Tradizioni

Roma, settimana di festeggiamenti libanesi per San Marun

In occasione del trasferimento delle reliquie di San Marun a Roma, la comunità libanese maronita organizza una settimana di festeggiamenti all’insegna della cultura, della gastronomia e della spiritualità libanese antiochena maronita.
Il programma prevede uno straordinario concerto corale e strumentale nella giornata di giovedì 11 febbraio 2016, dalle ore 21, presso la Basilica di Santa Maria sopra Minerva (piazza della Minerva 42). Protagonista il coro Santa Rafqa diretto da Marana Saad e composto da 55 elementi provenienti dal Libano, una delle più prestigiose formazioni musicali del mondo arabo. L’ingresso è gratuito.
L’esibizione si dividerà in due parti: nella prima parte sarà eseguita musica sacra maronita con canti nelle lingue siriaco e arabo; nella seconda parte saranno protagoniste le musiche orientali e di diverse tradizioni del mondo arabo. Durante il concerto sarà distribuito il programma dettagliato, con la descrizione completa dei brani in esecuzione.
Il concerto sarà preceduto da una festa liturgica che avrà luogo martedì 9 febbraio 2016, dalle ore 19, presso la Chiesa Nazionale del Libano in via Aurora 6 (zona via Veneto) e presso il Pontificio Collegio Maronita di via Porta Pinciana 18, limitrofo alla Chiesa. In onore di San Marun, patrono della Chiesa Maronita, sarà celebrata una solenne liturgia presieduta da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Francois Eid, procuratore patriarcale a Roma. Seguirà un momento conviviale.
Per sabato 13 febbraio 2016, dalle ore 20 è prevista una cena di beneficenza presso il Grand Hotel Parco dei Principi in via Frescobaldi 5 (Villa Borghese), con piatti della cucina tradizionale libanese. Non è possibile acquistare i biglietti il giorno stesso all’ingresso dell’hotel, ma è necessario ritirarli entro il 10 febbraio 2016 presso la Parrocchia. Per ogni ulteriore dettaglio telefonare al numero sottostante.
Gli eventi sono promossi dalla Parrocchia Maronita di Roma unitamente al suo cappellano corepiscopo Tony Gebran. La Basilica di Santa Maria sopra Minerva è di proprietà del Fondo edifici di culto (Fec) e data in concessione ai frati domenicani.

Per informazioni e prenotazioni: tel. 06.42039060 (Patriarcato Antiocheno Maronita), e-mail [email protected]

ConcertoLibanesi

UN GIGLIO TRA LE SPINE

BREVE STORIA DELLA CHIESA E DELLA COMUNITA’ MARONITA

I PARTE – Dalle origini alle crociate

AleppoMaroniteCathedral

Aleppo – Cattedrale Maronita

L’elevazione alla porpora cardinalizia di Msg. Bechara Boutrus Rai Patriarca di Antiochia dei Maroniti e la drammatica situazione in cui versano le popolazioni cristiane del vicino oriente e del magreb a seguito delle cosiddette “primavere arabe” ci danno una occasione per colmare questa lacuna con questo breve saggio il cui scopo è individuare ed illustrare alcuni punti cardine della storia della Chiesa e della comunità Maronita.

Un primo punto fermo nella storia del Maronitismo si concretizza nella figura di un eremita, san Marone, vissuto, tra la fine del 4° secolo e l’inizio del 5°, nella regione dio Apamea , oggi in Siria, dove divenne famoso per la vita esemplare e i miracoli compiuti. E’ san Giovanni Crisostomo a darne notizia, per primo, in una lettera con la quale si rammarica di non poter tenere legami più stretti con l’amico, prete e monaco. Successivamente è Teodoreto, nella sua “Storia dei monaci” che ci descrive le figure colme di santità del monaco Marone e dei suoi discepoli. E’ ormai accertato come  il popolo Maronita sia una diretta discendenza dei fedeli della comunità di monaci che si raccolse intorno al luogo di sepoltura del santo. Le prime notizie certe sui Maroniti come comunità umana ed ecclesiale ci vengono da uomini di cultura arabi musulmani del 9° secolo, che ne collocano l’insediamento nella valle dell’Oronte a partire dal 6° secolo. Certo è che il grande monastero siriaco di san Marone rimase sede patriarcale sino alla sua distruzione, nel 10° secolo, ad opera dei musulmani. Da allora e sino alla metà del 18° secolo, il Patriarca risiederà nell’imprendibile monastero di Quannubin , nella valle di Quadisha, la “Valle Santa”, che si insinua, seguendo il corso del fiume omonimo, nel cuore della montagna dei cedri, “Cuore” geografico e spirituale del Libano, o nelle sedi alternative dei monasteri di Kfarhai e Yanuh.

