cristiani medioriente

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (quarta parte)

Concludiamo dando uno sguardo alla situazione dei Cristiani nella penisola arabica ed in Iran

YEMEN

La quasi inesistente cristianità yemenita rischia la totale estinzione. Complice la guerra che oppone gli insorti sciiti alla coalizione, guidata dall’Arabia Saudita e che a visto il trasferimento ad opera di quest’ultima di milizie salafite affiliate in gran parte ad Al-Quaeda o a formazioni collaterali, la presenza cristiana, quasi totalmente costituita da immigrati è stata brutalmente cancellata. Il martirio delle 4 suore di Madre Teresa e il rapimento dell’unico sacerdote cattolico presente nel paese ne sono stati l’epilogo tragico. La notizia, sia pure poi fortunatamente smentita, della crocifissione di quest’ultimo, lo scorso Venerdì Santo, da la misura di quanto l’odio anticristiano si sia diffuso nel paese. Paese in cui, anche in tempi precedenti l’attuale conflitto essere cristiani non era facile, tanto che la conversione, avvenuta negli anni, di circa 2500 yemeniti aveva provocato a più riprese la levata di scudi delle autorità religiose musulmane e la richiesta pressante di un intervento governativo, che mettesse fine al fenomeno per quanto modesto.

EMIRATI, KUWAIT, BARHAIN, DUBAI, QUATAR, ABU DABI, OMAN

La situazione dei Cristiani nei paesi del golfo persico è sostanzialmente la stessa. In questi paesi non esistono cristiani autoctoni e la “cristianità” è rappresentata dai lavoratori immigrati, tecnici occidentali e manovalanza dal terzo mondo, dagli uomini d’affari e dai turisti. In tutti questi paesi è teoricamente consentito il culto pubblico, tanto che vi sono state costruite delle chiese, nelle capitali, la dove è maggiore la presenza occidentale. Diversa è la condizione dei cristiani facenti parte della manovalanza terzomondiale ai quali è negato ogni espressione, non tanto principalmente in quanto cristiani ma in quanto manodopera fungibile sostanzialmente priva di diritti a prescindere dalla religione . Certo l’essere cristiani è una discriminante in più. Se è possibile stabilire una graduatoria della tolleranza, il paese con condizioni meno vessatorie è l’Oman la cui famiglia reale non ha abbracciato il credo Wahabita, mentre Kuwait e Quatar si disputano il vertice paesi peggiori.

ARABIA SAUDITA

L’Arabia Saudita può essere definita senza tema di smentita l’inferno terreno per i cristiani, che anche qui sono costituiti da personale tecnico occidentale e da manovalanza o personale di servizio domestico del terzo mondo. Non esistono ed è vietato realizzare edifici di culto diverso dal credo musulmano sunnita, nella sua variante wahabita, introdurre testi sacri di religioni diverse o i loro simboli . La presenza massiccia di tecnici e militari occidentali ha fatto si che venisse tollerato a livello ufficiale il culto strettamente privato. Questo però non impedisce che, se si vive fuori dai ghetti dorati destinati agli occidentali, la polizia religiosa possa intervenire a impedire e sanzionare le riunioni di preghiera o il festeggiamento privato delle ricorrenze cristiane come il Natale e la Pasqua. Il fatto, ad esempio, che un albero di Natale sia visibile dall’esterno dell’abitazione può divenire motivo di intervento della polizia religiosa con conseguente sanzione penale, che data la vigente sharia si concreta in pesanti punizioni corporali. E’ assolutamente vietata la ostentazione di simboli della religione cristiana, ma anche il sospetto che li si porti in modo occulto può essere causa, una volta verificato da detta polizia, di pesanti sanzioni. Va da se che, se di massima la polizia religiosa tenderà a far finta di non vedere inevitabili violazioni minime poste in essere dall’ingegnere minerario inglese o dal militare americano, colpirà con inflessibile durezza il manovale pachistano o la domestica filippina.

