Siria

Siria, cinque anni fa iniziava la guerra

La situazione sul campo oggi

Nel marzo del 2011 iniziavano in Siria, e precisamente nella città meridionale di Daraa, i primi scontri tra gruppi armati e reparti dell’esercito regolare siriano. (E’ difficile non notare il singolare e sospetto sincronismo con l’identica situazione cretasi in Libia dove gli scontri erano iniziati appena pochi giorni prima, nel mese di febbraio). Rapidamente i disordini ed i combattimenti si diffondevano in quasi tutte le regioni del paese mediorentale, da Aleppo fino alla frontiera giordana. Fin dai primi giorni della crisi risultavano evidenti alcune circostanze, totalmente ignorate come vedremo dai nostri mass-media.

La prima, il ruolo fondamentale svolto negli scontri dalle organizzazioni islamiste.

La stragrande maggioranza dei militanti che partecipavano alle manifestazioni e che si scontravano con le forze dell’ordine provenivano dalle moschee gestite da predicatori provenienti dall’Arabia Saudita o, comunque appartenti all’area salafita. D’altra parte il mondo islamista era l’unico a disporre di una massa di manovra umana da lanciare contro un governo (quello di Bashar Al Assad) che disponeva di un significativo apparato di sicurezza e godeva (come gode ancora oggi) dell’appoggio della maggioranza della popolazione.

La seconda il coinvolgimento di potenze estere.

In Siria affluirono subito, in maniera massiccia e provenendo da mezzo mondo, mercenari e volontari islamici e con loro un fiume di armi, denaro e Captagon, la micidiale anfetamina utilizzata dai combattenti delle milizie. Il tutto pagato da Arabia Saudita e Qatar e transitante per Turchia e Giordania i cui governi non potevano non essere consenzienti e quindi complici. Tutto questo mentre i mass media occidentali cantavano in coro il motivo del “dittatore sanguinario che massacrava il suo popolo anelante alla democrazia”. Ci vorranno anni di guerra e atrocità di ogni genere commesse da ISIS e compari per costringere i media ad ammettere che, forse la situazione era “leggermente” diversa da quella descritta allora. Per altro, ad oggi, non ho ancora sentito alcun “mea culpa” e nessuna richiesta di scuse per aver ingannato scientemente e vergognosamente l’opinione pubblica occidentale.

La terza la lunga preparazione della rivolta.

Contrariamente a quanto sostenuto da coloro che sproloquivano su una rivolta popolare spontanea, i fatti siriani erano stati preparati da tempo. Addirittura sotto alcune città -come Homs- era stata scavata, prima della rivolta e con l’ovvia complicità delle autorità locali, una vera e propria rete di tunnel da utilizzare come rifugi, depositi di armi, ospedali o semplicemente per spostarsi da un quartiere all’altro e cogliere di sorpresa le truppe regolari. In Turchia poi la costruzione di campi profughi lungo la frontiera siriana era iniziata addirittura due anni prima dell’inizi della crisi, come raccontato da testimoni oculari.

Con una simile situazione è facile immaginare come gli scontri siano rapidamente degenerati in una guerra che ha interessato praticamente tutto il territorio della repubblica siriana causando, ad oggi quasi trecentomila morti (di cui un terzo militari dell’esercito e delle forze di sicurezza), un numero imprecisato di feriti e mutilati e l’esodo di quasi la metà della popolazione siriana, in parte fuggita in paesi esteri ed in parte rimasta in Siria, ma in zone più sicure (normalmente quelle controllare dell’esercito regolare). A seguito degli eventi bellici città e villaggi sono più volte passate di mano e la Siria ha assunto un aspetto a macchie di leopardo, con aree controllate da qualcuna delle milizie ribelli ed altre -normalmente quelle più popolose e dove vi sono le città più grandi- controllate dall’esercito regolare a da milizie filo-govenative che si sono costituite nel corso degli anni di guerra anche per colmare i sempre più preoccupanti vuoti che si aprivano nelle file dell’esercito. Per questa ragione ormai da anni in Siria non vi è un solo fronte su cui si combatte, ma molte decine sparsi su tutto il paese.

Anche i due schieramenti non sono compositi. Da parte governativa a fianco delle Forze Armate regolari operano gli uomini (e le donne) della NDF (National Defence Force), volontari che affiancano i soldati soprattutto nel controllo del territorio, ma vi sono anche i militanti del partito baatista, volontari sciiti provenienti dall’Iraq, consiglieri militari provenienti dall’Iran e, soprattutto i temibili commandos di Hezbollah, forse i migliori combattenti di tutto il Medio Oriente. Da parte dei cosiddetti “ribelli” vi sono i fanatici islamisti dell’ISIS, i qaedisti della coalizione guidata dal Fronte al Nusra, i filo sauditi del fronte Islamico, i filo qatarioti della brigata Ahfad al Rasul e altre formazioni minori, tra le quali i resti del Free Syrian Army la prima organizzazione a prendere le armi contro il governo di Assad. Molti dei miliziani non sono neppure siriani, addirittura alcune formazioni sono composte integralmente da stranieri, tra i quali si distinguono per le capacità militari (ma anche per la particolare crudeltà) i ceceni. Un discorso a parte meritano i curdi che hanno sovente tenuto un atteggiamento ambiguo, ma che sembrano oggi schierati più decisamente con Damasco anche per fare fronte comune contro il grande sponsor delle formazioni guerrigliere, la Turchia, loro nemica dichiarata e ormai parte attiva nel conflitto.

Sotto la pressione delle formazioni guerrigliere, costantemente rifornite e rinforzate da turchi e sauditi, a partire dalla primavera del 2015 l’esercito regolare è stato costretto a cedere terreno in particolare nelle aree del Paese a prevalenza sunnita, dove cioè le bande islamiste potevano e possono contare su un certo appoggio popolare. Sono così cadute nelle mani della guerriglia centri importanto come Palmyra, Idleb, Jhrs Shogur e le avanguardie islamiste, dopo aver preso il controllo di una vasta area collinare al confine della Turchia, si sono pericolosamente avvicinate a Latakia, importante città costiera, considerata una roccaforte dei fedelissimi di Assad perchè popolata prevalentemente da alauiti (la setta islamica a cui il Presidente appartiene).

Anche se le principali città siriane erano ancora sotto il saldo controllo delle forze armate fedeli al governo di Damasco la situazione a settembre dello scorso anno appariva per loro oggettivamente difficile, anche perchè, mentre le formazioni guerrigliere ricevevano continuamente rinforzi dall’estero, per le forze armate siriane, usurate da cinque anni di guerra, diventava sempre più difficile rimpiazzare i vuoti che si aprivano tra le proprie file. Alla fine del mese di settembre del 2015 però una serie di avvenimenti ha cambiato ancora una volta le sorti del conflitto. In difesa del governo siriano sono infatti intervenuti, con forme diverse sia i Russi che gli Iraniani. I primi hanno rifornito l’esercito siriano di armi più moderne ed efficaci, come il carro armato T 90 ed il famoso e micidiale lanciarazzi Buratyn (una modernissima versione delle celebri Katiusce), ma, soprattutto, hanno inviato in Siria un piccolo, ma efficentissimo contingente aereo composto da una quarantina tra caccia e cacciabombardieri che, partendo da una base aerea costruita a tempo di record a fianco dell’aeroporto di Latakia, ha avviato una serie di micidiali raid aerei contro le formazioni islamiste arrivando a colpire, nel solo primo mese di attività, più obbiettivi di quanti ne avesse colpiti ,nella sua ambigua attività, la coalizione a guida USA nell’anno e mezzo precedente. Gli Iraniani invece hanno inviato un certo numero di “consiglieri” militari, probabilmente pasdaran, che hanno affiancato nei combattimenti i Siriani in particolare nella regione di Aleppo. Anche gli Hezbollah libanesi hanno dato il loro contributo incrementando il contingente militare che già avevano in Siria.

