Libano

“Non c’è un genocidio di cristiani e non ci servono protettori”

Il Patriarca e cardinale maronita Bechara Boutros Rai: l’incontro tra il Papa e Kirill è stato un fatto provvidenziale. E i cristiani del Medio Oriente giudicano positivamente l’intervento russo nel conflitto siriano

Gianni Valente – Vatican Insider

Il Medio Oriente è sconvolto dalla tempesta delle guerre, del terrorismo e delle pulizie etnico-religiose. Ma la tempesta passerà, e anche i cristiani non spariranno dalle terre dove è nato Gesù e si è diffuso il primo annuncio cristiano. Il cardinale libanese Boutros Bechara Rai, Patriarca di Antiochia dei maroniti, non sembra contagiato dai toni catastrofici che segnano tanti interventi di altri vescovi e Patriarchi mediorientali. Lui dà ragione con accenti appassionati della speranza cristiana che lo anima anche riguardo al futuro del Vangelo in quella parte del mondo.

Beatitudine, esponenti di altre Chiese cattoliche orientali hanno espresso riserve per l’abbraccio tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill, e soprattutto per la dichiarazione comune da loro sottoscritta. Come è stato vissuto quell’evento tra i cristiani del Medio Oriente?

“Da noi l’ecumenismo non è una questione accademica. È la vita di tutti i giorni. Tra cristiani di diverse tradizioni ci incontriamo spesso e decidiamo tutto insieme. Abbiamo percepito l’incontro tra il Papa e il Patriarca russo come un fatto provvidenziale, e io l’ho scritto anche al Papa. La dichiarazione comune, la sto leggendo un pezzo per volta al programma di formazione cristiana che tengo ogni settimana in tv. Ho cominciato coi paragrafi dedicati ai cristiani in Medio Oriente. La prossima settimana tratterò della parte sulla famiglia. Io ho rapporti fraterni anche col Patriarca Kirill. Ci scriviamo sempre, mi sono consultato con lui anche sulle questioni della politica”.

Quale giudizio prevale tra i cristiani del Medio Oriente riguardo all’intervento russo in Siria, che ha cambiato le sorti del conflitto e viene criticato da molti circoli in Occidente?

“La Russia si occupa da sempre dei cristiani del Medio Oriente, soprattutto quelli ortodossi. Nel solo Libano, i russi hanno aiutato a far nascere almeno un’ottantina di scuole ortodosse, che rappresentano un contributo importante per la vita ecclesiale. Riguardo alla guerra, ai nostri occhi l’intervento della coalizione guidata dagli americani non ha fatto altro che consolidare i jihadisti del Daesh, lo Stato Islamico. E questo ci spingeva sempre a porci delle domande. Poi sono arrivati i russi, stanno colpendo Daesh e allora si sentono le proteste di chi li rimprovera di voler solo sostenere il regime siriano… Allora non ci si capisce più niente. Noi sappiamo solo che non è possibile essere preda delle organizzazioni terroristiche: Daesh, al Qaida, al Nusra, e i mercenari che ci mandate dall’Occidente… Quindi noi giudichiamo positivamente questo intervento russo, come una lotta concreta lotta contro il Daesh. Poi, è ovvio che tutti gli Stati hanno i propri interessi politici. Ma almeno c’è una Nazione, la Russia, che parla anche dei cristiani del Medio Oriente”.

Ma c’è sempre bisogno di qualcuno che difende dall’esterno i cristiani del Medio Oriente? Non c’è il pericolo di teorizzare per loro nuovi protettorati, come quelli esercitati un tempo dalle potenze occidentali?

“Non c’è più nessun protettorato, e forse non c’è mai stato. Gli Stati facevano i loro interessi, sotto la coperta del protettorato. Noi non abbiamo bisogno di protettori. Abbiamo bisogno solo che dall’esterno ci lascino in pace, Prima di questi interventi esterni, c’erano stati tanti problemi, ma negli ultimi tempi vivevamo in pace. Lungo la storia abbiamo sempre trovato le vie per andare avanti”.

Eppure ci sono tante forze e organizzazioni, anche politiche, che dicono di voler aiutare i cristiani in Medio Oriente.

“Sì, va bene, ma si tenga conto che noi non siamo degli individui isolati, o delle piccole minoranze derelitte. Siamo la Chiesa di Cristo, che si trova in Medio Oriente. Ci sono quelli che trattano i cristiani mediorientali come dei poveretti, quelli che dicono: venite da noi, che vi accoglieremo, cinquanta qui, cento lì, cinquecento in quell’altro Paese…. A questi dico che le cose non funzionano così. Noi vogliamo rimanere nella terra nostra, insieme ai musulmani, dove abbiamo vissuto insieme per 1400 anni, e vogliamo rimanerci nel nome del Vangelo. Abbiamo creato una cultura insieme, una civiltà insieme. E tutti quelli che ora combattono in Medio Oriente, non sono del Medio Oriente”.

L’alternativa obbligata, in Medio Oriente, è tra regimi autoritari e fanatismo jihadista?

“L’ultimo tempo di sangue e dolore è iniziato coi popoli di diverse nazioni che esprimevano il legittimo desiderio di riforme politiche. È un diritto chiedere cambiamenti. Ma poi quelle richieste sono sparite, e sono venute fuori le organizzazioni terroristiche, sostenute da fuori con i soldi, le armi e il sostegno logistico. A tanti che ne parlano sempre, la democrazia e la libertà non interessa davvero. Hanno altri interessi”.

C’è anche chi, riguardo alla condizione vissuta ora dai cristiani in Medio Oriente, utilizza sempre le categorie di persecuzione e addirittura di genocidio. L’uso di queste espressioni è sempre appropriato?

“Il problema in Medio Oriente non un problema di persecuzione dei musulmani sui cristiani. I problemi sono altri: quelli tra sciiti e sunniti, tra regimi e gruppi terroristici, e tra Arabia Saudita e Iran, che si fanno la guerra sul suolo della Siria, dell’Iraq, dello Yemen, e in Libano si fanno guerra politica. I cristiani ci vanno di mezzo, ci sono stati attacchi mirati, perchè nel caos succede sempre così. Ma non possiamo parlare di persecuzione vera e propria e sistematica, e tanto meno di genocidio. Ci sono molte più persecuzioni contro i musulmani che contro i cristiani, I cristiani sono vittime come tutti gli altri, ma i 12 milioni di siriani che sono dovuti scappare dalle loro case non sono cristiani. Anche le atrocità del Daesh sono rivolte più contro i musulmani che contro i cristiani”.

Ma anche fuori dagli scenari di guerra, nei Paesi del Medio Oriente i cristiani vivono spesso situazioni obiettive di discriminazione.