Indipendentemente dal problema di una successione diretta, è quindi intorno alla figura di san Marone e dei monaci che se ne fecero modello, che si coagularono le energie necessarie alla conservazione ed alla crescita della comunità nel corso della sua travagliata esistenza.

Un secondo punto fermo nella storia della comunità Maronita va individuato nell’ortodossia e nella difesa della fede contro le teorie eterodosse diffuse nell’area mediorientale in ambiente cristiano e contro la marea musulmana dilagante a partire dal 7° secolo. Non contrasta con questa posizione la questione del presunto monotelismo professato dai Maroniti almeno, secondo fonti occidentali, sino al ricongiungimento con i Latini al tempo della prima crociata. Gli storici ufficiali maroniti negano da sempre questa deviazione dall’ortodossia, che tuttavia ci viene riportata dagli stessi storici musulmani che ci danno stato dell’esistenza di una comunità Maronita. Una possibile spiegazione di questa contraddittorietà può essere trovata nella collocazione temporale che gli storici arabi danno alle loro notizie, cioè  la fine del 6° secolo. In quel periodo infatti il monotelismo era una posizione teologica che pur eterodossa non era stata ancora condannata (4) e inoltre professata, per non breve periodo,  come credo ufficiale alla corte di Bisanzio. Nulla vieta di credere quindi che anche i Maroniti abbiano abbracciato questa ipotesi dottrinale senza per altro mettere mai in discussione la comunione con Roma che comunque risulta pienamente ristabilita, al tempo delle crociate.

Questione del monotelismo a parte, la difesa delle definizioni conciliari da parte dei Maroniti fu sempre strenua. Questo, in una regione percorsa da scontri dottrinali, che non di rado coinvolgevano la stessa autorità imperiale,  ebbe come conseguenza una serie di persecuzioni, culminate con il massacro avvenuto, ad opera di cristiani, nel 6° secolo, di centinaia di monaci, tragico preludio  alle sofferenze che la Chiesa Maronita avrebbe dovuto affrontare nei secoli a venire .

Un terzo punto fermo nella storia della comunità Maronita si concreta nella stretta identità tra chiesa e popolo, identità basata su una compenetrazione tra vita civile e religiosa che neppure gli elementi di “modernità” penetrati nel corpo sociale nel secolo scorso e i tristi avvenimenti degli ultimi 40 anni sono riusciti a mettere completamente in crisi.

Questa unità, per cui il “Muquadam”, il capo del villaggio, è di volta in volta il difensore del monastero attorno a cui l’abitato civile si sviluppa e il portavoce dei monaci che ne orientano la vita, nasce nei luoghi di stanziamento originari, si cementa negli anni dell’esodo verso i monti del Libano ed infine si corazza nei secoli di resistenza all’universo ostile circostante nelle isole di libertà conservate a caro prezzo nelle valli che portano alle vette dei cedri.

Tale unità si fonda anche sulla convinzione di una relativa differenza etnica, oltre che religiosa, rispetto ai popoli circostanti. Questa convinzione è alimentata da numerose ipotesi storiche, prima tra tutte quella che vuole i Maroniti essere discendenti dal popolo Madraita. Gli storici maroniti, dal XV al XVIII secolo, influenzati in questo anche da mode culturali diffuse all’epoca in Europa, insistettero decisamente su questa ipotesi. I Madraiti sarebbero stati un popolo guerriero, di origine anatolica o caucasica, trasferito nella valle dell’Oronte dagli imperatori bizantini perché contribuisse alla difesa dell’impero a fronte della avanzata islamica. Questo popolo si sarebbe poi fuso con le comunità sorte intorno ai monasteri ispirati dalla figura di San Marone.

