Chiesa maronita

UN GIGLIO TRA LE SPINE

BREVE STORIA DELLA CHIESA E DELLA COMUNITA’ MARONITA

I PARTE – Dalle origini alle crociate

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Aleppo – Cattedrale Maronita

L’elevazione alla porpora cardinalizia di Msg. Bechara Boutrus Rai Patriarca di Antiochia dei Maroniti e la drammatica situazione in cui versano le popolazioni cristiane del vicino oriente e del magreb a seguito delle cosiddette “primavere arabe” ci danno una occasione per colmare questa lacuna con questo breve saggio il cui scopo è individuare ed illustrare alcuni punti cardine della storia della Chiesa e della comunità Maronita.

Un primo punto fermo nella storia del Maronitismo si concretizza nella figura di un eremita, san Marone, vissuto, tra la fine del 4° secolo e l’inizio del 5°, nella regione dio Apamea , oggi in Siria, dove divenne famoso per la vita esemplare e i miracoli compiuti. E’ san Giovanni Crisostomo a darne notizia, per primo, in una lettera con la quale si rammarica di non poter tenere legami più stretti con l’amico, prete e monaco. Successivamente è Teodoreto, nella sua “Storia dei monaci” che ci descrive le figure colme di santità del monaco Marone e dei suoi discepoli. E’ ormai accertato come  il popolo Maronita sia una diretta discendenza dei fedeli della comunità di monaci che si raccolse intorno al luogo di sepoltura del santo. Le prime notizie certe sui Maroniti come comunità umana ed ecclesiale ci vengono da uomini di cultura arabi musulmani del 9° secolo, che ne collocano l’insediamento nella valle dell’Oronte a partire dal 6° secolo. Certo è che il grande monastero siriaco di san Marone rimase sede patriarcale sino alla sua distruzione, nel 10° secolo, ad opera dei musulmani. Da allora e sino alla metà del 18° secolo, il Patriarca risiederà nell’imprendibile monastero di Quannubin , nella valle di Quadisha, la “Valle Santa”, che si insinua, seguendo il corso del fiume omonimo, nel cuore della montagna dei cedri, “Cuore” geografico e spirituale del Libano, o nelle sedi alternative dei monasteri di Kfarhai e Yanuh.

Indipendentemente dal problema di una successione diretta, è quindi intorno alla figura di san Marone e dei monaci che se ne fecero modello, che si coagularono le energie necessarie alla conservazione ed alla crescita della comunità nel corso della sua travagliata esistenza.

Un secondo punto fermo nella storia della comunità Maronita va individuato nell’ortodossia e nella difesa della fede contro le teorie eterodosse diffuse nell’area mediorientale in ambiente cristiano e contro la marea musulmana dilagante a partire dal 7° secolo. Non contrasta con questa posizione la questione del presunto monotelismo professato dai Maroniti almeno, secondo fonti occidentali, sino al ricongiungimento con i Latini al tempo della prima crociata. Gli storici ufficiali maroniti negano da sempre questa deviazione dall’ortodossia, che tuttavia ci viene riportata dagli stessi storici musulmani che ci danno stato dell’esistenza di una comunità Maronita. Una possibile spiegazione di questa contraddittorietà può essere trovata nella collocazione temporale che gli storici arabi danno alle loro notizie, cioè  la fine del 6° secolo. In quel periodo infatti il monotelismo era una posizione teologica che pur eterodossa non era stata ancora condannata (4) e inoltre professata, per non breve periodo,  come credo ufficiale alla corte di Bisanzio. Nulla vieta di credere quindi che anche i Maroniti abbiano abbracciato questa ipotesi dottrinale senza per altro mettere mai in discussione la comunione con Roma che comunque risulta pienamente ristabilita, al tempo delle crociate.

Questione del monotelismo a parte, la difesa delle definizioni conciliari da parte dei Maroniti fu sempre strenua. Questo, in una regione percorsa da scontri dottrinali, che non di rado coinvolgevano la stessa autorità imperiale,  ebbe come conseguenza una serie di persecuzioni, culminate con il massacro avvenuto, ad opera di cristiani, nel 6° secolo, di centinaia di monaci, tragico preludio  alle sofferenze che la Chiesa Maronita avrebbe dovuto affrontare nei secoli a venire .

