Intervento russo in Siria: un primo bilancio

La situazione attuale sul campo di battaglia in Siria – Dal 30 settembre gli aerei di Mosca colpiscono le formazioni islamiste.

Per poter valutare l’impatto delle attività militari russe sulla guerra in Siria dobbiamo in primo luogo ritornare alla situazione in cui si trovava il Paese mediorentale nel mese di settembre dello scorso anno. L’esercito regolare e le milizie ausiliare stavano vivendo il momento di maggiore difficoltà dall’inizio del conflitto.

A partire dalla primavera infatti le varie formazioni ribelli avevano conquistato diverse posizioni chiave inanellando una lunga serie di vittorie. Città come Idleb, Palmira, Jshr Shogur erano cadute nelle mani dell’ISIS, del Fronte Al Nusra o di altre formazioni minori, mentre le formazioni armate si stavano avvicinando pericolosamente a Latakia, la grande città alauita della costa e la stessa Damasco veniva bombardata quotidianamente.

Aleppo, Deir Ezzor e Daraa sembravano ormai sul punto di cadere mentre tutti i valichi di frontiera erano ormai fuori dal controllo delle forse armate siriane. Gli unici successi per Damasco erano venuti, grazie all’appoggio dei fedeli alleati di Hezbollah, dalla conquista di alcune sacche ribelli nella regione montagnosa del Qalamoun, al confine con il Libano. Le difficoltà in cui l’esercito siriano si trovava erano state ammesse dallo stesso Bashar Assad in un drammatico messaggio televisivo che abbiamo già avuto modo di commentare su questo sito.

Proprio in questo messaggio il Presidente siriano aveva delineato la sua futura strategia militare: a fronte della carenza di uomini, abbandonare le regioni la cui difesa era divenuta impossibile o troppo costosa in termini di perdite umane e concentrarsi su quella dei centri principali e delle vie di comunicazione tra di loro. Non eravamo allora vicino alla rotta, perchè l’esercito siriano, sebbene indebolito da quattro anni di guerra, era comunque compatto e pronto a difendere i centri vitali del paese con le unghie e con i denti, ma sicuramente il momento era difficile.

Anche la maggioranza della popolazione, che allora come oggi appoggiava il Presidente Assad (chi per amore chi perchè lo vede come il male minore), sembrava pervasa da un cupo pessimismo, dovuto sia alla tremenda situazione economica che alla paura per ulteriori avanzate dei movimenti islamisti.

A spingere Putin all’intervento è stata probabilmente proprio la minaccia su Latakia, la cui caduta (anche parziale) sarebbe stato un colpo durissimo per il governo di Assad ed avrebbe costituito un pericolo anche per la vicina Tartous dove i Russi hanno la loro unica base navale (peraltro assai modesta) nel Mediterraneo.

Dopo circa una mese di preparazione e l’allestimento di un aeroporto militare a Hmeimim, vicino a Latakia, i Russi, beffando i servizi d’informazione occidentali, sono riusciti a far arrivare in Siria una quarantina di aerei da combattimento (tra caccia e cacciabombardieri), una decina di elicotteri ed un piccolo contingente di fanteria da marina (la famosa “Morte Nera”) per la difesa della loro base aerea. Dal 30 settembre questi aerei hanno cominciato a colpire postazioni, basi, centri di comando e approvvigionamento, nochè convogli dei gruppi terroristici senza stare troppo a vedere quale fosse la “parrocchia” di appartenenza. Particolarmente efficaci si sono dimostrati gli attacchi contro le colonne di autocisterne dell’ISIS che portavano il petrolio estratto in Turchia, perchè in questo modo è stato tagliata una delle principali fonti di finanziamento dell’organizzazione estremista.

Sul piano strettamente militare l’azione russa ha ridato fiato all’esercito siriano. Dal 30 settembre infatti non solo le formazioni islamiste non sono più riuscite ad avanzare, ma si è assistito ad una serie di controffensive dell’esercito siriano, coperto dall’aviazione russa e appoggiato, come sempre, da Hezbollah e, probabilmente, da significativi contingenti iraniani.

Sul fronte di Aleppo l’esercito siriano ha assunto l’iniziativa dalla metà di ottobre riuscendo a conquistare numerosi villaggi ed a liberare il 10 novembre, con un rabbioso assalto della famosa “Forza Tigre”, l’aeroporto militare di Kuweires, sotto assedio da due anni. Il 13 novembre le truppe di Assad sono riuscite a tagliare l’autostrada Aleppo – Damasco conquistando la cittadina di Hader e, dopo aver respinto una serie di controffensive dei ribelli, il 20 dicembre preso la strategica Khan Touman. Ad est di Aleppo hanno ampliato la zona sotto il loro controllo attorno all’aeroporto di Kuweires fino ad arrivare, agli inizia del 2016, a minacciare la cittadina di Deir Hafer, una roccaforte dell’ISIS.