I risultati di questi interventi si sono visti nei mesi successivi perchè, non solo le formazioni guerrigliere non sono più riuscite ad avanzare, ma le forze armate di Damasco hanno ricominciato una lenta riconquista del territorio perduto. La situazione di difficoltà in cui le formazioni islamiste si sono venute così a trovare è dimostrata dal fatto che molte di loro hanno immediatamente aderito alla proposta di tregua avanza da Mosca e scattata -sia pure con numerose violazioni- a partire dal 27 febbraio.

Vediamo la situazione attuale sui fronti principali.

Regione di Latakia. L’esercito siriano e le sue formazioni alleate hanno liberato vaste aree di territorio collinare, riprendendo il controllo di cittadine come Salma e Kinsabba ed allontanando di diverse decine di chilometri la minaccia da Latakia. Oggi si può dire che quasi tutta la provincia di Latkia e la regione costiera sono ritornate sotto il controllo governativo.

Regione di Idleb. E’ ancora completamente nelle mani del Fronte Al Nusra, con la sola eccezione di una piccola enclave composta da due villagi sciiti che i ribelli non sono riusciti a conquistare.

Regione di Aleppo. E’ l’area dove la controffensiva governativa ha colto i successi più importanti. Sono stati infatti liberati da un assedio che durava da oltre due anni sia l’aeroporto militare di Kuweires che i villaggi sciiti di Nubbol e Zahara, tagliando altresì le linee di rifornimento utilizzate dalle formazioni islamiste per rifornire i loro combattenti che occupano alcuni quartieri di Aleppo. Inoltre l’esercito siriano è riuscito a riconquistare vaste aree nelle campagne intorno alla metropoli del nord e, soprattutto, a riprendere sotto il suo controllo l’importantissima centrale che riforniva di energia l’intera città. Alla fine del mese di febbraio le milizie dell’ISIS hanno lanciato una controffensiva occupando l’autostrada Aleppo – Kanasser e tagliando temporaneamente le vie di rifornimento per i reparti siriani che operavano intorno ad Aleppo. Dimostrando una capacità operativa oggettivamente superiore al passato l’esercito è però riuscito riprendere il controllo dell’area in meno di una settimana infliggendo ai guerriglieri perdite pesantissime.

Regioni centrali (Hama e Homs). La situazione è rimasta sostanzialmente invariata perchè le controffensive dell’esercito non hanno avuto un successo pari a quello registrato sui fronti di Aleppo e Latakia e gli spostamento sulla linea del fronte sono stati minimali.

Regione di Damasco. Con una serie di operazioni appoggiate dall’aviazione russa i Siriani sono riusciti a ridurre le aree sotto controllo della guerriglia ed a eliminare alcuni dei più importanti capi militari delle formazioni islamiste. In quest’area comunque è attualmente osservata la tregua negoziata da Mosca.

Regione del Qalamoun. Si tratta dell’area montagnosa a cavallo tra Libano e Siria. In questa regione le formazioni guerrigliere, per un certo periodo predominanti, sono state sconfitte ancor prima dell’intervento russo grazie all’azione degli Hezbollah libanesi. Attualmente gli islamisti controllano solo piccole sacche. Costituiscono però ancora una minaccia per il vicino Libano dove molte formazioni si sono rifiugate. Parrebbe che la nave turca (battente però bandiera del Togo) recentemente sequestrata in Grecia con un carico di armi clandestine fosse incaricata di rifornire proprio queste formazioni.

Fronte sud (Daraa, Quneitra e Sweida). Sono regioni dove la presenza delle milizie è ancora massiccia (con l’eccezione della provincia di Sweida) e l’unico successo conseguito dai governativi in questi mesi è stata la riconquista della cittadina di Shei Meskin a nord di Daraa. Anche in queste regioni vige oggi una precaria tregua.

Fronte di Deir Ezzor. In questa città sull’Eufrate, completamente circondata dalle milizie dell’ISIS, si sta scrivendo una pagina di eroismo militare che dovrà essere ricordata per secoli in tutta la Siria. La Brigata paracadutisti guidata dal leggendario Colonnello Zahar Eddine appoggiata dai miliziani di una tribù locale (tra l’altro sunnita) sta infatti respingendo, da mesi, ondate di assalitori che a cadenza praticamente quotidiana cercano di occupare l’aeroporto ed i quartieri ancora liberi e sotto il controllo governativo. Se il mondo fosse ancora normale oggi non potrebbe non esprimere la propria stupefatta ammirazione per quello che i parà di Zahar Eddine stanno facendo. Ovviamente invece nessuno sa nulla del loro sacrificio.

Questo sommariamente il quadro. Sorgono ovviamente delle domande. Terrà la tregua? E’ possibile incominciare a parlare di pace? La risposta dipende principalmente dalle decisioni di due classi dirigenti, quella turca e quella saudita. Per questo non sono ottimista.

Intervento russo in Siria: un primo bilancio

La situazione attuale sul campo di battaglia in Siria – Dal 30 settembre gli aerei di Mosca colpiscono le formazioni islamiste.

Per poter valutare l’impatto delle attività militari russe sulla guerra in Siria dobbiamo in primo luogo ritornare alla situazione in cui si trovava il Paese mediorentale nel mese di settembre dello scorso anno. L’esercito regolare e le milizie ausiliare stavano vivendo il momento di maggiore difficoltà dall’inizio del conflitto.

A partire dalla primavera infatti le varie formazioni ribelli avevano conquistato diverse posizioni chiave inanellando una lunga serie di vittorie. Città come Idleb, Palmira, Jshr Shogur erano cadute nelle mani dell’ISIS, del Fronte Al Nusra o di altre formazioni minori, mentre le formazioni armate si stavano avvicinando pericolosamente a Latakia, la grande città alauita della costa e la stessa Damasco veniva bombardata quotidianamente.

Aleppo, Deir Ezzor e Daraa sembravano ormai sul punto di cadere mentre tutti i valichi di frontiera erano ormai fuori dal controllo delle forse armate siriane. Gli unici successi per Damasco erano venuti, grazie all’appoggio dei fedeli alleati di Hezbollah, dalla conquista di alcune sacche ribelli nella regione montagnosa del Qalamoun, al confine con il Libano. Le difficoltà in cui l’esercito siriano si trovava erano state ammesse dallo stesso Bashar Assad in un drammatico messaggio televisivo che abbiamo già avuto modo di commentare su questo sito.

Proprio in questo messaggio il Presidente siriano aveva delineato la sua futura strategia militare: a fronte della carenza di uomini, abbandonare le regioni la cui difesa era divenuta impossibile o troppo costosa in termini di perdite umane e concentrarsi su quella dei centri principali e delle vie di comunicazione tra di loro. Non eravamo allora vicino alla rotta, perchè l’esercito siriano, sebbene indebolito da quattro anni di guerra, era comunque compatto e pronto a difendere i centri vitali del paese con le unghie e con i denti, ma sicuramente il momento era difficile.