Un terzo punto fermo nella storia della comunità Maronita si concreta nella stretta identità tra chiesa e popolo, identità basata su una compenetrazione tra vita civile e religiosa che neppure gli elementi di “modernità” penetrati nel corpo sociale nel secolo scorso e i tristi avvenimenti degli ultimi 40 anni sono riusciti a mettere completamente in crisi.

Questa unità, per cui il “Muquadam”, il capo del villaggio, è di volta in volta il difensore del monastero attorno a cui l’abitato civile si sviluppa e il portavoce dei monaci che ne orientano la vita, nasce nei luoghi di stanziamento originari, si cementa negli anni dell’esodo verso i monti del Libano ed infine si corazza nei secoli di resistenza all’universo ostile circostante nelle isole di libertà conservate a caro prezzo nelle valli che portano alle vette dei cedri.

Tale unità si fonda anche sulla convinzione di una relativa differenza etnica, oltre che religiosa, rispetto ai popoli circostanti. Questa convinzione è alimentata da numerose ipotesi storiche, prima tra tutte quella che vuole i Maroniti essere discendenti dal popolo Madraita. Gli storici maroniti, dal XV al XVIII secolo, influenzati in questo anche da mode culturali diffuse all’epoca in Europa, insistettero decisamente su questa ipotesi. I Madraiti sarebbero stati un popolo guerriero, di origine anatolica o caucasica, trasferito nella valle dell’Oronte dagli imperatori bizantini perché contribuisse alla difesa dell’impero a fronte della avanzata islamica. Questo popolo si sarebbe poi fuso con le comunità sorte intorno ai monasteri ispirati dalla figura di San Marone.

Non esistono però prove di questi fatti e, in tempi più recenti, l’esistenza stessa dei Madraiti è stata messa in dubbio dagli storici. Non si può quindi escludere che l’origine etnica dei maroniti sia data da una fusione di arabi e siriaci e che la loro specificità sia frutto dell’imprintig culturale impresso dalla chiesa cattolica nello specifico rito di San Marone. Resta tuttavia evidente la necessità avvertita profondamente da questa comunità cristiana, circondata da una marea islamica, di trovare una giustificazione alla propria diversità che non sia esclusivamente religiosa. Necessità che riappare in tempi recenti con la ricerca e l’affermazione di una possibile ma alquanto improbabile discendenza dai fenici.

L’ingresso dei Maroniti nella storia dell’Europa avvenne con l’arrivo in Terrasanta della I crociata, al successo della quale gli indomiti guerrieri della montagna libanese contribuirono senza dubbio, dopo aver per anni negato ai potentati musulmani  l’esercizio di un effettivo dominio sulle loro valli.

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Libano – Biblo (Byblos, oggi Jbeil). Chiesa di San Giovanni Battista, facciata e battistero, XII secolo.

L’incontro avvenne, con tutta probabilità, nella primavera del 1098,  quando i crociati occuparono la regione costiera, avanzando da Tripoli a Byblos. In quell’occasione, come narrano gli storici libanesi, avvenne un primo reciproco scambio di messaggi tra la Chiesa di Roma e quella maronita. Si trattò di uno scambio di auguri e di una testimonianza di stima tra il Patriarca Josef di Girgis e il Pontefice. I contatti tra la Chiesa latina e quella maronita continuarono intensi durante tutto il periodo in cui sopravvissero i regni crociati in Terrasanta, e trovarono il loro momento più felice nel 1203, quando Papa Innocenzo III inviò il Cardinale Pietro di Amalfi quale legato pontificio presso la comunità maronita. In seguito il Patriarca Jeremia venne invitato ufficialmente a partecipare personalmente al Concilio Laterano del 1215.

Dalle crociate alla dissoluzione dell’impero ottomano

L’unione con Roma non avvenne senza contrasti all’interno della comunità maronita, contrasti che saranno superati solo con la fine degli stati crociati e la rioccupazione della regione da parte dei musulmani sotto la guida dei Mamelucchi. Tale occupazione, se da un lato contribuì a rafforzare la fedeltà al Soglio Pontifici, dall’altro pose, dal punto di vista meramente pratico,  fine alla possibilità di contatti regolari. La comunità maronita rimaneva infatti arroccata sui suoi monti alternando alla resistenza armata l’accomodamento, testimoniato dal saltuario versamento di tributi. L’occidente latino invece, abbandonato l’approccio politico\militare con l’oriente, tentava di rientrarvi attraverso l’opera dei suoi mercanti.

