cristiani

Nella tana qaedista di Idlib una sparuta comunità di Cristiani vive e testimonia la propria fede

Testimonianza dalla roccaforte jihadista di Idlib: “Resteremo cristiani fino alla morte”

Da Knayeh, non distante da Idlib, ultima roccaforte dei ribelli anti-Assad e dei jihadisti filo-qaedisti del fronte Hayat Tahrir al-Sham (al-Nusra), arriva la testimonianza dei pochi cristiani rimasti sostenuti dagli unici religiosi, due frati della Custodia di Terra Santa, rimasti al loro fianco, padre Hanna Jallouf e padre Louai Bsharat. Minacciati da rapimenti e omicidi, privati di case e terreni, tollerati nel culto sottoposto a rigide restrizioni: “Ai fondamentalisti diciamo che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. Anche se nella sofferenza viviamo un tempo di grazia”

di Daniele Rocchi
Agensir, 25 settembre 2018
Ringraziamo il Signore che ancora siamo vivi”. La voce di padre Hanna Jallouf, 66 anni, francescano siriano della Custodia di Terra Santa, è quella dei cristiani che vivono nei villaggi di Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh che si trovano nella zona di Idlib, nel nord della Siria, ultimo bastione degli oppositori al presidente siriano Assad e dei terroristi islamisti. Qui, a poca distanza dal confine turco, si sono concentrati, in questi anni di guerra, decine di migliaia di combattenti, anche stranieri, del fronte Hayat Tahrir al-Sham – gruppo jihadista di ideologia salafita, affiliato ad Al-Qaeda ed erede del meglio conosciuto Jabhat Al Nusra – decisi a non arrendersi all’esercito regolare siriano e ai suoi alleati russi e iraniani. Nei giorni scorsi si era parlato di un’imminente attacco volto alla riconquista della roccaforte jihadista poi rientrato in seguito al vertice di Sochi, sul Mar Nero, durante il quale il presidente russo Putin e il leader turco Erdogan hanno trovato un accordo per creare, intorno a questa area contesa, una zona demilitarizzata. L’accordo dovrebbe portare al “ritiro di tutti i combattenti radicali” da Idlib, scongiurando una crisi umanitaria di vaste proporzioni dal momento che nell’area vivono anche due milioni e mezzo di siriani, molti dei quali sfollati interni.
Una sofferenza comune. L’accordo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a padre Hanna, e al suo confratello Louai Bsharat, gli unici religiosi cristiani rimasti a Knayeh e Yacoubieh, nei conventi di san Giuseppe e di Nostra Signora di Fatima. Allontanato per ora lo spettro di nuovi combattimenti, sul terreno restano i problemi di sempre e “condizioni di vita sempre più dure man mano che sale la tensione”.
Non sappiamo come andrà a finire – dice padre Hanna che è parroco latino di Knayeh – i ribelli non intendono né arrendersi né ritirarsi. Se lo facessero tutti noi che viviamo qui, cristiani e musulmani, ne trarremmo giovamento. Anche i nostri fratelli musulmani soffrono molto. Vengono costretti ad andare in moschea e a seguire pratiche che sono solo nella mente di questi fanatici”.

Cristiani vittime di rapimenti e omicidi. Dal canto loro i cristiani di Knayeh e Yacoubieh vivono rintanati in casa terrorizzati. “La paura è enorme per le nostre comunità già povere – dichiara il frate -. Gli aiuti non arrivano come un tempo e sono iniziati i rapimenti  non conosciamo gli autori di questi crimini, se siano semplici malviventi o membri delle milizie che controllano la zona. Alcuni giorni fa è stato rapito il nostro avvocato e la famiglia ha dovuto sborsare circa 50mila dollari per il suo rilascio. Una cifra enorme”. Anche padre Hanna ha vissuto l’esperienza del rapimento: venne prelevato da miliziani del fronte Jahbat Al-Nusra, nell’ottobre del 2014, con 16 parrocchiani. “Dopo diversi giorni sono stato riportato al mio convento di Knayeh”, ricorda il religioso.