IRAN

I cristiani residenti nella Repubblica Islamica dell‘Iran sono una ristretta minoranza. La loro presenza dal 1979 a oggi è andata significativamente riducendosi. All’inizio della Rivoluzione si contavano circa 300.000 cristiani su una popolazione di 42 milioni. Ora sono meno di 100.000 (forse solo 80.000) su una popolazione totale di 78 milioni.
La maggioranza dei cristiani è costituita dalla Chiesa Apostolica Armena (65.000-70.000). Poi viene la Chiesa Assira d’Oriente (6000) e la Chiesa Russa e quella Greco-ortodossa, che contano pochissimi fedeli. I protestanti sono soprattutto membri della Chiesa Episcopaliana, Evangelica e delle Assemblee di Dio. Molti pastori di queste chiese hanno lasciato il Paese e hanno fondato delle comunità che parlano farsi all’estero, in Europa, Usa e Canada. Sono comunità molto attive su internet e sulle tv satellitari, trasmettono in farsi e sono molto seguite anche in Iran. Ed è anche per questo che vengono viste, a differenza delle chiese Armena, Caldea e Cattolica latina, che godono di più ampie libertà, come longa manus del “grande satana” americano e sottoposte a restrizioni al limite della perscuzione.

I cristiani cattolici sono suddivisi in tre riti: assiro-caldeo, armeno e latino, e cinque diocesi (tre di rito assiro-caldeo a Teheran, Urmia-Salmas e Ahwaz, una di rito armeno e una di rito latino).La popolazione cattolica è molto piccola. I due vescovi assiro-caldei sostengono che le loro rispettive comunità hanno tra i 1500 e i 2000 fedeli, mentre i latini, contando anche gli stranieri che lavorano temporaneamente in Iran, sono circa 2000. I cattolici dei tre riti e delle cinque diocesi non superano le 7000 unità, e cioè circa il 10% dell’intera comunità cristiana (ortodossi, cattolici e protestanti) e lo 0.01 della popolazione complessiva dell’Iran. a Chiesa cattolica conta ora 3 vescovi, un amministratore apostolico, 12 preti, 14 suore, due laici consacrati. Le chiese sono 7 a Teheran (una è armena, due sono assiro-calde, 4 latine), poi c’è una chiesa assiro-caldea a Urmia e un’altra a Hamedan, una latina a Isfahan e un’altra latina a Tabriz. Altre chiese delle diocesi assiro-caldee sono state aperte in altre città, come Ahwaz, Qazvin, Kermanshah e altri villaggi che circondano Salmas, ma non vi sono preti e religiosi residenti là, ma solo occasionalmente di passaggio.

Come nella quasi totalità dei paesi a maggioranza musulmana i cristiani iraniani sono riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella burocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro. Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni per il timore di essere accusati di proselitismo. Diversamente da quanto diffusamente si creda però in Iran non vige la Saharia ma una legislazione laica ispirata ai dettami dell’islam e i cristiani possono contare sui diritti conferiti loro dalla costituzione della repubblica il che comunque li mette al riparo dall’arbitrio dell’autorità ma non dal pregiudizio sociale.

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (seconda parte)

Vediamo in questa parte la situazione dei nostri Fratelli nella Fede in Siria ed Egitto

SIRIA

La presenza cristiana in Siria è antichissima. Le prime comunità si formarono già pochi decenni dopo la fine della missione terrena di Nostro Signore lasciando innumerevoli segni e testimonianze che sono giunte fino a noi. Basta citare la cittadina di Maaloula, un piccolo centro tra le montagne del Qalamoun non lontano dal confine con il Libano, dove si parla ancora l’aramaico antico, la stessa lingua usata da Gesù, e dove, nella chiesa di Mar Sarkis, vi è il più antico altare del mondo, ricavato direttamente da un’ara pagana.

E’ significativo ricordare che ben tre secoli dopo la conquista araba la maggioranza della popolazione in Siria era ancora cristiana, segno di una Fede profondamente radicata, e che ben sette Papi dei primi secoli erano originari della Siria.

Prima dell’inizio della guerra nel 2011 i Cristiani in Siria erano poco meno di due milioni (pari all’8% della popolazione) ripartiti secondo quel mosaico di Chiese e comunità che è una caratteristica (ed una ricchezza) della Cristianità Orientale. Melchiti (greco-cattolici), Siriaco Cattolici, Armeni Cattolici, Maroniti, Greco Ortodossi, Siriaco ortodossi, Armeni Apostolici ed una piccola comunità di Latini formano insieme una delle realtà cristiane più vive e radicate del mondo arabo e arabizzato.

