nel fronte sud, al confine con la Giordania e Israele. Anche in questo settore gli aiuti che arrivano da oltreconfine, permettono ai guerriglieri di resistere alle azioni dell’esercito regolare e di passare sovente al contrattacco.

Tre avvenimenti recenti sono stati indicati come significativi delle difficoltà in cui si troverebbe attualmente l’esercito di Damasco:la caduta delle città di Idleb al confine con la Turchia e di Boshra sul fronte sud e la conquista del campo profughi palestinese di Yarmuk, alle porte di Damasco, da parte dell’ISIL.

Come valutare queste sconfitte? Devo premettere che, secondo me, l’esercito siriano non potrà mai sconfiggere completamente le milizie islamiste nè conseguire il controllo di tutto il territorio. Lo impediscono due fattori: la natura delle forze armate di Damasco, concepite più per grandi battaglie campali che per una azione di controguerriglia che richiede autonomia di decisione anche nei piccoli reparti e rapidità di azione, ma soprattutto il massiccio afflusso di aiuti e rinforzi che arriva ai guerriglieri attraverso i confini turco e giordano.

Una guerriglia che dispone di “santuari” così importanti nei paesi confinanti e che viene dagli stessi continuamente alimentata non è eliminabile. Basti pensare che, dall’inizio della guerra ad oggi, si calcolano in molte decine di migliaia i guerriglieri eliminati, senza che questo abbia influito più di tanto sulla capacità operativa delle milizie islamiste. Segno che queste ricevono dall’estero un continuo flusso di nuovi combattenti, volontari o mercenari che siano.

Questo però non vuole dire che l’esercito siriano sia sul punto di crollare e che quindi agli islamisti stiano per spalancarsi le porte per l’agognata cavalcata su Damasco. Le strutture militari sono tuttora ben salde ed ancora recentemente l’ambasciatore di Russia in Siria ha assicurato che il suo paese fornirà a Damasco le armi di cui ha necessità per la sua difesa. Anche l’appoggio popolare al regime di Assad è ancora consistente.

Damasco è una città di tre milioni di abitanti, in stragrande maggioranza favorevoli al regime baathista. Analogo discorso per Latakia e la regione costiera. Difficile credere che queste realtà siano disponibili a consegnarsi a persone che hanno dimostrato di trattare i loro nemici (o presunti tali) con spaventosa crudeltà.

Le immagine di persone torturate, bruciate vive, decapitate, crocefisse sono ben presenti a tutti quei siriani che, in qualche modo, per appartenenza politica o credo religioso, ritengono di poter essere nel mirino degli islamisti. Anche i recenti vantati successi della guerriglia non sembrano poi essere così decisivi: Idleb è stata abbandonata dall’esercito a causa della sua inferiorità numerica al momento dell’attacco nemico. Attualmente però le forze armate di Damasco, dopo aver ricevuto rinforzi, sono attestate tutto intorno alla città e stanno cercando di tagliare le linee di approvvigionamento dei guerriglieri con la Turchia anche se, per il momento, non sembrano intenzionate a tentare la riconquista del centro urbano. Yarmuk era già, da almeno due anni, quasi interamente controllato da fazioni palestinesi legate ad Hamas e contrarie ad Assad.

La novità consiste solo nel fatto che queste fazioni hanno stretto un’alleanza con l’ISIL che ha potuto così entrare nel campo dove, peraltro, non sono presenti truppe siriane. Boshra infine è una cittadina la cui perdita – peraltro non confermata – starebbe solo a dimostrare l’incapacità dell’esercito siriano a controllare contemporaneamente tutto il territorio coinvolto dalle operazioni belliche.

E quindi? Se la guerriglia -così massicciamente appoggiata dall’esterno- non può essere definitivamente sconfitta, ma il governo baathista ha ancora sufficienti forze per resistere quale potrà essere il futuro prossimo della Siria? Purtroppo solo la prosecuzione della guerra, con nuovi lutti, nuove distruzioni, nuovi sanguinari atti di crudeltà e fanatismo, nuove sofferenze.

Spegnere questo incendio, le cui fiamme già hanno avvolto il vicino Iraq e stanno lambendo il Libano, è una decisione che potrebbe essere presa solo dalla comunità internazionale. Duecentocinquantamila morti e la quasi totale distruzione del Paese non sono state sufficienti a spingere verso questa scelta. Evidentemente qualcuno, da qualche parte, ha deciso che, per l’umanità è giunta l’ora di spalancare le porte del Caos…

Mario Villani

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