Redazione

I coloni israeliani hanno attaccato un incontro di cristiani in Al-Quds

Venerdì, coloni israeliani hanno brutalmente attaccato un gruppo di cristiani palestinesi che si trovavano in una sala riunioni, a Al-Quds (Gesuralemme est* in Cisgiordania). I coloni hanno gridato slogan anti-cristiani. Il portavoce dei Consiglio dei Vescovi in Terra Santa, Wadi Abu Nassar, ha fermamente condannato l’attacco, ritenendolo un grave incitamento contro i Cristiani.

Redazione

moschea al-Aqsā

moschea al-Aqsā

La tensione nei territori palestinesi occupati è peggiorata dopo una serie di incursioni e profanazione della moschea di Al-Aqsa, che si trova nella città di Al-Quds (Gerusalemme), questi episodi hanno scatenato una nuova Intifada.

La violenza ha ucciso 218 finora palestinesi, 34 israeliani, due americani, un sudanese eritrea e, secondo un conteggio AFP. La scorsa settimana alcuni coloni israeliani hanno attaccato un incontro di cristiani in Al-Quds

Medio Oriente Monitor riferisce che fonti israeliene hanno riportato che venerdì al canto di slogan e insulti, alcuni coloni, guidati dall’ estremista Benzi Gopstein, ha attaccato un incontro di cristiani  ad Al-Quds .

Wadei Abu Nasar, un avvocato che rappresenta il Consiglio episcopale di Al-Quds, ha condannato l’attacco e lo ha chiamato una “provocazione”. Ha anche esortato le autorità israeliane a portare accuse penali contro Gopstein ei suoi seguaci per la loro autorità misure violente e provocatorie.

Benzi Gopstein è il direttore del gruppo “antiassimilazione” Lehava, che si oppone a qualsiasi tipo di rapporto economico o di amicizia tra gli ebrei e coloro che non lo sono. Quando Gopstein era agli arresti domiciliari e quando si stava riprendendo da un intervento chirurgico, abbiamo visto una diminuzione della violenza “, ha detto il capo della Riforma israeliana per la religione e lo stato, il rabbino Noa Sattath.

743019105-1 Come riferito dalla pagina Web ‘Palestina Days’ , ogni giovedi, un gruppo di coloni guidati da Gopstein marcia in Sion Square a Al-Quds doveaggredisce verbalmente e fisicamente i palestinesi. Nel frattempo, ‘Ynet News’ lo scorso giovedì ha annunciato che il rabbino Noa Sattath (capo del Centro israeliano per la Riforma della religione e lo stato), ha accusato Gopstein accusato di atti di incitamento e aggressioni contro i palestinesi.

In alcune dichiarazioni razziste contro cristiani e musulmani, Gopstein ha incitato lo scorso agosto 2015 i suoi seguaci a bruciare le chiese cristiane che si trovano nei territori occupati. I radicali ebrei hanno dato fuoco a diverse chiese negli ultimi anni perchè considera i luoghi di pratica religiosa idolatri.

I coloni sionisti, che hanno la luce verde da parte dell’esercito israeliano a ricorrere alla violenza contro i palestinesi, di tanto in tanto profanano i luoghi santi di musulmani e cristiani e premono  sui palestinesi affinchè  abbandonino la loro terra.

Fonte: Digital Spy

nota a margine: Gerusalemme Est è stata annessa unilateralmente da Israele dopo la vittoria della guerra ‘dei sei giorni’ mossa dagli arabi, per questo Israele non la considera come parte della Cisgiordania; comunque, l’annessione è ancora oggetto di disputa. In ogni caso, viene spesso trattata come separata dalla Cisgiordania a causa della sua importanza; ad esempio, gli Accordi di Oslo trattano lo status di Gerusalemme Est come una questione separata dallo status degli altri Territori Palestinesi.

Appello dei patriarchi per la cessazione dell’ambargo contro il popolo siriano

L’embargo è particolarmente iniquo. Contrariamente a quello che si può pensare non è indirizzato solo contro il governo (che comunque, non è alle prese con ‘i manifestanti’ ma con i terroristi) ma colpisce sopratutto i comuni cittadini siriani, è di ieri un ennesimo appello da parte dei vescovi:

Anche se i principali obiettivi dell’imposizione delle sanzioni sono politiche, esse hanno colpito soprattutto la vita di tutto il popolo siriano, in particolare la parte più povera e la disponibilità del lavoro la cui capacità di sopperire ai loro bisogni quotidiani di base come il cibo e le cure mediche è fortemente ridotta. Nonostante la risolutezza dimostrata dal popolo siriano di fronte alla crisi, la situazione sociale sta peggiorando e la povertà e la sofferenza sono in costante aumento.

Pertanto, noi, i tre Patriarchi residenti a Damasco che uniti abbiamo raccolto la sofferenza del popolo di Siria, di tutte le religioni e denominazioni, alziamo le nostre voci in questo appello umanitario chiedendo la revoca delle sanzioni economiche imposte al popolo siriano che restano attaccati alla la loro patria e alle civiltà che esistono da migliaia di anni.

Il nostro appello si presenta come un invito a prendere misure straordinarie, decisioni coraggiose, sagge e responsabili che abbiano una dimensione umanitaria basata sulla Carta dei diritti dell’uomo e sul rispetto delle altre convenzioni internazionali, soprattutto affinchè si sollevino le sanzioni economiche contro la Siria.

In questo modo si risponderà alle aspirazioni dei cittadini che cercano di migliorare le loro condizioni di vita. Si aiuterà a rafforzare il loro attaccamento alla terra dei loro antenati e contribuire a ripristinare l’armonia tra tutti i cittadini. Allo stesso modo, si limiterà lo sfruttamento della miseria del popolo siriano da parte di gruppi che non vogliono il bene comune del Paese.

Sarà anche facilitato il nostro lavoro ecclesiale e il lavoro delle organizzazioni umanitarie nel compito di consegnare gli aiuti umanitari, la distribuzione delle medicine e delle attrezzature mediche a chi ne abbia bisogno in tutta la Siria. Il nostro appello raccoglie anche il desiderio di alcuni paesi e organizzazioni umanitarie desiderosi di aiutare il popolo siriano che soffre la gravità della crisi. La cessazione delle sanzioni, contribuirà ad alleviare la sofferenza e affrontare le conseguenze della crisi.

Speriamo che la comunità internazionale risponda all’appello umanitario dei Siri: “Stop l’assedio del popolo siriano! Abolire le sanzioni internazionali contro la Siria e permettere a questa gente di vivere in dignità, che è un diritto fondamentale di tutti i popoli del mondo “.

Damasco, 23 agosto 2016

John X
Patriarca greco-ortodosso

Gregorio III
Patriarca melchita greco-cattolica

Ignazio Aphrem II
Patriarca Siriaco ortodosso[/su_panel]

 

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Incontri di presentazione del libro “Alle porte di Damasco”

Sebastiano Caputo, giornalista del “Giornale” e Direttore del quotidiano on line “L’intelletuale Dissidente” , reduce da un recente viaggio i Siria racconta la sua esperienza e analisi sulla crisi siriana  nel suo libro “Alle porte di Damasco” (Circolo Proudhon Edizioni).

1462508022_13087497_1717651598516570_6711301733791923498_nCrocevia tra Europa, Asia e Africa, civiltà millenaria, terra contesa fin dall’antichità, la Siria è tornata al centro del dibattito politico mediorientale a causa di una
guerra totale che si protrae da più di quattro anni. La sicurezza internazionale passa per la stabilità del Vicino e Medio Oriente, ma in quelle zone calde dove le potenze neocoloniali, lo Stato Islamico e i miliziani Jabhat Al Nusra (gruppo affiliato ad Al Qaeda), hanno il comune obiettivo di alimentare la tensione, vige uno stato di caos e di intrighi diplomatici, il cui snodo è la destabilizzazione del Paese. Alla volontà politica di far cadere il governo siriano, si aggiunge l’eco di una stampa internazionale che fin dall’inizio della crisi non ha fatto altro che delegittimare il Presidente eletto, Bashar Al Assad. Me le maschere sono cascate, una dopo l’altra, anno dopo anno.

