Novità

E la Siria?

Il silenzio dei mass media su questo Paese Mediorentale ha un solo significato: Assad sta vincendo.

Capita talvolta che un argomento che ha tenuto banco sui mass media per mesi ed anni, improvvisamente scompaia dalle cronache dei mezzi cosiddetti di informazione e cada nell’oblio. Generalmente quando questo avviene vi è una ragione ben precisa: le cose non stanno andando come i cosiddetti “poteri forti” avevano pianificato e l’operazione di camuffamento della realtà attraverso una valanga di menzogne si presenta troppo ardua e rischiosa persino per chi ha il controllo del 90% dei mezzi di informazione occidentali.

183828.p[1]E’ quanto sta avvenendo in Siria. Per anni giornali e televisioni ci hanno detto che il feroce dittatore Assad stava per essere sconfitto da ribelli desiderosi di dare alla Siria una vera democrazia. Corrispondenti televisivi, con le lacrime agli occhi, ci hanno descritto le nefandezze di un regime che, pur di sopravvivere utilizzava le armi chimiche contro il proprio stesso popolo, gassando vecchi, donne e bambini e costringendo milioni di persone a fuggire dal paese.

Nello stesso tempo tutti i commentatori ci hanno sempre assicurato che i ribelli “buoni”, con l’aiuto delle nazioni occidentali e di quegli straordinari esempi di democrazia che sono il Qatar e l’Arabia Saudita, avrebbero prima o poi rovesciato il dittatore restituendo la libertà al popolo siriano.

Una favola sempre più difficile da sostenere a fronte di all’emergere di una realtà ben differente, ma che giornalisti di tutto il mondo hanno continuato a raccontare fino a pochi mesi fa. Poi il silenzio. Perchè? Semplicemente perché il “feroce dittatore”, avversato da USA, Europa, Arabia Saudita, Turchia, Giordania e Paesi del Golfo sta vincendo sia sul piano militare che su quello politico.

Sul piano militare l’Esercito Siriano, appoggiato dagli Hezbollah libanesi e da volontari sciiti iracheni (e probabilmente iraniani), sta riguadagnando il terreno perduto negli anni fino al 2015.

Aleppo ormai è completamente libera. Palmira è stata ripresa e proprio da Palmira è partita l’offensiva che, avanzando verso est, dovrebbe arrivare a rompere l’assedio della città chiave di Der Ezzor. Le forze siriane sono infatti alle porte di Sukhanà, ultimo grande centro tenuto dall’ISIS sulla strada appunto per Der Ezzor. Da nord stanno invece calando i formidabili combattenti della Forza Tigre che hanno riconquistato, partendo da Aleppo migliaia di chilometri quadrati di territorio.

Attorno a Damasco è rimasta una sola grande sacca controllata dagli islamisti, ma le sue dimensioni si stanno riducendo giorno dopo giorno. Anche a sud, nelle regioni da Daraa e Quneitra, malgrado l’appoggio di Usa (e Israele), i cosiddetti ribelli stanno perdendo terreno. La circostanza è significativa perché ancora pochi mesi fa i ribelli sembravano sul punto di conquistare la capitale provinciale di Daraa e da qui marciare verso Damasco che dista meno di cento chilometri. Di questi giorni infine è l’inizio di una operazione congiunta esercito siriano, hezbollah, esercito libanese per riconquistare quella porzione di territorio montagnoSO posto a cavallo tras Siria e Libano chiamato Qalamoun e controllato da varie formazioni islamiste fin da 2013.

Bashar Assad però non sta vincendo solo sul piano militare, ma anche su quello politico e persino dell’immagine. Il fronte internazionale che si era creato contro di lui è ormai a pezzi e quasi più nessuno pretende le sue dimissioni (salvo la Mogherini, ma questo è insignificante come insignificante è l’Europa).

Alcuni Stati non fanno più mistero di collaborare con lui e non mi riferisco solo a Russia e Iran, ma a nazioni come l’Egitto ed il Libano. L’offensiva congiunta tra siriani e libanesi sul Qalamoun a cui accennavo prima è sicuramente molto significativa in questo senso (benchè l’esercito libanese tenga un profilo basso anche a causa di cronici problemi di armamento). Il rientro di migliaia di profughi che vanno a ripopolare i villaggi e le città mano a mano che vengono liberate dall’esercito sono la smentita più clamorosa alla bufala secondo la quale i Siriani scappavano da Assad.

Cosa ha provocato questo rovesciamento della situazione? Molteplici fattori.

Prima di tutto l’intervento diretto della Russia. L’appoggio aereo della RUAF è stato sicuramente un elemento decisivo anche se condotto solo da una trentina di apparecchi. Altrettanto decisivo è stato però la riorganizzazione dell’esercito siriano condotta da esperti militari russi. Solo per fare un esempio la Quinta Legione che ha ripreso Palmira e che guida la marcia verso Der Ezzor è stata addestrata ed armata da consiglieri militari russi.

12509565_1751931111701385_5797411272332770248_n[1]

Forse ancor più importante è stato però l’appoggio diplomatico, condotto da quel gigante della diplomazia russa che è il Ministro Lavrov, sicuramente il più intelligente e preparato di tutti i Ministri degli Esteri del mondo. La diplomazia russa è riuscita a dividere il fronte dell’opposizione armata ed a paralizzare le velleità americane di un intervento diretto più massiccio di quello che è in atto. E’ riuscita inoltre far fallire tentativi di provocazioni e false flag come fasulli attacchi con il gas.

A fianco dell’intervento russo (ed in misura minore di quello iraniano) a far pendere l’ago della bilancia a favore di Assad sono state anche le divisioni tra le formazioni guerrigliere e, soprattutto, tra i loro padrini internazionali. Siamo al punto che i combattenti sostenuti dalla Turchia (paese NATO) si stanno scontrando ferocemente con quelli sostenuti dagli USA (parimenti paese NATO) mentre gli islamisti sponsorizzati dall’Arabia Saudita stanno combattendo in quel di Idleb contro quelli sostenuti dal Qatar.

Si va quindi verso la conclusione del conflitto siriano? Personalmente non sono ottimista. Credo che si vada verso la fine di una fase della guerra in Siria e non della guerra stessa. I nodi sono ancora troppi, gli appetiti paurosamente scatenati ed il buon senso latitante. Temo potremo assistere, al contrario, ad una vera e propria escalation con l’intervento sul campo di quelle forze che fino ad oggi hanno agito prevalentemente per interposta persona. Speriamo che san Marone ed il Ministro Lavrov facciano il miracolo.

Mario Villani

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (terza parte)

La situazione in Palestina e Giordania

PALESTINA – ISRAELE

La popolazione cristiana residente in Palestina si pone tra l’1,5 e il 2 per cento del totale . Molti palestinesi cristiani vivono fuori dei confini storici della regione nei paesi confinanti, in Europa e nelle Americhe. Si stima che il totale dei Palestinesi cristiani assommi a circa un milione di individui di cui circa 200.000 vivono in Israele e nei territori occupati. Dal 1947 la percentuale dei cristiani nella regione è andata progressivamente diminuendo dal 9,5 per cento stimato dall’amministrazione britannica al 2 scarso di oggi .

Cittadine come Nazaret e Betlemme che contavano una larga maggioranza di cristiani oggi vedono la presenza residua solo di una consistente minoranza. Tra i Palestinesi sono presenti praticamente tutte le confessioni cristiane tradizionali del vicino oriente. Attorno al 50 per cento appartiene alla Chiesa ortodossa di Gerusalemme, una delle 15 Chiese autocefale. Questa comunità è nota anche come “cristiani arabi ortodossi”, appartenenti alla Chiesa greco-ortodossa. Vi sono anche maroniti, melkiti-cattolici orientali, giacobiti, caldei, cattolici di obbedienza romana, chiamati localmente “Latini”, siro-cattolici, copti ortodossi, copti cattolici, armeni ortodossi, armeni cattolici, quaccheri (Friends Society), metodisti, presbiteriani, anglicani (episcopali), luterani, evangelici, pentecostali, nazareni, Assemblee di Dio, battisti e altri protestanti. La condizione dei cristiani in Palestina non è sostanzialmente differente sia che vivano nella parte ufficialmente israeliana della regione sia che vivano nei cosiddetti territori occupati. Ufficialmente godono di libertà di culto e non soffrono restrizioni per motivi religiosi ma in quanto arabi subiscono le stesse discriminazioni dei loro conterranei musulmani. Recentemente poi il tentativo da parte israeliana di differenziarli dai musulmani sul piano legislativo ha ingenerato ostilità nei loro confronti.