Volevano costringerci alla conversione e prenderci il convento. Ma siamo rimasti saldi nella fede e tornati a casa più forti e motivati di prima”.
Adesso ai rapimenti si sono aggiunte le esecuzioni sommarie e gli omicidi: Il 19 settembre – rivela padre Hanna – un uomo, da sempre vicino alla nostra parrocchia, è stato ucciso. La sua unica colpa? Quella di aiutare i cristiani”. Nella comunità locale cresce la paura e nessuno vuole uscire più. “Nessuno va più a lavorare i propri terreni. Dentro casa si sentono più al sicuro”. Tuttavia i timori vengono messi da parte quando si tratta di andare a messa. “Ogni giorno vengono in chiesa almeno 50-60 persone. La domenica sono molte di più perché arrivano anche dai villaggi vicini. I cristiani che vivono nei tre villaggi – spiega padre Hanna – sono circa 1.100, tra latini, armeno ortodossi e greco ortodossi”.
La loro sofferenza non è di oggi. “Viviamo così dal 2011, dall’inizio della guerra. Qui sono passati tutti i gruppi di ribelli e terroristi, da Isis fino ad al-Nusra e Hayat Tahrir al-Sham – sottolinea il francescano -. Tutti i preti e i sacerdoti che c’erano sono andati via o fuggiti. Molte chiese e luoghi di culto armeni e greco ortodossi sono stati distrutti o bruciati. Tra questi anche il nostro convento di Ghassanie. Siamo rimasti due frati in due conventi e cerchiamo di assistere materialmente e spiritualmente i cristiani. La vita è difficile, manca praticamente tutto, i prezzi per acquistare i beni necessari sono altissimi. Non abbiamo elettricità e acqua corrente”.
I miliziani di al Nusra hanno preso le nostre terre, anche quelle dei conventi, e hanno cacciato i cristiani dalle proprie case per dare alloggio ai loro profughi e ai loro combattenti”.
Gli aiuti ai cristiani locali arrivano dalla Custodia di Terra Santa e dalla sua ong “AtsPro Terra Sancta”: “Ogni mese – racconta padre Hanna – riusciamo a dare alle nostre famiglie, circa 260, beni di prima necessità come medicine e latte oltre a voucher per acquistare gasolio per elettricità e riscaldamento, vestiti e libri scolastici. Abbiamo organizzato anche un servizio per portare i bambini a scuola. Le scuole non danno sostegno che per il Corano, l’arabo, l’inglese e la matematica. Ai nostri alunni diamo anche altro materiale di studio ma all’insaputa dei gruppi fondamentalisti che controllano la zona. Se lo sapessero sarebbe un guaio per noi”.
Testimonianza e martirio. 
Nella tana del fronte qaedista Hayat Tahrir al-Sham questa sparuta comunità di poco più di 1000 cristiani vive e testimonia la propria fede, anche se le restrizioni sono tante. 
Le nostre celebrazioni sono tollerate solo se svolte all’interno della chiesa, ma ci è vietato esporre all’esterno croci, statue dei santi, immagini sacre, suonare campane”, spiega il parroco, che poi rivela: “Due mesi fa sono stato convocato dal tribunale religioso dove mi è stato intimato di non vestire più l’abito da frate in quanto segno religioso indicante la fede cristiana. Così mettiamo il saio in valigia quando dobbiamo muoverci e lo indossiamo nelle zone dove ci è permesso”.
Padre Hanna sa bene che questo è il prezzo da pagare da chi ha scelto di    “restare tra la nostra gente e il nostro popolo. Restiamo saldi nella fede con la nostra comunità. Qui è nato il cristianesimo, qui sono le nostre radici. A 500 metri da Knayeh, nella strada che da Apamea portava ad Antiochia è passato san Paolo. Ai fondamentalisti diciamo che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. I nostri avi sono nati e morti qui. Così faremo anche noi”.
 “La situazione è grave – conclude padre Jallouf – ma continuiamo a pregare e sentiamo ogni giorno sentiamo la mano di Dio che veglia su di noi. Preghiamo per la pace in Siria, perché finisca questa strage inutile.   Abbiamo paura del futuro ma nel dolore e nella sofferenza viviamo un tempo di grazia”.