“Ci sono difficoltà, maltrattamenti, ci sono regimi che non rispettano la libertà religiosa, ma tutto questo è un’altra cosa rispetto alla persecuzione e addirittura al genocidio. E sono situazioni con cui noi abbiamo una certa familiarità storica. Se ci si lascia in pace, troveremo noi le soluzioni per andare avanti nelle situazioni nuove che ci troveremo a vivere. I protettorati del passato, di cui abbiamo accennato prima, hanno fatto più danni che bene ai cristiani che dicevano di voler difendere. Gli Stati fanno solo i loro interessi, e i cristiani venivano identificati come un corpo estraneo, da espellere. Mentre noi nelle nostre terre ci siamo nati, e abbiamo saputo vivere anche sotto i regimi più dittatoriali. Per questo nelle nostre terre noi non saremo mai “minoranze”, anche se rimanesse un solo cristiano in tutto il Medio Oriente I cristiani mediorientali riconoscono i limiti, rispettano le leggi e le autorità costituite. Sanno bene di vivere in Paesi dove l’islam è religione di Stato, la Sharia e sorgente principale delle leggi. Desiderano le riforme, Certo. Ma rispettano i tempi della storia. A quelli che vengono con le bombe, che fanno la guerra con la scusa di voler la democrazia e le riforme, o addirittura dicono di voler aiutare i cristiani, non si può dar credito. Non vogliono davvero le riforme. Cercano altro”.

Quale è allora il modo di aiutare i cristiani che soffrono?

“Chi riceve i colpi non è come quello che li conta. Dobbiamo sempre immedesimarci con chi è in difficoltà, perché siamo la Chiesa di Cristo. Ma stare vicino a chi soffre non vuol dire invitare i cristiani a fuggire dalle loro terre. Bisogna aiutarli lì dove si trovano. Ai politici stranieri che incontro ripeto sempre: fate finire la guerra, trovate soluzioni politiche ai conflitti, e lasciateci in pace, Non chiediamo altro”.

Nel disastro del Medio Oriente, il Libano vive una crisi istituzionale devastante. Eppure non è stato risucchiato dai conflitti.

“Il Libano rimane una necessità per tutto il Medio Oriente. Lì cristianesimo e islam vivono in una condizione di eguaglianza”.

Ma anche lì la situazione politica è bloccata dallo scontro tra forze allineate con l’Iran o con l’Arabia Saudita.

“All’Iran chiediamo sempre di fare pressioni sul Partito sciita di Hezbollah, perchè la smettano di boicottare le elezioni presidenziali. Siamo senza Presidente da quasi due anni, fanno mancare sempre il quorum alle riunioni del parlamento convocate per l’elezione. Al posto di Presidente deve essere eletto un cristiano maronita. Ma quelli di Hezbollah hanno deciso di boicottare ogni candidatura che non sia gradita a loro”.

Vede davvero qualche possibilità di trovare una via d’uscita dal conflitto siriano?

“Finché la Turchia tiene aperte le frontiere a tutte le organizzazioni terroristiche, la pace rimane un sogno. E la coscienza della comunità internazionale sembra essere morta. Tutti questi esseri umani sparsi nelle strade del mondo non significano niente, per chi ha in mano il potere nel mondo”.

Tanti capi cristiani ripetono dichiarazioni catastrofiche. Lei, invece, una volta ha detto che anche questa tempesta passerà.

“I cristiani non sono un gruppo etnico-religioso, e non sono un partito politico. Sono i figli della Chiesa di Cristo. La loro presenza, anche in Medio Oriente, non dipende solo dagli equilibri politici e dalle vicissitudini della storia. C’è una tempesta, e allora noi facciamo il gioco della canna, che si piega, non si irrigidisce, e la tempesta passa, e la canna non si spezza. Abbiamo vissuto difficoltà peggiori di quelle presenti, ai tempi di Mamelucchi e degli Abassidi. Anche i Patriarchi maroniti hanno vissuto per 400 anni in posti inaccessibili, in piccole celle in alte montagne, altre volte nel profondo di valli isolate, per custodire e essere custoditi nella fede cattolica. La fede non è mai spenta dalle tribolazioni, come si vede bene anche in tutta la storia della Chiesa di Roma. Io sento che il Medio Oriente ha più che mai bisogno di noi, ha bisogno di sentire un’altra voce. Diversa da quella della guerra, dell’odio, del sangue innocente sacrificato. Ha bisogno della voce del Vangelo. Oggi più che mai”.

Roma, settimana di festeggiamenti libanesi per San Marun

In occasione del trasferimento delle reliquie di San Marun a Roma, la comunità libanese maronita organizza una settimana di festeggiamenti all’insegna della cultura, della gastronomia e della spiritualità libanese antiochena maronita.
Il programma prevede uno straordinario concerto corale e strumentale nella giornata di giovedì 11 febbraio 2016, dalle ore 21, presso la Basilica di Santa Maria sopra Minerva (piazza della Minerva 42). Protagonista il coro Santa Rafqa diretto da Marana Saad e composto da 55 elementi provenienti dal Libano, una delle più prestigiose formazioni musicali del mondo arabo. L’ingresso è gratuito.
L’esibizione si dividerà in due parti: nella prima parte sarà eseguita musica sacra maronita con canti nelle lingue siriaco e arabo; nella seconda parte saranno protagoniste le musiche orientali e di diverse tradizioni del mondo arabo. Durante il concerto sarà distribuito il programma dettagliato, con la descrizione completa dei brani in esecuzione.
Il concerto sarà preceduto da una festa liturgica che avrà luogo martedì 9 febbraio 2016, dalle ore 19, presso la Chiesa Nazionale del Libano in via Aurora 6 (zona via Veneto) e presso il Pontificio Collegio Maronita di via Porta Pinciana 18, limitrofo alla Chiesa. In onore di San Marun, patrono della Chiesa Maronita, sarà celebrata una solenne liturgia presieduta da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Francois Eid, procuratore patriarcale a Roma. Seguirà un momento conviviale.
Per sabato 13 febbraio 2016, dalle ore 20 è prevista una cena di beneficenza presso il Grand Hotel Parco dei Principi in via Frescobaldi 5 (Villa Borghese), con piatti della cucina tradizionale libanese. Non è possibile acquistare i biglietti il giorno stesso all’ingresso dell’hotel, ma è necessario ritirarli entro il 10 febbraio 2016 presso la Parrocchia. Per ogni ulteriore dettaglio telefonare al numero sottostante.
Gli eventi sono promossi dalla Parrocchia Maronita di Roma unitamente al suo cappellano corepiscopo Tony Gebran. La Basilica di Santa Maria sopra Minerva è di proprietà del Fondo edifici di culto (Fec) e data in concessione ai frati domenicani.