La crescita, nel panorama politico palestinese, di Hamas, formazione legata ai “Fratelli Musulmani” e quindi di orientamento salafita non ha fatto che aggravare la situazione. A Gaza, dove Hamas è dominante, i circa 3000 cristiani residenti conducono una vita difficilissima e se gli appartenenti alle chiese locali o latine sono tollerati, nei confronti degli appartenenti alle confessioni protestanti, visti a torto o a ragione, come conniventi con gli USA e quindi con Israele, si sfiora l’aperta persecuzione. Anche nello stato ebraico, se da parte delle autorità vi è un sostanziale rispetto dei diritti religiosi, nella società stanno crescendo di importanza sette fondamentaliste che vorrebbero depurare la terra di Israele da ogni presenza non ebraica. Di conseguenza si moltiplicano le manifestazioni di ostilità verso le comunità cristiane. Così, negli ultimi anni, sono diventati sempre più frequenti i casi di luoghi di culto cristiani devastati e profanati da coloni ed estremisti ebraici. Dal monastero di Latrun (porte incendiate e scritte blasfeme) al Convento di San Francesco sul Monte Sion (in cui alcuni graffiti hanno definito Gesù un “figlio di puttana”), dalla Chiesa di Nostra Signora (in cui oltre alla scritta “Vendetta” sono stati disegnati anche simboli fallici) al monastero di Beit Gemal (colpito dalle molotov dei terroristi di matrice sionista), alle lapidi devastate da coloni nel cimitero cristiano di Gerusalemme. I casi riportati sono ovviamente soltanto alcuni dei tanti che hanno reso estremamente difficile la vita dei cristiani palestinesi.

GIORDANIA

I Cristiani residenti nel regno Hascemita di Giordania sono per metà di origine palestinese. Sono poi presenti minoranze cristiane profughe dalla Siria e dall’Iraq. Godono di una invidiabile, rispetto alla media dell’area, condizione sia politica che sociale. Questa stabilità, politica e sociale e nella vita comune con i loro concittadini musulmani, è in gran parte dovuta alle pratiche tribali. In Giordania, è la famiglia, piccola o grande (la tribù), ricettacolo dei valori e garante dell’ordine sociale e politico. I cristiani, soprattutto quelli di ceppo giordano, sono suscettibili, tanto quanto certi musulmani, di essere ricettivi a questo discorso di identificazione tribale, in quanto condividono con i musulmani le stesse strutture sociali, e in gran parte gli stessi valori sociali. Valori patriarcali che la solidarietà tra gli individui e le famiglie hanno costruito sulla base di parentela.Un altro motivo per la stabilità della Chiesa giordana è che si è radicata nella sua storia e nel suo impegno per le cause arabe, in primo luogo la causa palestinese. È, con la cristianità siriana e palestinese, una Chiesa araba, libera da ogni nostalgica appartenenza ad un passato ormai trascorso (cananeo, fenicio o faraonico).

Anche se la percentuale dei cristiani non supera il 3 per cento della popolazione giordana, da 200.000 a 220.000 su una popolazione di 6\7.000.000 di abitanti , dobbiamo dire che l’effettiva presenza sociale di cristiani giordani supera di gran lunga questa proporzione. Ad esempio: il 30 per cento dell’economia del paese è nelle mani dei cristiani, e ciò consente loro di utilizzare la bella espressione di “maggioranza qualitativa”. Lo stesso nella “quota” dei cristiani in Parlamento (9%) al Senato (6%) e nel Governo (1 o 2 ministri sono cristiani).

I cristiani giordani appartengono a due importanti Chiese: la Chiesa greco-ortodossa (quasi il 50%) e la Chiesa cattolica (40%), con qualche migliaio di anglicani e luterani, maroniti, siriaci e armeni. L’esodo dei cristiani dall’Iraq ha aumentato il numero di cattolici siriaci e caldei. La Chiesa cattolica, in particolare il ramo latino, che costituisce la maggioranza dei cattolici, eccelle soprattutto per la sua attività didattica. L’alta qualità delle scuole e dei collegi cattolici attira studenti provenienti da famiglie musulmane. Inoltre, la creazione di una Università cattolica in Giordania voluta da Giovanni Paolo II e la cui prima pietra fu posta da Benedetto XVI nel 2009, non ha fatto che rafforzare ed espandere l’influenza educativa della Chiesa cattolica in Giordania. Tuttavia la crescita anche in Giordania dell’influenza dei “Fratelli Musulmani”, presenti soprattutto tra la componente palestinese del popolo, rischia di mettere in crisi questa situazione di sostanziale stabilità.

fine terza parte (la quarta ed ultima parte sarà messa online lunedì 9 maggio)

Massimo Granata – Mario Villani

prima parte

seconda parte

terza parte

 

Yemen … uno stato desaparecido

Per accorgersi che perdura un inferno Yemenita ai soloni dell’informazione main stream c’è voluto il sacrificio estremo di 4 suorine di Madre Teresa… ma così di sfuggita, prima di ritornare ai temi “importanti” come le primarie PD e i capricci dei gay.

Una settimana fa quattro suore Missionarie della Carità, quattro suorine (1) di Madre Teresa di Calcutta avvolte nei loro poveri abiti monacali bianchi e azzurri, simbolo in tutto il mondo della sollecitudine ne confronti degli ultimi della terra,  sono state brutalmente assassinate, assieme ad altre dodici persone nella casa missionaria di assistenza ad anziani e disabili. Nella stessa azione il commando terrorista ha rapito un Sacerdote Salesiano, l’ultimo Sacerdote rimasto ad Aden(2). Solo questo tragico e brutale avvenimento ha fatto si che la guerra che sconvolge lo Yemen facesse una fugace apparizione su quegli organi, TV e quotidiani, che si dicono di informazione.

suoreYemenPurtroppo però nella storia dello Yemen indipendente , a far tempo dalla caduta dell’Impero Ottomano, la guerra è stata una costante. Negli anni 60 del secolo scorso inizio Nasser a voler estendere manu militari l’egemonia della RAU(3) sull’allora Yemen settentrionale.

Poi avvenne l’infelice unificazione tra lo Yemen propriamente detto, abitato da popolazioni di montagna, stanziali, contadine ed urbane dotate di una non insignificante tradizione di civiltà con l’ex colonia britannica di Aden, divenuta indipendente come Yemen del sud.

Quest’ultima, se si esclude il porto di Aden, baluardo, con l’isola di Socotra (4) per il controllo dello sbocco del Mar Rosso, e quindi della rotta di Suez, nell’Oceano Indiano, era ed è un inutile scatolone di sabbia, in cui non si è nemmeno trovato il petrolio, senza confini definiti con l’Arabia Saudita e l’Oman, abitata da tribù nomadi non dissimili dalle tribù beduine saudite ed accomunate a queste dall’adesione alla setta wahabita.

Questo portò nel breve spazio di dieci anni all’acuirsi delle tensioni interne sia di natura economica che di natura religiosa. Queste ultime dovute al fatto che la regione nord occidentale del paese è abitata da tribù aderenti allo Zaidismo, una delle tante versioni dell’islam sciita (5). L’attacco, nel porto di Aden, al cacciatorpediniere USS Cole nel 2000 poi certificò la presenza nel paese di cellule di Al Quaeda esponendo il paese alle consuete rappresaglie americane.

Anche da queste premesse nasce il conflitto attuale che vede in campo da una parte una colazione guidata dall’Arabia Saudita, comprendente tutte le monarchie del golfo, escluso l’Oman, e praticamente gran parte della lega Araba che vorrebbe reinsediare a Sana’a il presidente esiliato Abdu Rabu Mansour Hadi.

Dall’altra i ribelli sciiti Houthi, alleati alle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh (6) e sostenuti sul piano logistico e militare dall’Iran.

Sul campo lo scontro ha avuto un andamento disastroso per le forze della coalizione a guida Saudita, che pur godendo di un assoluto controllo dei cieli sono riusciti a fatica ad espellere da Aden le forze avversarie ma non ad ottenerne il controllo, ad onta della mossa propagandistica di trasferirvi le ambasciate (7). Infatti per sconfiggere sul terreno le forze avversarie hanno dovuto lasciare che affluissero in città formazioni legate ad al Quaeda o dipendenti dal Daesh le quali, una volta insediate hanno preso a combattersi tra di loro e contro le forze fedeli al presidente Abdu Rabu Mansour Hadi .

Nel nord i miliziani sciiti e la guardia repubblicana fedele a Saleh sono ampiamente sconfinati in Arabia saudita di cui controllano ora una parte del territorio compresa la città di confine di Rabuah e alcune basi militari nelle vicinanze mentre altre basi saudite lungo la frontiera sono circondate.

Nei giorni scorsi è fallita l’ennesima massiccia offensiva saudita per riconquistare Rabuah al nord e la capitale Sana’a mentre secondo voci da confermare le truppe fedeli a Saleh avrebbero riconquistato tutta la provincia meridionale lungo il mar Rosso precedentemente in mano a formazioni legate ad al Quaeda.

L’ unico campo in cui la coalizione miete successi è quello della distruzione sistematica delle infrastrutture del paese mediante bombardamenti aerei che non sortiscono nessun effetto sul piano militare ma che su quello terroristico sulle popolazioni civili sono di sicura efficacia(8).