Ora pro Siria

Monsignor HINDO: «È in atto un piano per cacciar via i Cristiani dalla regione»

La Scuola Elementare ‘Amal’ in Hassakè (foto AINA).
Hassakeh contava 420 000 abitanti di cui 50 000 cristiani prima che Daesh circondasse la zona, ora la città conta solo 150 000 abitanti di cui 5000 cristiani. Ricordiamo che le chiese assire siriane fanno parte del patrimonio mondiale e sono tra le più antiche della cristianità.

di Gianandrea Gaiani

Dopo aver subito uccisioni, espropri, stupri e violenze di ogni tipo da parte dei miliziani jihadisti, prima qaedisti e salafiti e poi dello Stato Islamico, che hanno ridotto al lumicino la loro presenza, i cristiani delle regioni nord orientali siriane subiscono da tempo la “pulizia etnica” attuata dalle forze curde.
“Sono anni che lo ripeto, è in atto un tentativo da parte dei curdi di eliminare la presenza cristiana da quest’ area della Siria” ha detto sabato monsignor Jacques Behnam Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, nel nord-est della Siria. Il presule conferma all’organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS – autrice ogni anno di un rapporto che evidenzia le persecuzioni dei cristiani perpetrate in tutto il mondo e in particolare nel mondo islamico) la chiusura di alcune scuole cristiane da parte delle Forze Democratiche Siriane (FDS), la milizia curdo-araba istituita dagli Stati Uniti per strappare le aree tra Raqqa e la provincia di Deir Ezzor all’Isis e impedire alle truppe regolari di Damasco di riconquistare la regione orientale del Paese. Grazie agli aiuti Usa, che in quell’area mantengono basi e oltre 2mila militari, la regione nord orientale siriana è di fatto un territorio autonomo amministrato dalle Forze di difesa popolare curde (Ypg – braccio militare del partito curdo dell’Unione Democratica – PDY), protagoniste della difesa di Kobane e celebrate in Occidente come le più acerrime avversarie del Califfato.
“Già dall’ inizio dell’anno, l’amministrazione locale ha preso possesso di un centinaio di scuole statali, nelle quali ha imposto un proprio programma scolastico e i propri libri di testo” – ha sottolineato monsignor Hindo. “I funzionari curdi ci avevano assicurato che non si sarebbero neanche avvicinati alle scuole private, molte delle quali sono cristiane. Invece non soltanto ci si sono avvicinati, ma ne hanno anche serrato le porte”. La motivazione ufficiale della chiusura di varie scuole cristiane nelle città Qamishli, Darbasiyah e Malikiyah, è che tali istituti hanno rifiutato di conformarsi al programma imposto dalle autorità della regione. “Loro non vogliono che si insegni nella lingua della Chiesa, il siriaco antico, e non vogliono che insegniamo la storia, perché preferiscono inculcare agli alunni la propria storia”. Nulla di diverso, in fondo, da quanto attuato negli stessi territori negli anni scorsi quando erano controllati dallo Stato Islamico.