Alla situazione di incomunicabilità materiale tra il centro della cristianità e le chiese d’oriente posero, in qualche modo, rimedio i Veneziani che, approfittando dei buoni rapporti commerciali mantenuti coi nuovi signori della regione, irradiarono, partendo dai loro fondachi di Tripoli di Siria, mercanti e spie lungo la costa e sulla montagna, mantenendo cosi aperti i rapporti tra l’Europa e le comunità cristiane isolate all’interno. Grazie ai legami commerciali sviluppati, la Repubblica Veneta ottenne la possibilità per i missionari francescani di visitare liberamente la Terrasanta stabilendovi dei conventi. Fu così che questi ultimi poterono stabilire una missione a Gerusalemme, nel 1291, e una dipendenza a Beirut negli anni immediatamente successivi. La presenza dei Francescani permise il riannodarsi di legami concreti tra  Roma e il Patriarcato maronita, dimenticato da una chiesa travagliata in Occidente da problemi gravissimi. Parzialmente risolti questi problemi al Concilio di Costanza, il Santo padre potè nuovamente prendere in considerazione il cristianesimo orientale, nella speranza di una riconciliazione con il mondo bizantino. La resistenza opposta dal Patriarcato di Bisanzio prima, la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi poi, fecero si che queste speranze no si realizzassero. Fu in tali frangenti che i Francescani di Beirut fecero pervenire al Papa un messaggio in cui il Patriarca maronita del tempo ricordava al successore di Pietro la fedeltà del popolo maronita alla Chiesa, pur nelle tribolazioni causate dalla dominazione turca. E’ probabile che a Roma, delusi dal fallimento della riunificazione con le chiese orientali, studiata nel Concilio di Firenze del 1439, abbiano visto in questa affermazione  di fedeltà da parte di una piccola  comunità arroccata sui monti, una speranza a cui aggrapparsi per coltivare i rapporti con la cristianità orientale . sta di fatto che, da quel momento in poi, i rapporti tra Roma e la Chiesa maronita divennero il cardine su cui si articolò l’azione della Chiesa in oriente.

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Monastero di Mar Elisha nella Valle di Qadisha

In rapida successione venne assegnato al Patriarca un consigliere speciale, poi nel 1456 Papa Pio II, lo riconobbe come vero Patriarca di Antiochia , sede patriarcale fondata da San Pietro come Roma. Contemporaneamente numerosi giovani maroniti entrarono nelle file dei francescani e vennero inviati a studiare in Italia. Si strinsero in questo modo legami strettissimi e salì la considerazione per la piccola Chiesa della montagna libanese che Papa Leone X definì: “Un giglio in mezzo alle spine”.

Un ulteriore passo verso la totale integrazione fu la fondazione a Roma del Collegio Maronita, avvenuta nel 1584, ad opera di Gregorio XIII, mentre veniva nominato nel Sacro collegio un cardinale protettore dei Maroniti. Già pochi anni dopo un religioso formatosi a Roma, Giorgio Amira, veniva eletto Patriarca e, a testimonianza del legame che voleva mantenere con la “Latinità”, diede il via alla fondazione, a Ravenna, di un secondo Collegio maronita e  uno dei suoi più immediati successori,Stefano Duaihi, una delle più grandi figure della Chiesa in oriente intraprese la riforma dei monasteri libanesi. Questi stretti rapporti, continuati sino ai giorni nostri, fecero dei Maroniti un vero e propri baluardo del  cattolicesimo nel levante.

Fu questa la ragione per cui, nel corso dei secoli, comunità cristiane perseguitate di Copti, Melkiti, Greci Ortodossi e Armeni raggiunsero il Libano, difeso dai Maroniti, dove poterono vivere in libertà e dignità. Persino comunità non cristiane, come i Drusi, gli Sciiti e gli Alawiti trovarono nel “paese dei cedri” quel rifugio che era stato loro negato in tutti gli altri paesi della regione.