Ma di questo sui nostri media main stream non ci è dato sapere

Massimo Granata

1 Erano le sorelle Anselm, Margherite, Joudit  e Reginette, due venivano dal Ruanda una dall’India e una dal Kenya.

2 Padre Thomas Uzhunnalil di cui attualmente non si hanno notizie

3 Repubblica Araba Unita, la federazione con cui Nasser ava cercato di unire Egitto, Siria ed Iraq

4 L’importanza di Socotra per il controllo della navigazione è tale che l’URSS vi aveva costruito, nel periodo in cui lo Yemen del sud era una repubblica popolare alleata, una grande base navale

5 Recentemente per evidenti motivi politici gli sciiti yemeniti hanno  dichiarato di aver abbandonato lo Zaidismo per passare allo sciismo Duodecimano come i loro alleati Iraniani

6 In realtà le forze di elite dell’esercito Yemenita sono tutte schierate con l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, senza riguardo all’appartenenza religiosa

7 Aden vive nel caos con continui attentati ora a questa ora a quella fazione teoricamente alleate. La presenza dei tagliagole dell’ISIS poi non può che complicare le cose e il massacro delle suore è certamente scaturito dall’odio satanico che questi portano con se

8 Viene da chiedersi dove siano in questo caso i vari umanitari in servizio permanente effettivo, sempre pronti a scoprire fantomatiche azioni  terroristiche, quando si può accusare qualche presunto nemico dell’occidente di averle perpetrate

Siria, cinque anni fa iniziava la guerra

La situazione sul campo oggi

Nel marzo del 2011 iniziavano in Siria, e precisamente nella città meridionale di Daraa, i primi scontri tra gruppi armati e reparti dell’esercito regolare siriano. (E’ difficile non notare il singolare e sospetto sincronismo con l’identica situazione cretasi in Libia dove gli scontri erano iniziati appena pochi giorni prima, nel mese di febbraio). Rapidamente i disordini ed i combattimenti si diffondevano in quasi tutte le regioni del paese mediorentale, da Aleppo fino alla frontiera giordana. Fin dai primi giorni della crisi risultavano evidenti alcune circostanze, totalmente ignorate come vedremo dai nostri mass-media.

La prima, il ruolo fondamentale svolto negli scontri dalle organizzazioni islamiste.

La stragrande maggioranza dei militanti che partecipavano alle manifestazioni e che si scontravano con le forze dell’ordine provenivano dalle moschee gestite da predicatori provenienti dall’Arabia Saudita o, comunque appartenti all’area salafita. D’altra parte il mondo islamista era l’unico a disporre di una massa di manovra umana da lanciare contro un governo (quello di Bashar Al Assad) che disponeva di un significativo apparato di sicurezza e godeva (come gode ancora oggi) dell’appoggio della maggioranza della popolazione.

La seconda il coinvolgimento di potenze estere.

In Siria affluirono subito, in maniera massiccia e provenendo da mezzo mondo, mercenari e volontari islamici e con loro un fiume di armi, denaro e Captagon, la micidiale anfetamina utilizzata dai combattenti delle milizie. Il tutto pagato da Arabia Saudita e Qatar e transitante per Turchia e Giordania i cui governi non potevano non essere consenzienti e quindi complici. Tutto questo mentre i mass media occidentali cantavano in coro il motivo del “dittatore sanguinario che massacrava il suo popolo anelante alla democrazia”. Ci vorranno anni di guerra e atrocità di ogni genere commesse da ISIS e compari per costringere i media ad ammettere che, forse la situazione era “leggermente” diversa da quella descritta allora. Per altro, ad oggi, non ho ancora sentito alcun “mea culpa” e nessuna richiesta di scuse per aver ingannato scientemente e vergognosamente l’opinione pubblica occidentale.

La terza la lunga preparazione della rivolta.

Contrariamente a quanto sostenuto da coloro che sproloquivano su una rivolta popolare spontanea, i fatti siriani erano stati preparati da tempo. Addirittura sotto alcune città -come Homs- era stata scavata, prima della rivolta e con l’ovvia complicità delle autorità locali, una vera e propria rete di tunnel da utilizzare come rifugi, depositi di armi, ospedali o semplicemente per spostarsi da un quartiere all’altro e cogliere di sorpresa le truppe regolari. In Turchia poi la costruzione di campi profughi lungo la frontiera siriana era iniziata addirittura due anni prima dell’inizi della crisi, come raccontato da testimoni oculari.

Con una simile situazione è facile immaginare come gli scontri siano rapidamente degenerati in una guerra che ha interessato praticamente tutto il territorio della repubblica siriana causando, ad oggi quasi trecentomila morti (di cui un terzo militari dell’esercito e delle forze di sicurezza), un numero imprecisato di feriti e mutilati e l’esodo di quasi la metà della popolazione siriana, in parte fuggita in paesi esteri ed in parte rimasta in Siria, ma in zone più sicure (normalmente quelle controllare dell’esercito regolare). A seguito degli eventi bellici città e villaggi sono più volte passate di mano e la Siria ha assunto un aspetto a macchie di leopardo, con aree controllate da qualcuna delle milizie ribelli ed altre -normalmente quelle più popolose e dove vi sono le città più grandi- controllate dall’esercito regolare a da milizie filo-govenative che si sono costituite nel corso degli anni di guerra anche per colmare i sempre più preoccupanti vuoti che si aprivano nelle file dell’esercito. Per questa ragione ormai da anni in Siria non vi è un solo fronte su cui si combatte, ma molte decine sparsi su tutto il paese.

Anche i due schieramenti non sono compositi. Da parte governativa a fianco delle Forze Armate regolari operano gli uomini (e le donne) della NDF (National Defence Force), volontari che affiancano i soldati soprattutto nel controllo del territorio, ma vi sono anche i militanti del partito baatista, volontari sciiti provenienti dall’Iraq, consiglieri militari provenienti dall’Iran e, soprattutto i temibili commandos di Hezbollah, forse i migliori combattenti di tutto il Medio Oriente. Da parte dei cosiddetti “ribelli” vi sono i fanatici islamisti dell’ISIS, i qaedisti della coalizione guidata dal Fronte al Nusra, i filo sauditi del fronte Islamico, i filo qatarioti della brigata Ahfad al Rasul e altre formazioni minori, tra le quali i resti del Free Syrian Army la prima organizzazione a prendere le armi contro il governo di Assad. Molti dei miliziani non sono neppure siriani, addirittura alcune formazioni sono composte integralmente da stranieri, tra i quali si distinguono per le capacità militari (ma anche per la particolare crudeltà) i ceceni. Un discorso a parte meritano i curdi che hanno sovente tenuto un atteggiamento ambiguo, ma che sembrano oggi schierati più decisamente con Damasco anche per fare fronte comune contro il grande sponsor delle formazioni guerrigliere, la Turchia, loro nemica dichiarata e ormai parte attiva nel conflitto.

Sotto la pressione delle formazioni guerrigliere, costantemente rifornite e rinforzate da turchi e sauditi, a partire dalla primavera del 2015 l’esercito regolare è stato costretto a cedere terreno in particolare nelle aree del Paese a prevalenza sunnita, dove cioè le bande islamiste potevano e possono contare su un certo appoggio popolare. Sono così cadute nelle mani della guerriglia centri importanto come Palmyra, Idleb, Jhrs Shogur e le avanguardie islamiste, dopo aver preso il controllo di una vasta area collinare al confine della Turchia, si sono pericolosamente avvicinate a Latakia, importante città costiera, considerata una roccaforte dei fedelissimi di Assad perchè popolata prevalentemente da alauiti (la setta islamica a cui il Presidente appartiene).

Anche se le principali città siriane erano ancora sotto il saldo controllo delle forze armate fedeli al governo di Damasco la situazione a settembre dello scorso anno appariva per loro oggettivamente difficile, anche perchè, mentre le formazioni guerrigliere ricevevano continuamente rinforzi dall’estero, per le forze armate siriane, usurate da cinque anni di guerra, diventava sempre più difficile rimpiazzare i vuoti che si aprivano tra le proprie file. Alla fine del mese di settembre del 2015 però una serie di avvenimenti ha cambiato ancora una volta le sorti del conflitto. In difesa del governo siriano sono infatti intervenuti, con forme diverse sia i Russi che gli Iraniani. I primi hanno rifornito l’esercito siriano di armi più moderne ed efficaci, come il carro armato T 90 ed il famoso e micidiale lanciarazzi Buratyn (una modernissima versione delle celebri Katiusce), ma, soprattutto, hanno inviato in Siria un piccolo, ma efficentissimo contingente aereo composto da una quarantina tra caccia e cacciabombardieri che, partendo da una base aerea costruita a tempo di record a fianco dell’aeroporto di Latakia, ha avviato una serie di micidiali raid aerei contro le formazioni islamiste arrivando a colpire, nel solo primo mese di attività, più obbiettivi di quanti ne avesse colpiti ,nella sua ambigua attività, la coalizione a guida USA nell’anno e mezzo precedente. Gli Iraniani invece hanno inviato un certo numero di “consiglieri” militari, probabilmente pasdaran, che hanno affiancato nei combattimenti i Siriani in particolare nella regione di Aleppo. Anche gli Hezbollah libanesi hanno dato il loro contributo incrementando il contingente militare che già avevano in Siria.

I risultati di questi interventi si sono visti nei mesi successivi perchè, non solo le formazioni guerrigliere non sono più riuscite ad avanzare, ma le forze armate di Damasco hanno ricominciato una lenta riconquista del territorio perduto. La situazione di difficoltà in cui le formazioni islamiste si sono venute così a trovare è dimostrata dal fatto che molte di loro hanno immediatamente aderito alla proposta di tregua avanza da Mosca e scattata -sia pure con numerose violazioni- a partire dal 27 febbraio.

Vediamo la situazione attuale sui fronti principali.

Regione di Latakia. L’esercito siriano e le sue formazioni alleate hanno liberato vaste aree di territorio collinare, riprendendo il controllo di cittadine come Salma e Kinsabba ed allontanando di diverse decine di chilometri la minaccia da Latakia. Oggi si può dire che quasi tutta la provincia di Latkia e la regione costiera sono ritornate sotto il controllo governativo.