Hindo non nasconde la preoccupazione, sia per la probabile chiusura di altre scuole cristiane – ve ne sono altre sei soltanto ad Hassaké – sia per i gravi danni che il programma scolastico “curdo”, differente da quello ufficiale siriano, potrà causare agli studenti. “Ho detto ad un funzionario curdo che così una intera generazione verrà penalizzata, perché non potrà accedere a gradi di istruzione superiori. Lui mi ha risposto che sono disposti a sacrificare anche sei o sette generazioni pur di imporre la loro ideologia”. La vicenda rappresenta una conferma del tentativo di “curdizzazione” di quella regione, un piano che secondo Hindo prevede anche l’allontanamento della locale comunità cristiana.
“È almeno dal 2015 che continuiamo a denunciare tale pericolo. Vogliono cacciar via noi cristiani per aumentare la loro presenza”. Ad oggi i curdi rappresentano soltanto il 20 percento della popolazione siriana ma controllano quasi per intero l’oriente siriano, a est del fiume Eufrate, soltanto grazie al sostegno dell’Occidente, Stati Uniti e Francia in testa, che grazie alle milizie curde cercano di impedire che l’intera Siria torni nelle mani di Assad e dei suoi alleati russi e iraniani. Le FDS controllano infatti un’area molto più ampia di quella abitata dalla popolazione curda siriana e la “pulizia etnica” ha l’obiettivo di allontanare i cristiani e “omogeneizzare” la popolazione ricollocando in queste aree le popolazioni curde cacciate dai militari turchi dalle aree di Afrin e Manbji. Attraverso ACS, il presule ha lanciato un appello alla comunità internazionale ed in particolare alle nazioni europee. “La chiusura delle nostre scuole ci addolora. È dal 1932 che la Chiesa gestisce questi istituti e mai ci saremmo immaginati che potessero venire chiusi. L’Occidente non può rimanere in silenzio. Se siete davvero cristiani dovete gettare luce su quanto sta accadendo ed impedire nuove violazioni dei nostri diritti e ulteriori minacce alla nostra presenza nella regione” ha concluso Hindo.
Non è la prima volta che i curdi, in Siria come in Iraq, puntano ad allargare le aree sotto il loro controllo a spese di minoranze di peso etnico inferiore. Lo hanno fatto nella città petrolifera irachena di Kirkuk cacciando soprattutto i turcomanni e, più a est nel Sinjar, gli Yazidi. Dopo la caduta di Mosul e la sconfitta dell’Isis in Iraq, l’invio di truppe di Baghdad e di milizie scite filo-iraniane in quelle regioni ha fatto tramontare il sogno indipendentistico del Kurdistan iracheno relegandolo a un’autonomia molto limitata. In Siria invece l’espansionismo curdo continua a manifestarsi grazie al supporto militare di Washington che finora ha impedito che prendesse piede la proposta di Damasco che offre autonomia ai curdi, ma limitata alla regione del Rojava, in cambio della restituzione allo Stato siriano dei territori oggi occupati dalle FDS che includono giacimenti e pozzi di gas e petrolio.
Il regime siriano di Bashar Assad ha sempre tutelato minoranze e confessioni diverse ed è stato in questi anni di guerra l’unico a sostenere le comunità cristiane. Donald Trump ha più volte manifestato l’intenzione di ritirare i militari statunitensi dalla Siria, iniziativa che renderebbe problematico per le FDS far fronte alle truppe di Damasco e ai loro alleati, inclusi gli iracheni che, come i turchi, non vedono certo di buon occhio la nascita “de facto” di uno Stato curdo nella Siria Orientale.