Non esistono però prove di questi fatti e, in tempi più recenti, l’esistenza stessa dei Madraiti è stata messa in dubbio dagli storici. Non si può quindi escludere che l’origine etnica dei maroniti sia data da una fusione di arabi e siriaci e che la loro specificità sia frutto dell’imprintig culturale impresso dalla chiesa cattolica nello specifico rito di San Marone. Resta tuttavia evidente la necessità avvertita profondamente da questa comunità cristiana, circondata da una marea islamica, di trovare una giustificazione alla propria diversità che non sia esclusivamente religiosa. Necessità che riappare in tempi recenti con la ricerca e l’affermazione di una possibile ma alquanto improbabile discendenza dai fenici.

L’ingresso dei Maroniti nella storia dell’Europa avvenne con l’arrivo in Terrasanta della I crociata, al successo della quale gli indomiti guerrieri della montagna libanese contribuirono senza dubbio, dopo aver per anni negato ai potentati musulmani  l’esercizio di un effettivo dominio sulle loro valli.

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Libano – Biblo (Byblos, oggi Jbeil). Chiesa di San Giovanni Battista, facciata e battistero, XII secolo.

L’incontro avvenne, con tutta probabilità, nella primavera del 1098,  quando i crociati occuparono la regione costiera, avanzando da Tripoli a Byblos. In quell’occasione, come narrano gli storici libanesi, avvenne un primo reciproco scambio di messaggi tra la Chiesa di Roma e quella maronita. Si trattò di uno scambio di auguri e di una testimonianza di stima tra il Patriarca Josef di Girgis e il Pontefice. I contatti tra la Chiesa latina e quella maronita continuarono intensi durante tutto il periodo in cui sopravvissero i regni crociati in Terrasanta, e trovarono il loro momento più felice nel 1203, quando Papa Innocenzo III inviò il Cardinale Pietro di Amalfi quale legato pontificio presso la comunità maronita. In seguito il Patriarca Jeremia venne invitato ufficialmente a partecipare personalmente al Concilio Laterano del 1215.

Dalle crociate alla dissoluzione dell’impero ottomano

L’unione con Roma non avvenne senza contrasti all’interno della comunità maronita, contrasti che saranno superati solo con la fine degli stati crociati e la rioccupazione della regione da parte dei musulmani sotto la guida dei Mamelucchi. Tale occupazione, se da un lato contribuì a rafforzare la fedeltà al Soglio Pontifici, dall’altro pose, dal punto di vista meramente pratico,  fine alla possibilità di contatti regolari. La comunità maronita rimaneva infatti arroccata sui suoi monti alternando alla resistenza armata l’accomodamento, testimoniato dal saltuario versamento di tributi. L’occidente latino invece, abbandonato l’approccio politico\militare con l’oriente, tentava di rientrarvi attraverso l’opera dei suoi mercanti.

Alla situazione di incomunicabilità materiale tra il centro della cristianità e le chiese d’oriente posero, in qualche modo, rimedio i Veneziani che, approfittando dei buoni rapporti commerciali mantenuti coi nuovi signori della regione, irradiarono, partendo dai loro fondachi di Tripoli di Siria, mercanti e spie lungo la costa e sulla montagna, mantenendo cosi aperti i rapporti tra l’Europa e le comunità cristiane isolate all’interno. Grazie ai legami commerciali sviluppati, la Repubblica Veneta ottenne la possibilità per i missionari francescani di visitare liberamente la Terrasanta stabilendovi dei conventi. Fu così che questi ultimi poterono stabilire una missione a Gerusalemme, nel 1291, e una dipendenza a Beirut negli anni immediatamente successivi. La presenza dei Francescani permise il riannodarsi di legami concreti tra  Roma e il Patriarcato maronita, dimenticato da una chiesa travagliata in Occidente da problemi gravissimi. Parzialmente risolti questi problemi al Concilio di Costanza, il Santo padre potè nuovamente prendere in considerazione il cristianesimo orientale, nella speranza di una riconciliazione con il mondo bizantino. La resistenza opposta dal Patriarcato di Bisanzio prima, la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi poi, fecero si che queste speranze no si realizzassero. Fu in tali frangenti che i Francescani di Beirut fecero pervenire al Papa un messaggio in cui il Patriarca maronita del tempo ricordava al successore di Pietro la fedeltà del popolo maronita alla Chiesa, pur nelle tribolazioni causate dalla dominazione turca. E’ probabile che a Roma, delusi dal fallimento della riunificazione con le chiese orientali, studiata nel Concilio di Firenze del 1439, abbiano visto in questa affermazione  di fedeltà da parte di una piccola  comunità arroccata sui monti, una speranza a cui aggrapparsi per coltivare i rapporti con la cristianità orientale . sta di fatto che, da quel momento in poi, i rapporti tra Roma e la Chiesa maronita divennero il cardine su cui si articolò l’azione della Chiesa in oriente.