Per informazioni e prenotazioni: tel. 06.42039060 (Patriarcato Antiocheno Maronita), e-mail [email protected]

ConcertoLibanesi

Souvenir du Liban

Otto esponenti dell’Osservatorio per le Comunità Cristiane in Medio Oriente si sono recati dal 24 al 29 aprile in Libano. Tra di loro due redattori del sito “Appunti”, Massimo Granata ed io. Quella che segue è una breve cronaca del viaggio e degli incontri con i Patriarchi delle comunitòà cattoliche di rito orientale. Seguiranno, in articoli successivi, approfondimenti su alcuni dei molti temi trattati -in particolare con il Vescovo di Tiro e con il professor Hagji- in occasione della decina di interessantissimi colloqui avvenuti nei cinque giorni del viaggio. libano

Il gruppo più numeroso è arrivato all’aeroporto di Beirut alle ore diciassette di mercoledì 24 aprile (gli amici Vittorio e Mariolina, provenienti dalle Calabrie, ci hanno raggiunto nella notte perchè viaggiavano con altro volo). Causa il solito traffico infernale, per percorrere i 30 km dall’aeroporto a Jouniè impieghiamo quasi tre ore – a piedi forse facevamo prima – ed arriviamo appena in tempo per la cena. Lungo la superstrada in uscita dall’aeroporto noto la scomparsa degli striscioni di Hezbollah, che invece avevo notato in gran numero nel mio precedente viaggio del novembre 2011. Mi dicono che lo stradone corre tra un quartiere sciita ed uno sunnita e quindi è probabile che i dirigenti di Hezbollah abbiano deciso, in considerazione delle crescenti tensioni tra le due comunità, di evitare atteggiamenti provocatori. Una dimostrazione di buon senso non comune di questi tempi.

La serie degli incontri incomincia la mattina seguente con il Patriarca melchita (greco-cattolico) Gregorio Laham. Il Patriarcato si trova sulle colline alle spalle di Beirut e salendo abbiamo così la possibilità di ammirare lo splendido panorama della costa libanese. Sulla capitale però grava una nuvola scura, indice di un inquinamento di cui nessuno sembra preoccuparsi forse in forza del fatto che il Paese si trova ad affrontare altri e gravi emergenze. Lungo la strada notiamo che il parco macchine dei libanesi denoterebbe una notevole opulenza: auto di grossa cilindrata sfrecciano per le strade nella più assoluta anarchia. In effetti nei cinque giorni di permanenza non abbiamo visto un solo semaforo in funzione e gli unici vigili urbani (peraltro in divisa da commandos) erano intorno allo stadio di Jouniè. Chiediamo agli amici libanesi che ci accompagnano da dove viene tutta questa ricchezza, ma ci rispondono che è solo apparenza, perchè la maggior parte delle auto viene acquistata a credito e restituita quando il proprietario non riesce più a pagare le rate.

Il colloquio con il Patriarca melchita dura quasi due ore. Ci sorprende, abituati come siamo ad un linguaggio “pretesco” fatto di mezze parole e tantissima prudenza, lo stile chiaro e diretto dell’esposizione anche quando si affrontano delicati argomenti politici. Addirittura ci offriamo di spegnere i microfoni dei registratori nel caso il Patriarca ritenesse di dirci qualcosa di confidenziale, ma l’offerta viene cortesemente respinta. Ovviamente l’oggetto principale del colloquio è la crisi siriana. Le affermazioni sull’argomento di tutti i Patriarchi che abbiamo incontrato (Melchita, Siro-cattolico e Armeno-cattolico) sono, al di là di qualche sfumatura, assolutamente sovrapponibili, ragion per cui mi limito a riassumerle una volta sola. Avviso però che abbiamo il filmato di tutti gli incontri e lo stiamo sistemando, pertanto se qualcuno è interessato ad ascoltare interamente le conversazioni (assicuro che ne vale la pena) non dovrà fare altro che richiedercelo.

Secondo i Patriarchi cristiani l’immagine presentata dai media occidentali sulla situazione in Siria è sovente lontana dalla realtà (qualcuno ha parlato apertamente di deformazione della stessa) e condizionata da pesanti pregiudizi ideologici. In altre parole non è attendibile.

Il regime bahatista al potere a Damasco presenta sicuramente difetti e mancanze di cui nessuno nega la gravità, ma comunque garantisce alle minoranze religiose, compresi i Cristiani, una sostanziale e completa libertà di culto ed una uguaglianza di fronte allo Stato. Contro questo regime è in corso una vera e propria guerra alimentata dall’esterno, in quanto la cosiddetta “opposizione armata” è finanziata da potenze straniere, in particolare il Qatar, ed è frammentata in almeno un migliaio di organizzazioni, molte delle quali di orientamento islamista o, addirittura, salafita e rinforzate da un massiccio e continuo afflusso di “volontari” provenienti praticamente da quasi tutto il mondo islamico sunnita. La Siria ha certo bisogno di profonde riforme in senso democratico, ma non di vedere il suo regime rovesciato con la forza, perchè questo aprirebbe la strada ad una devastante guerra confessionale.

I Patriarchi cristiani hanno inoltre tutti sottolineato il rischio di una estensione del conflitto al vicino Libano, definendo questo rischio come una evenienza purtroppo probabile in caso di prolungamento della crisi siriana. Questo a causa della contiguità geografica tra i due Paesi, della presenza in territorio libanese di sostenitori di entrambe le parti in conflitto, nonché dei problemi derivanti dall’afflusso in Libano di quasi 2.000.000 di profughi siriani.

Infine tutti i Patriachi hanno accoratamente sottolineato come le comunità cristiane dei due Paesi mediterranei siano in grave pericolo a causa dell’azione di gruppi islamisti radicali che non fanno mistero di voler cancellare dalla regione la presenza delle minoranze non sunnite. In pericolo sì, ma decise a rimanere in loco ed a svolgere la missione di testimonianza di fronte all’Islam assegnata loro da Dio, ci hanno comunque assicurato i Patriarchi.

Il giorno successivo di buon mattino incontriamo, nella sede patriarcale di Beirut, il Patriarca Siro-cattolico Igniatius III Youna, mentre nel pomeriggio ci riceve il Vicario del Patriarca Maronita Bechara Rai (quest’ultimo, purtroppo, impegnato all’estero). Devo dire che il Vicario maronita (ritengo proprio a causa della sua funzione) è stato sicuramente il più prudente nell’esposizione, pur non discontandosi molto dai concetti ascoltati negli altri incontri. Sabato mattina infine, veniamo ricevuti dal Patriarca Armeno-cattolico Nerses Bedros che, oltre ad affrontare l’argomento Siria, ci ha esposto, su nostra richiesta, una lunga e dettagliata storia della Chiesa armena e delle tragiche vicende che l’hanno contrassegnata. Ma di questo parleremo in altra occasione.

La domenica la nostra missione in Libano si conclude con un viaggio verso il sud del Paese e con la sosta a Tiro per l’incontro con il Vescovo, ma anche di questo parleremo in un articolo successivo.

Mentre scrivevo queste righe sono arrivate una notizia drammatiche sulla situazione in Siria.  Riguarda le dichiarazioni rese dal noto magistrato Carla Del Ponte alla televisione svizzera a proposito dell’uso di armi chimiche nel conflitto in corso. Secondo la Del Ponte vi sono prove che tali armi (pare il temibile gas Sarin) siano state effettivamente già usate, ma dai ribelli e non dall’esercito regolare. E’ una notizia che verrà ignorata dai mass media, ma che deve essere tenuta ben presente allorquando si tenterà di giustificare un intervento armato internazionale in Siria invocando il pretesto dell’uso di armi chimiche da parte del regime.