L’Osservatorio sulle Comunità Cristiane in Medioriente (OCCMO) ha organizzato insieme al circolo “Beato Carlo d’Asburgo” due incontri di presentazione del libro, come segue:

Voghera, giovedì 30 giugno 2016 – alle ore 21.00,
presso la sala del Milenario in Piazza del Duomo. 3

Pavia, mercoledi 29 giugno 2016 – alle ore 18.00,
presso il collegio universitario “Cairoli”.
L’incontro vedrà la partecipazione, oltre all’autore del libro
anche del giornalista ed inviato di guerra Gian Micalessin. 3

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Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (quarta parte)

Concludiamo dando uno sguardo alla situazione dei Cristiani nella penisola arabica ed in Iran

YEMEN

La quasi inesistente cristianità yemenita rischia la totale estinzione. Complice la guerra che oppone gli insorti sciiti alla coalizione, guidata dall’Arabia Saudita e che a visto il trasferimento ad opera di quest’ultima di milizie salafite affiliate in gran parte ad Al-Quaeda o a formazioni collaterali, la presenza cristiana, quasi totalmente costituita da immigrati è stata brutalmente cancellata. Il martirio delle 4 suore di Madre Teresa e il rapimento dell’unico sacerdote cattolico presente nel paese ne sono stati l’epilogo tragico. La notizia, sia pure poi fortunatamente smentita, della crocifissione di quest’ultimo, lo scorso Venerdì Santo, da la misura di quanto l’odio anticristiano si sia diffuso nel paese. Paese in cui, anche in tempi precedenti l’attuale conflitto essere cristiani non era facile, tanto che la conversione, avvenuta negli anni, di circa 2500 yemeniti aveva provocato a più riprese la levata di scudi delle autorità religiose musulmane e la richiesta pressante di un intervento governativo, che mettesse fine al fenomeno per quanto modesto.

EMIRATI, KUWAIT, BARHAIN, DUBAI, QUATAR, ABU DABI, OMAN

La situazione dei Cristiani nei paesi del golfo persico è sostanzialmente la stessa. In questi paesi non esistono cristiani autoctoni e la “cristianità” è rappresentata dai lavoratori immigrati, tecnici occidentali e manovalanza dal terzo mondo, dagli uomini d’affari e dai turisti. In tutti questi paesi è teoricamente consentito il culto pubblico, tanto che vi sono state costruite delle chiese, nelle capitali, la dove è maggiore la presenza occidentale. Diversa è la condizione dei cristiani facenti parte della manovalanza terzomondiale ai quali è negato ogni espressione, non tanto principalmente in quanto cristiani ma in quanto manodopera fungibile sostanzialmente priva di diritti a prescindere dalla religione . Certo l’essere cristiani è una discriminante in più. Se è possibile stabilire una graduatoria della tolleranza, il paese con condizioni meno vessatorie è l’Oman la cui famiglia reale non ha abbracciato il credo Wahabita, mentre Kuwait e Quatar si disputano il vertice paesi peggiori.

ARABIA SAUDITA

L’Arabia Saudita può essere definita senza tema di smentita l’inferno terreno per i cristiani, che anche qui sono costituiti da personale tecnico occidentale e da manovalanza o personale di servizio domestico del terzo mondo. Non esistono ed è vietato realizzare edifici di culto diverso dal credo musulmano sunnita, nella sua variante wahabita, introdurre testi sacri di religioni diverse o i loro simboli . La presenza massiccia di tecnici e militari occidentali ha fatto si che venisse tollerato a livello ufficiale il culto strettamente privato. Questo però non impedisce che, se si vive fuori dai ghetti dorati destinati agli occidentali, la polizia religiosa possa intervenire a impedire e sanzionare le riunioni di preghiera o il festeggiamento privato delle ricorrenze cristiane come il Natale e la Pasqua. Il fatto, ad esempio, che un albero di Natale sia visibile dall’esterno dell’abitazione può divenire motivo di intervento della polizia religiosa con conseguente sanzione penale, che data la vigente sharia si concreta in pesanti punizioni corporali. E’ assolutamente vietata la ostentazione di simboli della religione cristiana, ma anche il sospetto che li si porti in modo occulto può essere causa, una volta verificato da detta polizia, di pesanti sanzioni. Va da se che, se di massima la polizia religiosa tenderà a far finta di non vedere inevitabili violazioni minime poste in essere dall’ingegnere minerario inglese o dal militare americano, colpirà con inflessibile durezza il manovale pachistano o la domestica filippina.

IRAN

I cristiani residenti nella Repubblica Islamica dell‘Iran sono una ristretta minoranza. La loro presenza dal 1979 a oggi è andata significativamente riducendosi. All’inizio della Rivoluzione si contavano circa 300.000 cristiani su una popolazione di 42 milioni. Ora sono meno di 100.000 (forse solo 80.000) su una popolazione totale di 78 milioni.
La maggioranza dei cristiani è costituita dalla Chiesa Apostolica Armena (65.000-70.000). Poi viene la Chiesa Assira d’Oriente (6000) e la Chiesa Russa e quella Greco-ortodossa, che contano pochissimi fedeli. I protestanti sono soprattutto membri della Chiesa Episcopaliana, Evangelica e delle Assemblee di Dio. Molti pastori di queste chiese hanno lasciato il Paese e hanno fondato delle comunità che parlano farsi all’estero, in Europa, Usa e Canada. Sono comunità molto attive su internet e sulle tv satellitari, trasmettono in farsi e sono molto seguite anche in Iran. Ed è anche per questo che vengono viste, a differenza delle chiese Armena, Caldea e Cattolica latina, che godono di più ampie libertà, come longa manus del “grande satana” americano e sottoposte a restrizioni al limite della perscuzione.

I cristiani cattolici sono suddivisi in tre riti: assiro-caldeo, armeno e latino, e cinque diocesi (tre di rito assiro-caldeo a Teheran, Urmia-Salmas e Ahwaz, una di rito armeno e una di rito latino).La popolazione cattolica è molto piccola. I due vescovi assiro-caldei sostengono che le loro rispettive comunità hanno tra i 1500 e i 2000 fedeli, mentre i latini, contando anche gli stranieri che lavorano temporaneamente in Iran, sono circa 2000. I cattolici dei tre riti e delle cinque diocesi non superano le 7000 unità, e cioè circa il 10% dell’intera comunità cristiana (ortodossi, cattolici e protestanti) e lo 0.01 della popolazione complessiva dell’Iran. a Chiesa cattolica conta ora 3 vescovi, un amministratore apostolico, 12 preti, 14 suore, due laici consacrati. Le chiese sono 7 a Teheran (una è armena, due sono assiro-calde, 4 latine), poi c’è una chiesa assiro-caldea a Urmia e un’altra a Hamedan, una latina a Isfahan e un’altra latina a Tabriz. Altre chiese delle diocesi assiro-caldee sono state aperte in altre città, come Ahwaz, Qazvin, Kermanshah e altri villaggi che circondano Salmas, ma non vi sono preti e religiosi residenti là, ma solo occasionalmente di passaggio.

Come nella quasi totalità dei paesi a maggioranza musulmana i cristiani iraniani sono riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella burocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro. Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni per il timore di essere accusati di proselitismo. Diversamente da quanto diffusamente si creda però in Iran non vige la Saharia ma una legislazione laica ispirata ai dettami dell’islam e i cristiani possono contare sui diritti conferiti loro dalla costituzione della repubblica il che comunque li mette al riparo dall’arbitrio dell’autorità ma non dal pregiudizio sociale.

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (seconda parte)

Vediamo in questa parte la situazione dei nostri Fratelli nella Fede in Siria ed Egitto

SIRIA

La presenza cristiana in Siria è antichissima. Le prime comunità si formarono già pochi decenni dopo la fine della missione terrena di Nostro Signore lasciando innumerevoli segni e testimonianze che sono giunte fino a noi. Basta citare la cittadina di Maaloula, un piccolo centro tra le montagne del Qalamoun non lontano dal confine con il Libano, dove si parla ancora l’aramaico antico, la stessa lingua usata da Gesù, e dove, nella chiesa di Mar Sarkis, vi è il più antico altare del mondo, ricavato direttamente da un’ara pagana.

E’ significativo ricordare che ben tre secoli dopo la conquista araba la maggioranza della popolazione in Siria era ancora cristiana, segno di una Fede profondamente radicata, e che ben sette Papi dei primi secoli erano originari della Siria.

Prima dell’inizio della guerra nel 2011 i Cristiani in Siria erano poco meno di due milioni (pari all’8% della popolazione) ripartiti secondo quel mosaico di Chiese e comunità che è una caratteristica (ed una ricchezza) della Cristianità Orientale. Melchiti (greco-cattolici), Siriaco Cattolici, Armeni Cattolici, Maroniti, Greco Ortodossi, Siriaco ortodossi, Armeni Apostolici ed una piccola comunità di Latini formano insieme una delle realtà cristiane più vive e radicate del mondo arabo e arabizzato.

