Inviati

Ora Pro Siria – Viaggio in Siria (1)

una sorprendente testimonianza della vita-vita http://oraprosiria.blogspot.it/2015/10/viaggio-in-siria-1.html , vale la pena di leggere:

Dal 17 al 26 ottobre mi sono recata in Siria, ospite delle monache Trappiste di Azeir, un villaggio cristiano affacciato sulla valle verdeggiante in cui scorre il fiume che separa la Siria dal Libano, non lontano da Tartous.

Su questa collina boscosa cinque suore italiane (a cui presto si uniranno due postulanti locali) stanno costruendo un luogo bellissimo e semplice dedicato alla preghiera, al silenzio, all’incontro personale con Dio, che offra agli ospiti l’occasione di incontro con un’esperienza che ogni giorno vive nell’orizzonte della libertà, cioè della coscienza di chi è l’uomo e per quale ragione sta al mondo.

Monastero

Monastero

Tra gli ospiti, incontro Layla, insegnante e poetessa di Aleppo che tra queste mura silenziose cerca di curare la ferita profonda della devastazione della sua città. Mi racconta dei palazzi sventrati, tra le cui macerie, con le mani, lei e i suoi famigliari cercavano i corpi dei vicini. Layla parla italiano e mi aiuta a comunicare con i cristiani del luogo e a superare la barriera insormontabile della lingua araba; con lei vado a visitare e portare un messaggio di amicizia ai bambini della scuola statale del villaggio, a cui dono del cioccolato che ho portato con me.

Il giorno successivo, l’autista del taxi che mi conduce nella Valle dei Cristiani e papà di due alunni della scuola mi racconta che i suoi due bimbi sono tornati trionfanti tenendo come una reliquia la barretta di cioccolato che non vogliono che nessuno mangi perché “l’hanno portato dall’Italia proprio per me!”… La scuola è povera ma dignitosa e organizzata con ordine; il maestro George mi dice con uno sguardo luminoso: “noi cerchiamo di rendere la vita più bella con tutti gli strumenti che abbiamo”.

‘Rendere la vita più bella’ è veramente la sfida di oggi: scopro con sconcerto che proprio tutti se ne vogliono andare. Il ritornello comune è: “non c’è più niente per me, non c’è possibilità per il mio futuro”. Nell’incontro con una famiglia cristiana di Bayda emerge tutto il dramma degli sfollati da Aleppo: la mamma rimasta vedova si reca tre volte alla settimana a lavorare a Latakia, la figlia Miriam di 16 anni frequenta con impegno il liceo artistico, il piccolo Daoud va alla scuola elementare, deve restare lunghe ore in casa da solo ma si comporta con piena responsabilità; poche frasi dicono la durezza della condizione di sfollati: “eravamo benestanti ora siamo quasi dei miserabili … Non siamo né vivi né morti…”. E Miriam si domanda: “per cosa restare qui? Restiamo per morire?”.

La difficoltà principale a cui tutti devono far fronte è l’aumento spropositato del costo della vita: gli alimenti, le medicine, qualsiasi servizio costa 10 volte più di quanto era prima della guerra. Tutti vogliono andare in Germania, convinti che come rifugiati avranno il servizio sanitario, la previdenza, la sovvenzione da parte dello Stato e la certezza di ottenere prima o poi un lavoro dignitoso.

Anche la prospettiva di finire in fondo al mare non è così terribile dopo aver vissuto i bombardamenti giorno e notte ad Aleppo o a Homs: “se muoio in mare sarà lo stesso che morire sotto le bombe” … “viviamo nella paura: adesso arrivano! Ed ogni uomo armato che viene nella nostra direzione ci fa sussultare”.