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Monastero di Mar Elisha nella Valle di Qadisha

In rapida successione venne assegnato al Patriarca un consigliere speciale, poi nel 1456 Papa Pio II, lo riconobbe come vero Patriarca di Antiochia , sede patriarcale fondata da San Pietro come Roma. Contemporaneamente numerosi giovani maroniti entrarono nelle file dei francescani e vennero inviati a studiare in Italia. Si strinsero in questo modo legami strettissimi e salì la considerazione per la piccola Chiesa della montagna libanese che Papa Leone X definì: “Un giglio in mezzo alle spine”.

Un ulteriore passo verso la totale integrazione fu la fondazione a Roma del Collegio Maronita, avvenuta nel 1584, ad opera di Gregorio XIII, mentre veniva nominato nel Sacro collegio un cardinale protettore dei Maroniti. Già pochi anni dopo un religioso formatosi a Roma, Giorgio Amira, veniva eletto Patriarca e, a testimonianza del legame che voleva mantenere con la “Latinità”, diede il via alla fondazione, a Ravenna, di un secondo Collegio maronita e  uno dei suoi più immediati successori,Stefano Duaihi, una delle più grandi figure della Chiesa in oriente intraprese la riforma dei monasteri libanesi. Questi stretti rapporti, continuati sino ai giorni nostri, fecero dei Maroniti un vero e propri baluardo del  cattolicesimo nel levante.

Fu questa la ragione per cui, nel corso dei secoli, comunità cristiane perseguitate di Copti, Melkiti, Greci Ortodossi e Armeni raggiunsero il Libano, difeso dai Maroniti, dove poterono vivere in libertà e dignità. Persino comunità non cristiane, come i Drusi, gli Sciiti e gli Alawiti trovarono nel “paese dei cedri” quel rifugio che era stato loro negato in tutti gli altri paesi della regione.

All’inizio del XVI secolo le potenze europee si lanciarono in un nuovo sforzo di espansione nella regione. Seguendo una strategia di penetrazione progressiva si appoggiarono , per aggirare le resistenze del mondo musulmano, ai potentati locali, di fatto autonomi anche se formalmente sottomessi all’impero ottomano. Di questa occasione approfittarono, nel territorio libanese, i grandi “emiri” che , giovandosi dell’alleanza con i Maroniti , di cui favorirono l’espansione verso le colline dello Chouf, poterono presentarsi agli europei come le pedine più affidabili.  E’ di questo periodo l’opera di Fakr el Din (1585-1635), l’emiro druso che aprì le porte del paese agli occidentali e strinse legami strettissimi con i granduchi di Toscana, sostituitisi ai Veneziani impegnati in quegli anni in una guerra senza quartiere, nell’Egeo, con i Turchi. Questa alleanza druso-maronita, che tanta parte avrà anche nella nascita del Libano moderno, continuò a reggere le sorti della regione sino alla metà del XIX secolo, sotto la guida di due grandi dinastie, i Maan (1516-1697) prima e gli Cheab (1697-1842) successivamente, dalle quali provennero emiri che si comportavano ne più ne meno come sovrani indipendenti. Durante il “regno” degli Cheab, grande famiglia, originariamente sannita ma divenuta cristiana dopo la conversione dell’emiro Yussef, le milizie libanesi , composte in grande maggioranza da Maroniti, assunsero le dimensioni di un vero e proprio esercito che controllava il territorio, costringeva i rappresentanti dell’Impero Ottomano a richiudersi a Damasco e imponeva manu militari il rispetto delle volontà dell‘emiro. Il settimo emiro della famiglia, Bachir II “il Grande” (1788-1840), regnò per quasi cinquanta anni divenendo il vero alter ego del sultano nella regione. Determinante fu il suo contributo alla vittoria dei Turchi sui Wahabiti, che dopo aver sanguinosamente sottomesso la penisola arabica cercavano di estendere il proprio dominio alla Siria e alla costa mediterranea. La vittoria di Bachir II nella battaglia di Tiberiade evitò questa sciagura alla regione.