Regione di Idleb. E’ ancora completamente nelle mani del Fronte Al Nusra, con la sola eccezione di una piccola enclave composta da due villagi sciiti che i ribelli non sono riusciti a conquistare.

Regione di Aleppo. E’ l’area dove la controffensiva governativa ha colto i successi più importanti. Sono stati infatti liberati da un assedio che durava da oltre due anni sia l’aeroporto militare di Kuweires che i villaggi sciiti di Nubbol e Zahara, tagliando altresì le linee di rifornimento utilizzate dalle formazioni islamiste per rifornire i loro combattenti che occupano alcuni quartieri di Aleppo. Inoltre l’esercito siriano è riuscito a riconquistare vaste aree nelle campagne intorno alla metropoli del nord e, soprattutto, a riprendere sotto il suo controllo l’importantissima centrale che riforniva di energia l’intera città. Alla fine del mese di febbraio le milizie dell’ISIS hanno lanciato una controffensiva occupando l’autostrada Aleppo – Kanasser e tagliando temporaneamente le vie di rifornimento per i reparti siriani che operavano intorno ad Aleppo. Dimostrando una capacità operativa oggettivamente superiore al passato l’esercito è però riuscito riprendere il controllo dell’area in meno di una settimana infliggendo ai guerriglieri perdite pesantissime.

Regioni centrali (Hama e Homs). La situazione è rimasta sostanzialmente invariata perchè le controffensive dell’esercito non hanno avuto un successo pari a quello registrato sui fronti di Aleppo e Latakia e gli spostamento sulla linea del fronte sono stati minimali.

Regione di Damasco. Con una serie di operazioni appoggiate dall’aviazione russa i Siriani sono riusciti a ridurre le aree sotto controllo della guerriglia ed a eliminare alcuni dei più importanti capi militari delle formazioni islamiste. In quest’area comunque è attualmente osservata la tregua negoziata da Mosca.

Regione del Qalamoun. Si tratta dell’area montagnosa a cavallo tra Libano e Siria. In questa regione le formazioni guerrigliere, per un certo periodo predominanti, sono state sconfitte ancor prima dell’intervento russo grazie all’azione degli Hezbollah libanesi. Attualmente gli islamisti controllano solo piccole sacche. Costituiscono però ancora una minaccia per il vicino Libano dove molte formazioni si sono rifiugate. Parrebbe che la nave turca (battente però bandiera del Togo) recentemente sequestrata in Grecia con un carico di armi clandestine fosse incaricata di rifornire proprio queste formazioni.

Fronte sud (Daraa, Quneitra e Sweida). Sono regioni dove la presenza delle milizie è ancora massiccia (con l’eccezione della provincia di Sweida) e l’unico successo conseguito dai governativi in questi mesi è stata la riconquista della cittadina di Shei Meskin a nord di Daraa. Anche in queste regioni vige oggi una precaria tregua.

Fronte di Deir Ezzor. In questa città sull’Eufrate, completamente circondata dalle milizie dell’ISIS, si sta scrivendo una pagina di eroismo militare che dovrà essere ricordata per secoli in tutta la Siria. La Brigata paracadutisti guidata dal leggendario Colonnello Zahar Eddine appoggiata dai miliziani di una tribù locale (tra l’altro sunnita) sta infatti respingendo, da mesi, ondate di assalitori che a cadenza praticamente quotidiana cercano di occupare l’aeroporto ed i quartieri ancora liberi e sotto il controllo governativo. Se il mondo fosse ancora normale oggi non potrebbe non esprimere la propria stupefatta ammirazione per quello che i parà di Zahar Eddine stanno facendo. Ovviamente invece nessuno sa nulla del loro sacrificio.

Questo sommariamente il quadro. Sorgono ovviamente delle domande. Terrà la tregua? E’ possibile incominciare a parlare di pace? La risposta dipende principalmente dalle decisioni di due classi dirigenti, quella turca e quella saudita. Per questo non sono ottimista.

La giornata di preghiera per la Siria e l’attacco a Maalula

Dalle “colonne” di questo sito avevamo già parlato di Maalula, la bellissima cittadina siriana dove, unico luogo al mondo, si parla ancora l’aramaico antico, vale a dire la stessa lingua usata da Gesù durante il suo passaggio su questa terra.
Maalula deve essere considerata dai Cristiani molto più di un simbolo; in realtà si tratta di una vera e propria memoria vivente della vita del Salvatore, un luogo, per certi versi, ancora più sacro della basilica di San Pietro a Roma. Tre giorni fa Maalula è stata attaccata da bande di querriglieri islamisti.

Un camion bomba è stato fatto esplodere contro il posto di blocco dei militari che proteggevano la città neutralizzandolo, poi diverse centinaia di guerriglieri armati hanno preso posizione nei punti strategici iniziando a sparare, anche con armi pesanti, verso gli edifici del centro città. Secondo alcune testimonianze, giunte direttamente da Maalula e riportate dal sito “Ora pro Siria”, vi sarebbero state vittime tra la popolazione civile e danni alle storiche chiese della cittadina. Le informazioni che arrivano sono poche e confuse, ma sembrerebbe che ieri i guerriglieri siano stati costretti ad arretrare, probabilmente da una controffensiva delle truppe regolari, almeno secondo quanto comunicato dall’Osservatorio per i diritti umani in Siria di Londra, sulla cui attendibilità è peraltro lecito nutrire seri dubbi vista la sua vicinanza ad alcuni ambienti dell’opposizione armata siriana.

Sono convinto che l’attacco a Maalula, centro privo di importanza strategica e dove sicuramente i guerriglieri islamisti/salafiti non potevano contare di trovare seguaci (Maalula è quasi integralmente cristiana), non sia stato sferrato per caso. Si tratta, a mio avviso, della risposta all’iniziativa del Santo Padre di indire una giornata di preghiera e di digiuno per la pace in Siria. La decisione di Papa Francesco ha una importanza spirituale e politica che a molti probabilmente è sfuggita. Spirituale perchè vuole promuovere un vero e proprio appello corale a Dio a cui sono chiamati non solo i Cattolici, ma persino atei e musulmani. Il mondo intero, in ginocchio di fronte all’Altissimo. Politica perchè denota aperto dissenso con la folle decisione americana e francese di attaccare il paese medio-orientale, infischiandosene del pericolo di provocare in questo modo una gigantesca conflagrazione regionale o addirittura mondiale.

Attaccando Maalula i guerriglieri salafiti (ispirati da chi?) hanno deciso di rispondere al Papa. Si tratta in primo luogo di un vero e proprio avvertimento di stile mafioso. La Chiesa di Roma se ne stia alla larga da quanto avviene in Siria oppure noi colpiremo le sue radici più profonde. Ma si tratta anche di una risposta spirituale. A fronte del massimo gesto di rispetto a Dio promosso dal Santo Padre si replica con il massimo gesto di disprezzo: attaccare l’unico luogo al mondo dove si parla ancora la lingua del Dio fatto Uomo. Così, secondo una mentalità contorta, è stato ristabilito l’equilibrio. Il Dio dei Cristiani non ha più ragione di aiutare l’Umanità evitandogli il flagello della guerra in quanto al gesto di omaggio e di preghiera promosso dal Papa si è contrapposto il gesto di disprezzo dell’attacco a Maalula. Anche per questa ragione e in un momento in cui i tamburi di guerra rullano sempre più forte, i Cristiani devono rispondere positivamente all’appello del Santo Padre. Oggi, cari amici, è una giornata di preghiera, di riflessione e anche di penitenza. Ampia libertà di scelta sul come praticamente viverla, ma una raccomandazione: non snobbatela perchè la posta in gioco è alta.

Un modesto consiglio: oltre che la Pace in Siria e nel mondo chiediamo a Dio la capacità e la forza di riprendere il mano il nostro destino perchè, a forza di lasciar fare ad altri, siamo arrivati ad un passo dalla catastrofe.

Mario Villani

http://www.appunti.ru/articolo.aspx?id=645&type=home

Maalula, i giornalisti e gli islamisti

Notizie contraddittorie sulla situazione di Maalula, mentre la liberazione di Quirico e del belga Piccinin infliggono un duro colpo all’immagine dei guerriglieri. La proposta russa.

Maalula è ancora controllata da bande armate islamiste e sappiamo ben poco di quello che sta avvenendo al suo interno. Purtroppo la notizia di una sua liberazione da parte dell’esercito regolare -che avevamo riportato nel precedente articolo- è poi risultata infondata. Inoltre intorno alla cittadina simbolo della Cristianità orientale si è scatenata una ridda di false informazioni che rendono quasi impossibile conoscere la situazione. Anche le testimonianze che giungono dal suo interno devono essere prese con molta circospezione perchè è possibile che vi siano persone – ed anche religiosi- che sono, di fatto ostaggio dei guerriglieri islamici e che quindi inviano messaggi sotto costrizione.

Le operazioni dell’esercito regolare sono rese difficili dalla impossibilità di utilizzare massicciamente le armi pesanti per non causare danni irreparabili agli edifici storici ed esporsi così (come probabilmente gli islamisti vorrebbero) alla pesante critica dei media internazionali. In queste condizioni liberare la cittadina non sarà facile anche considerando che presumibilmente l’esercito siriano riterrà oggi prioritario concentrare le sue forze nella preparazione della difesa da un eventuale attacco aereo e missilistico da parte di americani e francesi. Non resta che pregare e sperare continuando a ripetere, in ogni occasione possibile, una parola d’ordine: “Giù le mani da Maalula!”.