Mario Villani

Cristiani di frontiera

Le comunità cattoliche che vivono nelle regioni meridionali del Libano sono a rischio estinzione

Uno degli incontri più significativi e toccanti del nostro recente viaggio in Libano è stato sicuramente quello con il Vescovo di Tiro, S.E. Mons. El Hajj, di cui ci è stato raccontato l’eroico coraggio mostrato durante la guerra del 2006. In quell’occasione Sua Eccellenza non solo si rifiutò di abbandonare la diocesi per rifugiarsi in zone più sicure, ma quotidianamente si recò nei villaggi dove più frequenti erano le incursioni dei cacciabombardieri israeliani, dicendo che “un padre non può abbandonare i suoi figli quando sono in pericolo”.

LIBANO_-_madonna_e_cristianiTiro è un’antichissima cittadina portuale situata nel Sud Libano ad una trentina di chilometri circa dal confine con lo Stato di Israele. Fu sicuramente visitata da Gesù durante i suoi anni di predicazione pubblica, come peraltro numerose altre località di questa regione, conosciuta anche come Galilea settentrionale. A pochi chilometri da Tiro si trova il villaggio di Cana che, almeno secondo alcune fonti, sarebbe proprio la località dove Gesù ha compiuto il suo primo miracolo trasformando l’acqua in vino nel corso di una cerimonia nuziale. Proprio alle porte di Cana vi è una grotta che secondo la tradizione avrebbe fornito rifugio per la notte a Nostro Signore quando veniva a predicare in questa regione. Le prime comunità cristiane sorte nella regione sono quindi praticamente contemporanee o di poco successive a Gesù. Lo dimostra anche un sentiero che corre tra Cana e la grotta di cui ho parlato: sulle rocce che lo fiancheggiano infatti sono scolpiti degli antichissimi bassorilievi che raffigurano episodi salienti della vita pubblica del Cristo, ivi compresa l’Ultima Cena. Non è mai stata tentata una datazione di questi bassorilievi, ma le fonti locali li fanno risalire al primo secolo dopo Cristo. L’aspetto delle rocce e la condizione dei bassorilievi inducono a pensare che questa valutazione non sia affatto infondata. Non meraviglia quindi che in questi villaggi siano vissute comunità cristiane animate da una Fede “granitica”, perché frutto di una tradizione che affondava le proprie origini proprio negli anni della vita pubblica di Gesù.

Quale è oggi la condizione delle comunità cristiane che vivono in questa regione? Lasciamo rispondere lo stesso Mons. Hajj a cui abbiamo posto la domanda: “La Diocesi di Tiro è suddivisa in sette distretti, distribuiti dal sud di Sidone fino alla frontiera, dal mare fino alle montagne, le parrocchie sono molto disperse ed è per questo che il Vescovo deve correre tutto il giorno per poter incontrare tutti i suoi fedeli … Io considero la mia macchina come il mio vescovado! Abbiamo nel territorio 50.000 maroniti sul registro, ma presenti ce ne sono la metà cioè 25.000. Abbiamo 20 parrocchie. Vi sono anche due diocesi di greco-cattolici; purtroppo questa regione si sta svuotando dii cristiani. Siamo 70.000 cristiani in tutto, su 700.000 abitanti. Dopo l’indipendenza, eravamo il 50%; a Tiro adesso invece sono 70.000 musulmani contro 3000 cristiani. Quello che ci ha fatto male soprattutto è stata la guerra israelo-araba, il fatto che Israele ha preso la Palestina, ha fatto la barriera, perché prima i cristiani andavano a lavorare quotidianamente in Palestina e c’era commercio molto ricco e la zona era fiorente di traffici. Il porto di Tiro era più importante di quello di Beirut. In un giorno, nel ’48, tutto è cambiato completamente. C’erano almeno 200.000 libanesi, a maggioranza cristiani, che lavoravano in Palestina, prima del ’48. Dopo il ’48 sono rimasti tutti senza lavoro, e con loro 200.000 palestinesi sono arrivati qua come rifugiati.” Tremila cristiani a Tiro su settantacinquemila abitanti e solo pochi anni fa il rapporto numerico con i musulmani era del 50%! L’aspetto stesso del Vescovado è significativo. Le dimensioni sono praticamente quelle di una nostra parrocchia, circostanza che ci colpisce in maniera particolare soprattutto dopo le visite ai Patriarcati di Beirut e Bkerkè caratterizzati da una elegante imponenza. Anche il tour nel piccolo quartiere cristiano di Tiro è significativo: le strade sono pulite e ordinate, le case ben tenute e quasi eleganti, mentre il resto della città presenta le caratteristiche di disordine e sporcizia tipiche di una città di mare mediorentale.

Non vi è persecuzione attualmente verso i cristiani nel sud Libano. La grande maggioranza dei musulmani di questa regione è sciita e, ci spiega il Vescovo,: “gli sciiti sono come noi, perché nel corso della storia sono stati perseguitati come noi. Non so se voi sapete che quando sono arrivati i crociati, gli sciiti, come i cristiani, sono stati alleati dei crociati. Proprio questa città di Tiro ha visto la presenza dei veneziani che vennero a costruire e fare i loro commerci. Vicino a tutte le città con castelli crociati, voi vedete persone di capelli e pelle chiara e io personalmente penso che ci furono molti crociati che hanno adottato lo sciismo e qui sono rimasti. Succede anche negli anni ’60 e ’70: tanti sciiti sono andati in Europa dell’Est, Ucraina, Polonia eccetera, e sono rimasti e sono tornati con delle mogli bionde, per questo qui vediamo un fenomeno di gente chiara. Gli sciiti sono moderati, la maggioranza di loro è fuori, è vissuta e vive in Europa”.

Sono quindi le condizioni economiche che hanno costretto i Cristiani all’esodo. Le condizioni economiche e l’indifferenza dei Fratelli d’Occidente. Ce lo dice con amarezza, ma senza risentimento, proprio il Vescovo: “noi Cristiani sentiamo che non contiamo per il mondo occidentale, non valiamo niente: non siamo di alcun interesse per lui e alla fine ci dicono “venite da noi e basta problemi, venite qua e lasciate quella terra”. Ma invece noi, come Cristiani, vogliamo rimanere qua e continuare a testimoniare. Quello che è successo in Iraq è quello che accade ora in Siria: sono centinaia di persone cristiane a cui danno il visto per andarsene. Centinaia di famiglie che dalla Siria vengono qua, come un punto di passaggio, vengono nelle ambasciate per prendere la strada dell’estero. Proprio uguale a quello che è accaduto alle famiglie irachene, quello che io stesso ho visto quando sono venuti per alcuni mesi, giusto il tempo per preparare il visto… e dove andare dopo che sono stati divisi secondo le zone geografiche sparpagliati?”.