Le sanzioni internazionali strangolano ogni impresa locale e favoriscono il proliferare delle mafie e dei profittatori di tutti generi, sulla pelle degli sfollati e della gente comune.
Anche il vescovo di Tartous mons. Antoine Shbeir mi conferma che, pur essendo la cittadina di mare al riparo da bombardamenti, i giovani e le famiglie se ne vanno perché non reggono il costo della vita: lo stipendio mensile ormai basta solo a malapena a pagare l’affitto. Ma, aggiunge: “ora con l’intervento dei russi hanno ripreso un po’ di speranza e alcuni che erano decisi ad andarsene stanno ripensandoci”.
Il lavoro della ricostruzione umana sarà enorme, si è davvero rotta la convivenza e si è instaurata la sfiducia e il sospetto, Quello che prima della guerra era normale – stare fianco a fianco sunniti, alawiti, cristiani- ora è diventato tremendamente difficile: la ferita di tanta violenza, dei tradimenti, delazioni, di inimmaginabili vendette, lascia un rancore e una diffidenza che ai più pare impossibile sanare.
Tra i bambini della scuoletta di Azeir, ci sono gli orfani di due panettieri locali che si erano trasferiti a Homs per fare funzionare il forno ogni giorno e sono stati uccisi dai ‘musallaheen’, cioè i ribelli, solo perché ogni giorno lavoravano e quindi erano considerati sostenitori del governo. E gli abitanti delle cittadine cristiane situate sotto il Castello (il Crack des Chevaliers) ricordano con raccapriccio i massacri efferati che tra quelle mura sono stati compiuti dalle bande e il tormento dei proiettili che piovevano su di loro notte e dì.

I cristiani che prima erano l’elemento di moderazione nella società ora sono considerati, dai seguaci del Califfato, dei kuffar: infedeli; un ‘Califfato’ il cui sogno alberga nei pensieri di molti più sunniti di quanto si pensi … Come del resto ‘infedeli’ sono considerati anche i sunniti ‘laici’ come il Mufti Hassoun o il ministro al Moallem..

I cristiani mi parlano con sdegno della devastazione e sfacelo operato da quelli che noi ora chiamiamo ‘ribelli moderati’ nelle chiese di Rableh e di Qaryatayn, da cui tutte le antiche bellissime sacre immagini sono state rubate prima della distruzione..
Lo slogan scandito nei primi giorni della ‘rivoluzione’ “alawiti nella tomba, cristiani a Beirut” si è rivelato realtà, e ormai non vi sono più remore nel ribadirne l’intento.

Su ogni casa campeggia almeno un poster con la foto del ‘martire’: non c’è famiglia in cui manchi un figlio, o fratello, o marito, morto tra le fila dell’esercito siriano. All’entrata di Tartous sussulto passando sotto interi muri tappezzati da questi volti, soprattutto di ragazzi, che rappresentano il tributo del popolo a questa guerra che non ha voluto, e di cui ‘non ne può più’.

Eppure piccoli segni di speranza col passare dei giorni si presentano (e concordiamo di promuovere in Italia il modo per supportarli) : gente che ancora osa credere nella possibilità di guardare l’altro con rispetto, di rinnovare in sé la speranza e la decisione della convivenza sperimentata in passato e da affermare ancora nel futuro:

– l’insegnante cristiana di musica che ogni mattina va a a fare lezione nel vicino villaggio sciita e anche nel villaggio sunnita

– i cristiani di Homs che tornano nel quartiere al Hamidiyah e il pellegrinaggio di musulmani e cristiani al convento gesuita in cui riposa padre Frans Van der Lugt

– le suore che gestiscono egregiamente la scuola ‘al Amal’ ( La Speranza) di Marmarita aperte agli sfollati provenienti da ogni parte di Siria

– i cooperanti salesiani sfollati da Aleppo che vogliono rimettere in piedi piccole attività lavorative: l’inizio di possibili attività di promozione della donna, laboratori di cucito, stamperie …

– la professoressa sfollata che non vuole vedere i suoi figli emigrare e vorrebbe allestire un salone vicino alla Parrocchia come biblioteca e centro di incontro giovanile

Percorriamo l’incantevole valle di Myssiaf (come sarà bella la Siria senza guerra!), ad uno degli innumerevoli posti di controllo il militare restituisce alle suore e a me i documenti con questo saluto: “La Siria è illuminata dalla vostra presenza”.

Aiutateci a restare. Questo grande compito , ridestare la speranza dei cristiani per trovare le ragioni per restare e radicare la speranza in un fondo umano più vero, è l’impegno che si assumono le Monache: perchè tutto ricomincia da una testimonianza che rimette in moto il riconoscimento della ragione per cui val la pena rimanere e sperare che ci sia un futuro. O come dice suor Marta: “Adesso basta piangerci addosso, muoviamoci! Anche qui , dove non c’è certamente l’ottimo delle condizioni, puoi dare un senso alla tua vita, sostenendo gli altri, operando per la dignità della vita e per la bellezza, che è dono gratuito!”.

Fiorenza

la 2^ parte del viaggio qui : Viaggio in Siria (2): Homs, ya Rabb!

la 3^ parte del viaggio qui:  ‘aiutateci a rimanere nella nostra terra‘.