Fino all’inizio della guerra la situazione dei cristiani in Siria era una delle meno problematiche all’interno del mondo musulmano. Benchè la Costituzione siriana preveda che il Capo dello Stato debba essere un musulmano e indica nel Corano la fonte del diritto, la vita delle comunità cristiane è, di fatto, libera: non vi sono limitazioni giuridiche all’accesso dei Cristiani nei posti pubblici (con l’eccezione del Capo dello Stato) e nelle scuole, il culto esterno è consentito, non vi sono difficoltà nella costruzione o ristrutturazione di chiese che, anzi, spesso viene finanziata dalla stessa autorità pubblica. Questa situazione relativamente felice è la conseguenza di tre fattori: una tradizione di tolleranza nei rapporti tra musulmani e cristiani, la natura nazionalista e laica del partito Bahat al potere, il fatto che il Capo dello Stato sia Alauita, vale a dire appartenga alla corrente islamica più aperta nei confronti dei Cristiani. La situazione ha purtroppo cominciato a deteriorarsi in alcune zone del Paese a partire già dalla fine degli anni ’90 a causa della predicazione di Imam wahabiti (provenienti o finanziati dall’Arabia Saudita) o legati ai Fratelli Musulmani che incitavano all’odio contro i Cristiani e Alauiti, suscitando in alcuni (minoritari) settori della comunità sunnita sentimenti di odio mai precedentemente conosciuti nella società siriana.

Con l’esplodere della guerra che ancora oggi insanguina la Siria la situazione dei Cristiani conosce un radicale peggioramento, soprattutto nelle aree dove dominano o sono attive le formazioni guerrigliere che sono praticamente tutte (e non solo l’ISIS) di ispirazione islamista. Fin dall’inizio del conflitto, nella primavera del 2011, i Cristiani, per la verità insieme ad Alauiti e Sciiti, finiscono nel mirino dei movimenti definiti “ribelli”. Nelle comunità cristiane vengono segnalati numerosi rapimenti (in particolare a Homs e nelle zone rurali intorno ad Aleppo e Idleb), alcuni dei rapiti vengono rilasciati dopo il pagamento di un riscatto, altri vengono uccisi. Le aree intorno ad Aleppo divengono particolarmente pericolose a causa di posti di blocco volanti organizzati dai guerriglieri. A questi posti di blocco vengono spesso fermati degli autobus, fatti scendere i passeggeri e divisi per appartenenza religiosa. I sunniti vengono di norma rilasciati, mentre cristiani e alauiti sono uccisi sul posto o rapiti.

Anche numerosi sacerdoti sono vittime delle crescenti violenze islamiste. Nel mese di ottobre 2012, vicino a Damasco, viene rapito e sgozzato padre Fadi Haddad, un parroco greco ortodosso che stava trattando la liberazione di un medico cristiano suo parrocchiano portato via da uomini armati pochi giorni prima. Il 9 febbraio 2013 vengono rapiti due sacerdoti vicino ad Aleppo, padre Michel Kayyal e padre Maher Mahfouz, mentre il loro autista, il diacono Fatha Kabboud, viene ucciso. Il successivo 22 aprile, due Vescovi, Boulos Yazigi greco ortodosso e Yohanna Ibrahim siro-ortodosso, vengono a loro volta rapiti mentre stanno trattando con i guerriglieri proprio la liberazione dei due sacerdoti. Nessuno di loro ha più fatto ritorno a casa. Nel luglio 2013, presumibilmente a Raqqa, scompare un sacerdote italiano, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fondatore del Convento di Mar Moussa.

Nel maggio 2013 viene attaesecuzioneccato dai ribelli dell’ASL il villaggio cristiano di El Duwair ed i suoi abitanti che non riescono a fuggire finiscono trucidati in maniera orribile. Nel settembre 2013, in segno di risposta all’appello alla preghiera per la Siria da parte del santo Padre, i terroristi del Fronte Al Nusra attaccano, al grido “siamo qui per prendervi adoratori della croce!”, la simbolica cittadina di Maalula. Le chiese vengono devastate, alcuni abitanti catturati, complessivamente una ventina, sono uccisi per il loro rifiuto di convertirsi all’Islam, gli altri fuggono abbandonando le proprie case al saccheggio.

Nel mese di giugno del 2013 sempre i terroristi del Fronte al Nusra occupano il villaggio cristiano di Gassanhiè, compendo numerose violenze e costringendo gli abitanti a scegliere tra la conversione la fuga. Tra gli altri viene sgozzato padre Francoise Murad, il parroco del villaggio che aveva tentato di difendere e aiutare i suoi parrocchiani. Episodi di violenza contro i Cristiani si segnalano in tutta la valle dell’Oronte dove vi sono numerosi villaggi cristiani.