Fino all’inizio della guerra la situazione dei cristiani in Siria era una delle meno problematiche all’interno del mondo musulmano. Benchè la Costituzione siriana preveda che il Capo dello Stato debba essere un musulmano e indica nel Corano la fonte del diritto, la vita delle comunità cristiane è, di fatto, libera: non vi sono limitazioni giuridiche all’accesso dei Cristiani nei posti pubblici (con l’eccezione del Capo dello Stato) e nelle scuole, il culto esterno è consentito, non vi sono difficoltà nella costruzione o ristrutturazione di chiese che, anzi, spesso viene finanziata dalla stessa autorità pubblica. Questa situazione relativamente felice è la conseguenza di tre fattori: una tradizione di tolleranza nei rapporti tra musulmani e cristiani, la natura nazionalista e laica del partito Bahat al potere, il fatto che il Capo dello Stato sia Alauita, vale a dire appartenga alla corrente islamica più aperta nei confronti dei Cristiani. La situazione ha purtroppo cominciato a deteriorarsi in alcune zone del Paese a partire già dalla fine degli anni ’90 a causa della predicazione di Imam wahabiti (provenienti o finanziati dall’Arabia Saudita) o legati ai Fratelli Musulmani che incitavano all’odio contro i Cristiani e Alauiti, suscitando in alcuni (minoritari) settori della comunità sunnita sentimenti di odio mai precedentemente conosciuti nella società siriana.

Con l’esplodere della guerra che ancora oggi insanguina la Siria la situazione dei Cristiani conosce un radicale peggioramento, soprattutto nelle aree dove dominano o sono attive le formazioni guerrigliere che sono praticamente tutte (e non solo l’ISIS) di ispirazione islamista. Fin dall’inizio del conflitto, nella primavera del 2011, i Cristiani, per la verità insieme ad Alauiti e Sciiti, finiscono nel mirino dei movimenti definiti “ribelli”. Nelle comunità cristiane vengono segnalati numerosi rapimenti (in particolare a Homs e nelle zone rurali intorno ad Aleppo e Idleb), alcuni dei rapiti vengono rilasciati dopo il pagamento di un riscatto, altri vengono uccisi. Le aree intorno ad Aleppo divengono particolarmente pericolose a causa di posti di blocco volanti organizzati dai guerriglieri. A questi posti di blocco vengono spesso fermati degli autobus, fatti scendere i passeggeri e divisi per appartenenza religiosa. I sunniti vengono di norma rilasciati, mentre cristiani e alauiti sono uccisi sul posto o rapiti.

Anche numerosi sacerdoti sono vittime delle crescenti violenze islamiste. Nel mese di ottobre 2012, vicino a Damasco, viene rapito e sgozzato padre Fadi Haddad, un parroco greco ortodosso che stava trattando la liberazione di un medico cristiano suo parrocchiano portato via da uomini armati pochi giorni prima. Il 9 febbraio 2013 vengono rapiti due sacerdoti vicino ad Aleppo, padre Michel Kayyal e padre Maher Mahfouz, mentre il loro autista, il diacono Fatha Kabboud, viene ucciso. Il successivo 22 aprile, due Vescovi, Boulos Yazigi greco ortodosso e Yohanna Ibrahim siro-ortodosso, vengono a loro volta rapiti mentre stanno trattando con i guerriglieri proprio la liberazione dei due sacerdoti. Nessuno di loro ha più fatto ritorno a casa. Nel luglio 2013, presumibilmente a Raqqa, scompare un sacerdote italiano, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fondatore del Convento di Mar Moussa.

Nel maggio 2013 viene attaesecuzioneccato dai ribelli dell’ASL il villaggio cristiano di El Duwair ed i suoi abitanti che non riescono a fuggire finiscono trucidati in maniera orribile. Nel settembre 2013, in segno di risposta all’appello alla preghiera per la Siria da parte del santo Padre, i terroristi del Fronte Al Nusra attaccano, al grido “siamo qui per prendervi adoratori della croce!”, la simbolica cittadina di Maalula. Le chiese vengono devastate, alcuni abitanti catturati, complessivamente una ventina, sono uccisi per il loro rifiuto di convertirsi all’Islam, gli altri fuggono abbandonando le proprie case al saccheggio.

Nel mese di giugno del 2013 sempre i terroristi del Fronte al Nusra occupano il villaggio cristiano di Gassanhiè, compendo numerose violenze e costringendo gli abitanti a scegliere tra la conversione la fuga. Tra gli altri viene sgozzato padre Francoise Murad, il parroco del villaggio che aveva tentato di difendere e aiutare i suoi parrocchiani. Episodi di violenza contro i Cristiani si segnalano in tutta la valle dell’Oronte dove vi sono numerosi villaggi cristiani.

Intanto a Homs vengono profanate e devastate praticamente tutte le chiese e nell’aprile del 2014 viene assassinato padre Frans Der Lugt un sacerdote gesuita olandese di settantacinque anni che ha prestato per quarant’anni il suo servizio pastorale in Siria proprio nella città di Homs.

A partire dal 2014 in molte aree della Siria dilagano le bande armate che fanno capo all’ISIS e nelle zone da loro occupate la situazione dei cristiani diventa ancora più tragica. Crocefissioni e decapitazioni vengono segnalate sia da Raqqa che da Deir Ezzor dove tutte le chiese vengono distrutte o trasformate in edifici utilizzati dai terroristi talvolta addirittura come tribunali. Le reali dimensioni di tali violenze non sono ancora oggi misurabili perchè queste zone sono ancora sotto il controllo dell’ISIS. Le fosse comuni che proprio in queste ore si stanno scoprendo nella città di Palmira, da pochissimo ripresa dall’esercito siriano, autorizzano le più fosche previsioni.

Nel mese di marzo 2014 bande armate provenienti dalla Turchia attaccano e conquistano la cittadina armena di Kessab e molti abitanti vengono trucidati. Quando, due mesi dopo, l’esercito siriano riuscirà a riprendere il controllo della città la troverà completamente devastata: case distrutte e depredate, chiese sfregiate, spezzate tutte le croci ed addirittura profanata la tomba di un sacerdote.

All’inizio del 2015 le milizie dell’ISIS attaccano i villaggi assiri della regione di Hassakà (nord est della Siria) i cui abitanti si erano rifiutati di eliminare le croci dalle loro chiese. Centinaia di persone, comprese donne e bambini, vengono rapite. Alcune saranno successivamente uccise, di altre ancora oggi si ignora la sorte. Sempre miliziani dell’ISIS assediano il centro cristiano di Saddad in provincia di Homs, strenuamente difeso dall’esercito e da una milizia locale, e riescono ad assassinare quarantacinque abitanti. In un caso tutti i membri di una famiglia (tra cui due adolescenti e tre dei loro nonni) vengono gettati dentro ad un pozzo. (1)

Queste diffuse ed efferate violenze hanno costretto decine di migliaia di Cristiani, ad oggi si calcola circa 450.000 ad abbandonare le loro case ed a rifugiarsi in zone più sicure o all’estero. E’ doveroso sottolineare il fatto che i Cristiani non sono stati le uniche vittime delle violenze dell’ISIS e delle altre formazioni islamiste. Alauiti, Sciiti e in genere appartenenti alle comunità religiose minoritarie hanno pagato un prezzo altissimo alle violenze estremiste in molti casi addirittura superiore a quello pagato dai cristiani. Questo dimostra come l’attacco portato alla Siria non miri semplicemente ad abbatterne il regime, ma a distruggerne il tessuto multiconfessionale per trasformarla in uno stato dominato da una visione toralitaria dell’Islam simile a quella che soffoca l’Arabia Saudita e che si sta impadronendo della Turchia.

EGITTO

La principale comunità cristiana dell’Egitto è la chiesa Copta, separatesi dall’ecumene Cattolica dopo il concilio di Calcedonia. I Copti, contrazione linguistica di Aegupti, sono gli Egizi originari e parlavano una lingua propria semitica oggi relegata dall’arabo al solo utilizzo liturgico. La loro consistenza numerica oscilla dal sei o sette per cento della popolazione, riconosciuto dalle fonti ufficiali governative, al dieci\quattordici per cento reclamato dalla comunità. Questa notevole differenza di stima è dovuta in parte alla diaspora in parte al fatto che, vista la perdurante condizione sociale sfavorevole dei non musulmani, molti cristiani non si qualificano come tali. La chiesa Copta ha una propria gerarchia con al vertice il Patriarca di Alessandria, il Papa dei Copti, carica ricoperta, dal 17 marzo del 2012, da Teodoro II. A fianco della chiesa Copta “ortodossa” troviamo una minoritaria Chiesa Copta uniate che riconosce l’autorità del Vescovo di Roma e i dogmi della Chiesa Cattolica. Sono altresì presenti variegate confessioni protestanti che prese singolarmente sono statisticamente irrilevanti. I Copti egiziani sono stati una comunità storicamente oppressa tranne che nel periodo che va dalla fine dell’ottocento alla rivoluzione nasseriana. In questo periodo, grazie sostanzialmente al protettorato europeo sull’Egitto, la comunità ebbe un ampio sviluppo economico e una vasta rappresentanza nell’amministrazione civile del paese. Con l’instaurazione della repubblica, l’ideologia di socialismo nazionale che ne sottintendeva i fondamenti giuridici portò alla nazionalizzazione delle attività economiche e alla epurazione dei funzionari già fedeli alla monarchia. Con il conseguente esodo delle famiglie facoltose e il ritorno nella condizione di cittadini di rango inferiore degli altri.