Siria – “Vogliamo vivere”

“Vogliamo vivere” è il messaggio che scaturisce dai giovani studenti siriani uniti ai loro coetanei giunti da tutto il mondo per partecipare al convegno “One step for Siria” svoltosi a Damasco tra il 20 e il 24 settembre scorsi. Cronaca di un viaggio nella Siria in guerra.

di Massimo Granata

Percorriamo il tratto siriano dell’autostrada Beirut Damasco quando la notte è già calata. Il transito notturno è sconsigliato ma le difficoltà burocratiche in uscita da parte della polizia di frontiera libanese sono state molteplici e ci hanno trattenuto due ore buone. Le auto della polizia che scortano il nostro autobus ci permettono di baipassare i numerosi posti di blocco ma da quello che possiamo vedere   sfilando accanto ai veicoli incolonnati in attesa del controllo l’atmosfera è rilassata segnale che i giorni in cui questa area era pericolosissima sono passati e di questo, sapremo dopo, possiamo ringraziare Hezbollah che mantiene il controllo delle colline circostanti.

L’arrivo a Damasco ci coglie un pò di sorpresa, specialmente noi che ricordiamo la Beirut del 1990 rischiarata solo dal baluginare delle luci nelle case dotate di generatore. La città è illuminata, il traffico è notevole, la gente è per le strade.  Sembra un normale sabato sera di una delle nostre metropoli.

A ricordarci che c’è la guerra un isolato colpo di cannone  scuote l’aria mentre ci avviamo all’ingresso dell’Hotel, il sontuoso Dama Rose, a due passi dal Ministero dell’Interno, che ci ospiterà per la durata del soggiorno.   Veniamo accolti da un comitato di gioventù sorridente è festante, sembra un happening universitario in un qualsiasi ateneo occidentale, scopriremo poi che quei sorrisi che nascondono situazioni tristi quando non tragiche,  sono lo specchio della voglia di continuare a vivere una esistenza serena quale era prima che una guerra, imposta ai siriani da volontà straniere ed ostili, la tramutasse nell’odierno calvario.

12063328_1210663972284387_7941021632980961143_nLa mattina successiva è domenica, gli amici francesi che sono arrivati di buon ora ci raccontano di aver assistito in diretta all’attacco missilistico, fortunatamente senza vittime e danni eccessivi, subito dall’ambasciata russa. Una colonna di fumo enorme, spiegano, si levava da un area della città mentre il loro autobus percorreva il corso centrale di Damasco.

Il programma ci porta a visitare prima i feriti vittime dell’aggressione terroristica curati nel principale ospedale  di Damasco gestito e finanziato dal partito Baas, poi ad incontrare i parenti dei militari caduti nella difesa delle proprie case. Incontriamo una madre che ha perso due dei tre figli nei combattimenti in un villaggio alle porte della capitale e vive ora con la moglie e la figlia piccola di uno dei caduti in una casa messa a disposizione dal governo siriano per le famiglie dei martiri . Il terzo figlio che ha appena raggiunto l’età per la coscrizione si prepara a partire per difendere il suo villaggio che nel frattempo è stato liberato. Ci fanno notare che l’opera di ricostruzione è già iniziata e presto potranno ritornare alla loro casa. Minimizzano la cosa, perché in Siria l’appartenenza religiosa non viene ritenuta una discriminante sul piano sociale, ma sono sunniti.

L’ultima tappa della mattinata ci conduce in  un centro dove vengono alloggiati gli sfollati. Le famiglie ci accolgono raccontandoci le loro storie di ordinaria follia dovute all’incontro con le milizie salafite a volte indirizzate dai loro vicini. La casa è un tripudio di bambini in proporzione di almeno 5 per ogni adulto. Facciamo facili considerazioni sui presunti profughi che si affacciano alle nostre frontiere in proporzione di 100 adulti per ogni bambino.

Il resto della giornata trascorre nel familiarizzare con i nostri ospiti, cosa che ovviamente si rivela facilissima fra coetanei e un po meno per due vecchi arnesi come me e Vittorio Gigliotti, che mi accompagna in questa trasferta. Felicemente incontriamo Sebastiano e Marina Rabab, una coppia, lei Greca di nazionalità Siriana lui Siciliano venuti a Damasco per Sposarsi in rito greco ortodosso e cooptati al convegno da Yara Your Mou che con Nino Zappalà ha organizzato la nostra partecipazione al convegno. Loro saranno i nostri anfitrioni durante tutta la nostra permanenza.