All’inizio del XVI secolo le potenze europee si lanciarono in un nuovo sforzo di espansione nella regione. Seguendo una strategia di penetrazione progressiva si appoggiarono , per aggirare le resistenze del mondo musulmano, ai potentati locali, di fatto autonomi anche se formalmente sottomessi all’impero ottomano. Di questa occasione approfittarono, nel territorio libanese, i grandi “emiri” che , giovandosi dell’alleanza con i Maroniti , di cui favorirono l’espansione verso le colline dello Chouf, poterono presentarsi agli europei come le pedine più affidabili.  E’ di questo periodo l’opera di Fakr el Din (1585-1635), l’emiro druso che aprì le porte del paese agli occidentali e strinse legami strettissimi con i granduchi di Toscana, sostituitisi ai Veneziani impegnati in quegli anni in una guerra senza quartiere, nell’Egeo, con i Turchi. Questa alleanza druso-maronita, che tanta parte avrà anche nella nascita del Libano moderno, continuò a reggere le sorti della regione sino alla metà del XIX secolo, sotto la guida di due grandi dinastie, i Maan (1516-1697) prima e gli Cheab (1697-1842) successivamente, dalle quali provennero emiri che si comportavano ne più ne meno come sovrani indipendenti. Durante il “regno” degli Cheab, grande famiglia, originariamente sannita ma divenuta cristiana dopo la conversione dell’emiro Yussef, le milizie libanesi , composte in grande maggioranza da Maroniti, assunsero le dimensioni di un vero e proprio esercito che controllava il territorio, costringeva i rappresentanti dell’Impero Ottomano a richiudersi a Damasco e imponeva manu militari il rispetto delle volontà dell‘emiro. Il settimo emiro della famiglia, Bachir II “il Grande” (1788-1840), regnò per quasi cinquanta anni divenendo il vero alter ego del sultano nella regione. Determinante fu il suo contributo alla vittoria dei Turchi sui Wahabiti, che dopo aver sanguinosamente sottomesso la penisola arabica cercavano di estendere il proprio dominio alla Siria e alla costa mediterranea. La vittoria di Bachir II nella battaglia di Tiberiade evitò questa sciagura alla regione.

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Chiesa maronita nella valle di Qadisha

Il regno di Bachir fini tuttavia tra gravi disordini interni a causa delle continue guerre che agitarono la regione a partire dalla spedizione di Napoleone del 1799. Da ultima quella che oppose Mehemet Alì, viceré dell’Egitto al sultano. Stanche di essere coinvolte in conflitti che non le riguardavano, le comunità libanesi si ribellarono a Bachir, alleato degli Egiziani, e, l’8 giugno 1840, i rappresentanti di dodici comunità si giurarono alleanza sull’altare del santuario di Sant’Elia ad Antelias.  Questo giuramento prefigurava con un secolo di anticipo ciò che sarebbe accaduto con la stipula del “Patto Nazionale del 1943” che portò all’indipendenza del Libano. In questo caso però l’effetto fu del tutto contrario poiché, deposto ed esiliato Bachir II, il suo successore Bachir III tornò ad essere un funzionario strettamente controllato dalla “Sublime Porta” senza alcuna velleità di indipendenza. Nel contempo le potenze europee intervenivano sempre di più nella politica dell’ormai fatiscente impero Ottomano. Questo portò alla gravissima crisi interna tra la comunità drusa e quella maronita. Su istigazione dell’Inghilterra, impegnata a contrastare il ruolo che la Francia e la Russia si erano assunte di protettrici dei cristiani del levante, e con la connivenza delle autorità turche, i Drusi cercarono di diventare, a spese dei Maroniti, la comunità dominante del Libano. Questo portò a crescenti contrasti che sfociarono nei massacri del 1860, che furono, lo si può ben dire, una anticipazione del calvario del Libano moderno. In meno di due mesi si ebbero ventiduemila vittime maronite e immense distruzioni materiali, seicento chiese, quaranta conventi e trecentosessanta villaggi vennero devastati. Settantacinquemila maroniti vennero cacciati dalle loro case e  oltre tremila sventurate vennero rapite e vendute come schiave sui mercati arabi.

L’intervento accorato del pontefice allora regnante, Pio IX, provocò l’intervento delle potenze europee che con un intervento militare congiunto posero fine al massacro.

Nel 1861 la regione del monte Libano ottenne ,grazie alle pressioni esercitate sul Sultano da Francesi, Russi, Inglesi e Austro-Ungarici, uno statuto di larga autonomia che prevedeva, tra l’altro, la nomina di un Governatore nella persona di un cristiano, scelto tra i sudditi dell’impero, ma non Libanese, che fosse gradito alle potenze che si assumevano la protezione delle comunità cristiane del levante.