Sulla situazione siriana però vi sono due fatti nuovi che meritano di essere riportati. Dopo mesi di prigionia nelle mani dei ribelli è stato liberato Domenico Quirico e con lui un ostaggio belga Pierre Piccinin. Le dichiarazioni rilasciate dai due concordano nel definire durissime le condizioni della detenzione. Quirico ha apertamente dichiarato di essere stato tradito dalla “rivoluzione” che lui aveva appoggiato e sostenuto. “E’ diventata qualcosa di altro” ha dichiarato, intendendo dire che il movimento rivoluzionario avrebbe perso il suo carattere iniziale laico e democratico per divenire islamista. Mi spiace doverlo contraddire sul punto. Non esiste una rivoluzione siriana dei primi tempi ed una attuale. Esiste una rivoluzione siriana vista da lontano ed una vista da vicino. La rivolta siriana è sempre stata, fin dall’inizio, egemonizzata dagli islamisti e solo chi, a tutti i costi, voleva vedervi un movimento sinceramente democratico si è lasciato ingannare. Il che è successo ad un buon numero di osservatori occidentali ed a qualche militante anti-Assad che sperava di poter utilizzare gli islamisti per abbattere il regime per poi metterli da parte successivamente. Piccinin con le sue dichiarazione è andato anche oltre, affermando di aver sentito i suoi rapitori parlare dell’attacco con il gas nervino ed affermare che si trattava di un’operazione orchestrata dalla stessa opposizione. In altre parole avrebbe scagionato Assad. Quirico questa mattina in alcune interviste ha confermato le inumane condizioni della sua detenzione. Ha confermato anche la conversazione riferita da Piccinin sull’uso delle armi chimiche da parte dei ribelli. Solo ha dichiarato di non sapere quanto autorevoli e informati potessero essere le persone che parlavano, uno dei quali, comunque, si autodefiniva “generale” dei ribelli.

Il secondo fatto nuovo è rappresentato dalla proposta russa di mettere sotto controllo internazionale le armi chimiche di Damasco, proposta che la Siria ha già accettato. Ora nelle mani di Obama e Kerry vi è veramente una patata bollente. Come giustificare, di fronte ad una opinione pubblica interna ed internazionale sempre più ostile ad un attacco, la decisione di voler bombardare la Siria per impedire l’utilizzo di armi che il Governo di Damasco sarebbe comunque disposto a consegnare pacificamente? Fino ad oggi, nel contesto di questa gravissima crisi, la Russia si è mossa con intelligenza e determinazione e con questa proposta forse è riuscita a spegnere la miccia che era ormai arrivata vicinissima alle polveri. Tornano alla mente le parole della Santa Vergine ai pastorelli di Fatima: “La Russia si convertirà ed il Mondo avrà un periodo di pace…” ed è impossibile non rilevare come questo spiraglio di soluzione pacifica (il primo dopo un lungo periodo di crescente tensione) si manifesti il giorno immediatamente successivo alla giornata di preghiera promossa da Papa Francesco. Maria Regina della Pace, prega per noi…

Mario Villani

APPELLO CONTRO LA GUERRA IN SIRIA

Sottoscrivi l’appello di Tempi, Ora pro Siria, Samizdat on line e
Cultura Cattolica contro l’intervento militare in Siria.
Il testo con le firme sarà inviato ai parlamentari italiani
e al ministro degli Esteri Emma Bonino

clicca sull’immagine per firmare online l’appello

tempi2

Clicca per andare a Tempi.it

 

 

La battaglia di Sidone

Sbaragliata la milizia estremista di Ahmed Assir

I lettori ci perdoneranno per l’insistenza con cui torniamo sulle vicende del Medio Oriente. Lo facciamo per due ragioni ben precise: la prima è l’importanza strategica mondiale della regione (da dove parte, non dimentichiamolo, quasi il 70% del petrolio che serve a far funzionare le industrie occidentali ed a far camminare le nostre automobili), la seconda è la presenza nella regione di comunità cristiane antichissime -praticamente nate con Gesù- che oggi versano in una situazione di estremo pericolo.
Veniamo ai recentissimi e drammatici fatti libanesi.
Sulle colline sopra Sidone sorge il Santuario Mariano di Magdouche, un grande edificio di culto edificato vicino ad una grotta -anch’essa trasformata in chiesa- dove la tradizione narra che la Madonna si fermasse ad aspettare Gesù quando questi si recava a predicare a Sidone. La città infatti era integralmente pagana e non era buona cosa che una donna ebrea la frequentasse.
Sono stato al Santuario di Magdouche due volte, la prima nel 2010 e la seconda nell’aprile di quest’anno, durante il viaggio in Libano di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenti articoli. Sul vasto piazzale posto a lato della chiesa sorge una grande statua della Madonna, sul cui piedistallo, alto almeno una ventina di metri, si può salire grazie ad una scalinata che sale a spirale lungo le pareti. Raggiunta la cima si può vedere un panorama estremamente istruttivo.
La vista infatti spazia su tutta Sidone (la terza città libanese per popolazione) e, soprattutto, sull’immenso agglomerato di casupole che costituisce il campo palestinese di Ain El Helwe campo che, con i suoi ottantamila abitanti è uno dei più grandi del Libano. I suoi abitanti vivono in grande maggioranza al di sotto del livello di povertà, campando solo di aiuti internazionali e di qualche piccolo commercio. Non è difficile quindi capire perchè sovente predicatori estremisti trovino seguaci tra i disperati pronti a tutto pur di cambiare la propria situazione.
Durante la visita di quest’anno mi sono fatto raccontare dagli amici libanesi qualche cosa su Ahmed Assir un predicatore “salafita” (vedremo in un prossimo articolo il preciso significato di questo termine) che stava raccogliendo seguaci sia nella città di Sidone che nel campo di Ain El Helwe. Assir mi è stato raccontato, è uno di quei personaggi che improvvisamente scoprono di essere stati incaricati da Dio di una missione particolare. Nel caso del nostro personaggio quella di liberare il Libano dai non sunniti ed in particolare dagli sciiti. Un progetto che si combina perfettamente con le intenzioni di molti movimenti operanti in Siria (quelli che noi occidentali vogliamo rifornire di armi perchè instaurino la democrazia) i quali non fanno alcun mistero di voler “cacciare i cristiani dal paese e mandare gli alauiti (una corrente sciita molto diffusa in Siria ed a cui appartiene lo stesso Assad) nella tomba”.

Assir ha scoperto la sua vocazione nel giugno dello scorso anno -in effetti durante il viaggio del 2010 non ne avevo sentito parlare- dopo una serie di viaggi nei Paesi del Golfo. E’ più che presumibile quindi che i quattrini di qualche Emiro abbiano notevolmente “facilitato” l’emergere della suddetta vocazione. Da allora Ahmed Assir ha trasformato la moschea di Bilal Bin Rabah, dove era solito predicare, nel quartier generale e roccaforte di un movimento estremista, composto solo in piccola parte da libanesi, che ben presto si è trasformato in una vera e propria milizia. Lo stesso Assir ha preso l’abitudine di farsi fotografare con in mano un fucile e si è vantato di essere andato più volte in Siria per combattere a fianco dei “fratelli” sunniti contro il regime laicista e -orrore!- alauita di Assad. Con il passare dei mesi Assir è riuscito a trovare seguaci anche fuori da Sidone ed in particolare nei quartieri fondamentalisti di Tripoli e di Beirut Sud. Secondo alcune stime –difficilmente controllabili- i miliziani su cui poteva contare erano circa quattrocento a Sidone, trecento a Tripoli ed un migliaio a Beirut, questi ultimi peraltro malamente armati e poco addestrati. Da diversi mesi, con cadenza quotidiana, il movimento di Assir ha cercato lo scontro con le Autorità, ma, soprattutto con il principale partito sciita, vale a dire il movimento Hezbollah. Strade bloccate, manifestazioni, attentati, disordini di vario genere hanno contrassegnato la vita di Sidone per molti mesi. Nel marzo di quest’anno vi è stata però una vera e propria sollevazione popolare dei commercianti che -vedendo i propri affari praticamente azzerati a causa della tensione- hanno richiesto che le Autorità intervenissero per poter riprendere una civile convivenza. Assir è stato così “convinto” a ritirarsi con tutti i suoi seguaci locali nel grosso sobborgo di Abra, alla periferia di Sidone. Non sono però cessate le provocazioni contro Hezbollah che, anzi, hanno assunto un tono parossistico dopo che, alla fine di aprile, il movimento libanese ha inviato alcune centinaia di militari delle sue truppe scelte in Siria dove hanno aiutato l’esercito siriano a riprendere il controllo della strategica cittadina di Qusayr, pochi chilometri oltre il confine libanese.