Usciamo dal Vescovado con un nodo alla gola, forse ancor più che se avessimo sentito storie di persecuzioni sanguinose. In questo caso infatti ben poco potremmo fare perchè contro la forza delle armi, come si suol dire “ragion non vale”. Invece per aiutare le comunità cristiane del sud Libano a rimanere (o tornare) sulla loro terra basterebbe veramente poco: un pizzico di buona volontà, qualche aiuto economico e tanta informazione. Evidentemente non siamo più capaci neppure di quello…

Mario Villani

La Madre di Dio nella storia della Chiesa Maronita

La Santa Vergine, il Libano, i Maroniti. Tre realtà compenetrate e inscindibili

Madre Di Dio - HarissaLa comunità monastica maronita è stata fondata nel IV° secolo dal santo anacoreta Maroun, e fu successivamente trasformata in Chiesa patriarcale agli inizi dell’VIII° secolo, a seguito della vacanza della sede di Antiochia già occupata dagli Arabi. A causa di una serie di feroci persecuzioni la sede patriarcale antiochena-maronita venne trasferita, agli inizi del X° secolo nella regione del Monte Libano già evangelizzata da discepoli di San Maroun fin dal V° secolo. In Libano i Maroniti divennero un popolo e una nazione, organizzata e diretta dalla Chiesa la cui sede patriarcale fu consacrata alla Vergine Maria. Per comprendere l’intimo rapporto che ha sempre unito la Chiesa maronita alla Madre di Dio è fondamentale considerare due dati interessantissimi: un testo siriaco maronita che si trova al British Museum e un’icona scoperta provvidenzialmente durante un restauro ad opera delle suore carmelitane del convento della Theotokos.

Il testo

Si tratta di un manoscritto del XII – XIII secolo che contiene una raccolta di Beth Gazo (letteralmente tesori). Si tratta di canti e inni su temi differenti, ma tutti, in qualche maniera facenti riferimento alla Madre di Dio. Questi canti costituiscono, secondo le affermazioni di due studiosi (l’Abbè Tabet e Monsigor Boutros Gemayel) un elemento costante di tutti i servizi liturgici della Chiesa siro-maronita. L’importanza di questa fonte liturgica sta nel fatto che è precedente a qualunque influenza latina ed è quindi rivelatrice di una teologia e di una spiritualità autentica della Chiesa maronita. I canti alla Madre di Dio riguardano tutte le feste mariane che accompagnano il ciclo liturgico di questa Chiesa orientale, dalla festa della Visitazione fino a quella della Dormitio celebrata il 15 agosto e considerata una tra le più grandi feste nelle Chiese orientali in generale e in quella siro-maronita in particolare. Tra le feste più antiche troviamo quella di Nostra Signora delle semenzi e di Nostra Signora delle vigne che erano probabilmente feste dedicate a dee pagane convertite in onore della Madre di Dio. Lo spirito che emana da questi canti è particolarmente concentrato sulla maternità divina di Maria, chiaramente menzionata in tutte parti di questi canti. Questo tema ricorrente rivela la solida fede dei Maroniti nel mistero dell’Incarnazione che costituisce la fonte di tutte le glorie della Santa Vergine: la sua perfetta purezza, la sua verginità perpetua e sopranaturale, la sua Assunzione ed infine la sua elezione a Nuova Eva che offre ad Adamo il frutto della vita.

La mariologia maronita è profondamente cristologica. La Madre di Dio accompagna suo Figlio lungo tutto il percorso della sua economia salvifica. E’ una posizione teologica e spirituale frutto della scuola monastica fondata da San Maroun e dai suoi discepoli. Di questa scuola Teodoreto di Cyr scrisse: “ Così furono questi monaci: gente semplice, umile tutta piena dell’amore di Cristo, virtuosi fino all’eroismo, completamente consacrati alla contemplazione di Dio ed alla santificazione delle loro anime, obbedienti alla gerarchia ecclesiastica” . Queste caratteristiche convinsero l’imperatore Teodosio, all’indomani del Concilio di Calcedonia, a iniziare la costruzione di un grande monastero dedicato a San Maroun sull’Oronte, nella pianura di Apamea, monastero che divenne un baluardo dei difensori degli insegnamenti conciliari sulle due nature di Cristo di fronte all’eresia monofisita.

La fede dei maroniti sulla veridicità dell’Incarnazione di Cristo, annunciata e sostenuta a prezzo di gravi sacrifici è la chiave di volta di tutta la loro mariologia. Una mariologia sempre basata sull’unione tra la Madre e il Figlio. La nascita di Cristo nell’umano seno della Vergine Maria, “senza che Egli si allontani dal Padre”, costituisce la porta d’entrata principale ad una venerazione mariana sana ed eminente espressa dalla Chiesa maronita nel corso dei secoli. Questa Chiesa testimone e missionaria eleva incessantemente le sue preghiere alla Santa Vergine affinchè Ella protegga e accompagni il suo cammino e la sua missione. “Che la tua preghiera sia sempre con noi o Madre di Dio” è il canto che unisce i Maroniti del mondo intero attraverso la loro storia

L’icona conosciuta come icona di Nostra Signora di Ilige

Ilige è un piccolo villaggio situato sulla montagna sopra Byblos. Qui è rimasto il patriarcato maronita dagli inizi del XII° secolo fino alla metà del XV°. Nel 1980 l’Ordine Maronita Libanese, che gestiva l’antica sede patriarcale, decise di restaurare un’icona posta in una cappella e venerata da tutte le popolazioni dei villaggi circostanti. Per fare questo l’icona venne trasferita al convento delle suore carmelitane di clausura della Theotokos ad Harissa. La tavola che raffigurava la Vergine Maria con il Bambino in braccio era particolarmente danneggiata dal fuoco e dall’ umidità. Nel corso dei lavori di restauro le suore, esperte di iconografia, scoprirono che sotto lo strato di pittura ve ne era un altro, completamente coperto da quello successivo. Per poter effettuare un lavoro ed una ricerca più completa l’icona venne inviata in Francia dove, per ben sei anni, degli esperti compirono un’opera ed una ricerca minuziosa che permise di scoprire la figura originale: un affresco risalente al X° secolo che rappresenta una figura della Madonna del tutto simile a quella di icone ancora precedenti (VI e VII°) secolo conservate a Roma e in Calabria. Questa figura della Madonna, secondo la tradizione teologica antiochena, sarebbe ispirata da una figura originale dipinta addirittura dall’Evangelista Luca. L’icona della Madre di Dio rivela e conferma quindi la linea teologica dei maroniti e la loro fede nella natura umana di Cristo e nella Maternità Divina di Maria.

Secondo il vescovo Boutros Gemayel l’icona di Ilige ricapitola nei suoi strati di pittura le peripezie della storia della Chiesa Maronita. E’ probabilmente l’icona che ha accompagnato i patriarchi e i monaci durante i loro spostamenti causati dalle persecuzioni a partire da quello del X° secolo quando decisero di abbandonare il grande monastero sull’ Oronte. Arrivarono in Libano, accompagnati dalla loro Madre che non ha mai cessato di proteggerli. Ella è arrivata in Libano, terra del suo cantico dei cantici, per essere la Regina amata da tutti e la Madre che veglia per fare del Libano un messaggio di amore che sopravviva a tutte le aggressioni.

Jocelyne Khoueiry *

(dal testo della conferenza tenuta a Lourdes nel 2009)

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* Traduzione ad opera di Mario Villani che si assume ogni responsabilità in ordine ad errori e/o omissioni
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Padre Romano Bottegal sacerdote, trappista, eremita in Libano

Padre Romano Bottegal, sacerdote, monaco trappista, eremita prima in Libano e in Israele, poi di nuovo in Libano e qui a Jabbouleh,  infine, con il 15° anno della sua vita eremitica, anche recluso – perché l’Amore, Dio, lo spinse a lasciare Gerusalemme per viverne lo spirito e la missione, per essere un “sitio d’amore”, una  vittima per la pace -, è un monaco e un mistico contemplativo.