Se pure giuridicamente non rilevante l’essere cristiani nell’Egitto repubblicano divenne fonte di discriminazione quando non di persecuzione. Bisogna dire che a questo contribuì, se pur non in maniera determinante, la copertura che alcuni ambienti protestanti egiziani dettero alle attività dei servizi israeliani nel paese e l’avventura Anglo\Francese di Suez . La persecuzione ebbe il suo picco negli anni della presidenza Sadat quando il presidente, a seguito delle proteste per un attentato che aveva provocato, tra i copti, 17 morti e centinaia di feriti, aveva ordinato a Papa Shenuda III, il capo della Chiesa ortodossa copta, di ritirarsi in esilio nel monastero di San Bishoi. In aggiunta, otto vescovi, 24 sacerdoti e molti altri eminenti personalità copte furono posti agli arresti. Sadat sostituì la gerarchia ecclesiastica con un Comitato di 5 vescovi e considerò Papa Shenuda come fosse stato deposto. Dopo la morte di Sadat, sotto la presidenza Mubarak le condizioni sono leggermente migliorate dal punto di vista ufficiale ma non nella prassi sociale. Circa tre anni dopo l’assassinio di Sadat, il Presidente richiamò dall’esilio Papa Shenuda III d’Alessandria. Il 2 gennaio 1985 questi tornò al Cairo per celebrare la festività natalizia del 7 gennaio, e la folla che lo accolse fu valutata in più di 10.000 persone. Nonostante diverse limitazioni religiose che il governo ha mantenuto e le vessazioni subite dai gruppi islamici più radicali, i cristiani copti hanno goduto di diritti umani e religiosi relativamente migliori sotto Mubarak, con la loro festività del 7 gennaio riconosciuta come festività nazionale nel 2002. Le forme di discriminazione più rilevanti riguardano, come nella maggior parte dei paesi islamici, l’accesso alle cariche pubbliche e agli alti gradi delle forze armate, la possibilità di costruire luoghi di culto e di restaurare gli esistenti anche quando rappresentino monumenti artisticamente e storicamente rilevanti. In Egitto ad esempio la costruzione di nuove chiese era libera purché questa avvenisse ad una determinata distanza da una moschea. Per cui bastava che un imam aprisse una moschea in un locale situato vicino a dove doveva sorgere la nuova chiesa perché la licenza di costruzione venisse revocata. Per i restauri invece, le lungaggini della burocrazia per avere la licenza per attuare i lavori, lungaggini spesso giustificate derisoriamente con la necessità di preservare il valore artistico del monumento, rendevano la cosa quasi impossibile. Ben più grave poi era ed è la pratica, formalmente illegale ma ampiamente tollerata , del rapimento di ragazze cristiane per darle in sposa a musulmani. Su questa pratica odiosa è stato pubblicato, nel 2009, un rapporto sul fenomeno del rapimento di ragazze copte da parte di uomini musulmani. Il documento s’intitola «La scomparsa, la conversione forzata e i matrimoni forzati delle donne cristiane copte in Egitto» ed è stato redatto da Michele Clark (docente di Tratta di esseri umani alla George Washington University) e Nadia Ghaly, avvocata copta.

Negli ultimi anni della presidenza Mubarak poi, la crescita nella società egiziana dell’influenza dei Fratelli Musulmani, formalmente al bando ma presenti in tutti gangli della società civile e dello stato, ha portato ad una radicalizzazione di una parte della popolazione e al moltiplicarsi delle aggressioni contro i cristiani culminate negli assalti periodicamente perpetrati ai danni dei fedeli in uscita dalle chiese tra cui quello sanguinosissimo perpetrato il primo gennaio del 2011 ad Alessandria d’Egitto quando un integralista musulmano si è fatto esplodere dinanzi alla Chiesa copta dei Santi, nel quartiere di Sidi Bishr, causando la morte di 23 fedeli copti e il ferimento di numerosi altri che partecipavano ad una tradizionale cerimonia religiosa per l’anno nuovo.Dopo la caduta di Mubarak a seguito della cosiddetta primavera araba il vento persecutorio ha assunto i crismi dell’ufficialità con il tentativo dei Fratelli Musulmani andati al potere di imporre al paese la shari?a come legge fondamentale. Il colpo di stato del Generale Al Sisi ha fortunatamente interrotto questo processo e la messa al bando, questa volta effettiva dei Fratelli Musulmani, ha dato speranza alle comunità cristiane in special modo alla chiesa Copta “ortodossa”. Durante la sua presidenza è notevolmente cresciuta la libertà di religione e sono migliorate le condizioni di vita dei cristiani e dei non religiosi e sono state rimosse quasi tutte le discriminazioni ai danni dei non musulmani. Tra i provvedimenti presi dal nuovo governo c’è la liberalizzazione effettiva della costruzione di nuove chiese e il contributo statale al restauro delle esistenti. Al Sisi poi è stato il primo capo di Stato in tutta la storia dell’Egitto a partecipare alla festività natalizia del 7 gennaio (secondo il calendario copto) durante la quale ha tenuto un discorso, affiancato da papa Teodoro II di Alessandria, chiedendo l’unità degli egiziani e augurando ai cristiani un buon Natale.

Va da se che non ostante la volontà del nuovo governo di crearsi una base di consenso, tra le componenti ostili ai salafiti della società egiziana, il novo corso per ora riguarda il centro, le grandi città come il Cairo e Alessandria. Nelle città di provincia e nelle campagne, aree dove l’estremismo islamico ha trovato consenso la vita dei cristiani è ancora difficile. Lo testimoniano le denunce che si susseguono di aggressioni e soprusi spesso ignorate dalle autorità locali.

1) solo dopo la fine della stesura dell’articolo sono giunte le tremende notizie sul massacro, da parte dell’ISIS,  di oltre venti Cristiani a Quryateen, poco prima che la città venisse ripresa dalle truppe regolari siriane.

Fine seconda parte  

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

 

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (prima parte)

2014819112250_Chi-e-Al-Baghdadi-il-carnefice-dei-cristiani-d-Iraq_h_partbLa serie di conflitti e le tensioni che stanno sconvolgendo praticamente tutti i Paesi del Vicino Oriente arabo pongono degli inquietanti interrogativi sul futuro delle comunità cristiane che vi risiedono. Si tratta di quasi venti milioni di individui appartenenti a Chiese che risalgono ai primi anni della Cristianità, fondate da uomini che ebbero la fortuna di conoscere personalmente Gesù e di ascoltare dalla sua viva voce gli insegnamenti evangelici. Le stesse pietre lo gridano: dal santo Sepolcro alla cittadina siriana di Maalula, dove si parla ancora l’aramaico antico, da Cana a Sidone, il punto più a nord raggiunto dal Cristo per predicare, ovunque emergono i segni delle origini stessa di quella Chiesa che oggi è diffusa in tutto il mondo.

Oggi però su queste comunità, che hanno vissuto mille e quattrocento anni a diretto contatto con il mondo islamico, incombe la minaccia, in molti casi già concretizzatasi, di essere costrette a scegliere tra l’abbandonare le proprie case e fuggire in Occidente o morire. Malgrado tutto la volontà di resistere è ancora forte, ben rappresentata dalle parole del Patriarca Greco Ortodosso di Antiochia, Jouhanna Yazidi, “ non risparmieremo alcuno sforzo per difendere le nostre terre. Le nostre campane continueranno a suonare finchè ci sarà sangue nelle nelle nostre vene”. Una volontà che dovrebbe scuotere le coscienze del mondo intero, ma che per il momento ha raccolto solo qualche parola di retorica commozione.

Vediamo alcune delle situazioni più drammatiche.

IRAQ

Le comunità cristiane che vivono in Iraq sono sicuramente quelle che hanno pagato il prezzo più alto in conseguenza delle tensioni e delle guerre che divampano in Medio Oriente.