Domenica 23 giugno la tensione ha raggiunto il culmine e la situazione è precipitata. L’esercito libanese ha arrestato uno dei luogotenenti di Assir e, per tutta risposta alcuni suoi miliziani hanno attaccato un posto di blocco dell’esercito uccidendo sei militari. Benchè l’esercito libanese (proprio a causa della sua multiconfessionalità) esiti ad intervenire in conflitti interni su base religiosa non poteva restare inerte di fronte ad una provocazione così sanguinosa e così i reparti dell’Armee hanno dato l’assalto al quartiere di Abra ed alla moschea di Rabah. Assir ha reagito ordinando ai suoi uomini di resistere ad ogni costo, incitando alla diserzione i soldati di confessione sunnita e chiedendo ai palestinesi di Hain el Helwe ed a tutti i suoi seguaci di correre in suo aiuto. Gli appelli sono caduti nel vuoto: i suoi milziani si sono rapidamente sbandati davanti all’assalto dei soldati libanesi -nessuno dei quali ha raccolto l’invito alla diserzione-, dal campo palestinese è arrivato un aiuto molto ridotto (una sessantina di combattenti rapidamente neutralizzati dall’esercito libanese) ed i suoi seguaci nel resto del Libano si sono limitati a qualche azione dimostrativa. In meno di due giorni di combattimento così il piccolo esercito di Assir è stato sbaragliato, la moschea di Rabah occupata ed il quartiere di Adra liberato dalla presenza salafita. Sedici morti ed una cinquantina di feriti le perdite dell’esercito, quaranta morti ed un centinaio tra arrestati e feriti quelle della milizia di Assir. Di lui -che peraltro aveva assicurato essere pronto a morire nella sua moschea- nessuna traccia. Qualcuno avanza l’ipotesi che abbia ottenuto rifugio nell’ambasciata del Qatar, altri che sia attualmente in Siria in una zona controllata dai ribelli. In ogni caso ha cessato, almeno per il momento, di essere un pericolo per la convivenza interconfessionale nel Paese dei Cedri il quale ha scoperto inoltre di avere un esercito capace di assicurare la pace interna senza dividersi per linee confessionali. Praticamente un miracolo. Forse la Madonna, che dal piazzale di Magdouche guarda verso Sidone per proteggerla, ha voluto essere della partita.

Mario Villani

P.S.
Amici libanesi ci hanno informato che il villaggo di Abra era fino a prima del 90 un villaggio interamente cristano. Abra infatti vuole dire passaggio e si chiama così perchè la tradizione racconta che la Madonna ci sia passata. A partire dal 1990 i sunniti hanno incominciatio a comprare terreni e case e hanno poi costruito questa moschea. E’ quella che si definisce islamizzazione de territorio.

Cristiani di frontiera

Le comunità cattoliche che vivono nelle regioni meridionali del Libano sono a rischio estinzione

Uno degli incontri più significativi e toccanti del nostro recente viaggio in Libano è stato sicuramente quello con il Vescovo di Tiro, S.E. Mons. El Hajj, di cui ci è stato raccontato l’eroico coraggio mostrato durante la guerra del 2006. In quell’occasione Sua Eccellenza non solo si rifiutò di abbandonare la diocesi per rifugiarsi in zone più sicure, ma quotidianamente si recò nei villaggi dove più frequenti erano le incursioni dei cacciabombardieri israeliani, dicendo che “un padre non può abbandonare i suoi figli quando sono in pericolo”.

LIBANO_-_madonna_e_cristianiTiro è un’antichissima cittadina portuale situata nel Sud Libano ad una trentina di chilometri circa dal confine con lo Stato di Israele. Fu sicuramente visitata da Gesù durante i suoi anni di predicazione pubblica, come peraltro numerose altre località di questa regione, conosciuta anche come Galilea settentrionale. A pochi chilometri da Tiro si trova il villaggio di Cana che, almeno secondo alcune fonti, sarebbe proprio la località dove Gesù ha compiuto il suo primo miracolo trasformando l’acqua in vino nel corso di una cerimonia nuziale. Proprio alle porte di Cana vi è una grotta che secondo la tradizione avrebbe fornito rifugio per la notte a Nostro Signore quando veniva a predicare in questa regione. Le prime comunità cristiane sorte nella regione sono quindi praticamente contemporanee o di poco successive a Gesù. Lo dimostra anche un sentiero che corre tra Cana e la grotta di cui ho parlato: sulle rocce che lo fiancheggiano infatti sono scolpiti degli antichissimi bassorilievi che raffigurano episodi salienti della vita pubblica del Cristo, ivi compresa l’Ultima Cena. Non è mai stata tentata una datazione di questi bassorilievi, ma le fonti locali li fanno risalire al primo secolo dopo Cristo. L’aspetto delle rocce e la condizione dei bassorilievi inducono a pensare che questa valutazione non sia affatto infondata. Non meraviglia quindi che in questi villaggi siano vissute comunità cristiane animate da una Fede “granitica”, perché frutto di una tradizione che affondava le proprie origini proprio negli anni della vita pubblica di Gesù.

Quale è oggi la condizione delle comunità cristiane che vivono in questa regione? Lasciamo rispondere lo stesso Mons. Hajj a cui abbiamo posto la domanda: “La Diocesi di Tiro è suddivisa in sette distretti, distribuiti dal sud di Sidone fino alla frontiera, dal mare fino alle montagne, le parrocchie sono molto disperse ed è per questo che il Vescovo deve correre tutto il giorno per poter incontrare tutti i suoi fedeli … Io considero la mia macchina come il mio vescovado! Abbiamo nel territorio 50.000 maroniti sul registro, ma presenti ce ne sono la metà cioè 25.000. Abbiamo 20 parrocchie. Vi sono anche due diocesi di greco-cattolici; purtroppo questa regione si sta svuotando dii cristiani. Siamo 70.000 cristiani in tutto, su 700.000 abitanti. Dopo l’indipendenza, eravamo il 50%; a Tiro adesso invece sono 70.000 musulmani contro 3000 cristiani. Quello che ci ha fatto male soprattutto è stata la guerra israelo-araba, il fatto che Israele ha preso la Palestina, ha fatto la barriera, perché prima i cristiani andavano a lavorare quotidianamente in Palestina e c’era commercio molto ricco e la zona era fiorente di traffici. Il porto di Tiro era più importante di quello di Beirut. In un giorno, nel ’48, tutto è cambiato completamente. C’erano almeno 200.000 libanesi, a maggioranza cristiani, che lavoravano in Palestina, prima del ’48. Dopo il ’48 sono rimasti tutti senza lavoro, e con loro 200.000 palestinesi sono arrivati qua come rifugiati.” Tremila cristiani a Tiro su settantacinquemila abitanti e solo pochi anni fa il rapporto numerico con i musulmani era del 50%! L’aspetto stesso del Vescovado è significativo. Le dimensioni sono praticamente quelle di una nostra parrocchia, circostanza che ci colpisce in maniera particolare soprattutto dopo le visite ai Patriarcati di Beirut e Bkerkè caratterizzati da una elegante imponenza. Anche il tour nel piccolo quartiere cristiano di Tiro è significativo: le strade sono pulite e ordinate, le case ben tenute e quasi eleganti, mentre il resto della città presenta le caratteristiche di disordine e sporcizia tipiche di una città di mare mediorentale.

Non vi è persecuzione attualmente verso i cristiani nel sud Libano. La grande maggioranza dei musulmani di questa regione è sciita e, ci spiega il Vescovo,: “gli sciiti sono come noi, perché nel corso della storia sono stati perseguitati come noi. Non so se voi sapete che quando sono arrivati i crociati, gli sciiti, come i cristiani, sono stati alleati dei crociati. Proprio questa città di Tiro ha visto la presenza dei veneziani che vennero a costruire e fare i loro commerci. Vicino a tutte le città con castelli crociati, voi vedete persone di capelli e pelle chiara e io personalmente penso che ci furono molti crociati che hanno adottato lo sciismo e qui sono rimasti. Succede anche negli anni ’60 e ’70: tanti sciiti sono andati in Europa dell’Est, Ucraina, Polonia eccetera, e sono rimasti e sono tornati con delle mogli bionde, per questo qui vediamo un fenomeno di gente chiara. Gli sciiti sono moderati, la maggioranza di loro è fuori, è vissuta e vive in Europa”.

Sono quindi le condizioni economiche che hanno costretto i Cristiani all’esodo. Le condizioni economiche e l’indifferenza dei Fratelli d’Occidente. Ce lo dice con amarezza, ma senza risentimento, proprio il Vescovo: “noi Cristiani sentiamo che non contiamo per il mondo occidentale, non valiamo niente: non siamo di alcun interesse per lui e alla fine ci dicono “venite da noi e basta problemi, venite qua e lasciate quella terra”. Ma invece noi, come Cristiani, vogliamo rimanere qua e continuare a testimoniare. Quello che è successo in Iraq è quello che accade ora in Siria: sono centinaia di persone cristiane a cui danno il visto per andarsene. Centinaia di famiglie che dalla Siria vengono qua, come un punto di passaggio, vengono nelle ambasciate per prendere la strada dell’estero. Proprio uguale a quello che è accaduto alle famiglie irachene, quello che io stesso ho visto quando sono venuti per alcuni mesi, giusto il tempo per preparare il visto… e dove andare dopo che sono stati divisi secondo le zone geografiche sparpagliati?”.