Sull’importante fronte a nord di Latakia le truppe siriane hanno lanciato, a partire dai primi di novembre, una serie di attacchi che sono stati inizialmente contenuti dai miliziani del Fronte Al Nusra. A partire dal 20 dicembre però il fronte è crollato in più punti e le truppe di Assad sono riuscite a conquistare villaggi e cime strategiche allontanando di parecchi chilometri la minaccia sui centri della costa. Il 12 gennaio 2016 hanno occupato la strategica cittadina di Salma, roccaforte dei ribelli islamici. La realtiva facilità con cui gli uomini di Assad sono riusciti ad impadronirsi della strategica posizione testimonia la demoralizzazione che pervade in questa parte del fronte i miliziani delle varie sigle islamiste. La resistenza che hanno opposto è infatti ben diversa da quella, feroce, mostrata, solo per fare un esempio, a Qusayr o Zabadani.

Anche sul fronte intorno a Damasco l’esercito siriano ha colto importanti successi, in particolare a partire dalla metà di dicembre, quando è stata riconquistata la base di Mary Al Sultan. Un ulteriore grosso regalo ad Assad è arrivata dall’aviazione russa che, il 25 dicembre, è riuscita ad eliminare Zaharan Alloush, indiscusso comandante dei guerriglieri nell’area damascena, l’uomo che aveva rinchiuso nelle gabbie dei civili per utilizzarli come scudi contro i bombardamenti russi.

Nel nord della siria i Curdi, da parte loro, sono riusciti a cacciare l’ISIS da numerosi centri ed ora sono a meno di cinquanta chilometri da Raqqa, la cosiddetta capitale del califfato.

Sugli altri numerosi fronti, da Daraa a Deir Ezzor, la situazione appare di stallo, ma, a differenza che nei mesi precedenti, ogni azione offensiva dei guerriglieri islamici viene bloccata, prima ancora che dall’esercito siriano, da precisi e micidiali bombardamenti russi. Ne è un esempio quanto successo ieri a Deir Ezzor, città assediata ormai da anni. Gli uomini dell’ISIS sono riusciti ad entrare nel quartiere periferico di Bugayiliya grazie all’azione di oltre trenta kamikaze che si sono fatti esplodere contro le difese siriane. Immediatamente l’aviazione russa è entrata in azione colpendo le retrovie dell’ISIS ed impedendo ulteriori avanzate. Prima di ritirarsi, anche a fronte della decisa reazione dei parà siriani, gli uomini del califfato hanno ucciso trecento civili e rapito oltre quattrocento persone, in prevalenza donne e bambini.

L’efficacia militare dell’intervento russo ha anche ridato un filo di speranza alla popolazione siriana. Con le sue oltre cinquemila missioni l’aviazione di Mosca ha permesso la liberazione di oltre duecento tra villaggi e cittadine ed il ritorno alle loro case di quasi un milione di profughi. Se si paragonano questo risultati (ottenuti con meno di quaranta aerei da combattimento) con quelli conseguiti dalla coalizione a guida americana si prova quasi un senso di imbarazzo ci si domanda cosa cavolo hanno bombardato per oltre un anno gli aerei a stelle e strisce.

La situazione però non è tale da consentire un eccessivo ottimismo. A mio avviso l’esercito siriano è oggi troppo debole per riuscire a riconquistare, anche con l’aiuto degli aerei russi, tutto il territorio occupato dagli islamisti. Non ha un numero sufficente di effettivi per potersi impegnare in grandi battaglie all’interno di città come Aleppo o Idleb che dovrebbero essere riconquistate combattendo casa per casa. Mi sembra ne sia consapevole anche Vladimir Putin che infatti continua a parlare di soluzione politica alla crisi siriana. Soluzione che appare oggi più necessaria e urgente che mai, prima che l’intero Medio Oriente sia avvolto dalle fiamme di una grande guerra regionale tra potenze sciite e sunnite. Prospettiva troppo pessimistica? Forse lo sarebbe se non fosse che sulla scena mediorentale si aggirano due attori di nome Turchia e Arabia Saudita capaci di qualunque provocazione ritengano necessaria per raggiungere i loro scopi (abbattimento del Su 24 russo docet…)

Mario Villani

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