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Nel paese mesopotamico il Cristianesimo ha radici antiche e vi sono sia Cattolici che Ortodossi. Le principali comunità cattoliche sono quella Caldea, la più importante numericamente, quella Greco Cattolica (Melchita), quella Armena Cattolica e quella Siriaco cattolica. Tra le comunità ortodosse la più importante è quella siriaco ortodossa. Vi è poi una comunità, quella Assira, che non è ascrivibile né alla Cattolicità né all’Ortodossia perchè riconosce la validità solo dei primi due Concili ecumenici e considera santo Nestorio (per questo viene definita anche Chhiesa Nestoriana).

La vita delle comunità cristiane in Iraq, non è mai stata facile ed è drasticamente peggiorata a partire dalla fine delle Prima Guerra mondiale quando le comunità musulmane (sia di obbedienza sciita che sunnita) incominciarono ad accusare i Cristiani di essere una sorta di quinta colonna delle potenze coloniali d’Occidente e di conseguenza a ghettizzarli e discriminarli. E’ doveroso sottolineare come, almeno nei primi tempi le ragioni dell’ostilità dei mussulmani verso i cristiani era più di origine nazionalistica che religiosa. Dopo il colpo di stato repubblicano del 1958 che portò alla caduta della monarchia la situazione dei cristiani peggiorò ulteriormente e vennero introdotte anche misure pesantemente discriminatorie come il tetto massimo del 5% di cristiani iscritti alle Università e gli impedimenti burocratici a riparare antiche chiese o a costruirne di nuove.

Paradossalmente il clima di ostilità si attenuò (ma non scomparve completamente) sotto la dittatura di Saddam Hussein tanto che fu lo stesso rais a volere come ministro degli Esteri un cristiano, Mikhail Yuhanna conosciuto come Tareq Aziz.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, avvenuta nel 2003 a seguito dell’invasione americana del paese mesopotamico, per i cristiani in Iraq è iniziata una vera e propria discesa agli inferi. Il clima di caos che da allora regna nel paese ha consentito ogni genere di violenza contro chiese, sacerdoti e fedeli. Solo per citare alcuni casi più gravi:

– agosto 2004 una serie di attentati dinamitardi nelle chiese uccide undici fedeli;

– ottobre 2006 a Mosul viene rapito, ucciso e mutilato il sacerdote Boulos Iskander

– giugno 2007 viene ucciso un sacerdote cattolico nella sua chiesa, con lui vengono assassinati tre fedeli;

– gennaio 2008 vittime negli attacchi contro chiese a Mosul, Kirkuk e Baghdad;

– febbraio 2008 viene rapito e ucciso il vescovo cattolico caldeo Paulos Faraj Rah;

– aprile 2008 ignoti uccidono un sacerdote siro ortodosso, padre Youssef Adel;

– febbraio 2010 almeno otto cristiani vengono uccisi in una settimana di violenze a Mosul

– ottobre 2010 44 fedeli e due sacerdoti uccisi nell’attacco contro la chiesa di Nostra Signora a Baghdad

– settembre 2012 viene fatta esplodere la cattedrale caldea di Kirkuk;

– Natale 2012 in una serie di attentati vengono uccisi 34 cristiani;

– gennaio 2013 a Mosul viene trovato sgozzato un insegnante caldeo;

– gennaio 2014 uccisi tre cristiani a Baghdad.

Cristiani-perseguitati-nel-mondoLa situazione per i cristiani era pertanto drammatica in Iraq ancora prima della comparsa sulla scena dell’ISIS ed il loro dramma è ben evidenziato da alcune cifre: ancora nel 1947 i Cristiani erano il 12% della popolazione irachena, percentuale calata al 6% nel 2003, al 2% nel 2013 ed a meno dell’1% oggi. In termini numerici significa che ancora nel 2003 i Cristiani residenti in Iraq erano oltre un milione e mezzo mentre ora -secondo le fonti meglio informate- sono tra i duecento ed i trecentomila. Non è esagerato quindi parlare di una vera e propria pulizia etnico-religiosa!

Nel giugno del 2014 si è poi toccato il fondo dell’orrore. Con una guerra lampo le bande armate facenti capo all’ISIS hanno occupato diverse città irachene, tra le quali Mossul, la terza città del paese come numero di abitati dopo Baghdad e Bassora e quella dove la residua presenza cristiana era più consistente. Non appena consolidato il loro potere i guerriglieri dell’ISIS hanno iniziato a segnare con vernice rossa le case dei cristiani, quindi sono incominciate violenze di ogni genere con numerose persone rapite e uccise per spargere il terrore. Quindi nel mese di luglio 2014 ai cristiani è stato posto un ultimatum: sceglliere se convertirsi all’islam, andarsene lasciando tutti i beni nelle mani dell’ISIS, pagare un grossa tassa (la jizia) o essere uccisi. Quasi tutti i cristiani hanno scelto di andarsene e solo poche settimane dopo il Patriarca Caldeo Luis Sako era costretto a dichiarare con angoscia: “per la prima volta nella storia non vi sono più cristiani a Mossul”. La tragedia si è ripetuta in tutta la piana di Ninive. I cristiani sono stati cacciati dalle città di Qaraqosh, Tal Kayf, Bartella e Karamlesh. Come ha riferito il cardinale Filoni, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: “I cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso il Kurdistan”. Sulle chiese sono state issate le bandiere nere del califfato ed ogni segno della millenaria presenza cristiana è stato sistematicamente cancellato.

Oggi la situazione dei cristiani dell’Iraq è talmente drammatica da far dire al Vescovo Caldeo di Erbil: “ E’ un genocidio, punto. Bisogna chiamare le cose con il loro nome”.

Da più fonti si ribadisce che, senza un’intervento internazionale tra pochi anni la presenza cristiana in Iraq, oggi ridotta ai minimi termini, sarà solo un ricordo e questo, come ha dichiarato Christen Bleer, una volontaria che lavora in Iraq da sei anni “significa la disintegrazione dell’Iraq”.

fine prima parte

Massimo Granata – Mario Villani

 

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terza parte

Una testimonianza straordinaria

Claude Zerez ci racconta la tragedia del popolo Siriano

Alla fine dello scorso mese di gennaio è stato nostro ospite il Professor Claude Zerez docente di Arte cristiana all’università Saint-Esprit de Kaslik a Jounieh in Libano, Siriano di Aleppo dove, prima della guerra, faceva la guida turistica. Lo abbiamo accompagnato in un tour di incontri organizzati da diverse organizzazioni cattoliche in collaborazione con L’osservatorio sulle Comunità Cristiane in Medio Oriente.

Le tappe degli incontri inframmezzate da interviste a quotidiani e periodici nazionali e locali quali Avvenire, l’eco di Bergamo e Tempi si sono dipartite da Firenze per giungere a Bergamo , a Voghera e a Bresso.

Claude Zerez ci ha dato una testimonianza toccante della tragedia che ha aggredito la Siria colpendolo in prima persona così come ha colpito praticamente tutte le famiglie di questo oggi infelice paese.

Il suo racconto si è articolato su tre stadi della sofferenza del suo paese:

12622476_1028365980576313_2784436928737209750_oLa sofferenza delle pietre. Edifici millenari carichi di storia, memorie architettoniche ed artistiche ma anche simboli di fede che da secoli accoglievano pellegrinaggi alle fonti del cristianesimo, ma anche dello stesso islam, rasi al suolo, cancellati o irrimediabilmente danneggiati dalla furia jihadista ispirata dalla barbarie Wahabita. Luoghi patrimonio dell’umanità come il centro storico di Aleppo, il suo bazar e la stessa grande moschea irrimediabilmente devastati, cosi come il sito archeologico di Palmira e il villaggio di Maalula, dove ancora si parla lingua di Nostro Signore.

Poi la sofferenza del popolo siriano. In una lunga carrellata di immagini crude ma toccanti ci ha dato testimonianza degli orrori che la sua gente, cristiani delle diverse confessioni, alawiti, sciiti, drusi e anche tra i sunniti che hanno rifiutato la barbarie, hanno dovuto subire . Uomini, donne e bambini barbaramente assassinati, bambine e ragazze vendute come schiave con un preziario in crescendo a seconda dell’età. Famiglie cristiane poste di fronte all’alternativa di pagare la tassa per essere protette, convertirsi o morire. E la tassa, 19 grammi d’oro a persona, così esorbitante da non potersi pagare riducendo così l’alternativa all’abiura o alla morte. E in migliaia hanno scelto la morte testimoniando una fede da noi ormai sconosciuta.