La serata di apertura del convegno si tiene in una antica suggestiva sala nel cuore dell’immenso bazar di Damasco che abbiamo raggiunto percorrendo a piedi, tra la folla che assiepava le miriade di piccoli negozi,  la via che la narrazione popolare descrive come quella percorsa da San Paolo allorchè avvenne l’incontro col Cristo e la sua miracolosa conversione. Artisti, religiosi, uomini di cultura e politici danno il tono della serata incentrato su due motivi principali: la normalità della vita prima dell’aggressione e la sua tragicità attuale; la solidarietà e l’integrazione delle comunità siriane pur nella loro molteplicità e differenza.

10005882_1210666538950797_645440909077757525_oMaalula ci accoglie con le sue devastazioni, le ferite dell’occupazione salafita e della battaglia per la riconquista di questa città simbolo per i cristiani d’oriente, non sono rimarginate e non lo saranno a breve vista la loro gravità.  Maalula è uno dei pochissimi luoghi al mondo dove si parli ancora l’Aramaico antico, dove il Padre Nostro risuona con le stesse parole usate da Nostro Signore. I cristiani di Siria, di ogni confessione la venerano come luogo santo e i musulmani ne sono orgogliosi.

La città è devastata. Le case crollate, crivellate o bruciate si affacciano senza soluzione di continuità sulla strada che conduce al convento di Santa Tecla. Questo ha il portone divelto e la chiesa bruciata. Anche le icone dell’eremo della santa hanno subito la furia iconoclasta dei “ribelli”. Certamente anche la battaglia per la sua liberazione ha contribuito alle distruzioni.

Per quanto  le forze congiunte dell’Esercito Arabo Siriano, di Hezbollah e di una milizia cristiana locale abbiano rinunciato all’uso di armi pesanti e abbiano combattuto casa per casa per la riconquista la città ha subito pesantemente gli effetti della battaglia . Eppure gli abitanti sono tornati, un bar sulla piazza  funziona, alcuni negozi sono aperti, bucherellati ma aperti, e si sente la volontà di ricostruire sotto lo sguardo protettivo della statua della Madonna che protegge il paese dall’alto, che era stata distrutta dagli occupanti e che è stata prontamente riposizionata dai liberatori.

A pochi chilometri da Maalula arriviamo a Sednaya, altro luogo santo per la Cristianità Siriana, importantissima per tutto l’oriente per i suoi numerosi monumenti, 40 tra chiese e conventi tra cui, arrampicato sulla collina, quello di Nostra Signora di Sednaya, costruito dall’imperatore Giustiniano I a seguito di un evento miracoloso e che conserverebbe una delle quattro icone originali dipinte da San Luca.   Sednaya è meta di pellegrinaggi  e anche i musulmani vi si recano per rendere omaggio alla Madre di Gesù.

Anche Sednaya nel’autunno del 2013 è stata attaccata dalle formazioni salafite che per fortuna sono state fermate dalla milizia locale composta sia da cristiani che da musulmani. Conclusa la vista allo splendido convento di Nostra Signora. Ci viene offerto un pranzo Allo Sednaya Sheraton Maaret bellissimo hotel che testimonia la vocazione turistica della regione quando i tempi erano normali.

A sera siamo di ritorno a Damasco. Io e Vittorio Gigliotti ci concediamo una incursione non scortata e controllata nella città. Ci infiliamo in una delle tante diramazioni dell’immenso bazar 12049437_887488744675431_8287136876792417772_nche occupa il centro. La vita appare quella di una città lontana dalla guerra che in realtà in linea d’aria è a meno di otto chilometri. Facciamo acquisti contrattando come si usa poi rientriamo. Da poco il cannone ha ricominciato a far sentire la sua voce in lontananza.

E’ la serata d’addio i ragazzi siriani e dal mondo festeggiano e noi Italiani, con i Russi i Francesi e qualche Siriano cristiano brindiamo finalmente con qualcosa di alcolico. La festa continuerà sino a tarda notte coinvolgendo anche la compassata delegazione nord koreana e gli uomini di quella iraniana, che non bevono ma si uniscono alle danze.