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Chiesa maronita nella valle di Qadisha

Il regno di Bachir fini tuttavia tra gravi disordini interni a causa delle continue guerre che agitarono la regione a partire dalla spedizione di Napoleone del 1799. Da ultima quella che oppose Mehemet Alì, viceré dell’Egitto al sultano. Stanche di essere coinvolte in conflitti che non le riguardavano, le comunità libanesi si ribellarono a Bachir, alleato degli Egiziani, e, l’8 giugno 1840, i rappresentanti di dodici comunità si giurarono alleanza sull’altare del santuario di Sant’Elia ad Antelias.  Questo giuramento prefigurava con un secolo di anticipo ciò che sarebbe accaduto con la stipula del “Patto Nazionale del 1943” che portò all’indipendenza del Libano. In questo caso però l’effetto fu del tutto contrario poiché, deposto ed esiliato Bachir II, il suo successore Bachir III tornò ad essere un funzionario strettamente controllato dalla “Sublime Porta” senza alcuna velleità di indipendenza. Nel contempo le potenze europee intervenivano sempre di più nella politica dell’ormai fatiscente impero Ottomano. Questo portò alla gravissima crisi interna tra la comunità drusa e quella maronita. Su istigazione dell’Inghilterra, impegnata a contrastare il ruolo che la Francia e la Russia si erano assunte di protettrici dei cristiani del levante, e con la connivenza delle autorità turche, i Drusi cercarono di diventare, a spese dei Maroniti, la comunità dominante del Libano. Questo portò a crescenti contrasti che sfociarono nei massacri del 1860, che furono, lo si può ben dire, una anticipazione del calvario del Libano moderno. In meno di due mesi si ebbero ventiduemila vittime maronite e immense distruzioni materiali, seicento chiese, quaranta conventi e trecentosessanta villaggi vennero devastati. Settantacinquemila maroniti vennero cacciati dalle loro case e  oltre tremila sventurate vennero rapite e vendute come schiave sui mercati arabi.

L’intervento accorato del pontefice allora regnante, Pio IX, provocò l’intervento delle potenze europee che con un intervento militare congiunto posero fine al massacro.

Nel 1861 la regione del monte Libano ottenne ,grazie alle pressioni esercitate sul Sultano da Francesi, Russi, Inglesi e Austro-Ungarici, uno statuto di larga autonomia che prevedeva, tra l’altro, la nomina di un Governatore nella persona di un cristiano, scelto tra i sudditi dell’impero, ma non Libanese, che fosse gradito alle potenze che si assumevano la protezione delle comunità cristiane del levante.

La protezione esercitata dalle potenze europee sui cristiani della regione fece si che questi godessero di una relativa tranquillità e indipendenza creando un modus vivendi che fece si che solo in questo angolo dell’impero Ottomano non si perpetrasse, durante la prima guerra mondiale, nel 1915, l’orrendo genocidio degli Armeni sudditi del sultano, e che anzi i pochi che scamparono dovettero la salvezza all’essere riusciti a raggiungere la Siria e il Libano dove le comunità cristiane presenti, Maroniti in primis, diedero loro rifugio e dove anche i musulmani del luogo, abituati da secoli alla convivenza  non diedero luogo ad atti di ostilità.

Sconfitto dalle forze dell’intesa l’impero ottomano si dissolse e i suoi possedimenti vennero spartiti tra le potenze vincitrici. L’accordo Sykes-Picot assegnava la Siria e il Libano alla Francia, iniziava così, nel 1918,  la breve stagione coloniale.   (Continua)

Massimo Granata

Maalula, dove si parla ancora la lingua di Gesù

Questo piccolo villaggio siriano di appena seimila abitanti è un patrimonio per tutta la Cristianità

Vista del villaggio di Maalula

I primi di marzo le notizie di agenzia hanno riferito di un attacco di bande armate contro un posto di blocco militare all’ingresso del villaggio di Maalula. Fortunatamente gli aggressori sono  stati respinti e né le case né il villaggio hanno riportato danni. Una vera fortuna perchè se Maalula avesse subito la sorte che è stata riservata ad altri villaggi cristiani posti sulle montagne a cavallo tra Siria e Libano sarebbe stata una sciagura per l’intera Umanità, in quanto non sarebbe stato distrutto solo un paese, ma una testimonianza storica e religiosa di straordinaria importanza.