Intanto a Homs vengono profanate e devastate praticamente tutte le chiese e nell’aprile del 2014 viene assassinato padre Frans Der Lugt un sacerdote gesuita olandese di settantacinque anni che ha prestato per quarant’anni il suo servizio pastorale in Siria proprio nella città di Homs.

A partire dal 2014 in molte aree della Siria dilagano le bande armate che fanno capo all’ISIS e nelle zone da loro occupate la situazione dei cristiani diventa ancora più tragica. Crocefissioni e decapitazioni vengono segnalate sia da Raqqa che da Deir Ezzor dove tutte le chiese vengono distrutte o trasformate in edifici utilizzati dai terroristi talvolta addirittura come tribunali. Le reali dimensioni di tali violenze non sono ancora oggi misurabili perchè queste zone sono ancora sotto il controllo dell’ISIS. Le fosse comuni che proprio in queste ore si stanno scoprendo nella città di Palmira, da pochissimo ripresa dall’esercito siriano, autorizzano le più fosche previsioni.

Nel mese di marzo 2014 bande armate provenienti dalla Turchia attaccano e conquistano la cittadina armena di Kessab e molti abitanti vengono trucidati. Quando, due mesi dopo, l’esercito siriano riuscirà a riprendere il controllo della città la troverà completamente devastata: case distrutte e depredate, chiese sfregiate, spezzate tutte le croci ed addirittura profanata la tomba di un sacerdote.

All’inizio del 2015 le milizie dell’ISIS attaccano i villaggi assiri della regione di Hassakà (nord est della Siria) i cui abitanti si erano rifiutati di eliminare le croci dalle loro chiese. Centinaia di persone, comprese donne e bambini, vengono rapite. Alcune saranno successivamente uccise, di altre ancora oggi si ignora la sorte. Sempre miliziani dell’ISIS assediano il centro cristiano di Saddad in provincia di Homs, strenuamente difeso dall’esercito e da una milizia locale, e riescono ad assassinare quarantacinque abitanti. In un caso tutti i membri di una famiglia (tra cui due adolescenti e tre dei loro nonni) vengono gettati dentro ad un pozzo. (1)

Queste diffuse ed efferate violenze hanno costretto decine di migliaia di Cristiani, ad oggi si calcola circa 450.000 ad abbandonare le loro case ed a rifugiarsi in zone più sicure o all’estero. E’ doveroso sottolineare il fatto che i Cristiani non sono stati le uniche vittime delle violenze dell’ISIS e delle altre formazioni islamiste. Alauiti, Sciiti e in genere appartenenti alle comunità religiose minoritarie hanno pagato un prezzo altissimo alle violenze estremiste in molti casi addirittura superiore a quello pagato dai cristiani. Questo dimostra come l’attacco portato alla Siria non miri semplicemente ad abbatterne il regime, ma a distruggerne il tessuto multiconfessionale per trasformarla in uno stato dominato da una visione toralitaria dell’Islam simile a quella che soffoca l’Arabia Saudita e che si sta impadronendo della Turchia.

EGITTO

La principale comunità cristiana dell’Egitto è la chiesa Copta, separatesi dall’ecumene Cattolica dopo il concilio di Calcedonia. I Copti, contrazione linguistica di Aegupti, sono gli Egizi originari e parlavano una lingua propria semitica oggi relegata dall’arabo al solo utilizzo liturgico. La loro consistenza numerica oscilla dal sei o sette per cento della popolazione, riconosciuto dalle fonti ufficiali governative, al dieci\quattordici per cento reclamato dalla comunità. Questa notevole differenza di stima è dovuta in parte alla diaspora in parte al fatto che, vista la perdurante condizione sociale sfavorevole dei non musulmani, molti cristiani non si qualificano come tali. La chiesa Copta ha una propria gerarchia con al vertice il Patriarca di Alessandria, il Papa dei Copti, carica ricoperta, dal 17 marzo del 2012, da Teodoro II. A fianco della chiesa Copta “ortodossa” troviamo una minoritaria Chiesa Copta uniate che riconosce l’autorità del Vescovo di Roma e i dogmi della Chiesa Cattolica. Sono altresì presenti variegate confessioni protestanti che prese singolarmente sono statisticamente irrilevanti. I Copti egiziani sono stati una comunità storicamente oppressa tranne che nel periodo che va dalla fine dell’ottocento alla rivoluzione nasseriana. In questo periodo, grazie sostanzialmente al protettorato europeo sull’Egitto, la comunità ebbe un ampio sviluppo economico e una vasta rappresentanza nell’amministrazione civile del paese. Con l’instaurazione della repubblica, l’ideologia di socialismo nazionale che ne sottintendeva i fondamenti giuridici portò alla nazionalizzazione delle attività economiche e alla epurazione dei funzionari già fedeli alla monarchia. Con il conseguente esodo delle famiglie facoltose e il ritorno nella condizione di cittadini di rango inferiore degli altri.