La protezione esercitata dalle potenze europee sui cristiani della regione fece si che questi godessero di una relativa tranquillità e indipendenza creando un modus vivendi che fece si che solo in questo angolo dell’impero Ottomano non si perpetrasse, durante la prima guerra mondiale, nel 1915, l’orrendo genocidio degli Armeni sudditi del sultano, e che anzi i pochi che scamparono dovettero la salvezza all’essere riusciti a raggiungere la Siria e il Libano dove le comunità cristiane presenti, Maroniti in primis, diedero loro rifugio e dove anche i musulmani del luogo, abituati da secoli alla convivenza  non diedero luogo ad atti di ostilità.

Sconfitto dalle forze dell’intesa l’impero ottomano si dissolse e i suoi possedimenti vennero spartiti tra le potenze vincitrici. L’accordo Sykes-Picot assegnava la Siria e il Libano alla Francia, iniziava così, nel 1918,  la breve stagione coloniale.   (Continua)

Massimo Granata

La Madre di Dio nella storia della Chiesa Maronita

La Santa Vergine, il Libano, i Maroniti. Tre realtà compenetrate e inscindibili

Madre Di Dio - HarissaLa comunità monastica maronita è stata fondata nel IV° secolo dal santo anacoreta Maroun, e fu successivamente trasformata in Chiesa patriarcale agli inizi dell’VIII° secolo, a seguito della vacanza della sede di Antiochia già occupata dagli Arabi. A causa di una serie di feroci persecuzioni la sede patriarcale antiochena-maronita venne trasferita, agli inizi del X° secolo nella regione del Monte Libano già evangelizzata da discepoli di San Maroun fin dal V° secolo. In Libano i Maroniti divennero un popolo e una nazione, organizzata e diretta dalla Chiesa la cui sede patriarcale fu consacrata alla Vergine Maria. Per comprendere l’intimo rapporto che ha sempre unito la Chiesa maronita alla Madre di Dio è fondamentale considerare due dati interessantissimi: un testo siriaco maronita che si trova al British Museum e un’icona scoperta provvidenzialmente durante un restauro ad opera delle suore carmelitane del convento della Theotokos.

Il testo

Si tratta di un manoscritto del XII – XIII secolo che contiene una raccolta di Beth Gazo (letteralmente tesori). Si tratta di canti e inni su temi differenti, ma tutti, in qualche maniera facenti riferimento alla Madre di Dio. Questi canti costituiscono, secondo le affermazioni di due studiosi (l’Abbè Tabet e Monsigor Boutros Gemayel) un elemento costante di tutti i servizi liturgici della Chiesa siro-maronita. L’importanza di questa fonte liturgica sta nel fatto che è precedente a qualunque influenza latina ed è quindi rivelatrice di una teologia e di una spiritualità autentica della Chiesa maronita. I canti alla Madre di Dio riguardano tutte le feste mariane che accompagnano il ciclo liturgico di questa Chiesa orientale, dalla festa della Visitazione fino a quella della Dormitio celebrata il 15 agosto e considerata una tra le più grandi feste nelle Chiese orientali in generale e in quella siro-maronita in particolare. Tra le feste più antiche troviamo quella di Nostra Signora delle semenzi e di Nostra Signora delle vigne che erano probabilmente feste dedicate a dee pagane convertite in onore della Madre di Dio. Lo spirito che emana da questi canti è particolarmente concentrato sulla maternità divina di Maria, chiaramente menzionata in tutte parti di questi canti. Questo tema ricorrente rivela la solida fede dei Maroniti nel mistero dell’Incarnazione che costituisce la fonte di tutte le glorie della Santa Vergine: la sua perfetta purezza, la sua verginità perpetua e sopranaturale, la sua Assunzione ed infine la sua elezione a Nuova Eva che offre ad Adamo il frutto della vita.

La mariologia maronita è profondamente cristologica. La Madre di Dio accompagna suo Figlio lungo tutto il percorso della sua economia salvifica. E’ una posizione teologica e spirituale frutto della scuola monastica fondata da San Maroun e dai suoi discepoli. Di questa scuola Teodoreto di Cyr scrisse: “ Così furono questi monaci: gente semplice, umile tutta piena dell’amore di Cristo, virtuosi fino all’eroismo, completamente consacrati alla contemplazione di Dio ed alla santificazione delle loro anime, obbedienti alla gerarchia ecclesiastica” . Queste caratteristiche convinsero l’imperatore Teodosio, all’indomani del Concilio di Calcedonia, a iniziare la costruzione di un grande monastero dedicato a San Maroun sull’Oronte, nella pianura di Apamea, monastero che divenne un baluardo dei difensori degli insegnamenti conciliari sulle due nature di Cristo di fronte all’eresia monofisita.