Anche la maggioranza della popolazione, che allora come oggi appoggiava il Presidente Assad (chi per amore chi perchè lo vede come il male minore), sembrava pervasa da un cupo pessimismo, dovuto sia alla tremenda situazione economica che alla paura per ulteriori avanzate dei movimenti islamisti.

A spingere Putin all’intervento è stata probabilmente proprio la minaccia su Latakia, la cui caduta (anche parziale) sarebbe stato un colpo durissimo per il governo di Assad ed avrebbe costituito un pericolo anche per la vicina Tartous dove i Russi hanno la loro unica base navale (peraltro assai modesta) nel Mediterraneo.

Dopo circa una mese di preparazione e l’allestimento di un aeroporto militare a Hmeimim, vicino a Latakia, i Russi, beffando i servizi d’informazione occidentali, sono riusciti a far arrivare in Siria una quarantina di aerei da combattimento (tra caccia e cacciabombardieri), una decina di elicotteri ed un piccolo contingente di fanteria da marina (la famosa “Morte Nera”) per la difesa della loro base aerea. Dal 30 settembre questi aerei hanno cominciato a colpire postazioni, basi, centri di comando e approvvigionamento, nochè convogli dei gruppi terroristici senza stare troppo a vedere quale fosse la “parrocchia” di appartenenza. Particolarmente efficaci si sono dimostrati gli attacchi contro le colonne di autocisterne dell’ISIS che portavano il petrolio estratto in Turchia, perchè in questo modo è stato tagliata una delle principali fonti di finanziamento dell’organizzazione estremista.

Sul piano strettamente militare l’azione russa ha ridato fiato all’esercito siriano. Dal 30 settembre infatti non solo le formazioni islamiste non sono più riuscite ad avanzare, ma si è assistito ad una serie di controffensive dell’esercito siriano, coperto dall’aviazione russa e appoggiato, come sempre, da Hezbollah e, probabilmente, da significativi contingenti iraniani.

Sul fronte di Aleppo l’esercito siriano ha assunto l’iniziativa dalla metà di ottobre riuscendo a conquistare numerosi villaggi ed a liberare il 10 novembre, con un rabbioso assalto della famosa “Forza Tigre”, l’aeroporto militare di Kuweires, sotto assedio da due anni. Il 13 novembre le truppe di Assad sono riuscite a tagliare l’autostrada Aleppo – Damasco conquistando la cittadina di Hader e, dopo aver respinto una serie di controffensive dei ribelli, il 20 dicembre preso la strategica Khan Touman. Ad est di Aleppo hanno ampliato la zona sotto il loro controllo attorno all’aeroporto di Kuweires fino ad arrivare, agli inizia del 2016, a minacciare la cittadina di Deir Hafer, una roccaforte dell’ISIS.

Sull’importante fronte a nord di Latakia le truppe siriane hanno lanciato, a partire dai primi di novembre, una serie di attacchi che sono stati inizialmente contenuti dai miliziani del Fronte Al Nusra. A partire dal 20 dicembre però il fronte è crollato in più punti e le truppe di Assad sono riuscite a conquistare villaggi e cime strategiche allontanando di parecchi chilometri la minaccia sui centri della costa. Il 12 gennaio 2016 hanno occupato la strategica cittadina di Salma, roccaforte dei ribelli islamici. La realtiva facilità con cui gli uomini di Assad sono riusciti ad impadronirsi della strategica posizione testimonia la demoralizzazione che pervade in questa parte del fronte i miliziani delle varie sigle islamiste. La resistenza che hanno opposto è infatti ben diversa da quella, feroce, mostrata, solo per fare un esempio, a Qusayr o Zabadani.

Anche sul fronte intorno a Damasco l’esercito siriano ha colto importanti successi, in particolare a partire dalla metà di dicembre, quando è stata riconquistata la base di Mary Al Sultan. Un ulteriore grosso regalo ad Assad è arrivata dall’aviazione russa che, il 25 dicembre, è riuscita ad eliminare Zaharan Alloush, indiscusso comandante dei guerriglieri nell’area damascena, l’uomo che aveva rinchiuso nelle gabbie dei civili per utilizzarli come scudi contro i bombardamenti russi.

Nel nord della siria i Curdi, da parte loro, sono riusciti a cacciare l’ISIS da numerosi centri ed ora sono a meno di cinquanta chilometri da Raqqa, la cosiddetta capitale del califfato.

Sugli altri numerosi fronti, da Daraa a Deir Ezzor, la situazione appare di stallo, ma, a differenza che nei mesi precedenti, ogni azione offensiva dei guerriglieri islamici viene bloccata, prima ancora che dall’esercito siriano, da precisi e micidiali bombardamenti russi. Ne è un esempio quanto successo ieri a Deir Ezzor, città assediata ormai da anni. Gli uomini dell’ISIS sono riusciti ad entrare nel quartiere periferico di Bugayiliya grazie all’azione di oltre trenta kamikaze che si sono fatti esplodere contro le difese siriane. Immediatamente l’aviazione russa è entrata in azione colpendo le retrovie dell’ISIS ed impedendo ulteriori avanzate. Prima di ritirarsi, anche a fronte della decisa reazione dei parà siriani, gli uomini del califfato hanno ucciso trecento civili e rapito oltre quattrocento persone, in prevalenza donne e bambini.

L’efficacia militare dell’intervento russo ha anche ridato un filo di speranza alla popolazione siriana. Con le sue oltre cinquemila missioni l’aviazione di Mosca ha permesso la liberazione di oltre duecento tra villaggi e cittadine ed il ritorno alle loro case di quasi un milione di profughi. Se si paragonano questo risultati (ottenuti con meno di quaranta aerei da combattimento) con quelli conseguiti dalla coalizione a guida americana si prova quasi un senso di imbarazzo ci si domanda cosa cavolo hanno bombardato per oltre un anno gli aerei a stelle e strisce.

La situazione però non è tale da consentire un eccessivo ottimismo. A mio avviso l’esercito siriano è oggi troppo debole per riuscire a riconquistare, anche con l’aiuto degli aerei russi, tutto il territorio occupato dagli islamisti. Non ha un numero sufficente di effettivi per potersi impegnare in grandi battaglie all’interno di città come Aleppo o Idleb che dovrebbero essere riconquistate combattendo casa per casa. Mi sembra ne sia consapevole anche Vladimir Putin che infatti continua a parlare di soluzione politica alla crisi siriana. Soluzione che appare oggi più necessaria e urgente che mai, prima che l’intero Medio Oriente sia avvolto dalle fiamme di una grande guerra regionale tra potenze sciite e sunnite. Prospettiva troppo pessimistica? Forse lo sarebbe se non fosse che sulla scena mediorentale si aggirano due attori di nome Turchia e Arabia Saudita capaci di qualunque provocazione ritengano necessaria per raggiungere i loro scopi (abbattimento del Su 24 russo docet…)

Mario Villani

Ora Pro Siria – Viaggio in Siria (1)

una sorprendente testimonianza della vita-vita http://oraprosiria.blogspot.it/2015/10/viaggio-in-siria-1.html , vale la pena di leggere:

Dal 17 al 26 ottobre mi sono recata in Siria, ospite delle monache Trappiste di Azeir, un villaggio cristiano affacciato sulla valle verdeggiante in cui scorre il fiume che separa la Siria dal Libano, non lontano da Tartous.