Se pure giuridicamente non rilevante l’essere cristiani nell’Egitto repubblicano divenne fonte di discriminazione quando non di persecuzione. Bisogna dire che a questo contribuì, se pur non in maniera determinante, la copertura che alcuni ambienti protestanti egiziani dettero alle attività dei servizi israeliani nel paese e l’avventura Anglo\Francese di Suez . La persecuzione ebbe il suo picco negli anni della presidenza Sadat quando il presidente, a seguito delle proteste per un attentato che aveva provocato, tra i copti, 17 morti e centinaia di feriti, aveva ordinato a Papa Shenuda III, il capo della Chiesa ortodossa copta, di ritirarsi in esilio nel monastero di San Bishoi. In aggiunta, otto vescovi, 24 sacerdoti e molti altri eminenti personalità copte furono posti agli arresti. Sadat sostituì la gerarchia ecclesiastica con un Comitato di 5 vescovi e considerò Papa Shenuda come fosse stato deposto. Dopo la morte di Sadat, sotto la presidenza Mubarak le condizioni sono leggermente migliorate dal punto di vista ufficiale ma non nella prassi sociale. Circa tre anni dopo l’assassinio di Sadat, il Presidente richiamò dall’esilio Papa Shenuda III d’Alessandria. Il 2 gennaio 1985 questi tornò al Cairo per celebrare la festività natalizia del 7 gennaio, e la folla che lo accolse fu valutata in più di 10.000 persone. Nonostante diverse limitazioni religiose che il governo ha mantenuto e le vessazioni subite dai gruppi islamici più radicali, i cristiani copti hanno goduto di diritti umani e religiosi relativamente migliori sotto Mubarak, con la loro festività del 7 gennaio riconosciuta come festività nazionale nel 2002. Le forme di discriminazione più rilevanti riguardano, come nella maggior parte dei paesi islamici, l’accesso alle cariche pubbliche e agli alti gradi delle forze armate, la possibilità di costruire luoghi di culto e di restaurare gli esistenti anche quando rappresentino monumenti artisticamente e storicamente rilevanti. In Egitto ad esempio la costruzione di nuove chiese era libera purché questa avvenisse ad una determinata distanza da una moschea. Per cui bastava che un imam aprisse una moschea in un locale situato vicino a dove doveva sorgere la nuova chiesa perché la licenza di costruzione venisse revocata. Per i restauri invece, le lungaggini della burocrazia per avere la licenza per attuare i lavori, lungaggini spesso giustificate derisoriamente con la necessità di preservare il valore artistico del monumento, rendevano la cosa quasi impossibile. Ben più grave poi era ed è la pratica, formalmente illegale ma ampiamente tollerata , del rapimento di ragazze cristiane per darle in sposa a musulmani. Su questa pratica odiosa è stato pubblicato, nel 2009, un rapporto sul fenomeno del rapimento di ragazze copte da parte di uomini musulmani. Il documento s’intitola «La scomparsa, la conversione forzata e i matrimoni forzati delle donne cristiane copte in Egitto» ed è stato redatto da Michele Clark (docente di Tratta di esseri umani alla George Washington University) e Nadia Ghaly, avvocata copta.