Alle prime luci dell’alba il rumore del passaggio dei caccia a reazione si unisce al rimbombo dell’artiglieria che è andato avanti a fasi alterne per tutta la notte. Gli aerei si sentono vicinissimi ma non si vedono, neppure dalla terrazza del nono piano dell’hotel, perché passano bassi dietro le colline. E’ il momento di partire. Alla frontiera Siriana salutiamo gli angeli custodi della polizia che hanno vegliato per 6 giorni sulla nostra sicurezza. L’aeroporto di Beirut ci attende.

Alcune considerazioni finali su questo viaggio importantissimo per averci dato modo di conoscere senza mediazioni la realtà siriana attuale.

Il popolo siriano composto per la grande maggioranza da giovani vuole vivere, e vuole vivere come si viveva prima che l’aggressione salafita tentasse di sovvertire ordine sociale che, se non era perfetto come non può essere qualsivoglia ordine sociale, pure rendeva gradevole il normale scorrere dell’esistenza.

La società siriana per quanto ho potuto vedere è un vero melting pot, un luogo dove comunità religiose ed etniche differenti convivono integrate ognuna rispettosa delle altre e dove, almeno tra i giovani, l’appartenenza ad una o all’altra delle comunità anche rispettandone i costumi, non pone problemi di integrazione o di rapporti.

Dal punto di vista politico il sostegno all’attuale governo è unanime. Ho avuto occasione di parlare con personaggi di partiti diversi dal Baas, tecnicamente oppositori, con idee differenti su come debbano evolvere la società e lo stato Siriano ma che rimandano la discussione su questi temi a quando la pace sarà ritornata e l’aggressione esterna terminata.  Rispettosi comunque della volontà popolare.

Dal punto di vista militare, premesso che giustamente i responsabili della nostra sicurezza hanno optato per farci correre i minori rischi possibili e quindi la guerra non ce l’hanno fatta vedere neppure da lontano se non nei suoi effetti passati come a Maalula, l’impressione è che, almeno a Damasco  l’attenzione si sia un po rilassata. La città obbiettivamente non è più minacciata di invasione. L’intervento Russo poi pone la vittoria ad un orizzonte  visibile.

Questo fa si che i controlli all’interno siano diventati più quelli di un paese a regime di polizia che quelli di un paese in guerra. Ciò espone al rischio di una nuova stagione di attentati, insignificanti dal punto di vista militare ma devastanti per i numero di vittime civili. L’attentato al nostro albergo ne è un sintomo preoccupante. Un RPG ha una gittata di non più di mille metri il che vuol dire che chi ha sparato sul Dama Rose è penetrato nella cerchia più interna del perimetro difensivo della Capitale, e questo,se i controlli fossero adeguati non dovrebbe essere possibile.

Souvenir du Liban

Otto esponenti dell’Osservatorio per le Comunità Cristiane in Medio Oriente si sono recati dal 24 al 29 aprile in Libano. Tra di loro due redattori del sito “Appunti”, Massimo Granata ed io. Quella che segue è una breve cronaca del viaggio e degli incontri con i Patriarchi delle comunitòà cattoliche di rito orientale. Seguiranno, in articoli successivi, approfondimenti su alcuni dei molti temi trattati -in particolare con il Vescovo di Tiro e con il professor Hagji- in occasione della decina di interessantissimi colloqui avvenuti nei cinque giorni del viaggio. libano

Il gruppo più numeroso è arrivato all’aeroporto di Beirut alle ore diciassette di mercoledì 24 aprile (gli amici Vittorio e Mariolina, provenienti dalle Calabrie, ci hanno raggiunto nella notte perchè viaggiavano con altro volo). Causa il solito traffico infernale, per percorrere i 30 km dall’aeroporto a Jouniè impieghiamo quasi tre ore – a piedi forse facevamo prima – ed arriviamo appena in tempo per la cena. Lungo la superstrada in uscita dall’aeroporto noto la scomparsa degli striscioni di Hezbollah, che invece avevo notato in gran numero nel mio precedente viaggio del novembre 2011. Mi dicono che lo stradone corre tra un quartiere sciita ed uno sunnita e quindi è probabile che i dirigenti di Hezbollah abbiano deciso, in considerazione delle crescenti tensioni tra le due comunità, di evitare atteggiamenti provocatori. Una dimostrazione di buon senso non comune di questi tempi.