LA VITA

A San Donato di Lamon (Belluno) (1921- 1933)

Romano Bottegai nasce  il 28 dicembre 1921 nella frazioncina di Galline,  a San Donato di Lamon  ( Belluno ). E’ figlio Romano e di Emilia Tiziani. Il 31 dicembre 1921 fu battezzato dal parroco don Giulio Strapazzon, e fu chiamato Romano – Donato, i nomi del padre e del nonno paterno.  E’ ultimo di sei fratelli. Vive la sua infanzia e la sua fanciullezza e frequenta la Scuola Elementare (le prime quattro classi) a San Donato. Il 25 giugno1927, a sei anni, riceve il Sacramento della Cresima in seminario

A Feltre (Belluno) (1933 – 1946)  

Romano Bottegal in seminario

Il 2 ottobre 1933, esauriti i possibili corsi scolastici a S. Donato di Lamon, entra nel Seminario di Feltre con il vivo desiderio di diventare sacerdote. Inizia l’anno scolastico 1933-34 con altri 24 compagni. Da note dell’archivio del Seminario risulta: “era di spirito buono, volontà ottima, ottimi i segni di vocazione” .

A Feltre ebbe come vicerettore il suo paesano don Virgilio Tiziani che lo ricorda: “…tutto intento alla preghiera per la preparazione al sacerdozio.”

Ebbe come Padre spirituale don Antonio Dal Covolo che scrive di lui: “Non era solo pio, mite e sorridente, ma era anche molto generoso, coraggioso, capace e intelligente, e sapeva bene nascondere tutte questa capacità e doni.”

A Belluno

A ottobre dello stesso anno 1939 entra nel Seminario di Belluno. Ebbe come Rettore Mons. Angelo Santin, e come Vicerettore don Albino Luciani , futuro papa, che di quel periodo e del nostro Bottegal scrive: “un temperamento che , sotto il sorriso e la dolcezza, conduceva Romano diritto e inflessibile verso le mete che apparivano segnate da Dio, dopo che ne aveva conferito con i superiori e con il Direttore Spirituale.”

Rileggendo attentamente la sua vita, ci si accorge che già nell’anno 1943 coltiva le prime attenzioni alla possibilità di una scelta per una vita monastica, chiamata che realizzerà dopo l’ordinazione sacerdotale.

Nell’anno 1943 invia la sua prima lettera alla Trappa delle Tre Fontane di Roma.

Il 20 marzo 1942 riceve la tonsura. Nell’anno scolastico 1942-43 è Prefetto dei Chierici nel Seminario di Belluno, e nel 1943-44 dei seminaristi nel Seminario di Feltre.

Il 18 dicembre 1943 riceve gli ordini minori dell’Ostiariato e del Lettorato.

Il 23 dicembre 1944 gli Ordini minori dell’Esorcistato e dell’Accolitato.

Il 1° luglio 1945 fa il passo del Suddiaconato, insieme ad altri sei compagni.

Il 22 dicembre 1945 è consacrato Diacono dal Vescovo Girolamo Bordignon, e incardinato nella Diocesi di Feltre.

Il 29 giugno 1946 riceve l’Ordinazione Sacerdotale da Mons. Girolamo Bordignon, nella Chiesa di San Daniele di Lamon, Alla fine dell’estate di uno di quelli anni che precedono la sua ordinazione sacerdotale, il Parroco don Bruno Bersaglio, nella relazione ai superiori del Seminario di Belluno scrive: “Di profonda pietà, buono con tutti, non criticava mai nessuno.”

Più tardi dirà: “Mostrava chiara, fin da allora, la vocazione monastica”.

Il 30 giugno 1946 celebra la sua prima Santa Messa solenne fra parenti amici e paesani nella Chiesa parrocchiale di San Donato.

Sul santino-ricordo della sua prima Messa aveva scritto:

“Cosa pose nelle mie mani il Signore allorché pose il suo Figlio Unigenito!

Nelle mie mani pose il cielo che io posso aprire e chiudere.”

Monaco Cistercense alla Trappa ( 1946-1964 )

Monaco a Tre Fontane, Roma

Don Romano , ordinato Sacerdote, puntò subito a realizzare la chiamata alla vita monastica che sentiva impellente dentro di sé.

Il Vescovo Bortignon scrive:

“ricordo benissimo il di lui atteggiamento ed il mio rispetto alla vocazione trappista . La mia negativa proveniva solamente dalla carenza di clero nella Diocesi di Feltre a cui apparteneva Romano. Il suo andarsene senza il permesso del Vescovo lo attribuisco ad un impulso dello Spirito Santo. Della cosa ebbi occasione di parlare in udienza al papa Pio XII che mi tranquillizzò dicendomi che la Chiesa ha tanto bisogno di oranti-monaci. ”

Dopo l’Ordinazione sacerdotale il Vescovo aveva fatto a don Romano alcune proposte di ministero pastorale in Diocesi :

1. Seguire e animare l’adorazione eucaristica perpetua, istituita proprio in quell’anno 1946, nella Chiesa di San Rocco a Belluno. E attendere a questo impegno “esclusa ogni attività esterna”

2. Essere Direttore Spirituale del Seminario di Feltre

3. Cooperatore, alla Cattedrale di Feltre, dell’Arciprete Mons. Candido Fent..

In effetti il neo-sacerdote fu solo per tre settimane cappellano del Duomo di Feltre.

Ogni tentativo a trattenerlo fu inutile .

Il 5 agosto 1946 , trentacinque giorni dopo l’ordinazione sacerdotale, Don Romano Bottegal giunse nella Comunità monastica per iniziare una vita che “il mondo chiama inutile”

Con la Madre a Roma

La mamma Emilia e la sorella Gioconda lo accompagnarono da San Donato a Feltre, con la corriera da Lamon.

La sorella Gioconda fino a Roma.

Viene ammesso subito fra i Cistercensi della stretta osservanza (Trappista) dell’Abbazia della Tre Fontane a Roma.

Non tornerà più a San Donato o nel Feltrino.

Inizia la sua straordinaria avventura di monaco cenobita prima e poi di eremita,  fino alla morte.

8 settembre 1948, due anni dopo il suo ingresso, emette i voti semplici o temporanei, che dureranno tre anni.

Nello stesso giorno è nominato maestro dei fratelli conversi.

Nel 1949 -50 è anche maestro dei novizi.

8 settembre 1951 : fa la professione solenne con i voti perpetui. E’ ormai per sempre monaco Cistercense.

Il 15 giugno 1953 ottiene all’Università Gregoriana di Roma la Licenza in Teologia,: “9/10 “cum laude.” Si era dedicato agli studi negli ultimi due anni: 1952, 1953.

Luglio 1953, nonostante i suoi ripetuti tentativi di togliere ogni attenzione dalla sua persona, è nominato Priore della sua Comunità alla Tre Fontane.