Negli ultimi anni della presidenza Mubarak poi, la crescita nella società egiziana dell’influenza dei Fratelli Musulmani, formalmente al bando ma presenti in tutti gangli della società civile e dello stato, ha portato ad una radicalizzazione di una parte della popolazione e al moltiplicarsi delle aggressioni contro i cristiani culminate negli assalti periodicamente perpetrati ai danni dei fedeli in uscita dalle chiese tra cui quello sanguinosissimo perpetrato il primo gennaio del 2011 ad Alessandria d’Egitto quando un integralista musulmano si è fatto esplodere dinanzi alla Chiesa copta dei Santi, nel quartiere di Sidi Bishr, causando la morte di 23 fedeli copti e il ferimento di numerosi altri che partecipavano ad una tradizionale cerimonia religiosa per l’anno nuovo.Dopo la caduta di Mubarak a seguito della cosiddetta primavera araba il vento persecutorio ha assunto i crismi dell’ufficialità con il tentativo dei Fratelli Musulmani andati al potere di imporre al paese la shari?a come legge fondamentale. Il colpo di stato del Generale Al Sisi ha fortunatamente interrotto questo processo e la messa al bando, questa volta effettiva dei Fratelli Musulmani, ha dato speranza alle comunità cristiane in special modo alla chiesa Copta “ortodossa”. Durante la sua presidenza è notevolmente cresciuta la libertà di religione e sono migliorate le condizioni di vita dei cristiani e dei non religiosi e sono state rimosse quasi tutte le discriminazioni ai danni dei non musulmani. Tra i provvedimenti presi dal nuovo governo c’è la liberalizzazione effettiva della costruzione di nuove chiese e il contributo statale al restauro delle esistenti. Al Sisi poi è stato il primo capo di Stato in tutta la storia dell’Egitto a partecipare alla festività natalizia del 7 gennaio (secondo il calendario copto) durante la quale ha tenuto un discorso, affiancato da papa Teodoro II di Alessandria, chiedendo l’unità degli egiziani e augurando ai cristiani un buon Natale.

Va da se che non ostante la volontà del nuovo governo di crearsi una base di consenso, tra le componenti ostili ai salafiti della società egiziana, il novo corso per ora riguarda il centro, le grandi città come il Cairo e Alessandria. Nelle città di provincia e nelle campagne, aree dove l’estremismo islamico ha trovato consenso la vita dei cristiani è ancora difficile. Lo testimoniano le denunce che si susseguono di aggressioni e soprusi spesso ignorate dalle autorità locali.

1) solo dopo la fine della stesura dell’articolo sono giunte le tremende notizie sul massacro, da parte dell’ISIS,  di oltre venti Cristiani a Quryateen, poco prima che la città venisse ripresa dalle truppe regolari siriane.

Fine seconda parte  

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

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“Non c’è un genocidio di cristiani e non ci servono protettori”

Il Patriarca e cardinale maronita Bechara Boutros Rai: l’incontro tra il Papa e Kirill è stato un fatto provvidenziale. E i cristiani del Medio Oriente giudicano positivamente l’intervento russo nel conflitto siriano

Gianni Valente – Vatican Insider

Il Medio Oriente è sconvolto dalla tempesta delle guerre, del terrorismo e delle pulizie etnico-religiose. Ma la tempesta passerà, e anche i cristiani non spariranno dalle terre dove è nato Gesù e si è diffuso il primo annuncio cristiano. Il cardinale libanese Boutros Bechara Rai, Patriarca di Antiochia dei maroniti, non sembra contagiato dai toni catastrofici che segnano tanti interventi di altri vescovi e Patriarchi mediorientali. Lui dà ragione con accenti appassionati della speranza cristiana che lo anima anche riguardo al futuro del Vangelo in quella parte del mondo.

Beatitudine, esponenti di altre Chiese cattoliche orientali hanno espresso riserve per l’abbraccio tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill, e soprattutto per la dichiarazione comune da loro sottoscritta. Come è stato vissuto quell’evento tra i cristiani del Medio Oriente?

“Da noi l’ecumenismo non è una questione accademica. È la vita di tutti i giorni. Tra cristiani di diverse tradizioni ci incontriamo spesso e decidiamo tutto insieme. Abbiamo percepito l’incontro tra il Papa e il Patriarca russo come un fatto provvidenziale, e io l’ho scritto anche al Papa. La dichiarazione comune, la sto leggendo un pezzo per volta al programma di formazione cristiana che tengo ogni settimana in tv. Ho cominciato coi paragrafi dedicati ai cristiani in Medio Oriente. La prossima settimana tratterò della parte sulla famiglia. Io ho rapporti fraterni anche col Patriarca Kirill. Ci scriviamo sempre, mi sono consultato con lui anche sulle questioni della politica”.

Quale giudizio prevale tra i cristiani del Medio Oriente riguardo all’intervento russo in Siria, che ha cambiato le sorti del conflitto e viene criticato da molti circoli in Occidente?