La serie degli incontri incomincia la mattina seguente con il Patriarca melchita (greco-cattolico) Gregorio Laham. Il Patriarcato si trova sulle colline alle spalle di Beirut e salendo abbiamo così la possibilità di ammirare lo splendido panorama della costa libanese. Sulla capitale però grava una nuvola scura, indice di un inquinamento di cui nessuno sembra preoccuparsi forse in forza del fatto che il Paese si trova ad affrontare altri e gravi emergenze. Lungo la strada notiamo che il parco macchine dei libanesi denoterebbe una notevole opulenza: auto di grossa cilindrata sfrecciano per le strade nella più assoluta anarchia. In effetti nei cinque giorni di permanenza non abbiamo visto un solo semaforo in funzione e gli unici vigili urbani (peraltro in divisa da commandos) erano intorno allo stadio di Jouniè. Chiediamo agli amici libanesi che ci accompagnano da dove viene tutta questa ricchezza, ma ci rispondono che è solo apparenza, perchè la maggior parte delle auto viene acquistata a credito e restituita quando il proprietario non riesce più a pagare le rate.

Il colloquio con il Patriarca melchita dura quasi due ore. Ci sorprende, abituati come siamo ad un linguaggio “pretesco” fatto di mezze parole e tantissima prudenza, lo stile chiaro e diretto dell’esposizione anche quando si affrontano delicati argomenti politici. Addirittura ci offriamo di spegnere i microfoni dei registratori nel caso il Patriarca ritenesse di dirci qualcosa di confidenziale, ma l’offerta viene cortesemente respinta. Ovviamente l’oggetto principale del colloquio è la crisi siriana. Le affermazioni sull’argomento di tutti i Patriarchi che abbiamo incontrato (Melchita, Siro-cattolico e Armeno-cattolico) sono, al di là di qualche sfumatura, assolutamente sovrapponibili, ragion per cui mi limito a riassumerle una volta sola. Avviso però che abbiamo il filmato di tutti gli incontri e lo stiamo sistemando, pertanto se qualcuno è interessato ad ascoltare interamente le conversazioni (assicuro che ne vale la pena) non dovrà fare altro che richiedercelo.

Secondo i Patriarchi cristiani l’immagine presentata dai media occidentali sulla situazione in Siria è sovente lontana dalla realtà (qualcuno ha parlato apertamente di deformazione della stessa) e condizionata da pesanti pregiudizi ideologici. In altre parole non è attendibile.

Il regime bahatista al potere a Damasco presenta sicuramente difetti e mancanze di cui nessuno nega la gravità, ma comunque garantisce alle minoranze religiose, compresi i Cristiani, una sostanziale e completa libertà di culto ed una uguaglianza di fronte allo Stato. Contro questo regime è in corso una vera e propria guerra alimentata dall’esterno, in quanto la cosiddetta “opposizione armata” è finanziata da potenze straniere, in particolare il Qatar, ed è frammentata in almeno un migliaio di organizzazioni, molte delle quali di orientamento islamista o, addirittura, salafita e rinforzate da un massiccio e continuo afflusso di “volontari” provenienti praticamente da quasi tutto il mondo islamico sunnita. La Siria ha certo bisogno di profonde riforme in senso democratico, ma non di vedere il suo regime rovesciato con la forza, perchè questo aprirebbe la strada ad una devastante guerra confessionale.

I Patriarchi cristiani hanno inoltre tutti sottolineato il rischio di una estensione del conflitto al vicino Libano, definendo questo rischio come una evenienza purtroppo probabile in caso di prolungamento della crisi siriana. Questo a causa della contiguità geografica tra i due Paesi, della presenza in territorio libanese di sostenitori di entrambe le parti in conflitto, nonché dei problemi derivanti dall’afflusso in Libano di quasi 2.000.000 di profughi siriani.

Infine tutti i Patriachi hanno accoratamente sottolineato come le comunità cristiane dei due Paesi mediterranei siano in grave pericolo a causa dell’azione di gruppi islamisti radicali che non fanno mistero di voler cancellare dalla regione la presenza delle minoranze non sunnite. In pericolo sì, ma decise a rimanere in loco ed a svolgere la missione di testimonianza di fronte all’Islam assegnata loro da Dio, ci hanno comunque assicurato i Patriarchi.