Usciamo dal Vescovado con un nodo alla gola, forse ancor più che se avessimo sentito storie di persecuzioni sanguinose. In questo caso infatti ben poco potremmo fare perchè contro la forza delle armi, come si suol dire “ragion non vale”. Invece per aiutare le comunità cristiane del sud Libano a rimanere (o tornare) sulla loro terra basterebbe veramente poco: un pizzico di buona volontà, qualche aiuto economico e tanta informazione. Evidentemente non siamo più capaci neppure di quello…

Mario Villani

UN GIGLIO TRA LE SPINE

BREVE STORIA DELLA CHIESA E DELLA COMUNITA’ MARONITA

I PARTE – Dalle origini alle crociate

AleppoMaroniteCathedral

Aleppo – Cattedrale Maronita

L’elevazione alla porpora cardinalizia di Msg. Bechara Boutrus Rai Patriarca di Antiochia dei Maroniti e la drammatica situazione in cui versano le popolazioni cristiane del vicino oriente e del magreb a seguito delle cosiddette “primavere arabe” ci danno una occasione per colmare questa lacuna con questo breve saggio il cui scopo è individuare ed illustrare alcuni punti cardine della storia della Chiesa e della comunità Maronita.

Un primo punto fermo nella storia del Maronitismo si concretizza nella figura di un eremita, san Marone, vissuto, tra la fine del 4° secolo e l’inizio del 5°, nella regione dio Apamea , oggi in Siria, dove divenne famoso per la vita esemplare e i miracoli compiuti. E’ san Giovanni Crisostomo a darne notizia, per primo, in una lettera con la quale si rammarica di non poter tenere legami più stretti con l’amico, prete e monaco. Successivamente è Teodoreto, nella sua “Storia dei monaci” che ci descrive le figure colme di santità del monaco Marone e dei suoi discepoli. E’ ormai accertato come  il popolo Maronita sia una diretta discendenza dei fedeli della comunità di monaci che si raccolse intorno al luogo di sepoltura del santo. Le prime notizie certe sui Maroniti come comunità umana ed ecclesiale ci vengono da uomini di cultura arabi musulmani del 9° secolo, che ne collocano l’insediamento nella valle dell’Oronte a partire dal 6° secolo. Certo è che il grande monastero siriaco di san Marone rimase sede patriarcale sino alla sua distruzione, nel 10° secolo, ad opera dei musulmani. Da allora e sino alla metà del 18° secolo, il Patriarca risiederà nell’imprendibile monastero di Quannubin , nella valle di Quadisha, la “Valle Santa”, che si insinua, seguendo il corso del fiume omonimo, nel cuore della montagna dei cedri, “Cuore” geografico e spirituale del Libano, o nelle sedi alternative dei monasteri di Kfarhai e Yanuh.

Indipendentemente dal problema di una successione diretta, è quindi intorno alla figura di san Marone e dei monaci che se ne fecero modello, che si coagularono le energie necessarie alla conservazione ed alla crescita della comunità nel corso della sua travagliata esistenza.

Un secondo punto fermo nella storia della comunità Maronita va individuato nell’ortodossia e nella difesa della fede contro le teorie eterodosse diffuse nell’area mediorientale in ambiente cristiano e contro la marea musulmana dilagante a partire dal 7° secolo. Non contrasta con questa posizione la questione del presunto monotelismo professato dai Maroniti almeno, secondo fonti occidentali, sino al ricongiungimento con i Latini al tempo della prima crociata. Gli storici ufficiali maroniti negano da sempre questa deviazione dall’ortodossia, che tuttavia ci viene riportata dagli stessi storici musulmani che ci danno stato dell’esistenza di una comunità Maronita. Una possibile spiegazione di questa contraddittorietà può essere trovata nella collocazione temporale che gli storici arabi danno alle loro notizie, cioè  la fine del 6° secolo. In quel periodo infatti il monotelismo era una posizione teologica che pur eterodossa non era stata ancora condannata (4) e inoltre professata, per non breve periodo,  come credo ufficiale alla corte di Bisanzio. Nulla vieta di credere quindi che anche i Maroniti abbiano abbracciato questa ipotesi dottrinale senza per altro mettere mai in discussione la comunione con Roma che comunque risulta pienamente ristabilita, al tempo delle crociate.

Questione del monotelismo a parte, la difesa delle definizioni conciliari da parte dei Maroniti fu sempre strenua. Questo, in una regione percorsa da scontri dottrinali, che non di rado coinvolgevano la stessa autorità imperiale,  ebbe come conseguenza una serie di persecuzioni, culminate con il massacro avvenuto, ad opera di cristiani, nel 6° secolo, di centinaia di monaci, tragico preludio  alle sofferenze che la Chiesa Maronita avrebbe dovuto affrontare nei secoli a venire .

Un terzo punto fermo nella storia della comunità Maronita si concreta nella stretta identità tra chiesa e popolo, identità basata su una compenetrazione tra vita civile e religiosa che neppure gli elementi di “modernità” penetrati nel corpo sociale nel secolo scorso e i tristi avvenimenti degli ultimi 40 anni sono riusciti a mettere completamente in crisi.

Questa unità, per cui il “Muquadam”, il capo del villaggio, è di volta in volta il difensore del monastero attorno a cui l’abitato civile si sviluppa e il portavoce dei monaci che ne orientano la vita, nasce nei luoghi di stanziamento originari, si cementa negli anni dell’esodo verso i monti del Libano ed infine si corazza nei secoli di resistenza all’universo ostile circostante nelle isole di libertà conservate a caro prezzo nelle valli che portano alle vette dei cedri.

Tale unità si fonda anche sulla convinzione di una relativa differenza etnica, oltre che religiosa, rispetto ai popoli circostanti. Questa convinzione è alimentata da numerose ipotesi storiche, prima tra tutte quella che vuole i Maroniti essere discendenti dal popolo Madraita. Gli storici maroniti, dal XV al XVIII secolo, influenzati in questo anche da mode culturali diffuse all’epoca in Europa, insistettero decisamente su questa ipotesi. I Madraiti sarebbero stati un popolo guerriero, di origine anatolica o caucasica, trasferito nella valle dell’Oronte dagli imperatori bizantini perché contribuisse alla difesa dell’impero a fronte della avanzata islamica. Questo popolo si sarebbe poi fuso con le comunità sorte intorno ai monasteri ispirati dalla figura di San Marone.

Non esistono però prove di questi fatti e, in tempi più recenti, l’esistenza stessa dei Madraiti è stata messa in dubbio dagli storici. Non si può quindi escludere che l’origine etnica dei maroniti sia data da una fusione di arabi e siriaci e che la loro specificità sia frutto dell’imprintig culturale impresso dalla chiesa cattolica nello specifico rito di San Marone. Resta tuttavia evidente la necessità avvertita profondamente da questa comunità cristiana, circondata da una marea islamica, di trovare una giustificazione alla propria diversità che non sia esclusivamente religiosa. Necessità che riappare in tempi recenti con la ricerca e l’affermazione di una possibile ma alquanto improbabile discendenza dai fenici.

L’ingresso dei Maroniti nella storia dell’Europa avvenne con l’arrivo in Terrasanta della I crociata, al successo della quale gli indomiti guerrieri della montagna libanese contribuirono senza dubbio, dopo aver per anni negato ai potentati musulmani  l’esercizio di un effettivo dominio sulle loro valli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Libano – Biblo (Byblos, oggi Jbeil). Chiesa di San Giovanni Battista, facciata e battistero, XII secolo.

L’incontro avvenne, con tutta probabilità, nella primavera del 1098,  quando i crociati occuparono la regione costiera, avanzando da Tripoli a Byblos. In quell’occasione, come narrano gli storici libanesi, avvenne un primo reciproco scambio di messaggi tra la Chiesa di Roma e quella maronita. Si trattò di uno scambio di auguri e di una testimonianza di stima tra il Patriarca Josef di Girgis e il Pontefice. I contatti tra la Chiesa latina e quella maronita continuarono intensi durante tutto il periodo in cui sopravvissero i regni crociati in Terrasanta, e trovarono il loro momento più felice nel 1203, quando Papa Innocenzo III inviò il Cardinale Pietro di Amalfi quale legato pontificio presso la comunità maronita. In seguito il Patriarca Jeremia venne invitato ufficialmente a partecipare personalmente al Concilio Laterano del 1215.

Dalle crociate alla dissoluzione dell’impero ottomano

L’unione con Roma non avvenne senza contrasti all’interno della comunità maronita, contrasti che saranno superati solo con la fine degli stati crociati e la rioccupazione della regione da parte dei musulmani sotto la guida dei Mamelucchi. Tale occupazione, se da un lato contribuì a rafforzare la fedeltà al Soglio Pontifici, dall’altro pose, dal punto di vista meramente pratico,  fine alla possibilità di contatti regolari. La comunità maronita rimaneva infatti arroccata sui suoi monti alternando alla resistenza armata l’accomodamento, testimoniato dal saltuario versamento di tributi. L’occidente latino invece, abbandonato l’approccio politico\militare con l’oriente, tentava di rientrarvi attraverso l’opera dei suoi mercanti.

