Siria – “Vogliamo vivere”

“Vogliamo vivere” è il messaggio che scaturisce dai giovani studenti siriani uniti ai loro coetanei giunti da tutto il mondo per partecipare al convegno “One step for Siria” svoltosi a Damasco tra il 20 e il 24 settembre scorsi. Cronaca di un viaggio nella Siria in guerra.

di Massimo Granata

Percorriamo il tratto siriano dell’autostrada Beirut Damasco quando la notte è già calata. Il transito notturno è sconsigliato ma le difficoltà burocratiche in uscita da parte della polizia di frontiera libanese sono state molteplici e ci hanno trattenuto due ore buone. Le auto della polizia che scortano il nostro autobus ci permettono di baipassare i numerosi posti di blocco ma da quello che possiamo vedere   sfilando accanto ai veicoli incolonnati in attesa del controllo l’atmosfera è rilassata segnale che i giorni in cui questa area era pericolosissima sono passati e di questo, sapremo dopo, possiamo ringraziare Hezbollah che mantiene il controllo delle colline circostanti.

L’arrivo a Damasco ci coglie un pò di sorpresa, specialmente noi che ricordiamo la Beirut del 1990 rischiarata solo dal baluginare delle luci nelle case dotate di generatore. La città è illuminata, il traffico è notevole, la gente è per le strade.  Sembra un normale sabato sera di una delle nostre metropoli.

A ricordarci che c’è la guerra un isolato colpo di cannone  scuote l’aria mentre ci avviamo all’ingresso dell’Hotel, il sontuoso Dama Rose, a due passi dal Ministero dell’Interno, che ci ospiterà per la durata del soggiorno.   Veniamo accolti da un comitato di gioventù sorridente è festante, sembra un happening universitario in un qualsiasi ateneo occidentale, scopriremo poi che quei sorrisi che nascondono situazioni tristi quando non tragiche,  sono lo specchio della voglia di continuare a vivere una esistenza serena quale era prima che una guerra, imposta ai siriani da volontà straniere ed ostili, la tramutasse nell’odierno calvario.

12063328_1210663972284387_7941021632980961143_nLa mattina successiva è domenica, gli amici francesi che sono arrivati di buon ora ci raccontano di aver assistito in diretta all’attacco missilistico, fortunatamente senza vittime e danni eccessivi, subito dall’ambasciata russa. Una colonna di fumo enorme, spiegano, si levava da un area della città mentre il loro autobus percorreva il corso centrale di Damasco.

Il programma ci porta a visitare prima i feriti vittime dell’aggressione terroristica curati nel principale ospedale  di Damasco gestito e finanziato dal partito Baas, poi ad incontrare i parenti dei militari caduti nella difesa delle proprie case. Incontriamo una madre che ha perso due dei tre figli nei combattimenti in un villaggio alle porte della capitale e vive ora con la moglie e la figlia piccola di uno dei caduti in una casa messa a disposizione dal governo siriano per le famiglie dei martiri . Il terzo figlio che ha appena raggiunto l’età per la coscrizione si prepara a partire per difendere il suo villaggio che nel frattempo è stato liberato. Ci fanno notare che l’opera di ricostruzione è già iniziata e presto potranno ritornare alla loro casa. Minimizzano la cosa, perché in Siria l’appartenenza religiosa non viene ritenuta una discriminante sul piano sociale, ma sono sunniti.

L’ultima tappa della mattinata ci conduce in  un centro dove vengono alloggiati gli sfollati. Le famiglie ci accolgono raccontandoci le loro storie di ordinaria follia dovute all’incontro con le milizie salafite a volte indirizzate dai loro vicini. La casa è un tripudio di bambini in proporzione di almeno 5 per ogni adulto. Facciamo facili considerazioni sui presunti profughi che si affacciano alle nostre frontiere in proporzione di 100 adulti per ogni bambino.

Il resto della giornata trascorre nel familiarizzare con i nostri ospiti, cosa che ovviamente si rivela facilissima fra coetanei e un po meno per due vecchi arnesi come me e Vittorio Gigliotti, che mi accompagna in questa trasferta. Felicemente incontriamo Sebastiano e Marina Rabab, una coppia, lei Greca di nazionalità Siriana lui Siciliano venuti a Damasco per Sposarsi in rito greco ortodosso e cooptati al convegno da Yara Your Mou che con Nino Zappalà ha organizzato la nostra partecipazione al convegno. Loro saranno i nostri anfitrioni durante tutta la nostra permanenza.

La serata di apertura del convegno si tiene in una antica suggestiva sala nel cuore dell’immenso bazar di Damasco che abbiamo raggiunto percorrendo a piedi, tra la folla che assiepava le miriade di piccoli negozi,  la via che la narrazione popolare descrive come quella percorsa da San Paolo allorchè avvenne l’incontro col Cristo e la sua miracolosa conversione. Artisti, religiosi, uomini di cultura e politici danno il tono della serata incentrato su due motivi principali: la normalità della vita prima dell’aggressione e la sua tragicità attuale; la solidarietà e l’integrazione delle comunità siriane pur nella loro molteplicità e differenza.

10005882_1210666538950797_645440909077757525_oMaalula ci accoglie con le sue devastazioni, le ferite dell’occupazione salafita e della battaglia per la riconquista di questa città simbolo per i cristiani d’oriente, non sono rimarginate e non lo saranno a breve vista la loro gravità.  Maalula è uno dei pochissimi luoghi al mondo dove si parli ancora l’Aramaico antico, dove il Padre Nostro risuona con le stesse parole usate da Nostro Signore. I cristiani di Siria, di ogni confessione la venerano come luogo santo e i musulmani ne sono orgogliosi.