E infine il racconto della sua sofferenza personale perché Claude Zarez e stato aggredito, dal dolore più grande che può colpire un genitore quello di perdere un figlio. Claude Zarez ha perso sua figlia Pascale, assassinata mentre viaggiava su di un autobus, a Homs, da quelli che ancora oggi in occidente la stampa si ostina a chiamare “ribelli moderati” dell’Esercito Siriano Libero. Pascale aveva vent’anni e si era sposata da poco. Anche riavere le sue spoglie mortali fu un impresa riuscita soltanto per in coraggio di un amico musulmano che a suo rischio e pericolo riportò il corpo alla famiglia.

Alla disperazione e al vuoto dei mesi successivi alla tragica scomparsa, Claude Zerez racconta, venne a sostituirsi la certezza di una presenza spirituale di Pascale a protezione della sua famiglia. Costretto a fuggire da Aleppo dove la vita era diventata impossibile, attraverso i mille pericoli e difficoltà che la fuga comportava, Claude, che ora vive con la moglie e i due figli rimastigli nel nord della Francia, si dice sicuro che la presenza invisibile di sua figlia abbia creato uno schermo di protezione sulla famiglia nel lungo viaggio verso la sicurezza triste dell’esilio.

Richiesto, dalle decine di domande che sempre affollano la conclusione dei suoi interventi, di descrivere la situazione siriana e la sua condizione personale nei confronti degli accadimenti Claude Zerez non si nega anche a considerazioni difficili per chi a subito quello che ha subito.

Per quanto riguarda la situazione generale ribadisce che, per quanto il regime politico siriano non fosse esente da gravi difetti quali la diffusa corruzione, oggi non vi siano alternative alla sua conservazione perché la sua caduta trasformerebbe la Siria in una seconda Libia trascinando oltretutto nel caos anche i paesi vicini.

Ribadisce che non vi è ostilità da parte sua verso i musulmani tra i quali conserva serene amicizie e dai quali ha ricevuto aiuto e solidarietà nei momenti più difficili. Ha perdonato gli assassini di sua figlia ma non dimentica perché non hanno smesso di seminare lutti. E a questo proposito aggiunge un monito a vigilare, a noi ingenui occidentali accoglienti, su chi arriva “profugo” nei nostri paesi con un aneddoto e qualche fotografia.

Le fotografie mostrano assassini orgogliosi delle teste mozzate che stringono in pugno, in Siria o in Iraq, riconvertiti in profughi bisognosi di aiuto nelle strade delle nostre città. L’aneddoto riguarda una suora francese che nella sua città curava un asilo che accoglie, come è ormai la norma, bambini di tutte le provenienze tra cui molti musulmani. Un giorno venne da lui questa suora inorridita perché una bambina musulmana, di 5 anni, che le era particolarmente affezionata le aveva detto:” Suora quando tra una decina di anni taglieremo la gola a tutti i cristiani lei non si preoccupi perche farò in modo che non le facciano tanto male” .

Claude Zerez un testimone straordinario che andrebbe ascoltato in tutte le nostre comunità e nelle nostre scuole.

Massimo Granata

Intervento russo in Siria: un primo bilancio

La situazione attuale sul campo di battaglia in Siria – Dal 30 settembre gli aerei di Mosca colpiscono le formazioni islamiste.

Per poter valutare l’impatto delle attività militari russe sulla guerra in Siria dobbiamo in primo luogo ritornare alla situazione in cui si trovava il Paese mediorentale nel mese di settembre dello scorso anno. L’esercito regolare e le milizie ausiliare stavano vivendo il momento di maggiore difficoltà dall’inizio del conflitto.

A partire dalla primavera infatti le varie formazioni ribelli avevano conquistato diverse posizioni chiave inanellando una lunga serie di vittorie. Città come Idleb, Palmira, Jshr Shogur erano cadute nelle mani dell’ISIS, del Fronte Al Nusra o di altre formazioni minori, mentre le formazioni armate si stavano avvicinando pericolosamente a Latakia, la grande città alauita della costa e la stessa Damasco veniva bombardata quotidianamente.

Aleppo, Deir Ezzor e Daraa sembravano ormai sul punto di cadere mentre tutti i valichi di frontiera erano ormai fuori dal controllo delle forse armate siriane. Gli unici successi per Damasco erano venuti, grazie all’appoggio dei fedeli alleati di Hezbollah, dalla conquista di alcune sacche ribelli nella regione montagnosa del Qalamoun, al confine con il Libano. Le difficoltà in cui l’esercito siriano si trovava erano state ammesse dallo stesso Bashar Assad in un drammatico messaggio televisivo che abbiamo già avuto modo di commentare su questo sito.

Proprio in questo messaggio il Presidente siriano aveva delineato la sua futura strategia militare: a fronte della carenza di uomini, abbandonare le regioni la cui difesa era divenuta impossibile o troppo costosa in termini di perdite umane e concentrarsi su quella dei centri principali e delle vie di comunicazione tra di loro. Non eravamo allora vicino alla rotta, perchè l’esercito siriano, sebbene indebolito da quattro anni di guerra, era comunque compatto e pronto a difendere i centri vitali del paese con le unghie e con i denti, ma sicuramente il momento era difficile.

Anche la maggioranza della popolazione, che allora come oggi appoggiava il Presidente Assad (chi per amore chi perchè lo vede come il male minore), sembrava pervasa da un cupo pessimismo, dovuto sia alla tremenda situazione economica che alla paura per ulteriori avanzate dei movimenti islamisti.

A spingere Putin all’intervento è stata probabilmente proprio la minaccia su Latakia, la cui caduta (anche parziale) sarebbe stato un colpo durissimo per il governo di Assad ed avrebbe costituito un pericolo anche per la vicina Tartous dove i Russi hanno la loro unica base navale (peraltro assai modesta) nel Mediterraneo.

Dopo circa una mese di preparazione e l’allestimento di un aeroporto militare a Hmeimim, vicino a Latakia, i Russi, beffando i servizi d’informazione occidentali, sono riusciti a far arrivare in Siria una quarantina di aerei da combattimento (tra caccia e cacciabombardieri), una decina di elicotteri ed un piccolo contingente di fanteria da marina (la famosa “Morte Nera”) per la difesa della loro base aerea. Dal 30 settembre questi aerei hanno cominciato a colpire postazioni, basi, centri di comando e approvvigionamento, nochè convogli dei gruppi terroristici senza stare troppo a vedere quale fosse la “parrocchia” di appartenenza. Particolarmente efficaci si sono dimostrati gli attacchi contro le colonne di autocisterne dell’ISIS che portavano il petrolio estratto in Turchia, perchè in questo modo è stato tagliata una delle principali fonti di finanziamento dell’organizzazione estremista.

Sul piano strettamente militare l’azione russa ha ridato fiato all’esercito siriano. Dal 30 settembre infatti non solo le formazioni islamiste non sono più riuscite ad avanzare, ma si è assistito ad una serie di controffensive dell’esercito siriano, coperto dall’aviazione russa e appoggiato, come sempre, da Hezbollah e, probabilmente, da significativi contingenti iraniani.

Sul fronte di Aleppo l’esercito siriano ha assunto l’iniziativa dalla metà di ottobre riuscendo a conquistare numerosi villaggi ed a liberare il 10 novembre, con un rabbioso assalto della famosa “Forza Tigre”, l’aeroporto militare di Kuweires, sotto assedio da due anni. Il 13 novembre le truppe di Assad sono riuscite a tagliare l’autostrada Aleppo – Damasco conquistando la cittadina di Hader e, dopo aver respinto una serie di controffensive dei ribelli, il 20 dicembre preso la strategica Khan Touman. Ad est di Aleppo hanno ampliato la zona sotto il loro controllo attorno all’aeroporto di Kuweires fino ad arrivare, agli inizia del 2016, a minacciare la cittadina di Deir Hafer, una roccaforte dell’ISIS.

Sull’importante fronte a nord di Latakia le truppe siriane hanno lanciato, a partire dai primi di novembre, una serie di attacchi che sono stati inizialmente contenuti dai miliziani del Fronte Al Nusra. A partire dal 20 dicembre però il fronte è crollato in più punti e le truppe di Assad sono riuscite a conquistare villaggi e cime strategiche allontanando di parecchi chilometri la minaccia sui centri della costa. Il 12 gennaio 2016 hanno occupato la strategica cittadina di Salma, roccaforte dei ribelli islamici. La realtiva facilità con cui gli uomini di Assad sono riusciti ad impadronirsi della strategica posizione testimonia la demoralizzazione che pervade in questa parte del fronte i miliziani delle varie sigle islamiste. La resistenza che hanno opposto è infatti ben diversa da quella, feroce, mostrata, solo per fare un esempio, a Qusayr o Zabadani.