“La Russia si occupa da sempre dei cristiani del Medio Oriente, soprattutto quelli ortodossi. Nel solo Libano, i russi hanno aiutato a far nascere almeno un’ottantina di scuole ortodosse, che rappresentano un contributo importante per la vita ecclesiale. Riguardo alla guerra, ai nostri occhi l’intervento della coalizione guidata dagli americani non ha fatto altro che consolidare i jihadisti del Daesh, lo Stato Islamico. E questo ci spingeva sempre a porci delle domande. Poi sono arrivati i russi, stanno colpendo Daesh e allora si sentono le proteste di chi li rimprovera di voler solo sostenere il regime siriano… Allora non ci si capisce più niente. Noi sappiamo solo che non è possibile essere preda delle organizzazioni terroristiche: Daesh, al Qaida, al Nusra, e i mercenari che ci mandate dall’Occidente… Quindi noi giudichiamo positivamente questo intervento russo, come una lotta concreta lotta contro il Daesh. Poi, è ovvio che tutti gli Stati hanno i propri interessi politici. Ma almeno c’è una Nazione, la Russia, che parla anche dei cristiani del Medio Oriente”.

Ma c’è sempre bisogno di qualcuno che difende dall’esterno i cristiani del Medio Oriente? Non c’è il pericolo di teorizzare per loro nuovi protettorati, come quelli esercitati un tempo dalle potenze occidentali?

“Non c’è più nessun protettorato, e forse non c’è mai stato. Gli Stati facevano i loro interessi, sotto la coperta del protettorato. Noi non abbiamo bisogno di protettori. Abbiamo bisogno solo che dall’esterno ci lascino in pace, Prima di questi interventi esterni, c’erano stati tanti problemi, ma negli ultimi tempi vivevamo in pace. Lungo la storia abbiamo sempre trovato le vie per andare avanti”.

Eppure ci sono tante forze e organizzazioni, anche politiche, che dicono di voler aiutare i cristiani in Medio Oriente.

“Sì, va bene, ma si tenga conto che noi non siamo degli individui isolati, o delle piccole minoranze derelitte. Siamo la Chiesa di Cristo, che si trova in Medio Oriente. Ci sono quelli che trattano i cristiani mediorientali come dei poveretti, quelli che dicono: venite da noi, che vi accoglieremo, cinquanta qui, cento lì, cinquecento in quell’altro Paese…. A questi dico che le cose non funzionano così. Noi vogliamo rimanere nella terra nostra, insieme ai musulmani, dove abbiamo vissuto insieme per 1400 anni, e vogliamo rimanerci nel nome del Vangelo. Abbiamo creato una cultura insieme, una civiltà insieme. E tutti quelli che ora combattono in Medio Oriente, non sono del Medio Oriente”.

L’alternativa obbligata, in Medio Oriente, è tra regimi autoritari e fanatismo jihadista?

“L’ultimo tempo di sangue e dolore è iniziato coi popoli di diverse nazioni che esprimevano il legittimo desiderio di riforme politiche. È un diritto chiedere cambiamenti. Ma poi quelle richieste sono sparite, e sono venute fuori le organizzazioni terroristiche, sostenute da fuori con i soldi, le armi e il sostegno logistico. A tanti che ne parlano sempre, la democrazia e la libertà non interessa davvero. Hanno altri interessi”.

C’è anche chi, riguardo alla condizione vissuta ora dai cristiani in Medio Oriente, utilizza sempre le categorie di persecuzione e addirittura di genocidio. L’uso di queste espressioni è sempre appropriato?

“Il problema in Medio Oriente non un problema di persecuzione dei musulmani sui cristiani. I problemi sono altri: quelli tra sciiti e sunniti, tra regimi e gruppi terroristici, e tra Arabia Saudita e Iran, che si fanno la guerra sul suolo della Siria, dell’Iraq, dello Yemen, e in Libano si fanno guerra politica. I cristiani ci vanno di mezzo, ci sono stati attacchi mirati, perchè nel caos succede sempre così. Ma non possiamo parlare di persecuzione vera e propria e sistematica, e tanto meno di genocidio. Ci sono molte più persecuzioni contro i musulmani che contro i cristiani, I cristiani sono vittime come tutti gli altri, ma i 12 milioni di siriani che sono dovuti scappare dalle loro case non sono cristiani. Anche le atrocità del Daesh sono rivolte più contro i musulmani che contro i cristiani”.

Ma anche fuori dagli scenari di guerra, nei Paesi del Medio Oriente i cristiani vivono spesso situazioni obiettive di discriminazione.