Le case di Maalula sono arroccate su una montagna chiamata Al Qalamoun ad un’altezza di circa 1500 metri a pochi chilometri dal confine libanese e sono abitate da una popolazione interamente e fieramente cristiana. Le abitazioni del villaggio hanno delicati colori pastello, ma alcune sono dipinte in azzurro, è il segno che chi vi abita è stato in pellegrinaggio a Gerusalemme.

Cappella di Mar Sarkis (San Sergio)

Cappella di Mar Sarkis (San Sergio)

Nel villaggio sorgono due antichissimi conventi fortificati (segno di quali prove debbano aver subito in passato gli abitanti di Maalula per poter difendere la propria Fede): il primo è il convento di Santa Tecla dove alcune suore greco-ortodosse si occupano dell’assistenza agli orfani e dove custodiscono una grotta reliquiario della santa, il secondo è quello di San Sergio, retto invece da monaci greco-cattolici (i Basiliani del Santissimo Salvatore) ed è un vero e proprio nido d’aquila posto sulla cima di un monte dove anticamente sorgeva un tempio pagano. I due conventi sono collegati tra di loro da una lunga e spettacolare fenditura nella roccia, chiamata Faij Takla, che la tradizione racconta sia stata aperta dal Signore per permettere la fuga dai suoi persecutori a Santa Tecla.

Chiesa del Monastero Mar Takla (Santa Tecla)

Entrambi i conventi sono ricchissimi di icone antiche ed il Convento di san Sergio ha l’Altare principale con una strana forma semicircolare. La spiegazione sta nel fatto che i Cristiani che lo costruirono cercarono di utilizzare alcune strutture dell’antico tempio pagano ( i portali in legno, per esempio, hanno oltre duemila anni) e di conservare l’antica forma anche dell’altare solo eliminando il foro che serviva a far defluire il sangue degli animali sacrificati e levandone le immagini dai bordi.

Tutto intorno ai due conventi le apre rocce della montagna sono traforate da centinaia di grotte di ogni dimensione che per secoli sono servite da abitazione e rifugio ai monaci ed agli abitanti.

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre di ogni anno le cime che attorniano Maalula sembrano prendere fuoco. E’ l’effetto prodotto da centinaia di falò accesi per celebrare la festa dell’Esaltazione della Croce, considerata la festa del paese. Si tratta di una tradizione antichissima, la cui origine merita di essere ricordata: quando Sant’Elena (la madre dell’Imperatore Costantino) trovò a Gerusalemme una reliquia della Croce di Gesù fece pervenire la notizia a Costantinopoli attraverso una ininterrotta catena di fuochi accesi sulle cime dei monti, dalla Palestina fino al Bosforo. La catena passava anche dai monti del Qalamoun, posti ai piedi dell’Antilibano, e questo ha spinto, nel corso dei secoli, gli abitanti di Maalula a mantenere viva la tradizione ed il ricordo di quel fatto straordinario incoronando di luci i monti che la circondano in occasione della festa dell’Esaltazione della Croce.

Questo ammirevole attaccamento alle tradizioni è peraltro comune a molte altre comunità cristiane della regione mediorentale. Quello che fa di Maalula ( e dei vicini villaggi di Jabadin e Bakhah) un “unicum” è la lingua parlata dalla maggior parte dei suoi abitanti.  Maalula infatti è l’unico posto al mondo dove, ancora oggi, è usato l’aramaico occidentale, vale a dire la stessa lingua parlata da Gesù. Nelle Chiese di Maalula quindi si può vivere l’emozionante esperienza di ascoltare il Padre Nostro recitato con le stesse parole con cui Nostro Signore lo ha insegnato agli Apostoli.

Dobbiamo pregare e sperare perchè la guerra che oggi sta sconvolgendo la Siria non tocchi Maalula. La fierezza dei suoi abitanti è leggendaria e possiamo essere certi che preferirebbero farsi uccidere piuttosto che lasciare le loro case e soprattutto le loro Chiese nelle mani di chi,  spinto da ideologie fanatiche ed estremiste, sta dimostrando di non aver alcuno scrupolo a distruggere le stesse radici storiche e religiose della Siria. I Cristiani di tutto il mondo dovrebbero, una volta tanto, far sentire la loro voce in modo chiaro e deciso pronunciando una parola d’ordine: “Maalula non si tocca!”

Mario Villani
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