Anche sul fronte intorno a Damasco l’esercito siriano ha colto importanti successi, in particolare a partire dalla metà di dicembre, quando è stata riconquistata la base di Mary Al Sultan. Un ulteriore grosso regalo ad Assad è arrivata dall’aviazione russa che, il 25 dicembre, è riuscita ad eliminare Zaharan Alloush, indiscusso comandante dei guerriglieri nell’area damascena, l’uomo che aveva rinchiuso nelle gabbie dei civili per utilizzarli come scudi contro i bombardamenti russi.

Nel nord della siria i Curdi, da parte loro, sono riusciti a cacciare l’ISIS da numerosi centri ed ora sono a meno di cinquanta chilometri da Raqqa, la cosiddetta capitale del califfato.

Sugli altri numerosi fronti, da Daraa a Deir Ezzor, la situazione appare di stallo, ma, a differenza che nei mesi precedenti, ogni azione offensiva dei guerriglieri islamici viene bloccata, prima ancora che dall’esercito siriano, da precisi e micidiali bombardamenti russi. Ne è un esempio quanto successo ieri a Deir Ezzor, città assediata ormai da anni. Gli uomini dell’ISIS sono riusciti ad entrare nel quartiere periferico di Bugayiliya grazie all’azione di oltre trenta kamikaze che si sono fatti esplodere contro le difese siriane. Immediatamente l’aviazione russa è entrata in azione colpendo le retrovie dell’ISIS ed impedendo ulteriori avanzate. Prima di ritirarsi, anche a fronte della decisa reazione dei parà siriani, gli uomini del califfato hanno ucciso trecento civili e rapito oltre quattrocento persone, in prevalenza donne e bambini.

L’efficacia militare dell’intervento russo ha anche ridato un filo di speranza alla popolazione siriana. Con le sue oltre cinquemila missioni l’aviazione di Mosca ha permesso la liberazione di oltre duecento tra villaggi e cittadine ed il ritorno alle loro case di quasi un milione di profughi. Se si paragonano questo risultati (ottenuti con meno di quaranta aerei da combattimento) con quelli conseguiti dalla coalizione a guida americana si prova quasi un senso di imbarazzo ci si domanda cosa cavolo hanno bombardato per oltre un anno gli aerei a stelle e strisce.

La situazione però non è tale da consentire un eccessivo ottimismo. A mio avviso l’esercito siriano è oggi troppo debole per riuscire a riconquistare, anche con l’aiuto degli aerei russi, tutto il territorio occupato dagli islamisti. Non ha un numero sufficente di effettivi per potersi impegnare in grandi battaglie all’interno di città come Aleppo o Idleb che dovrebbero essere riconquistate combattendo casa per casa. Mi sembra ne sia consapevole anche Vladimir Putin che infatti continua a parlare di soluzione politica alla crisi siriana. Soluzione che appare oggi più necessaria e urgente che mai, prima che l’intero Medio Oriente sia avvolto dalle fiamme di una grande guerra regionale tra potenze sciite e sunnite. Prospettiva troppo pessimistica? Forse lo sarebbe se non fosse che sulla scena mediorentale si aggirano due attori di nome Turchia e Arabia Saudita capaci di qualunque provocazione ritengano necessaria per raggiungere i loro scopi (abbattimento del Su 24 russo docet…)

Mario Villani

Non abbandoniamo i Cristiani d’Oriente: sono le nostre radici…non dimentichiamolo

Melchiti, siriaci, caldei, assiri, maroniti… dietro questi nomi vi è un mondo la cui ricchezza spirituale e culturale raggiunge altezze che la Cristianità in occidente, ormai immersa in una realtà puramente orizzontale, non è in grado di comprendere e di apprezzare.

Proprio per questo abbiamo un disperato bisogno di loro, forse addirittura più di quanto loro abbiano bisogno di noi. La ragione è semplice, quelle comunità sono le eredi dirette delle persone che videro, conobbero e amarono Nostro Signore Gesù Cristo.

Vi è una corrente di fede profonda che, attraverso i secoli, sgorga dai primi Cristiani ed irriga tutte le generazioni che si sono succedute permettendo loro di far fiorire una Fede talmente profonda da consentire il superamento di tutte le durissime prove che la convivenza con il mondo islamico ha loro imposto.

Chi ha avuto modo di frequentare quei luoghi, il Libano, la Siria, la Palestina, ha sicuramente percepito questa qualità straordinaria delle locali comunità cristiane. Per loro Gesù non è un personaggio mitologico o una leggenda tramandata nei secoli, ma l’Uomo/Dio di cui i loro antenati hanno visto le gesta ed ascoltato le parole.

Faccio solo due esempi: il primo è Malula, una cittadina siriana di cui già ci siamo più volte occupati. A Malula , unico luogo al mondo, si parla ancora l’Aramaico orientale, vale a dire la stessa lingua utilizzata da Nostro Signore. Gli abitanti di Maalula quindi, quando recitano ad esempio il Padre Nostro, utilizzano gli stessi identici termini che ha pronunciato duemila anni fa il Salvatore.

Un secondo esempio: nel sud Libano (una volta chiamato alta Galilea) c’è un villaggio chiamato Cana. Molti ritengono sia il luogo dove Gesù ha operato il suo primo miracolo (significativamente trasformando l’acqua in vino, con buona pace di certi fanatici salutisti odierni), ma la circostanza è controversa perchè vi sono altri villaggi con lo stesso nome in Palestina.

Di certo vi è che il villaggio venne visitato più volte da Gesù che vi veniva a predicare “alloggiando” in una grotta posta a circa un chilometro dal centro abitato. Dopo la Sua morte, gli abitanti del villaggio che erano divenuti suoi seguaci scolpirono sulle rocce a fianco del sentiero che portava dalla grotta a Cana diverse scene della vita del Salvatore. Quei bassorilievi sono ancora là, vero e proprio Vangelo scolpito sulla pietra prima ancora di essere scritto sulla carta.

Questi esempi aiutano a capire perchè, da quelle parti, la Fede è ancora una cosa seria, che forgia tutta la vita di una persona e per la quale si può anche decidere, in situazioni estreme, di impugnare un’arma o affrontare il martirio. E’ grazie a questo virile atteggiamento che le comunità cristiane d’oriente sono sopravvissute a tutti i tentativi di islamizzazione, fino ad arrivare a guadagnarsi la stima ed il rispetto delle componenti più tolleranti ed aperte del mondo musulmano. Stima e rispetto che hanno permesso, per esempio, ai musulmani libanesi di accettare che il Presidente della Repubblica fosse un cristiano o a quelli siriani che lo Stato ponesse tutte le confessioni religiose su un piano di uguaglianza, garantendo a tutte i medesimi diritti…

Oggi però, la rapida diffusione di un Islam fanatico e totalitario -incarnato da organizzazioni come Daesh o Al Qaeda e appoggiato da Stati come la Turchia e l’Arabia Saudita e, paradossalmente, da potenze laiche e massoniche come Stati Uniti e Francia- pone un drammatico interrogativo sulla sopravvivenza dei Cristiani in Oriente. Dove arrivano le bande islamiste le Chiese vengono sistematicamente distrutte (a partire, significativamente, dagli altari) e la vita dei cristiani diviene impossibile. Il progetto è tragicamente chiaro: cancellare ogni presenza cristiana dal Medio Oriente, di più, cancellare dalla regione ogni presenza che non sia quella di un Islam retrogrado e fanatico.

Rendiamoci conto però che la cancellazione delle comunità cristiane d’oriente non è fine a se stessa. E’ un gesto con un alto valore simbolico e, nelle menti degli intellettuali islamisti, con un tremendo valore strategico. Per distruggere la Cristianità bisognare tagliarne le radici spirituali.

Quando non si celebreranno più messe in Medio Oriente, quando a Malula non si parlerà più l’aramaico, quando i segni visibili del passaggio del Figlio di Dio su questa terra saranno cancellati, allora la Cristianità tutta sarà svuotata e diverrà facile preda dei fanatici del Daesh e di Al Qaeda.
La difesa di queste radici quindi è un dovere morale che incombe oggi su ogni Cristiano in ogni parte del mondo…

Mario Villani

La Passione della Siria continua: gli ultimi sviluppi e le prospettive per il futuro.

Lo schema con cui i media mainstream seguono alcune vicende internazionali si ripete con inesorabile monotonia. Inizialmente i mezzi di “informazione” sostengono -con grande dispiego di mezzi- la versione politically correct voluta dai cosiddetti poteri forti, successivamente, se le cose non vanno nel senso sperato da questi ultimi, fanno calare un silenzio tombale sull’argomento. E’ quanto si è verificato anche per la tragedia siriana: a partire da marzo 2011 la realtà presentata dai media è stata quella di un popolo che lottava (inizialmente con mezzi pacifici e poi, per pura necessità, con le armi) contro un tiranno sanguinario, il Presidente Assad, i cui giorni erano però, si assicurava, contati. Qualche mese ed un piccolo aiuto delle potenze occidentali ed anche il “tiranno” di Damasco avrebbe fatto la fine di Gheddafi e di Saddam Hussein.