La città è devastata. Le case crollate, crivellate o bruciate si affacciano senza soluzione di continuità sulla strada che conduce al convento di Santa Tecla. Questo ha il portone divelto e la chiesa bruciata. Anche le icone dell’eremo della santa hanno subito la furia iconoclasta dei “ribelli”. Certamente anche la battaglia per la sua liberazione ha contribuito alle distruzioni.

Per quanto  le forze congiunte dell’Esercito Arabo Siriano, di Hezbollah e di una milizia cristiana locale abbiano rinunciato all’uso di armi pesanti e abbiano combattuto casa per casa per la riconquista la città ha subito pesantemente gli effetti della battaglia . Eppure gli abitanti sono tornati, un bar sulla piazza  funziona, alcuni negozi sono aperti, bucherellati ma aperti, e si sente la volontà di ricostruire sotto lo sguardo protettivo della statua della Madonna che protegge il paese dall’alto, che era stata distrutta dagli occupanti e che è stata prontamente riposizionata dai liberatori.

A pochi chilometri da Maalula arriviamo a Sednaya, altro luogo santo per la Cristianità Siriana, importantissima per tutto l’oriente per i suoi numerosi monumenti, 40 tra chiese e conventi tra cui, arrampicato sulla collina, quello di Nostra Signora di Sednaya, costruito dall’imperatore Giustiniano I a seguito di un evento miracoloso e che conserverebbe una delle quattro icone originali dipinte da San Luca.   Sednaya è meta di pellegrinaggi  e anche i musulmani vi si recano per rendere omaggio alla Madre di Gesù.

Anche Sednaya nel’autunno del 2013 è stata attaccata dalle formazioni salafite che per fortuna sono state fermate dalla milizia locale composta sia da cristiani che da musulmani. Conclusa la vista allo splendido convento di Nostra Signora. Ci viene offerto un pranzo Allo Sednaya Sheraton Maaret bellissimo hotel che testimonia la vocazione turistica della regione quando i tempi erano normali.

A sera siamo di ritorno a Damasco. Io e Vittorio Gigliotti ci concediamo una incursione non scortata e controllata nella città. Ci infiliamo in una delle tante diramazioni dell’immenso bazar 12049437_887488744675431_8287136876792417772_nche occupa il centro. La vita appare quella di una città lontana dalla guerra che in realtà in linea d’aria è a meno di otto chilometri. Facciamo acquisti contrattando come si usa poi rientriamo. Da poco il cannone ha ricominciato a far sentire la sua voce in lontananza.

E’ la serata d’addio i ragazzi siriani e dal mondo festeggiano e noi Italiani, con i Russi i Francesi e qualche Siriano cristiano brindiamo finalmente con qualcosa di alcolico. La festa continuerà sino a tarda notte coinvolgendo anche la compassata delegazione nord koreana e gli uomini di quella iraniana, che non bevono ma si uniscono alle danze.

Alle prime luci dell’alba il rumore del passaggio dei caccia a reazione si unisce al rimbombo dell’artiglieria che è andato avanti a fasi alterne per tutta la notte. Gli aerei si sentono vicinissimi ma non si vedono, neppure dalla terrazza del nono piano dell’hotel, perché passano bassi dietro le colline. E’ il momento di partire. Alla frontiera Siriana salutiamo gli angeli custodi della polizia che hanno vegliato per 6 giorni sulla nostra sicurezza. L’aeroporto di Beirut ci attende.

Alcune considerazioni finali su questo viaggio importantissimo per averci dato modo di conoscere senza mediazioni la realtà siriana attuale.

Il popolo siriano composto per la grande maggioranza da giovani vuole vivere, e vuole vivere come si viveva prima che l’aggressione salafita tentasse di sovvertire ordine sociale che, se non era perfetto come non può essere qualsivoglia ordine sociale, pure rendeva gradevole il normale scorrere dell’esistenza.

La società siriana per quanto ho potuto vedere è un vero melting pot, un luogo dove comunità religiose ed etniche differenti convivono integrate ognuna rispettosa delle altre e dove, almeno tra i giovani, l’appartenenza ad una o all’altra delle comunità anche rispettandone i costumi, non pone problemi di integrazione o di rapporti.

Dal punto di vista politico il sostegno all’attuale governo è unanime. Ho avuto occasione di parlare con personaggi di partiti diversi dal Baas, tecnicamente oppositori, con idee differenti su come debbano evolvere la società e lo stato Siriano ma che rimandano la discussione su questi temi a quando la pace sarà ritornata e l’aggressione esterna terminata.  Rispettosi comunque della volontà popolare.

Dal punto di vista militare, premesso che giustamente i responsabili della nostra sicurezza hanno optato per farci correre i minori rischi possibili e quindi la guerra non ce l’hanno fatta vedere neppure da lontano se non nei suoi effetti passati come a Maalula, l’impressione è che, almeno a Damasco  l’attenzione si sia un po rilassata. La città obbiettivamente non è più minacciata di invasione. L’intervento Russo poi pone la vittoria ad un orizzonte  visibile.

Questo fa si che i controlli all’interno siano diventati più quelli di un paese a regime di polizia che quelli di un paese in guerra. Ciò espone al rischio di una nuova stagione di attentati, insignificanti dal punto di vista militare ma devastanti per i numero di vittime civili. L’attentato al nostro albergo ne è un sintomo preoccupante. Un RPG ha una gittata di non più di mille metri il che vuol dire che chi ha sparato sul Dama Rose è penetrato nella cerchia più interna del perimetro difensivo della Capitale, e questo,se i controlli fossero adeguati non dovrebbe essere possibile.

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