Su questa collina boscosa cinque suore italiane (a cui presto si uniranno due postulanti locali) stanno costruendo un luogo bellissimo e semplice dedicato alla preghiera, al silenzio, all’incontro personale con Dio, che offra agli ospiti l’occasione di incontro con un’esperienza che ogni giorno vive nell’orizzonte della libertà, cioè della coscienza di chi è l’uomo e per quale ragione sta al mondo.

Monastero

Monastero

Tra gli ospiti, incontro Layla, insegnante e poetessa di Aleppo che tra queste mura silenziose cerca di curare la ferita profonda della devastazione della sua città. Mi racconta dei palazzi sventrati, tra le cui macerie, con le mani, lei e i suoi famigliari cercavano i corpi dei vicini. Layla parla italiano e mi aiuta a comunicare con i cristiani del luogo e a superare la barriera insormontabile della lingua araba; con lei vado a visitare e portare un messaggio di amicizia ai bambini della scuola statale del villaggio, a cui dono del cioccolato che ho portato con me.

Il giorno successivo, l’autista del taxi che mi conduce nella Valle dei Cristiani e papà di due alunni della scuola mi racconta che i suoi due bimbi sono tornati trionfanti tenendo come una reliquia la barretta di cioccolato che non vogliono che nessuno mangi perché “l’hanno portato dall’Italia proprio per me!”… La scuola è povera ma dignitosa e organizzata con ordine; il maestro George mi dice con uno sguardo luminoso: “noi cerchiamo di rendere la vita più bella con tutti gli strumenti che abbiamo”.

‘Rendere la vita più bella’ è veramente la sfida di oggi: scopro con sconcerto che proprio tutti se ne vogliono andare. Il ritornello comune è: “non c’è più niente per me, non c’è possibilità per il mio futuro”. Nell’incontro con una famiglia cristiana di Bayda emerge tutto il dramma degli sfollati da Aleppo: la mamma rimasta vedova si reca tre volte alla settimana a lavorare a Latakia, la figlia Miriam di 16 anni frequenta con impegno il liceo artistico, il piccolo Daoud va alla scuola elementare, deve restare lunghe ore in casa da solo ma si comporta con piena responsabilità; poche frasi dicono la durezza della condizione di sfollati: “eravamo benestanti ora siamo quasi dei miserabili … Non siamo né vivi né morti…”. E Miriam si domanda: “per cosa restare qui? Restiamo per morire?”.

La difficoltà principale a cui tutti devono far fronte è l’aumento spropositato del costo della vita: gli alimenti, le medicine, qualsiasi servizio costa 10 volte più di quanto era prima della guerra. Tutti vogliono andare in Germania, convinti che come rifugiati avranno il servizio sanitario, la previdenza, la sovvenzione da parte dello Stato e la certezza di ottenere prima o poi un lavoro dignitoso.

Anche la prospettiva di finire in fondo al mare non è così terribile dopo aver vissuto i bombardamenti giorno e notte ad Aleppo o a Homs: “se muoio in mare sarà lo stesso che morire sotto le bombe” … “viviamo nella paura: adesso arrivano! Ed ogni uomo armato che viene nella nostra direzione ci fa sussultare”.

Le sanzioni internazionali strangolano ogni impresa locale e favoriscono il proliferare delle mafie e dei profittatori di tutti generi, sulla pelle degli sfollati e della gente comune.
Anche il vescovo di Tartous mons. Antoine Shbeir mi conferma che, pur essendo la cittadina di mare al riparo da bombardamenti, i giovani e le famiglie se ne vanno perché non reggono il costo della vita: lo stipendio mensile ormai basta solo a malapena a pagare l’affitto. Ma, aggiunge: “ora con l’intervento dei russi hanno ripreso un po’ di speranza e alcuni che erano decisi ad andarsene stanno ripensandoci”.
Il lavoro della ricostruzione umana sarà enorme, si è davvero rotta la convivenza e si è instaurata la sfiducia e il sospetto, Quello che prima della guerra era normale – stare fianco a fianco sunniti, alawiti, cristiani- ora è diventato tremendamente difficile: la ferita di tanta violenza, dei tradimenti, delazioni, di inimmaginabili vendette, lascia un rancore e una diffidenza che ai più pare impossibile sanare.
Tra i bambini della scuoletta di Azeir, ci sono gli orfani di due panettieri locali che si erano trasferiti a Homs per fare funzionare il forno ogni giorno e sono stati uccisi dai ‘musallaheen’, cioè i ribelli, solo perché ogni giorno lavoravano e quindi erano considerati sostenitori del governo. E gli abitanti delle cittadine cristiane situate sotto il Castello (il Crack des Chevaliers) ricordano con raccapriccio i massacri efferati che tra quelle mura sono stati compiuti dalle bande e il tormento dei proiettili che piovevano su di loro notte e dì.

I cristiani che prima erano l’elemento di moderazione nella società ora sono considerati, dai seguaci del Califfato, dei kuffar: infedeli; un ‘Califfato’ il cui sogno alberga nei pensieri di molti più sunniti di quanto si pensi … Come del resto ‘infedeli’ sono considerati anche i sunniti ‘laici’ come il Mufti Hassoun o il ministro al Moallem..

I cristiani mi parlano con sdegno della devastazione e sfacelo operato da quelli che noi ora chiamiamo ‘ribelli moderati’ nelle chiese di Rableh e di Qaryatayn, da cui tutte le antiche bellissime sacre immagini sono state rubate prima della distruzione..
Lo slogan scandito nei primi giorni della ‘rivoluzione’ “alawiti nella tomba, cristiani a Beirut” si è rivelato realtà, e ormai non vi sono più remore nel ribadirne l’intento.

Su ogni casa campeggia almeno un poster con la foto del ‘martire’: non c’è famiglia in cui manchi un figlio, o fratello, o marito, morto tra le fila dell’esercito siriano. All’entrata di Tartous sussulto passando sotto interi muri tappezzati da questi volti, soprattutto di ragazzi, che rappresentano il tributo del popolo a questa guerra che non ha voluto, e di cui ‘non ne può più’.

Eppure piccoli segni di speranza col passare dei giorni si presentano (e concordiamo di promuovere in Italia il modo per supportarli) : gente che ancora osa credere nella possibilità di guardare l’altro con rispetto, di rinnovare in sé la speranza e la decisione della convivenza sperimentata in passato e da affermare ancora nel futuro:

– l’insegnante cristiana di musica che ogni mattina va a a fare lezione nel vicino villaggio sciita e anche nel villaggio sunnita

– i cristiani di Homs che tornano nel quartiere al Hamidiyah e il pellegrinaggio di musulmani e cristiani al convento gesuita in cui riposa padre Frans Van der Lugt

– le suore che gestiscono egregiamente la scuola ‘al Amal’ ( La Speranza) di Marmarita aperte agli sfollati provenienti da ogni parte di Siria

– i cooperanti salesiani sfollati da Aleppo che vogliono rimettere in piedi piccole attività lavorative: l’inizio di possibili attività di promozione della donna, laboratori di cucito, stamperie …

– la professoressa sfollata che non vuole vedere i suoi figli emigrare e vorrebbe allestire un salone vicino alla Parrocchia come biblioteca e centro di incontro giovanile

Percorriamo l’incantevole valle di Myssiaf (come sarà bella la Siria senza guerra!), ad uno degli innumerevoli posti di controllo il militare restituisce alle suore e a me i documenti con questo saluto: “La Siria è illuminata dalla vostra presenza”.