Le cose però non sono andate così: in primo luogo l’esercito siriano, contrariamente ai desiderata di certe potenze occidentali, non si è dissolto dividendosi per linee confessionali, ma ha continuato a difendere compatto il Paese, per cui il sogno di una marcia trionfale su Damasco, che sembrava a portata di mano nel 2012, non si è realizzato. In secondo luogo i cosiddetti “ribelli” anti Assad si sono lasciati andare ad un tal numero di efferatezze, di stragi, di atti di pura barbarie che è diventato difficile, anche per una stampa mediamente priva di dignità come la nostra, continuare a presentarli come degli indomiti combattenti per la libertà e la democrazia. Infine la Russia si è messa di traverso ad un eventuale intervento delle potenze occidentali e non in senso metaforico, ma materiale, schierando le proprie navi tra le coste della Siria e le flotte dei paesi Nato nel momento in cui sembrava certo l’inizio dei bombardamenti.
La reazione dei media a queste “sfavorevoli circostanze” è stata quella consueta: far calare il silenzio sulla tragedia siriana.
Alcuni rovesci subiti dall’esercito di Damasco nelle ultime settimane hanno però risvegliato la speranza di una rapida caduta del “tiranno” ed ecco allora nuovamente i media occuparsi della vicenda, salvo ovviamente ignorare o deformare l’orrendo episodio dei missili su Aleppo nel giorno della Pasqua ortodossa.
 Ma cosa sta succedendo veramente in Siria?, l’esercito regolare ed i suoi alleati (Hezbollah libanesi e milizie locali) sono realmente a rischio di essere travolti?, l’ISIL è effettivamente alle porte di Damasco?
Per poter tentare di dare una risposta è necessario sapere che, attualmente, in Siria sono attivi ben ottantadue fronti di guerra distribuiti praticamente su tutto il territorio siriano. Nei primi mesi del 2015, su molti di questi fronti l’iniziativa militare è stata nelle mani dell’esercito regolare che ha conseguito alcuni significativi anche se limitati successi. In particolare l’esercito siriano ha continuato il repulisti di tutta la regione frontaliera con il Libano (purtroppo creando problemi a quest’ultimo perchè gli islamisti in difficoltà in Siria passano il confine e vanno ad ingrossare le file di quelli libanesi). In questo settore è proprio di questi giorni la riconquista quasi totale della strategica area di Zabadani. Progressi sono stati registrati anche sul fronte di Deir Ezzor dove i paracadutisti del Generale druso Issam Zahreddine, aiutati da alcune milizie tribali sunnite, sono riusciti a riconquistare un’isola al centro della città ed alcuni villaggi del circondario, Al Kahanamat e Al Mahala, allontanando per ora la minaccia sull’aeroporto. Anche nei dintorni della città orientale di Hasaka diversi villaggi sono stati abbandonati dall’ISIL sotto la pressione delle truppe regolari siriane appoggiate, in questa zona, da milizie cristiane assire.
La situazione è invece molto delicata sul fronte nord, lungo il confine con la Turchia. Qui le varie sigle della galassia islamista possono contare su due fattori strategici a loro favore. In primo luogo l’appoggio logistico di ampi settori della sicurezza e delle forze armate turche che permettono il continuo passaggio di rinforzi e rifornimenti per le organizzazioni guerrigliere e che, secondo alcune fonti, talvolta intervengono direttamente negli scontri. In secondo luogo il fatto che nella regione le organizzazioni islamiste godono di diffuse simpatie presso alcuni settori della comunità sunnita. In altri termini in questa zona possono contare su un relativo appoggio popolare che manca loro, per fare un esempio, nella città di Damasco.

A febbraio vi è stata comunque un’offensiva dell’esercito siriano anche a nord di Aleppo con la riconquista di numerose posizioni e la “quasi” liberazione di due villaggi sciiti assediati da due anni. Nelle settimane successive però, grazie a massicci aiuti arrivati attraverso il confine turco, le milizie islamiste sono riuscite a recuperare le posizioni perdute.

Complessa anche la situazione nel fronte sud, al confine con la Giordania e Israele. Anche in questo settore gli aiuti che arrivano da oltreconfine, permettono ai guerriglieri di resistere alle azioni dell’esercito regolare e di passare sovente al contrattacco.

Tre avvenimenti recenti sono stati indicati come significativi delle difficoltà in cui si troverebbe attualmente l’esercito di Damasco:la caduta delle città di Idleb al confine con la Turchia e di Boshra sul fronte sud e la conquista del campo profughi palestinese di Yarmuk, alle porte di Damasco, da parte dell’ISIL.

Come valutare queste sconfitte? Devo premettere che, secondo me, l’esercito siriano non potrà mai sconfiggere completamente le milizie islamiste nè conseguire il controllo di tutto il territorio. Lo impediscono due fattori: la natura delle forze armate di Damasco, concepite più per grandi battaglie campali che per una azione di controguerriglia che richiede autonomia di decisione anche nei piccoli reparti e rapidità di azione, ma soprattutto il massiccio afflusso di aiuti e rinforzi che arriva ai guerriglieri attraverso i confini turco e giordano.

Una guerriglia che dispone di “santuari” così importanti nei paesi confinanti e che viene dagli stessi continuamente alimentata non è eliminabile. Basti pensare che, dall’inizio della guerra ad oggi, si calcolano in molte decine di migliaia i guerriglieri eliminati, senza che questo abbia influito più di tanto sulla capacità operativa delle milizie islamiste. Segno che queste ricevono dall’estero un continuo flusso di nuovi combattenti, volontari o mercenari che siano.

Questo però non vuole dire che l’esercito siriano sia sul punto di crollare e che quindi agli islamisti stiano per spalancarsi le porte per l’agognata cavalcata su Damasco. Le strutture militari sono tuttora ben salde ed ancora recentemente l’ambasciatore di Russia in Siria ha assicurato che il suo paese fornirà a Damasco le armi di cui ha necessità per la sua difesa. Anche l’appoggio popolare al regime di Assad è ancora consistente.

Damasco è una città di tre milioni di abitanti, in stragrande maggioranza favorevoli al regime baathista. Analogo discorso per Latakia e la regione costiera. Difficile credere che queste realtà siano disponibili a consegnarsi a persone che hanno dimostrato di trattare i loro nemici (o presunti tali) con spaventosa crudeltà.

Le immagine di persone torturate, bruciate vive, decapitate, crocefisse sono ben presenti a tutti quei siriani che, in qualche modo, per appartenenza politica o credo religioso, ritengono di poter essere nel mirino degli islamisti. Anche i recenti vantati successi della guerriglia non sembrano poi essere così decisivi: Idleb è stata abbandonata dall’esercito a causa della sua inferiorità numerica al momento dell’attacco nemico. Attualmente però le forze armate di Damasco, dopo aver ricevuto rinforzi, sono attestate tutto intorno alla città e stanno cercando di tagliare le linee di approvvigionamento dei guerriglieri con la Turchia anche se, per il momento, non sembrano intenzionate a tentare la riconquista del centro urbano. Yarmuk era già, da almeno due anni, quasi interamente controllato da fazioni palestinesi legate ad Hamas e contrarie ad Assad.

La novità consiste solo nel fatto che queste fazioni hanno stretto un’alleanza con l’ISIL che ha potuto così entrare nel campo dove, peraltro, non sono presenti truppe siriane. Boshra infine è una cittadina la cui perdita – peraltro non confermata – starebbe solo a dimostrare l’incapacità dell’esercito siriano a controllare contemporaneamente tutto il territorio coinvolto dalle operazioni belliche.

E quindi? Se la guerriglia -così massicciamente appoggiata dall’esterno- non può essere definitivamente sconfitta, ma il governo baathista ha ancora sufficienti forze per resistere quale potrà essere il futuro prossimo della Siria? Purtroppo solo la prosecuzione della guerra, con nuovi lutti, nuove distruzioni, nuovi sanguinari atti di crudeltà e fanatismo, nuove sofferenze.

Spegnere questo incendio, le cui fiamme già hanno avvolto il vicino Iraq e stanno lambendo il Libano, è una decisione che potrebbe essere presa solo dalla comunità internazionale. Duecentocinquantamila morti e la quasi totale distruzione del Paese non sono state sufficienti a spingere verso questa scelta. Evidentemente qualcuno, da qualche parte, ha deciso che, per l’umanità è giunta l’ora di spalancare le porte del Caos…

Mario Villani

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