La fede dei maroniti sulla veridicità dell’Incarnazione di Cristo, annunciata e sostenuta a prezzo di gravi sacrifici è la chiave di volta di tutta la loro mariologia. Una mariologia sempre basata sull’unione tra la Madre e il Figlio. La nascita di Cristo nell’umano seno della Vergine Maria, “senza che Egli si allontani dal Padre”, costituisce la porta d’entrata principale ad una venerazione mariana sana ed eminente espressa dalla Chiesa maronita nel corso dei secoli. Questa Chiesa testimone e missionaria eleva incessantemente le sue preghiere alla Santa Vergine affinchè Ella protegga e accompagni il suo cammino e la sua missione. “Che la tua preghiera sia sempre con noi o Madre di Dio” è il canto che unisce i Maroniti del mondo intero attraverso la loro storia

L’icona conosciuta come icona di Nostra Signora di Ilige

Ilige è un piccolo villaggio situato sulla montagna sopra Byblos. Qui è rimasto il patriarcato maronita dagli inizi del XII° secolo fino alla metà del XV°. Nel 1980 l’Ordine Maronita Libanese, che gestiva l’antica sede patriarcale, decise di restaurare un’icona posta in una cappella e venerata da tutte le popolazioni dei villaggi circostanti. Per fare questo l’icona venne trasferita al convento delle suore carmelitane di clausura della Theotokos ad Harissa. La tavola che raffigurava la Vergine Maria con il Bambino in braccio era particolarmente danneggiata dal fuoco e dall’ umidità. Nel corso dei lavori di restauro le suore, esperte di iconografia, scoprirono che sotto lo strato di pittura ve ne era un altro, completamente coperto da quello successivo. Per poter effettuare un lavoro ed una ricerca più completa l’icona venne inviata in Francia dove, per ben sei anni, degli esperti compirono un’opera ed una ricerca minuziosa che permise di scoprire la figura originale: un affresco risalente al X° secolo che rappresenta una figura della Madonna del tutto simile a quella di icone ancora precedenti (VI e VII°) secolo conservate a Roma e in Calabria. Questa figura della Madonna, secondo la tradizione teologica antiochena, sarebbe ispirata da una figura originale dipinta addirittura dall’Evangelista Luca. L’icona della Madre di Dio rivela e conferma quindi la linea teologica dei maroniti e la loro fede nella natura umana di Cristo e nella Maternità Divina di Maria.

Secondo il vescovo Boutros Gemayel l’icona di Ilige ricapitola nei suoi strati di pittura le peripezie della storia della Chiesa Maronita. E’ probabilmente l’icona che ha accompagnato i patriarchi e i monaci durante i loro spostamenti causati dalle persecuzioni a partire da quello del X° secolo quando decisero di abbandonare il grande monastero sull’ Oronte. Arrivarono in Libano, accompagnati dalla loro Madre che non ha mai cessato di proteggerli. Ella è arrivata in Libano, terra del suo cantico dei cantici, per essere la Regina amata da tutti e la Madre che veglia per fare del Libano un messaggio di amore che sopravviva a tutte le aggressioni.

Jocelyne Khoueiry *

(dal testo della conferenza tenuta a Lourdes nel 2009)

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* Traduzione ad opera di Mario Villani che si assume ogni responsabilità in ordine ad errori e/o omissioni
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Il Santo “medico”: San Charbel Makhlouf

Al grande eremita libanese, morto nel 1898, vengono attribuite centinaia di guarigioni miracolose.