Aiutateci a restare. Questo grande compito , ridestare la speranza dei cristiani per trovare le ragioni per restare e radicare la speranza in un fondo umano più vero, è l’impegno che si assumono le Monache: perchè tutto ricomincia da una testimonianza che rimette in moto il riconoscimento della ragione per cui val la pena rimanere e sperare che ci sia un futuro. O come dice suor Marta: “Adesso basta piangerci addosso, muoviamoci! Anche qui , dove non c’è certamente l’ottimo delle condizioni, puoi dare un senso alla tua vita, sostenendo gli altri, operando per la dignità della vita e per la bellezza, che è dono gratuito!”.

Fiorenza

la 2^ parte del viaggio qui : Viaggio in Siria (2): Homs, ya Rabb!

la 3^ parte del viaggio qui:  ‘aiutateci a rimanere nella nostra terra‘.

Siria – “Vogliamo vivere”

“Vogliamo vivere” è il messaggio che scaturisce dai giovani studenti siriani uniti ai loro coetanei giunti da tutto il mondo per partecipare al convegno “One step for Siria” svoltosi a Damasco tra il 20 e il 24 settembre scorsi. Cronaca di un viaggio nella Siria in guerra.

di Massimo Granata

Percorriamo il tratto siriano dell’autostrada Beirut Damasco quando la notte è già calata. Il transito notturno è sconsigliato ma le difficoltà burocratiche in uscita da parte della polizia di frontiera libanese sono state molteplici e ci hanno trattenuto due ore buone. Le auto della polizia che scortano il nostro autobus ci permettono di baipassare i numerosi posti di blocco ma da quello che possiamo vedere   sfilando accanto ai veicoli incolonnati in attesa del controllo l’atmosfera è rilassata segnale che i giorni in cui questa area era pericolosissima sono passati e di questo, sapremo dopo, possiamo ringraziare Hezbollah che mantiene il controllo delle colline circostanti.

L’arrivo a Damasco ci coglie un pò di sorpresa, specialmente noi che ricordiamo la Beirut del 1990 rischiarata solo dal baluginare delle luci nelle case dotate di generatore. La città è illuminata, il traffico è notevole, la gente è per le strade.  Sembra un normale sabato sera di una delle nostre metropoli.

A ricordarci che c’è la guerra un isolato colpo di cannone  scuote l’aria mentre ci avviamo all’ingresso dell’Hotel, il sontuoso Dama Rose, a due passi dal Ministero dell’Interno, che ci ospiterà per la durata del soggiorno.   Veniamo accolti da un comitato di gioventù sorridente è festante, sembra un happening universitario in un qualsiasi ateneo occidentale, scopriremo poi che quei sorrisi che nascondono situazioni tristi quando non tragiche,  sono lo specchio della voglia di continuare a vivere una esistenza serena quale era prima che una guerra, imposta ai siriani da volontà straniere ed ostili, la tramutasse nell’odierno calvario.

12063328_1210663972284387_7941021632980961143_nLa mattina successiva è domenica, gli amici francesi che sono arrivati di buon ora ci raccontano di aver assistito in diretta all’attacco missilistico, fortunatamente senza vittime e danni eccessivi, subito dall’ambasciata russa. Una colonna di fumo enorme, spiegano, si levava da un area della città mentre il loro autobus percorreva il corso centrale di Damasco.

Il programma ci porta a visitare prima i feriti vittime dell’aggressione terroristica curati nel principale ospedale  di Damasco gestito e finanziato dal partito Baas, poi ad incontrare i parenti dei militari caduti nella difesa delle proprie case. Incontriamo una madre che ha perso due dei tre figli nei combattimenti in un villaggio alle porte della capitale e vive ora con la moglie e la figlia piccola di uno dei caduti in una casa messa a disposizione dal governo siriano per le famiglie dei martiri . Il terzo figlio che ha appena raggiunto l’età per la coscrizione si prepara a partire per difendere il suo villaggio che nel frattempo è stato liberato. Ci fanno notare che l’opera di ricostruzione è già iniziata e presto potranno ritornare alla loro casa. Minimizzano la cosa, perché in Siria l’appartenenza religiosa non viene ritenuta una discriminante sul piano sociale, ma sono sunniti.

L’ultima tappa della mattinata ci conduce in  un centro dove vengono alloggiati gli sfollati. Le famiglie ci accolgono raccontandoci le loro storie di ordinaria follia dovute all’incontro con le milizie salafite a volte indirizzate dai loro vicini. La casa è un tripudio di bambini in proporzione di almeno 5 per ogni adulto. Facciamo facili considerazioni sui presunti profughi che si affacciano alle nostre frontiere in proporzione di 100 adulti per ogni bambino.

Il resto della giornata trascorre nel familiarizzare con i nostri ospiti, cosa che ovviamente si rivela facilissima fra coetanei e un po meno per due vecchi arnesi come me e Vittorio Gigliotti, che mi accompagna in questa trasferta. Felicemente incontriamo Sebastiano e Marina Rabab, una coppia, lei Greca di nazionalità Siriana lui Siciliano venuti a Damasco per Sposarsi in rito greco ortodosso e cooptati al convegno da Yara Your Mou che con Nino Zappalà ha organizzato la nostra partecipazione al convegno. Loro saranno i nostri anfitrioni durante tutta la nostra permanenza.

La serata di apertura del convegno si tiene in una antica suggestiva sala nel cuore dell’immenso bazar di Damasco che abbiamo raggiunto percorrendo a piedi, tra la folla che assiepava le miriade di piccoli negozi,  la via che la narrazione popolare descrive come quella percorsa da San Paolo allorchè avvenne l’incontro col Cristo e la sua miracolosa conversione. Artisti, religiosi, uomini di cultura e politici danno il tono della serata incentrato su due motivi principali: la normalità della vita prima dell’aggressione e la sua tragicità attuale; la solidarietà e l’integrazione delle comunità siriane pur nella loro molteplicità e differenza.

10005882_1210666538950797_645440909077757525_oMaalula ci accoglie con le sue devastazioni, le ferite dell’occupazione salafita e della battaglia per la riconquista di questa città simbolo per i cristiani d’oriente, non sono rimarginate e non lo saranno a breve vista la loro gravità.  Maalula è uno dei pochissimi luoghi al mondo dove si parli ancora l’Aramaico antico, dove il Padre Nostro risuona con le stesse parole usate da Nostro Signore. I cristiani di Siria, di ogni confessione la venerano come luogo santo e i musulmani ne sono orgogliosi.

La città è devastata. Le case crollate, crivellate o bruciate si affacciano senza soluzione di continuità sulla strada che conduce al convento di Santa Tecla. Questo ha il portone divelto e la chiesa bruciata. Anche le icone dell’eremo della santa hanno subito la furia iconoclasta dei “ribelli”. Certamente anche la battaglia per la sua liberazione ha contribuito alle distruzioni.