Il giorno successivo di buon mattino incontriamo, nella sede patriarcale di Beirut, il Patriarca Siro-cattolico Igniatius III Youna, mentre nel pomeriggio ci riceve il Vicario del Patriarca Maronita Bechara Rai (quest’ultimo, purtroppo, impegnato all’estero). Devo dire che il Vicario maronita (ritengo proprio a causa della sua funzione) è stato sicuramente il più prudente nell’esposizione, pur non discontandosi molto dai concetti ascoltati negli altri incontri. Sabato mattina infine, veniamo ricevuti dal Patriarca Armeno-cattolico Nerses Bedros che, oltre ad affrontare l’argomento Siria, ci ha esposto, su nostra richiesta, una lunga e dettagliata storia della Chiesa armena e delle tragiche vicende che l’hanno contrassegnata. Ma di questo parleremo in altra occasione.

La domenica la nostra missione in Libano si conclude con un viaggio verso il sud del Paese e con la sosta a Tiro per l’incontro con il Vescovo, ma anche di questo parleremo in un articolo successivo.

Mentre scrivevo queste righe sono arrivate una notizia drammatiche sulla situazione in Siria.  Riguarda le dichiarazioni rese dal noto magistrato Carla Del Ponte alla televisione svizzera a proposito dell’uso di armi chimiche nel conflitto in corso. Secondo la Del Ponte vi sono prove che tali armi (pare il temibile gas Sarin) siano state effettivamente già usate, ma dai ribelli e non dall’esercito regolare. E’ una notizia che verrà ignorata dai mass media, ma che deve essere tenuta ben presente allorquando si tenterà di giustificare un intervento armato internazionale in Siria invocando il pretesto dell’uso di armi chimiche da parte del regime.

Mario Villani

Cristiani di frontiera

Le comunità cattoliche che vivono nelle regioni meridionali del Libano sono a rischio estinzione

Uno degli incontri più significativi e toccanti del nostro recente viaggio in Libano è stato sicuramente quello con il Vescovo di Tiro, S.E. Mons. El Hajj, di cui ci è stato raccontato l’eroico coraggio mostrato durante la guerra del 2006. In quell’occasione Sua Eccellenza non solo si rifiutò di abbandonare la diocesi per rifugiarsi in zone più sicure, ma quotidianamente si recò nei villaggi dove più frequenti erano le incursioni dei cacciabombardieri israeliani, dicendo che “un padre non può abbandonare i suoi figli quando sono in pericolo”.

LIBANO_-_madonna_e_cristianiTiro è un’antichissima cittadina portuale situata nel Sud Libano ad una trentina di chilometri circa dal confine con lo Stato di Israele. Fu sicuramente visitata da Gesù durante i suoi anni di predicazione pubblica, come peraltro numerose altre località di questa regione, conosciuta anche come Galilea settentrionale. A pochi chilometri da Tiro si trova il villaggio di Cana che, almeno secondo alcune fonti, sarebbe proprio la località dove Gesù ha compiuto il suo primo miracolo trasformando l’acqua in vino nel corso di una cerimonia nuziale. Proprio alle porte di Cana vi è una grotta che secondo la tradizione avrebbe fornito rifugio per la notte a Nostro Signore quando veniva a predicare in questa regione. Le prime comunità cristiane sorte nella regione sono quindi praticamente contemporanee o di poco successive a Gesù. Lo dimostra anche un sentiero che corre tra Cana e la grotta di cui ho parlato: sulle rocce che lo fiancheggiano infatti sono scolpiti degli antichissimi bassorilievi che raffigurano episodi salienti della vita pubblica del Cristo, ivi compresa l’Ultima Cena. Non è mai stata tentata una datazione di questi bassorilievi, ma le fonti locali li fanno risalire al primo secolo dopo Cristo. L’aspetto delle rocce e la condizione dei bassorilievi inducono a pensare che questa valutazione non sia affatto infondata. Non meraviglia quindi che in questi villaggi siano vissute comunità cristiane animate da una Fede “granitica”, perché frutto di una tradizione che affondava le proprie origini proprio negli anni della vita pubblica di Gesù.