Nel 1954: è nuovamente Maestro dei novizi.

Nel 1957: è sostituito come Priore.

 

Nel 1958: Nuovamente nominato Priore e vi resterà fino al 6 luglio 1961, data in cui incomincia una nuova avventura, quella di Monaco eremita.

In questa data incomincia una esperienza eremitica a Cafaggiolo in Toscana.

In quegli anni aveva seriamente pensato alla nuova vocazione alla quale il Signore lo chiamava: la vita monacale “in solitaria”.
Continua poi la vita eremitica, vicino alla Trappa di Roma, per brevi periodi e con difficoltà, perché non ha il consenso chiaro dei superiori.

Vita eremitica (1961 – 1978)

Nel 1961 l’Abbate di Tre Fontane riceve una lettera dall’abate del Monastero di Latroun, del Patriarcato di Gerusalemme: è una richiesta di monaci, disponibili per una fondazione in Libano. Padre Romane vide subito in quella richiesta un segno della Provvidenza per realizzare la sua vocazione monacale ed eremitica nella Terra Santa e in Libano.

Il 5 agosto 1961 parte da Roma per Napoli,   l’8 agosto 1961 parte da Napoli e lascia l’Italia diretto a Latroun in Terra Santa.

Monastero di Latrun

Nel 1963 riceve l’indulto per poter celebrare la Messa in Rito Maronita.

Il 22 giugno 1963 è inviato in Libano, per studiare e perfezionarsi meglio nella lingua araba, nella lingua siriaca e nella Liturgia Maronita.

A settembre ritorna Latroun e il 9 dicembre ritorna in Italia, chiamato dal suo Superiore, nel monastero di Roma. Ripete varie esperienze di vita eremitica in Italia e in Francia.

Il 29 ottobre 1963 ottiene dalla Congregazione dei Religiosi della Santa Sede il permesso di esclaustrazione per dedicarsi alla sua vocazione eremitica: permesso di tre anni. Riparte per il Libano e in novembre viene accolto dal Vescovo Cattolico di Baalbek, Mons, Ioseph Maalouf.

Nel dicembre 1964 vive in una abitazione provvisoria a Jabbouleh.

 

Nel 1965 compie un ampio pellegrinaggio nella Terra Santa e poi ritorna – in luglio – nel suo eremo di Jabbouleh:

padre Romano sorpreso davanti al suo eremo di Jabboulè

 

padre Romano con suor Rita

Dal 1965 al 1967 ritorna in Italia altre quattro volte, sempre chiamato dai Superiori. Vi rimane per brevi periodi.

Il 28 luglio 1967 ottiene dalla Santa Sede il permesso di esclaustrazione perpetuo, ad nutum Sanctae Sedis .

Potrà definitivamente dedicarsi alla vita eremitica di preghiera, di contemplazione, di vita in Dio nello Spirito, di sacrificio e di offerta per tutta l’umanità.

Il Padre Abate don Domenico Turco, che lo aveva accolto a Roma nel suo primo ingresso alla Trappa, scrive di lui “Penso che la sua vita di preghiera e di penitenza, più di ogni altra cosa, saranno di giovamento a molti, e il suo esempio sarà un richiamo in questo tempo di tanto edonismo. Penso che egli possa trovare ampia libertà di seguire la via dura e aspra per la quale pare che il Signore lo voglia attirare a sé.”

Dal 1967 al 1978 vive intensamente la sua vita eremitica prevalentemente in Libano, a Baalbek, nella Valle  Bekaa, nel suo eremo di Jabbouleh.

esterno dell’eremo di padre Romano

All’inizio del mese di febbraio 1978 viene ricoverato, contro la sua volontà, prima all’ospedale di Baalbek poi all’Hotel Dieu di Beyrout.

Muore il 19 febbraio 1978, dopo 32 anni di sacerdozio, 18 anni di vita cenobitica e 14 di vita eremitica , a 56 anni e un mese e mezzo della sua vita.

Degli ultimi momenti della sua vita scrive un suo confratello, padre Havenith:  “Soffriva il martirio. Mi ha fatto pensare a Cristo crocifisso, offerto nudo e sofferente agli sguardi di tutti. Finalmente è morto solo, nella sala delle cure dette intensive, dove nessuno può entrare . La sua morte è stata veramente la morte di un crocefisso.”

Aveva desiderato finire i suoi giorni nella nudità della sua baracca, dopo aver celebrato e ricevuto l’Eucaristia, lasciando ai fratelli di avvolgerlo in un telo ( al modo monastico) che si era procurato e deporlo nella fossa che si era scavato da tempo: come un chicco di grano posto sulla nuda terra.

Dio disponeva diversamente perché il suo spogliamento fosse più completo, la sua nudità più totale.

Si è scritto, si scriverà ancora molto di questo uomo di Dio che ha desiderato nascondersi in Dio per vivere intensamente la sua vita alla luce e al calore dello Spirito che dà vita, per offrirsi al Padre come Cristo per il bene di tutti.

Notizie da varie fonti a cura di Fiorenza Migliari

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Il Santo “medico”: San Charbel Makhlouf

Al grande eremita libanese, morto nel 1898, vengono attribuite centinaia di guarigioni miracolose.

San Charbel

Yusef (Giuseppe) Makhluf nacque nel villaggio di Biqa Kafra, sul massiccio del Monte Libano, nell’anno 1828, quinto figlio di una famiglia di contadini. Rimase orfano di padre in giovanissima età e la madre si risposò con un uomo di profondi sentimenti cristiani che addirittura alcuni anni dopo ricevette il diaconato. Yusef sentì fin da giovane il richiamo della vita religiosa tanto che già a quattordici anni, mentre portava al pascolo le sue pecore, sovente si ritirava in una caverna a pregare e meditare. I ragazzi suoi coetanei non di rado si prendevano gioco di lui per questo suo atteggiamento, ma Yusef accettava le loro burle quasi con gioia, dando già prova di quella straordinaria mitezza che sarebbe divenuta la caratteristica più significativa della sua vita e del suo carattere.

A vent’anni, trovandosi nella condizione di dover scegliere tra il matrimonio e la vita religiosa, Yusef decise di prendersi un periodo di tre anni di meditazione durante il quale ascoltare solo la voce di Dio. L’ordine che ricevette fu inequivocabile: “lascia tutto, vieni e seguimi!”. Fu così che nel 1851, senza salutare nessuno, egli lasciò la propria famiglia e si presentò al convento della Madonna di Mayfouq dove chiese di essere accolto. Qui fece due anni di noviziato, terminati i quali venne inviato nel Monastero “San Maroun” di Annaya, un villaggio ad una trentina di chilometri da Byblos, dove egli fece i voti perpetui come monaco il 1° novembre 1853 prendendo il nome di Charbel, un martire del secondo secolo.