San Charbel

Yusef (Giuseppe) Makhluf nacque nel villaggio di Biqa Kafra, sul massiccio del Monte Libano, nell’anno 1828, quinto figlio di una famiglia di contadini. Rimase orfano di padre in giovanissima età e la madre si risposò con un uomo di profondi sentimenti cristiani che addirittura alcuni anni dopo ricevette il diaconato. Yusef sentì fin da giovane il richiamo della vita religiosa tanto che già a quattordici anni, mentre portava al pascolo le sue pecore, sovente si ritirava in una caverna a pregare e meditare. I ragazzi suoi coetanei non di rado si prendevano gioco di lui per questo suo atteggiamento, ma Yusef accettava le loro burle quasi con gioia, dando già prova di quella straordinaria mitezza che sarebbe divenuta la caratteristica più significativa della sua vita e del suo carattere.

A vent’anni, trovandosi nella condizione di dover scegliere tra il matrimonio e la vita religiosa, Yusef decise di prendersi un periodo di tre anni di meditazione durante il quale ascoltare solo la voce di Dio. L’ordine che ricevette fu inequivocabile: “lascia tutto, vieni e seguimi!”. Fu così che nel 1851, senza salutare nessuno, egli lasciò la propria famiglia e si presentò al convento della Madonna di Mayfouq dove chiese di essere accolto. Qui fece due anni di noviziato, terminati i quali venne inviato nel Monastero “San Maroun” di Annaya, un villaggio ad una trentina di chilometri da Byblos, dove egli fece i voti perpetui come monaco il 1° novembre 1853 prendendo il nome di Charbel, un martire del secondo secolo.

Dopo alcuni anni trascorsi nel monastero di San Cipriano vicino a Batroun allo scopo di studiare la teologia venne ordinato sacerdote il 23 luglio 1859, all’età quindi di 31 anni. Ritornato al monastero di San Maroun di Annaya fece la normale vita del monaco per sedici anni durante i quali si distinse per la straordinaria mitezza e l’assoluta obbedienza agli ordini dei suoi confratelli e superiori. Quindi chiese ed ottenne il permesso di ritirarsi in eremitaggio su un colle posto nelle immediate vicinanze dello stesso monastero di Annaya. Per i successivi ventitre anni egli visse in una piccola abitazione priva di qualunque riscaldamento, utilizzando un sasso come cuscino, portando il cilicio e trascorrendo il tempo in preghiera salvo quello necessario a coltivare la terra da cui otteneva il necessario per il suo unico pasto giornaliero. Morì per un colpo apoplettico a settant’anni il 24 dicembre 1898 mentre si accingeva a celebrare il Santo Natale.

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La tomba del santo

Gli anni di eremitaggio furono contraddistinti -oltre che dalle durissime condizioni di vita- da una straordinaria mansuetudine nei confronti dei confratelli e dei superiori tanto che egli chiedeva sempre per sé i lavori più umili e sgradevoli che gli altri non gradivano. Non ci furono folle di fedeli che lo andarono a trovare in vita, anzi la fama della sua vita austera superò di poco i confini del villaggio di Annaya e neppure miracoli clamorosi. Per la verità si ricorda un solo fatto apparentemente straordinario: una sera rientrò tardi dai lavori nei campi ed il Superiore per penitenza non gli consegnò l’olio per la lampada. Quando il Padre Superiore si ritirò nella sua camera, vide che dalla cella di San Charbel proveniva una fioca luce. Entratovi trovò il monaco che leggeva gli Uffici alla luce della lampada e quindi gli chiese come si fosse procurato l’olio. “Non ho messo olio” rispose candidamente San Charbel “ma  acqua”. Incredulo il Padre Superiore prese la lampada, che subito si spense, e la vuotò vedendo che effettivamente usciva effettivamente usciva solo dell’acqua. Allora, prima di uscire, si inginocchiò.
Nessun fatto straordinario e nessun miracolo clamoroso durante la vita, ma tutto cambiò dopo la morte di San Charbel. Qualche mese dopo la sua sepoltura, infatti, dalla tomba del monaco incominciarono a uscire strane luci. Venne allora riaperto il sarcofago ed il corpo di San Charbel apparve incorrotto e ricoperto di uno strano sudore misto a sangue. Intanto incominciarono a diffondersi le voci di guarigioni inspiegabili attribuite proprio all’ intercessione del monaco. Nel 1925 venne aperto il processo di canonizzazione e nel 1950 venne ancora riaperta la tomba. Una commissione di medici potè così verificare l’integrità del corpo e la persistenza del sudore misto a sangue rilevato già mezzo secolo prima. Charbel Makhlouf venne dichiarato Beato nel 1965 ed infine proclamato Santo il 9 ottobre 1977 durante il sinodo mondiale dei Vescovi. A convincere la Chiesa a fare questo passo furono soprattutto le guarigioni scientificamente inspiegabili attribuite al grande mistico. Nel processo di canonizzazione ne vengono citate tre: la guarigione miracolosa e istantanea da un’ulcera maligna di Suor Maria Abel Kamari il 12 luglio 1950, il recupero della vista di un cieco, certo Iskandar Obeid, avvenuto mentre il fedele stava pregando sulla tomba del futuro Santo nel 1937 e la guarigione da un cancro alla gola in fase terminale di Myriam Aouad avvenuta invece nel 1967. In realtà però presso l’apposito registro del monastero di Annaya sono ormai raccolti i racconti di centinaia di guarigioni inspiegabili secondo la scienza medica. Non solo racconti di libanesi; ovunque nel mondo venga conosciuta la fama di San Charbel lì si verificano miracoli, persino recentemente in Messico e in Russia. Non a caso proprio dalla Russia è giunta in Libano negli anni ’80 una commissione di scienziati per effettuare studi sulla tomba del Santo. Ad essere miracolati non sono solo cristiani, ma anche musulmani e drusi. E’ nota la storia di una giovane drusa libanese a cui negli anni ’50 crebbe una gamba (originalmente più corta dell’altra di cinque o sei centimetri) dopo che sulla stessa venne posto del fango formato da acqua benedetta e terra raccolta attorno alla tomba di San Charbel. Il fatto venne testimoniato con una dichiarazione giurata dagli stessi notabili drusi del villaggio.
Chi scrive queste righe è stato -con altri amici- in Libano nel 1990 per oltre un mese a distribuire aiuti alla popolazione provata da quindici anni guerra. Durante questo periodo mi è stato raccontato un fatto che oggi, per la prima volta voglio riferire e che sarebbe avvenuto pochi mesi prima del nostro arrivo, in un villaggio della regione cristiana del Keshrouan.