“Ci sono difficoltà, maltrattamenti, ci sono regimi che non rispettano la libertà religiosa, ma tutto questo è un’altra cosa rispetto alla persecuzione e addirittura al genocidio. E sono situazioni con cui noi abbiamo una certa familiarità storica. Se ci si lascia in pace, troveremo noi le soluzioni per andare avanti nelle situazioni nuove che ci troveremo a vivere. I protettorati del passato, di cui abbiamo accennato prima, hanno fatto più danni che bene ai cristiani che dicevano di voler difendere. Gli Stati fanno solo i loro interessi, e i cristiani venivano identificati come un corpo estraneo, da espellere. Mentre noi nelle nostre terre ci siamo nati, e abbiamo saputo vivere anche sotto i regimi più dittatoriali. Per questo nelle nostre terre noi non saremo mai “minoranze”, anche se rimanesse un solo cristiano in tutto il Medio Oriente I cristiani mediorientali riconoscono i limiti, rispettano le leggi e le autorità costituite. Sanno bene di vivere in Paesi dove l’islam è religione di Stato, la Sharia e sorgente principale delle leggi. Desiderano le riforme, Certo. Ma rispettano i tempi della storia. A quelli che vengono con le bombe, che fanno la guerra con la scusa di voler la democrazia e le riforme, o addirittura dicono di voler aiutare i cristiani, non si può dar credito. Non vogliono davvero le riforme. Cercano altro”.

Quale è allora il modo di aiutare i cristiani che soffrono?

“Chi riceve i colpi non è come quello che li conta. Dobbiamo sempre immedesimarci con chi è in difficoltà, perché siamo la Chiesa di Cristo. Ma stare vicino a chi soffre non vuol dire invitare i cristiani a fuggire dalle loro terre. Bisogna aiutarli lì dove si trovano. Ai politici stranieri che incontro ripeto sempre: fate finire la guerra, trovate soluzioni politiche ai conflitti, e lasciateci in pace, Non chiediamo altro”.

Nel disastro del Medio Oriente, il Libano vive una crisi istituzionale devastante. Eppure non è stato risucchiato dai conflitti.

“Il Libano rimane una necessità per tutto il Medio Oriente. Lì cristianesimo e islam vivono in una condizione di eguaglianza”.

Ma anche lì la situazione politica è bloccata dallo scontro tra forze allineate con l’Iran o con l’Arabia Saudita.

“All’Iran chiediamo sempre di fare pressioni sul Partito sciita di Hezbollah, perchè la smettano di boicottare le elezioni presidenziali. Siamo senza Presidente da quasi due anni, fanno mancare sempre il quorum alle riunioni del parlamento convocate per l’elezione. Al posto di Presidente deve essere eletto un cristiano maronita. Ma quelli di Hezbollah hanno deciso di boicottare ogni candidatura che non sia gradita a loro”.

Vede davvero qualche possibilità di trovare una via d’uscita dal conflitto siriano?

“Finché la Turchia tiene aperte le frontiere a tutte le organizzazioni terroristiche, la pace rimane un sogno. E la coscienza della comunità internazionale sembra essere morta. Tutti questi esseri umani sparsi nelle strade del mondo non significano niente, per chi ha in mano il potere nel mondo”.

Tanti capi cristiani ripetono dichiarazioni catastrofiche. Lei, invece, una volta ha detto che anche questa tempesta passerà.

“I cristiani non sono un gruppo etnico-religioso, e non sono un partito politico. Sono i figli della Chiesa di Cristo. La loro presenza, anche in Medio Oriente, non dipende solo dagli equilibri politici e dalle vicissitudini della storia. C’è una tempesta, e allora noi facciamo il gioco della canna, che si piega, non si irrigidisce, e la tempesta passa, e la canna non si spezza. Abbiamo vissuto difficoltà peggiori di quelle presenti, ai tempi di Mamelucchi e degli Abassidi. Anche i Patriarchi maroniti hanno vissuto per 400 anni in posti inaccessibili, in piccole celle in alte montagne, altre volte nel profondo di valli isolate, per custodire e essere custoditi nella fede cattolica. La fede non è mai spenta dalle tribolazioni, come si vede bene anche in tutta la storia della Chiesa di Roma. Io sento che il Medio Oriente ha più che mai bisogno di noi, ha bisogno di sentire un’altra voce. Diversa da quella della guerra, dell’odio, del sangue innocente sacrificato. Ha bisogno della voce del Vangelo. Oggi più che mai”.

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