Dopo alcuni anni trascorsi nel monastero di San Cipriano vicino a Batroun allo scopo di studiare la teologia venne ordinato sacerdote il 23 luglio 1859, all’età quindi di 31 anni. Ritornato al monastero di San Maroun di Annaya fece la normale vita del monaco per sedici anni durante i quali si distinse per la straordinaria mitezza e l’assoluta obbedienza agli ordini dei suoi confratelli e superiori. Quindi chiese ed ottenne il permesso di ritirarsi in eremitaggio su un colle posto nelle immediate vicinanze dello stesso monastero di Annaya. Per i successivi ventitre anni egli visse in una piccola abitazione priva di qualunque riscaldamento, utilizzando un sasso come cuscino, portando il cilicio e trascorrendo il tempo in preghiera salvo quello necessario a coltivare la terra da cui otteneva il necessario per il suo unico pasto giornaliero. Morì per un colpo apoplettico a settant’anni il 24 dicembre 1898 mentre si accingeva a celebrare il Santo Natale.

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La tomba del santo

Gli anni di eremitaggio furono contraddistinti -oltre che dalle durissime condizioni di vita- da una straordinaria mansuetudine nei confronti dei confratelli e dei superiori tanto che egli chiedeva sempre per sé i lavori più umili e sgradevoli che gli altri non gradivano. Non ci furono folle di fedeli che lo andarono a trovare in vita, anzi la fama della sua vita austera superò di poco i confini del villaggio di Annaya e neppure miracoli clamorosi. Per la verità si ricorda un solo fatto apparentemente straordinario: una sera rientrò tardi dai lavori nei campi ed il Superiore per penitenza non gli consegnò l’olio per la lampada. Quando il Padre Superiore si ritirò nella sua camera, vide che dalla cella di San Charbel proveniva una fioca luce. Entratovi trovò il monaco che leggeva gli Uffici alla luce della lampada e quindi gli chiese come si fosse procurato l’olio. “Non ho messo olio” rispose candidamente San Charbel “ma  acqua”. Incredulo il Padre Superiore prese la lampada, che subito si spense, e la vuotò vedendo che effettivamente usciva effettivamente usciva solo dell’acqua. Allora, prima di uscire, si inginocchiò.
Nessun fatto straordinario e nessun miracolo clamoroso durante la vita, ma tutto cambiò dopo la morte di San Charbel. Qualche mese dopo la sua sepoltura, infatti, dalla tomba del monaco incominciarono a uscire strane luci. Venne allora riaperto il sarcofago ed il corpo di San Charbel apparve incorrotto e ricoperto di uno strano sudore misto a sangue. Intanto incominciarono a diffondersi le voci di guarigioni inspiegabili attribuite proprio all’ intercessione del monaco. Nel 1925 venne aperto il processo di canonizzazione e nel 1950 venne ancora riaperta la tomba. Una commissione di medici potè così verificare l’integrità del corpo e la persistenza del sudore misto a sangue rilevato già mezzo secolo prima. Charbel Makhlouf venne dichiarato Beato nel 1965 ed infine proclamato Santo il 9 ottobre 1977 durante il sinodo mondiale dei Vescovi. A convincere la Chiesa a fare questo passo furono soprattutto le guarigioni scientificamente inspiegabili attribuite al grande mistico. Nel processo di canonizzazione ne vengono citate tre: la guarigione miracolosa e istantanea da un’ulcera maligna di Suor Maria Abel Kamari il 12 luglio 1950, il recupero della vista di un cieco, certo Iskandar Obeid, avvenuto mentre il fedele stava pregando sulla tomba del futuro Santo nel 1937 e la guarigione da un cancro alla gola in fase terminale di Myriam Aouad avvenuta invece nel 1967. In realtà però presso l’apposito registro del monastero di Annaya sono ormai raccolti i racconti di centinaia di guarigioni inspiegabili secondo la scienza medica. Non solo racconti di libanesi; ovunque nel mondo venga conosciuta la fama di San Charbel lì si verificano miracoli, persino recentemente in Messico e in Russia. Non a caso proprio dalla Russia è giunta in Libano negli anni ’80 una commissione di scienziati per effettuare studi sulla tomba del Santo. Ad essere miracolati non sono solo cristiani, ma anche musulmani e drusi. E’ nota la storia di una giovane drusa libanese a cui negli anni ’50 crebbe una gamba (originalmente più corta dell’altra di cinque o sei centimetri) dopo che sulla stessa venne posto del fango formato da acqua benedetta e terra raccolta attorno alla tomba di San Charbel. Il fatto venne testimoniato con una dichiarazione giurata dagli stessi notabili drusi del villaggio.
Chi scrive queste righe è stato -con altri amici- in Libano nel 1990 per oltre un mese a distribuire aiuti alla popolazione provata da quindici anni guerra. Durante questo periodo mi è stato raccontato un fatto che oggi, per la prima volta voglio riferire e che sarebbe avvenuto pochi mesi prima del nostro arrivo, in un villaggio della regione cristiana del Keshrouan.

Una signora attendeva un bambino ed era arrivato il momento del parto che però si presentava difficile. Non vi era la possibilità di ottenere aiuto in ospedale perchè la strada che portava alla città più vicina era teatro di  combattimenti. Il marito disperato, temendo di perdere sia la madre che il figlioletto rivolse una preghiera a San Charbel facendo voto, se tutto fosse andato bene, di portare immediatamente il neonato al monastero di Annaya per farlo battezzare. Il parto si concluse felicemente e il neopapà, benchè ormai fosse notte, salì sull’autovettura con il bambino dirigendosi al convento di Annaya. Qui giunto entrò nella chiesa dove vide un monaco raccolto in preghiera a cui spiegò l’accaduto e chiese di battezzare il bambino. Il monaco non fece alcuna difficoltà e battezzò immediatamente il neonato, dicendo però che non poteva rilasciare subito il certificato di battesimo. Invitò quindi il padre a passare la mattina dopo dicendo che gli avrebbe lasciato il certificato tra le pagine del Vangelo posto sul leggio della chiesa. Il padre ritornò a casa e la mattina dopo si recò nuovamente al monastero di Annaya per ritirare il certificato. Ricevuto dal Priore del convento spiegò cosa era accaduto nella notte ricevendo una risposta sconcertante: di notte i monaci sono nelle loro celle e quindi nessuno poteva essere nella chiesa. A fronte delle insistenze dell’uomo il Priore si decise ed insieme andarono a vedere il Vangelo posto sul leggio. Qui scoprirono che vi era effettivamente il certificato di battesimo del bambino, in calce vi era la firma: Charbel Makhlouf.
Non posso ovviamente garantire della veridicità di questo fatto che peraltro mi è stato raccontato da persone tutt’altro che visionarie. In periodi di estrema tensione come sono le guerre peraltro non di rado fioriscono racconti e leggende che successivamente si rivelano privi di fondamento. Io sono però tentato di credere che il fatto sia realmente avvenuto perché penso che Padre Charbel abbia ottenuto da Dio la concessione di continuare a rimanere -sotto forme che noi non possiamo conoscere- a presidiare il suo convento ed a raccogliere le lacrime delle persone sofferenti che si rivolgono a lui con fiducia. Non un santo libanese, ma un santo universale come universali sono il dolore e la speranza, due ali che ben utilizzate, ma solo se ben utilizzate, servono per volare fino a Dio.

Mario Villani

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