Una signora attendeva un bambino ed era arrivato il momento del parto che però si presentava difficile. Non vi era la possibilità di ottenere aiuto in ospedale perchè la strada che portava alla città più vicina era teatro di  combattimenti. Il marito disperato, temendo di perdere sia la madre che il figlioletto rivolse una preghiera a San Charbel facendo voto, se tutto fosse andato bene, di portare immediatamente il neonato al monastero di Annaya per farlo battezzare. Il parto si concluse felicemente e il neopapà, benchè ormai fosse notte, salì sull’autovettura con il bambino dirigendosi al convento di Annaya. Qui giunto entrò nella chiesa dove vide un monaco raccolto in preghiera a cui spiegò l’accaduto e chiese di battezzare il bambino. Il monaco non fece alcuna difficoltà e battezzò immediatamente il neonato, dicendo però che non poteva rilasciare subito il certificato di battesimo. Invitò quindi il padre a passare la mattina dopo dicendo che gli avrebbe lasciato il certificato tra le pagine del Vangelo posto sul leggio della chiesa. Il padre ritornò a casa e la mattina dopo si recò nuovamente al monastero di Annaya per ritirare il certificato. Ricevuto dal Priore del convento spiegò cosa era accaduto nella notte ricevendo una risposta sconcertante: di notte i monaci sono nelle loro celle e quindi nessuno poteva essere nella chiesa. A fronte delle insistenze dell’uomo il Priore si decise ed insieme andarono a vedere il Vangelo posto sul leggio. Qui scoprirono che vi era effettivamente il certificato di battesimo del bambino, in calce vi era la firma: Charbel Makhlouf.
Non posso ovviamente garantire della veridicità di questo fatto che peraltro mi è stato raccontato da persone tutt’altro che visionarie. In periodi di estrema tensione come sono le guerre peraltro non di rado fioriscono racconti e leggende che successivamente si rivelano privi di fondamento. Io sono però tentato di credere che il fatto sia realmente avvenuto perché penso che Padre Charbel abbia ottenuto da Dio la concessione di continuare a rimanere -sotto forme che noi non possiamo conoscere- a presidiare il suo convento ed a raccogliere le lacrime delle persone sofferenti che si rivolgono a lui con fiducia. Non un santo libanese, ma un santo universale come universali sono il dolore e la speranza, due ali che ben utilizzate, ma solo se ben utilizzate, servono per volare fino a Dio.

Mario Villani

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