Quale è oggi la condizione delle comunità cristiane che vivono in questa regione? Lasciamo rispondere lo stesso Mons. Hajj a cui abbiamo posto la domanda: “La Diocesi di Tiro è suddivisa in sette distretti, distribuiti dal sud di Sidone fino alla frontiera, dal mare fino alle montagne, le parrocchie sono molto disperse ed è per questo che il Vescovo deve correre tutto il giorno per poter incontrare tutti i suoi fedeli … Io considero la mia macchina come il mio vescovado! Abbiamo nel territorio 50.000 maroniti sul registro, ma presenti ce ne sono la metà cioè 25.000. Abbiamo 20 parrocchie. Vi sono anche due diocesi di greco-cattolici; purtroppo questa regione si sta svuotando dii cristiani. Siamo 70.000 cristiani in tutto, su 700.000 abitanti. Dopo l’indipendenza, eravamo il 50%; a Tiro adesso invece sono 70.000 musulmani contro 3000 cristiani. Quello che ci ha fatto male soprattutto è stata la guerra israelo-araba, il fatto che Israele ha preso la Palestina, ha fatto la barriera, perché prima i cristiani andavano a lavorare quotidianamente in Palestina e c’era commercio molto ricco e la zona era fiorente di traffici. Il porto di Tiro era più importante di quello di Beirut. In un giorno, nel ’48, tutto è cambiato completamente. C’erano almeno 200.000 libanesi, a maggioranza cristiani, che lavoravano in Palestina, prima del ’48. Dopo il ’48 sono rimasti tutti senza lavoro, e con loro 200.000 palestinesi sono arrivati qua come rifugiati.” Tremila cristiani a Tiro su settantacinquemila abitanti e solo pochi anni fa il rapporto numerico con i musulmani era del 50%! L’aspetto stesso del Vescovado è significativo. Le dimensioni sono praticamente quelle di una nostra parrocchia, circostanza che ci colpisce in maniera particolare soprattutto dopo le visite ai Patriarcati di Beirut e Bkerkè caratterizzati da una elegante imponenza. Anche il tour nel piccolo quartiere cristiano di Tiro è significativo: le strade sono pulite e ordinate, le case ben tenute e quasi eleganti, mentre il resto della città presenta le caratteristiche di disordine e sporcizia tipiche di una città di mare mediorentale.

Non vi è persecuzione attualmente verso i cristiani nel sud Libano. La grande maggioranza dei musulmani di questa regione è sciita e, ci spiega il Vescovo,: “gli sciiti sono come noi, perché nel corso della storia sono stati perseguitati come noi. Non so se voi sapete che quando sono arrivati i crociati, gli sciiti, come i cristiani, sono stati alleati dei crociati. Proprio questa città di Tiro ha visto la presenza dei veneziani che vennero a costruire e fare i loro commerci. Vicino a tutte le città con castelli crociati, voi vedete persone di capelli e pelle chiara e io personalmente penso che ci furono molti crociati che hanno adottato lo sciismo e qui sono rimasti. Succede anche negli anni ’60 e ’70: tanti sciiti sono andati in Europa dell’Est, Ucraina, Polonia eccetera, e sono rimasti e sono tornati con delle mogli bionde, per questo qui vediamo un fenomeno di gente chiara. Gli sciiti sono moderati, la maggioranza di loro è fuori, è vissuta e vive in Europa”.

Sono quindi le condizioni economiche che hanno costretto i Cristiani all’esodo. Le condizioni economiche e l’indifferenza dei Fratelli d’Occidente. Ce lo dice con amarezza, ma senza risentimento, proprio il Vescovo: “noi Cristiani sentiamo che non contiamo per il mondo occidentale, non valiamo niente: non siamo di alcun interesse per lui e alla fine ci dicono “venite da noi e basta problemi, venite qua e lasciate quella terra”. Ma invece noi, come Cristiani, vogliamo rimanere qua e continuare a testimoniare. Quello che è successo in Iraq è quello che accade ora in Siria: sono centinaia di persone cristiane a cui danno il visto per andarsene. Centinaia di famiglie che dalla Siria vengono qua, come un punto di passaggio, vengono nelle ambasciate per prendere la strada dell’estero. Proprio uguale a quello che è accaduto alle famiglie irachene, quello che io stesso ho visto quando sono venuti per alcuni mesi, giusto il tempo per preparare il visto… e dove andare dopo che sono stati divisi secondo le zone geografiche sparpagliati?”.

Usciamo dal Vescovado con un nodo alla gola, forse ancor più che se avessimo sentito storie di persecuzioni sanguinose. In questo caso infatti ben poco potremmo fare perchè contro la forza delle armi, come si suol dire “ragion non vale”. Invece per aiutare le comunità cristiane del sud Libano a rimanere (o tornare) sulla loro terra basterebbe veramente poco: un pizzico di buona volontà, qualche aiuto economico e tanta informazione. Evidentemente non siamo più capaci neppure di quello…

Mario Villani

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