Per quanto  le forze congiunte dell’Esercito Arabo Siriano, di Hezbollah e di una milizia cristiana locale abbiano rinunciato all’uso di armi pesanti e abbiano combattuto casa per casa per la riconquista la città ha subito pesantemente gli effetti della battaglia . Eppure gli abitanti sono tornati, un bar sulla piazza  funziona, alcuni negozi sono aperti, bucherellati ma aperti, e si sente la volontà di ricostruire sotto lo sguardo protettivo della statua della Madonna che protegge il paese dall’alto, che era stata distrutta dagli occupanti e che è stata prontamente riposizionata dai liberatori.

A pochi chilometri da Maalula arriviamo a Sednaya, altro luogo santo per la Cristianità Siriana, importantissima per tutto l’oriente per i suoi numerosi monumenti, 40 tra chiese e conventi tra cui, arrampicato sulla collina, quello di Nostra Signora di Sednaya, costruito dall’imperatore Giustiniano I a seguito di un evento miracoloso e che conserverebbe una delle quattro icone originali dipinte da San Luca.   Sednaya è meta di pellegrinaggi  e anche i musulmani vi si recano per rendere omaggio alla Madre di Gesù.

Anche Sednaya nel’autunno del 2013 è stata attaccata dalle formazioni salafite che per fortuna sono state fermate dalla milizia locale composta sia da cristiani che da musulmani. Conclusa la vista allo splendido convento di Nostra Signora. Ci viene offerto un pranzo Allo Sednaya Sheraton Maaret bellissimo hotel che testimonia la vocazione turistica della regione quando i tempi erano normali.

A sera siamo di ritorno a Damasco. Io e Vittorio Gigliotti ci concediamo una incursione non scortata e controllata nella città. Ci infiliamo in una delle tante diramazioni dell’immenso bazar 12049437_887488744675431_8287136876792417772_nche occupa il centro. La vita appare quella di una città lontana dalla guerra che in realtà in linea d’aria è a meno di otto chilometri. Facciamo acquisti contrattando come si usa poi rientriamo. Da poco il cannone ha ricominciato a far sentire la sua voce in lontananza.

E’ la serata d’addio i ragazzi siriani e dal mondo festeggiano e noi Italiani, con i Russi i Francesi e qualche Siriano cristiano brindiamo finalmente con qualcosa di alcolico. La festa continuerà sino a tarda notte coinvolgendo anche la compassata delegazione nord koreana e gli uomini di quella iraniana, che non bevono ma si uniscono alle danze.

Alle prime luci dell’alba il rumore del passaggio dei caccia a reazione si unisce al rimbombo dell’artiglieria che è andato avanti a fasi alterne per tutta la notte. Gli aerei si sentono vicinissimi ma non si vedono, neppure dalla terrazza del nono piano dell’hotel, perché passano bassi dietro le colline. E’ il momento di partire. Alla frontiera Siriana salutiamo gli angeli custodi della polizia che hanno vegliato per 6 giorni sulla nostra sicurezza. L’aeroporto di Beirut ci attende.

Alcune considerazioni finali su questo viaggio importantissimo per averci dato modo di conoscere senza mediazioni la realtà siriana attuale.

Il popolo siriano composto per la grande maggioranza da giovani vuole vivere, e vuole vivere come si viveva prima che l’aggressione salafita tentasse di sovvertire ordine sociale che, se non era perfetto come non può essere qualsivoglia ordine sociale, pure rendeva gradevole il normale scorrere dell’esistenza.

La società siriana per quanto ho potuto vedere è un vero melting pot, un luogo dove comunità religiose ed etniche differenti convivono integrate ognuna rispettosa delle altre e dove, almeno tra i giovani, l’appartenenza ad una o all’altra delle comunità anche rispettandone i costumi, non pone problemi di integrazione o di rapporti.

Dal punto di vista politico il sostegno all’attuale governo è unanime. Ho avuto occasione di parlare con personaggi di partiti diversi dal Baas, tecnicamente oppositori, con idee differenti su come debbano evolvere la società e lo stato Siriano ma che rimandano la discussione su questi temi a quando la pace sarà ritornata e l’aggressione esterna terminata.  Rispettosi comunque della volontà popolare.

Dal punto di vista militare, premesso che giustamente i responsabili della nostra sicurezza hanno optato per farci correre i minori rischi possibili e quindi la guerra non ce l’hanno fatta vedere neppure da lontano se non nei suoi effetti passati come a Maalula, l’impressione è che, almeno a Damasco  l’attenzione si sia un po rilassata. La città obbiettivamente non è più minacciata di invasione. L’intervento Russo poi pone la vittoria ad un orizzonte  visibile.

Questo fa si che i controlli all’interno siano diventati più quelli di un paese a regime di polizia che quelli di un paese in guerra. Ciò espone al rischio di una nuova stagione di attentati, insignificanti dal punto di vista militare ma devastanti per i numero di vittime civili. L’attentato al nostro albergo ne è un sintomo preoccupante. Un RPG ha una gittata di non più di mille metri il che vuol dire che chi ha sparato sul Dama Rose è penetrato nella cerchia più interna del perimetro difensivo della Capitale, e questo,se i controlli fossero adeguati non dovrebbe essere possibile.

Per gli Armeni di Kessab

In Siria ancora un attacco ad un luogo simbolo della Cristianità orientale. L’appello all’ONU della Kessab Educational Association

chiesa Kessab

Nel 1915 si è consumato uno dei più efferati genocidi dello scorso secolo. In un impero ottomano ormai agonizzante e percorso da ventate di nazionalismo, di cui era interprete l’organizzazione conosciuta come “giovani turchi”, si scatenò la caccia agli esponenti della piccola, ma radicata minoranza armena. Gli Armeni sono cristiani, anzi furono una delle prime nazioni a diventare interamente cristiane, e per questo la loro vita non fu mai facile all’interno di un impero che innalzava la bandiera dell’Islam militante. Ma quello che avvenne nel 1915 superò per orrore ogni precedente persecuzione. Decine di migliaia di persone furono strappate dalle loro case e brutalmente massacrate sul posto o avviate, in lunghe colonne, verso le zone più inospitali dell’Anatolia dove vennero letteralmente lasciate morire di fame e di stenti. I villaggi armeni vennero distrutti e le chiese profanate e trasformate in moschee o locali pubblici. Molti Armeni fuggirono dalla Turchia per non essere vittime dei pogrom e trovarono rifugio e protezione nelle nazioni vicine tra cui Siria e Libano che, pur essendo formalmente parte dell’Impero Ottomano, non solo non si associarono ai massacri, ma anzi nascosero e protessero i fuggitivi. Fu così che in Siria e Libano nacquero grosse comunità armene e sopravvissero quelle più antiche che vi risiedevano già da molti secoli. Una di queste ultime vive (forse  meglio dire viveva fino al 21 marzo di quest’anno) nella piccola città di Kessab al confine tra Siria e Turchia ed a pochi chilometri dall’importante porto siriano di Latakia. Seimila persone, per oltre due terzi Armeni, che abitavano in sei piccole frazioni in una zona montuosa fino a pochi giorni fa risparmiata dalla guerra. IL 21 marzo però dal confine turco sono arrivate gli integralisti islamici dell’ISIL e del fronte Al Nusra che hanno prima bombardato e poi attaccato Kessab, costringendo l’intera popolazione a fuggire ed a cercare rifugio nella vicina Latakia. Fatto assolutamente nuovo, l’esercito turco, che presidia il confine a pochi chilometri da Kessab, non solo ha lasciato passare le bande armate, ma addirittura, secondo molti testimoni oculari, le ha appoggiate con l’artiglieria ed i blindati ed ha lanciato missili contro gli aerei siriani, uno dei quali è stato abbattuto. L’intenzione dei guerriglieri è sicuramente quella di minacciare Latakia per distogliere forze siriane dalla battaglia in corso nel Qalamoun. I Turchi invece sembrano cercare un casus belli per poter attaccare la Siria, come parrebbero confermare le intercettazioni dei discorsi tra esponenti del regime di Erdogan resi pubblici probabilmente da ambienti militari turchi ostili alla linea del premier. Non è sicuramente un caso per che, per dare il via a questa loro nuova linea, i Turchi abbiano scelto di attaccare un villaggio armeno, colpendo così oltre che la Siria, anche i loro tradizionali nemici. Probabilmente Erdogan contava sul fatto che la Russia -impegnata sul fronte ucraino- non si sarebbe esposta più di tanto in difesa dell’alleato siriano. Così ovviamente non è stato perchè immediatamente tre navi russe alla fonda nel porto di Tartous hanno fatto rotta verso quello di Latakia. Una presenza simbolica, ma sufficiente a far capire ad Ankara che la strada intrapresa avrebbe potuto portare a conseguenze pericolose. Vedremo gli sviluppi.