Alla situazione di incomunicabilità materiale tra il centro della cristianità e le chiese d’oriente posero, in qualche modo, rimedio i Veneziani che, approfittando dei buoni rapporti commerciali mantenuti coi nuovi signori della regione, irradiarono, partendo dai loro fondachi di Tripoli di Siria, mercanti e spie lungo la costa e sulla montagna, mantenendo cosi aperti i rapporti tra l’Europa e le comunità cristiane isolate all’interno. Grazie ai legami commerciali sviluppati, la Repubblica Veneta ottenne la possibilità per i missionari francescani di visitare liberamente la Terrasanta stabilendovi dei conventi. Fu così che questi ultimi poterono stabilire una missione a Gerusalemme, nel 1291, e una dipendenza a Beirut negli anni immediatamente successivi. La presenza dei Francescani permise il riannodarsi di legami concreti tra  Roma e il Patriarcato maronita, dimenticato da una chiesa travagliata in Occidente da problemi gravissimi. Parzialmente risolti questi problemi al Concilio di Costanza, il Santo padre potè nuovamente prendere in considerazione il cristianesimo orientale, nella speranza di una riconciliazione con il mondo bizantino. La resistenza opposta dal Patriarcato di Bisanzio prima, la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi poi, fecero si che queste speranze no si realizzassero. Fu in tali frangenti che i Francescani di Beirut fecero pervenire al Papa un messaggio in cui il Patriarca maronita del tempo ricordava al successore di Pietro la fedeltà del popolo maronita alla Chiesa, pur nelle tribolazioni causate dalla dominazione turca. E’ probabile che a Roma, delusi dal fallimento della riunificazione con le chiese orientali, studiata nel Concilio di Firenze del 1439, abbiano visto in questa affermazione  di fedeltà da parte di una piccola  comunità arroccata sui monti, una speranza a cui aggrapparsi per coltivare i rapporti con la cristianità orientale . sta di fatto che, da quel momento in poi, i rapporti tra Roma e la Chiesa maronita divennero il cardine su cui si articolò l’azione della Chiesa in oriente.

monastery_of_mar_elisha_qadisha_valley_lebanon_photo_gov1

Monastero di Mar Elisha nella Valle di Qadisha

In rapida successione venne assegnato al Patriarca un consigliere speciale, poi nel 1456 Papa Pio II, lo riconobbe come vero Patriarca di Antiochia , sede patriarcale fondata da San Pietro come Roma. Contemporaneamente numerosi giovani maroniti entrarono nelle file dei francescani e vennero inviati a studiare in Italia. Si strinsero in questo modo legami strettissimi e salì la considerazione per la piccola Chiesa della montagna libanese che Papa Leone X definì: “Un giglio in mezzo alle spine”.

Un ulteriore passo verso la totale integrazione fu la fondazione a Roma del Collegio Maronita, avvenuta nel 1584, ad opera di Gregorio XIII, mentre veniva nominato nel Sacro collegio un cardinale protettore dei Maroniti. Già pochi anni dopo un religioso formatosi a Roma, Giorgio Amira, veniva eletto Patriarca e, a testimonianza del legame che voleva mantenere con la “Latinità”, diede il via alla fondazione, a Ravenna, di un secondo Collegio maronita e  uno dei suoi più immediati successori,Stefano Duaihi, una delle più grandi figure della Chiesa in oriente intraprese la riforma dei monasteri libanesi. Questi stretti rapporti, continuati sino ai giorni nostri, fecero dei Maroniti un vero e propri baluardo del  cattolicesimo nel levante.

Fu questa la ragione per cui, nel corso dei secoli, comunità cristiane perseguitate di Copti, Melkiti, Greci Ortodossi e Armeni raggiunsero il Libano, difeso dai Maroniti, dove poterono vivere in libertà e dignità. Persino comunità non cristiane, come i Drusi, gli Sciiti e gli Alawiti trovarono nel “paese dei cedri” quel rifugio che era stato loro negato in tutti gli altri paesi della regione.

All’inizio del XVI secolo le potenze europee si lanciarono in un nuovo sforzo di espansione nella regione. Seguendo una strategia di penetrazione progressiva si appoggiarono , per aggirare le resistenze del mondo musulmano, ai potentati locali, di fatto autonomi anche se formalmente sottomessi all’impero ottomano. Di questa occasione approfittarono, nel territorio libanese, i grandi “emiri” che , giovandosi dell’alleanza con i Maroniti , di cui favorirono l’espansione verso le colline dello Chouf, poterono presentarsi agli europei come le pedine più affidabili.  E’ di questo periodo l’opera di Fakr el Din (1585-1635), l’emiro druso che aprì le porte del paese agli occidentali e strinse legami strettissimi con i granduchi di Toscana, sostituitisi ai Veneziani impegnati in quegli anni in una guerra senza quartiere, nell’Egeo, con i Turchi. Questa alleanza druso-maronita, che tanta parte avrà anche nella nascita del Libano moderno, continuò a reggere le sorti della regione sino alla metà del XIX secolo, sotto la guida di due grandi dinastie, i Maan (1516-1697) prima e gli Cheab (1697-1842) successivamente, dalle quali provennero emiri che si comportavano ne più ne meno come sovrani indipendenti. Durante il “regno” degli Cheab, grande famiglia, originariamente sannita ma divenuta cristiana dopo la conversione dell’emiro Yussef, le milizie libanesi , composte in grande maggioranza da Maroniti, assunsero le dimensioni di un vero e proprio esercito che controllava il territorio, costringeva i rappresentanti dell’Impero Ottomano a richiudersi a Damasco e imponeva manu militari il rispetto delle volontà dell‘emiro. Il settimo emiro della famiglia, Bachir II “il Grande” (1788-1840), regnò per quasi cinquanta anni divenendo il vero alter ego del sultano nella regione. Determinante fu il suo contributo alla vittoria dei Turchi sui Wahabiti, che dopo aver sanguinosamente sottomesso la penisola arabica cercavano di estendere il proprio dominio alla Siria e alla costa mediterranea. La vittoria di Bachir II nella battaglia di Tiberiade evitò questa sciagura alla regione.

chiesa-maronita-nella-valle-di-qadisha

Chiesa maronita nella valle di Qadisha

Il regno di Bachir fini tuttavia tra gravi disordini interni a causa delle continue guerre che agitarono la regione a partire dalla spedizione di Napoleone del 1799. Da ultima quella che oppose Mehemet Alì, viceré dell’Egitto al sultano. Stanche di essere coinvolte in conflitti che non le riguardavano, le comunità libanesi si ribellarono a Bachir, alleato degli Egiziani, e, l’8 giugno 1840, i rappresentanti di dodici comunità si giurarono alleanza sull’altare del santuario di Sant’Elia ad Antelias.  Questo giuramento prefigurava con un secolo di anticipo ciò che sarebbe accaduto con la stipula del “Patto Nazionale del 1943” che portò all’indipendenza del Libano. In questo caso però l’effetto fu del tutto contrario poiché, deposto ed esiliato Bachir II, il suo successore Bachir III tornò ad essere un funzionario strettamente controllato dalla “Sublime Porta” senza alcuna velleità di indipendenza. Nel contempo le potenze europee intervenivano sempre di più nella politica dell’ormai fatiscente impero Ottomano. Questo portò alla gravissima crisi interna tra la comunità drusa e quella maronita. Su istigazione dell’Inghilterra, impegnata a contrastare il ruolo che la Francia e la Russia si erano assunte di protettrici dei cristiani del levante, e con la connivenza delle autorità turche, i Drusi cercarono di diventare, a spese dei Maroniti, la comunità dominante del Libano. Questo portò a crescenti contrasti che sfociarono nei massacri del 1860, che furono, lo si può ben dire, una anticipazione del calvario del Libano moderno. In meno di due mesi si ebbero ventiduemila vittime maronite e immense distruzioni materiali, seicento chiese, quaranta conventi e trecentosessanta villaggi vennero devastati. Settantacinquemila maroniti vennero cacciati dalle loro case e  oltre tremila sventurate vennero rapite e vendute come schiave sui mercati arabi.

L’intervento accorato del pontefice allora regnante, Pio IX, provocò l’intervento delle potenze europee che con un intervento militare congiunto posero fine al massacro.

Nel 1861 la regione del monte Libano ottenne ,grazie alle pressioni esercitate sul Sultano da Francesi, Russi, Inglesi e Austro-Ungarici, uno statuto di larga autonomia che prevedeva, tra l’altro, la nomina di un Governatore nella persona di un cristiano, scelto tra i sudditi dell’impero, ma non Libanese, che fosse gradito alle potenze che si assumevano la protezione delle comunità cristiane del levante.

La protezione esercitata dalle potenze europee sui cristiani della regione fece si che questi godessero di una relativa tranquillità e indipendenza creando un modus vivendi che fece si che solo in questo angolo dell’impero Ottomano non si perpetrasse, durante la prima guerra mondiale, nel 1915, l’orrendo genocidio degli Armeni sudditi del sultano, e che anzi i pochi che scamparono dovettero la salvezza all’essere riusciti a raggiungere la Siria e il Libano dove le comunità cristiane presenti, Maroniti in primis, diedero loro rifugio e dove anche i musulmani del luogo, abituati da secoli alla convivenza  non diedero luogo ad atti di ostilità.

Sconfitto dalle forze dell’intesa l’impero ottomano si dissolse e i suoi possedimenti vennero spartiti tra le potenze vincitrici. L’accordo Sykes-Picot assegnava la Siria e il Libano alla Francia, iniziava così, nel 1918,  la breve stagione coloniale.   (Continua)

Massimo Granata

Condividi

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Calendario

agosto: 2017
L M M G V S D
« Lug    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Archivi