L’attacco a Kessab ha suscitato grande emozione tra gli armeni di tutto il mondo ed ha riaperto ferite sanguinose. Vi è stato un duro messaggio del Presidente Armeno Serzh Sargasyan e prese di posizione di esponenti della Chiese Armene (Cattolica e Apostolica). Vi è stato anche un appello all’ONU da parte di un’associazione armena degli Stati Uniti, ovviamente ignorato sia dal destinatario che dai mass media. 

Ne riportiamo, in segno di stima e solidarietà per il caro popolo armeno un ampio stralcio.

L‘Associazione Educativa Kessab chiede l’immediato intervento delle Nazioni Unite per proteggere la minoranza armena che vive nella sua antica patria a Kessab in Siria. In questo momento è in corso una battaglia nella Siria occidentale al confine della Turchia. L’antica città cristiano-armena di Kessab ed i villaggi che la circondano sono stati attaccati all’alba del 21 marzo da uomini armati che sono scesi dalle colline circostanti danneggiando edifici, distruggendo strade e colpendo le finestre. Gli Armeni di Kessab sono stati costretti a fuggire dai loro luoghi natali ed a cercare rifugio nella vicina città di Latakia. Testimoni ci hanno riferito che i Turchi hanno dato via libera al passaggio alle forze ribelli che stanno combattendo contro l’esercito siriano. Ci è stato anche riferito da testimoni che truppe turche si sono unite all’attacco contro l’esercito siriano.

Gli Armeni cristiani sono vissuti in pace nella regione di Kessab per oltre quattro secoli creando un eden agricolo nelle colline che dividono la Siria e laTurchia. Durante e dopo il genocidio degli Armeni ad opera dei Turchi nel 1915 la Siria ha accolto decine di migliaia di profughi armeni, dando loro la cittadinanza, senza che vi fosse, fino ad oggi il minimo incidente.

(…)

In spirito di pace e nel rispetto delle leggi internazionali e dei diritti umani (inclusi quelli delle minoranze religiose) noi rispettosamente chiediamo:

che le Nazioni Unite chiedano l’immediata cessazione dei bombardamenti della regione di Kessab e degli attacchi indiscriminati contro i civili da parte dei ribelli e delle truppe turche che agiscono in flagrante violazione del diritto internazionale e di ogni legge umanitaria;

che le Nazioni Unite assicurino la sicurezza fisica e la protezione legale degli Armeni di Kessab e di tutti gli Armeni e membri delle altre minoranze religiose in Siria sottoposte al fuoco incrociato di questa catastrofe umanitaria;

che le Nazioni Unite forniscano assistenza umanitaria alle persone fuggite da Kessab e dai villaggi circostanti. Persone che sono state costrette a lasciare la loro terra natale, i loro antichi villaggi e il loro lavoro a causa di questi bombardamenti e di questi attacchi armati;

che le Nazioni Unite assicurino il ritorno alle loro case agli Armeni di Kessab.”

Superfluo dire che l’appello non ha avuto risposta.

Maalula, i giornalisti e gli islamisti

Notizie contraddittorie sulla situazione di Maalula, mentre la liberazione di Quirico e del belga Piccinin infliggono un duro colpo all’immagine dei guerriglieri. La proposta russa.

Maalula è ancora controllata da bande armate islamiste e sappiamo ben poco di quello che sta avvenendo al suo interno. Purtroppo la notizia di una sua liberazione da parte dell’esercito regolare -che avevamo riportato nel precedente articolo- è poi risultata infondata. Inoltre intorno alla cittadina simbolo della Cristianità orientale si è scatenata una ridda di false informazioni che rendono quasi impossibile conoscere la situazione. Anche le testimonianze che giungono dal suo interno devono essere prese con molta circospezione perchè è possibile che vi siano persone – ed anche religiosi- che sono, di fatto ostaggio dei guerriglieri islamici e che quindi inviano messaggi sotto costrizione.

Le operazioni dell’esercito regolare sono rese difficili dalla impossibilità di utilizzare massicciamente le armi pesanti per non causare danni irreparabili agli edifici storici ed esporsi così (come probabilmente gli islamisti vorrebbero) alla pesante critica dei media internazionali. In queste condizioni liberare la cittadina non sarà facile anche considerando che presumibilmente l’esercito siriano riterrà oggi prioritario concentrare le sue forze nella preparazione della difesa da un eventuale attacco aereo e missilistico da parte di americani e francesi. Non resta che pregare e sperare continuando a ripetere, in ogni occasione possibile, una parola d’ordine: “Giù le mani da Maalula!”.

Sulla situazione siriana però vi sono due fatti nuovi che meritano di essere riportati. Dopo mesi di prigionia nelle mani dei ribelli è stato liberato Domenico Quirico e con lui un ostaggio belga Pierre Piccinin. Le dichiarazioni rilasciate dai due concordano nel definire durissime le condizioni della detenzione. Quirico ha apertamente dichiarato di essere stato tradito dalla “rivoluzione” che lui aveva appoggiato e sostenuto. “E’ diventata qualcosa di altro” ha dichiarato, intendendo dire che il movimento rivoluzionario avrebbe perso il suo carattere iniziale laico e democratico per divenire islamista. Mi spiace doverlo contraddire sul punto. Non esiste una rivoluzione siriana dei primi tempi ed una attuale. Esiste una rivoluzione siriana vista da lontano ed una vista da vicino. La rivolta siriana è sempre stata, fin dall’inizio, egemonizzata dagli islamisti e solo chi, a tutti i costi, voleva vedervi un movimento sinceramente democratico si è lasciato ingannare. Il che è successo ad un buon numero di osservatori occidentali ed a qualche militante anti-Assad che sperava di poter utilizzare gli islamisti per abbattere il regime per poi metterli da parte successivamente. Piccinin con le sue dichiarazione è andato anche oltre, affermando di aver sentito i suoi rapitori parlare dell’attacco con il gas nervino ed affermare che si trattava di un’operazione orchestrata dalla stessa opposizione. In altre parole avrebbe scagionato Assad. Quirico questa mattina in alcune interviste ha confermato le inumane condizioni della sua detenzione. Ha confermato anche la conversazione riferita da Piccinin sull’uso delle armi chimiche da parte dei ribelli. Solo ha dichiarato di non sapere quanto autorevoli e informati potessero essere le persone che parlavano, uno dei quali, comunque, si autodefiniva “generale” dei ribelli.

Il secondo fatto nuovo è rappresentato dalla proposta russa di mettere sotto controllo internazionale le armi chimiche di Damasco, proposta che la Siria ha già accettato. Ora nelle mani di Obama e Kerry vi è veramente una patata bollente. Come giustificare, di fronte ad una opinione pubblica interna ed internazionale sempre più ostile ad un attacco, la decisione di voler bombardare la Siria per impedire l’utilizzo di armi che il Governo di Damasco sarebbe comunque disposto a consegnare pacificamente? Fino ad oggi, nel contesto di questa gravissima crisi, la Russia si è mossa con intelligenza e determinazione e con questa proposta forse è riuscita a spegnere la miccia che era ormai arrivata vicinissima alle polveri. Tornano alla mente le parole della Santa Vergine ai pastorelli di Fatima: “La Russia si convertirà ed il Mondo avrà un periodo di pace…” ed è impossibile non rilevare come questo spiraglio di soluzione pacifica (il primo dopo un lungo periodo di crescente tensione) si manifesti il giorno immediatamente successivo alla giornata di preghiera promossa da Papa Francesco. Maria Regina della Pace, prega per noi…

Mario Villani

APPELLO CONTRO LA GUERRA IN SIRIA

Sottoscrivi l’appello di Tempi, Ora pro Siria, Samizdat on line e
Cultura Cattolica contro l’intervento militare in Siria.
Il testo con le firme sarà inviato ai parlamentari italiani
e al ministro degli Esteri Emma Bonino

clicca sull’immagine per firmare online l’appello

tempi2

Clicca per andare a Tempi.it

 

 

Una voce dalla Siria

Video dell’incontro realizzato a Guardistallo (PI)  con Mario Villani il 16 marzo 2013 – ore 18,30

 

Maalula, dove si parla ancora la lingua di Gesù

Questo piccolo villaggio siriano di appena seimila abitanti è un patrimonio per tutta la Cristianità

Vista del villaggio di Maalula

I primi di marzo le notizie di agenzia hanno riferito di un attacco di bande armate contro un posto di blocco militare all’ingresso del villaggio di Maalula. Fortunatamente gli aggressori sono  stati respinti e né le case né il villaggio hanno riportato danni. Una vera fortuna perchè se Maalula avesse subito la sorte che è stata riservata ad altri villaggi cristiani posti sulle montagne a cavallo tra Siria e Libano sarebbe stata una sciagura per l’intera Umanità, in quanto non sarebbe stato distrutto solo un paese, ma una testimonianza storica e religiosa di straordinaria importanza.

Le case di Maalula sono arroccate su una montagna chiamata Al Qalamoun ad un’altezza di circa 1500 metri a pochi chilometri dal confine libanese e sono abitate da una popolazione interamente e fieramente cristiana. Le abitazioni del villaggio hanno delicati colori pastello, ma alcune sono dipinte in azzurro, è il segno che chi vi abita è stato in pellegrinaggio a Gerusalemme.

Cappella di Mar Sarkis (San Sergio)

Cappella di Mar Sarkis (San Sergio)

Nel villaggio sorgono due antichissimi conventi fortificati (segno di quali prove debbano aver subito in passato gli abitanti di Maalula per poter difendere la propria Fede): il primo è il convento di Santa Tecla dove alcune suore greco-ortodosse si occupano dell’assistenza agli orfani e dove custodiscono una grotta reliquiario della santa, il secondo è quello di San Sergio, retto invece da monaci greco-cattolici (i Basiliani del Santissimo Salvatore) ed è un vero e proprio nido d’aquila posto sulla cima di un monte dove anticamente sorgeva un tempio pagano. I due conventi sono collegati tra di loro da una lunga e spettacolare fenditura nella roccia, chiamata Faij Takla, che la tradizione racconta sia stata aperta dal Signore per permettere la fuga dai suoi persecutori a Santa Tecla.

Chiesa del Monastero Mar Takla (Santa Tecla)

Entrambi i conventi sono ricchissimi di icone antiche ed il Convento di san Sergio ha l’Altare principale con una strana forma semicircolare. La spiegazione sta nel fatto che i Cristiani che lo costruirono cercarono di utilizzare alcune strutture dell’antico tempio pagano ( i portali in legno, per esempio, hanno oltre duemila anni) e di conservare l’antica forma anche dell’altare solo eliminando il foro che serviva a far defluire il sangue degli animali sacrificati e levandone le immagini dai bordi.

Tutto intorno ai due conventi le apre rocce della montagna sono traforate da centinaia di grotte di ogni dimensione che per secoli sono servite da abitazione e rifugio ai monaci ed agli abitanti.

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre di ogni anno le cime che attorniano Maalula sembrano prendere fuoco. E’ l’effetto prodotto da centinaia di falò accesi per celebrare la festa dell’Esaltazione della Croce, considerata la festa del paese. Si tratta di una tradizione antichissima, la cui origine merita di essere ricordata: quando Sant’Elena (la madre dell’Imperatore Costantino) trovò a Gerusalemme una reliquia della Croce di Gesù fece pervenire la notizia a Costantinopoli attraverso una ininterrotta catena di fuochi accesi sulle cime dei monti, dalla Palestina fino al Bosforo. La catena passava anche dai monti del Qalamoun, posti ai piedi dell’Antilibano, e questo ha spinto, nel corso dei secoli, gli abitanti di Maalula a mantenere viva la tradizione ed il ricordo di quel fatto straordinario incoronando di luci i monti che la circondano in occasione della festa dell’Esaltazione della Croce.

Questo ammirevole attaccamento alle tradizioni è peraltro comune a molte altre comunità cristiane della regione mediorentale. Quello che fa di Maalula ( e dei vicini villaggi di Jabadin e Bakhah) un “unicum” è la lingua parlata dalla maggior parte dei suoi abitanti.  Maalula infatti è l’unico posto al mondo dove, ancora oggi, è usato l’aramaico occidentale, vale a dire la stessa lingua parlata da Gesù. Nelle Chiese di Maalula quindi si può vivere l’emozionante esperienza di ascoltare il Padre Nostro recitato con le stesse parole con cui Nostro Signore lo ha insegnato agli Apostoli.

Dobbiamo pregare e sperare perchè la guerra che oggi sta sconvolgendo la Siria non tocchi Maalula. La fierezza dei suoi abitanti è leggendaria e possiamo essere certi che preferirebbero farsi uccidere piuttosto che lasciare le loro case e soprattutto le loro Chiese nelle mani di chi,  spinto da ideologie fanatiche ed estremiste, sta dimostrando di non aver alcuno scrupolo a distruggere le stesse radici storiche e religiose della Siria. I Cristiani di tutto il mondo dovrebbero, una volta tanto, far sentire la loro voce in modo chiaro e deciso pronunciando una parola d’ordine: “Maalula non si tocca!”

Mario Villani
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