Ora pro Siria

Consiglio dei patriarchi cattolici d’Oriente: I cristiani d’Oriente oggi, timori e speranze (Testo completo)

«In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati» (2Cor 4,8). È il titolo dell’undicesima lettera pastorale del Consiglio dei patriarchi cattolici d’Oriente (CPCO), pubblicata il 20 maggio 2018, elaborata durante la riunione tenutasi dal 9 all’11 agosto 2017 nei pressi di Beirut, in Libano. In quell’occasione i patriarchi cattolici d’Oriente hanno riflettuto sulla situazione umana, sociale e politica dei paesi del Medio Oriente, poiché «nessun paese arabo conosce la pace o la stabilità» a causa di guerre, terrorismo, povertà, emigrazione dei cristiani. 

La lettera si rivolge ai fedeli delle Chiese cattoliche d’Oriente, ma anche ai concittadini delle altre religioni, ai governanti e ai leader occidentali

dal sito del Patriarcato latino di Gerusalemme 

Introduzione
Ai nostri fratelli vescovi, preti, diaconi, religiosi e religiose e a tutti i nostri diletti fedeli, in tutte le nostre eparchie, in Oriente e nei paesi di emigrazione, «grazie a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!» (1Cor 1,3).

1. Vi scriviamo questa lettera nella festa di Pentecoste, dopo aver celebrato la Pasqua gloriosa di nostro Signore Gesù Cristo e la sua vittoria sulla morte e sul male. Abbiamo bisogno, infatti, di contemplare Cristo risorto e di chiedere allo Spirito Santo di colmarci della sua forza e di rinnovare la nostra fede, in questo tempo nel quale ci vediamo sommersi dal male della guerra e della morte in tutta la regione.
 In molti dei nostri paesi vediamo morte e distruzione, a causa di una politica mondiale, economica e strategica, mirante a creare un «nuovo Medio Oriente».
Tutti, cristiani e musulmani, veniamo uccisi o costretti a emigrare, in Iraq, Siria, Palestina e Libia. Nessun paese arabo conosce la pace o la stabilità.
 Oggi molti parlano della nostra estinzione o della riduzione drammatica del numero dei nostri fedeli. Noi continuiamo a credere in Dio, Signore della storia, che veglia su di noi e sulla sua Chiesa in Oriente. Continuiamo a credere nel Cristo risorto e nella sua vittoria sul male. In Oriente resteranno sempre dei cristiani che proclameranno il Vangelo di Gesù Cristo, testimoni della sua risurrezione, anche se rimarremo solo un piccolo gruppo. Resteremo «sale, luce e lievito» (cf. Mt 5,13.14; 13,33), come ci ha detto il Signore Gesù Cristo, il quale ci aveva anche preannunciato: «Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo!… Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 16,33; 14,27).

2. Fratelli e sorelle, vi inviamo questa lettera, dopo il nostro incontro annuale alla residenza patriarcale di Dimane (Libano), dal 9 all’11 agosto 2017, dove siamo stati ospiti del nostro fratello, il patriarca card. Bechara Boutros Raï. La indirizziamo a voi, nostri fedeli, ai nostri paesi, a tutti i nostri concittadini cristiani, musulmani e drusi, ai nostri governi e anche ai responsabili politici in Occidente, che hanno deciso di creare un nuovo Medio Oriente e pensano di avere il diritto di decidere dei nostri destini, grazie alle loro potenze materiali o militari.
  In questa lettera rivolgiamo tre messaggi: il primo ai nostri fedeli; il secondo ai nostri concittadini e ai governanti dei nostri paesi; il terzo a coloro che in Occidente decidono della politica del Medio Oriente e a Israele

Capitolo 1: Messaggio ai nostri fedeli

Tempi difficili
3. Sappiamo che è difficile rivolgere una parola ai nostri fedeli che hanno subito molteplici prove, hanno pianto la morte dei loro cari e vicini o sono stati dispersi nel mondo. Davanti a tanta sofferenza, la parola più eloquente è il silenzio. Silenzio anche davanti al mistero di Dio e del suo amore per tutte le sue creature, un mistero che noi non riusciamo a comprendere, con tutto il male che ci invade.
Silenzio e rispetto di fronte alle prove subite dai nostri fedeli; insieme a loro facciamo nostro il grido del salmista: «Fino a quando, Signore?». «Signore, Dio, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato» (Sal 6,4; 80,15-16a).
Silenzio, preghiera, e abbandono e sottomissione alla volontà di Dio. Ringraziamo al tempo stesso Dio per ogni cosa, per la sua Provvidenza che veglia sulla Chiesa d’Oriente, su ogni persona che è in mezzo a noi e sul mondo intero.
  Circondati dal sangue e dalla distruzione, dispersi nel mondo, noi meditiamo le parole di Cristo, il quale ci ha preannunciato difficoltà e persecuzioni: «Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,2). E ancora: «… e sarete condotti davanti a governatori e re, per causa mia» (Mt 10,18). Ma ci ha detto anche che lo Spirito sarà con noi: «Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire» (Lc 12,11-12).
Questa è la nostra situazione, come quella del salmista che afferma: «Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello» (Sal 44,23; cf. anche Rm 8,36) e come quella di Paolo, che scrive: «Ogni giorno io vado incontro alla morte» (1Cor 15,31). Ma l’apostolo ci rivolge anche una parola di incoraggiamento: «In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati» (2Cor 4,8). Ispirati da queste parole della Scrittura, noi definiamo i nostri comportamenti umani, nelle nostre Chiese e nei nostri paesi. E in mezzo alle difficoltà, sempre con il salmista, rinnoviamo la nostra fede: «Ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice» (Sal 116,10).
Noi crediamo, pur sapendo che è difficile credere mentre siamo sommersi dalle tenebre e dalle ingiustizie di questo mondo.
  Vediamo la terra piena di miserie. Vediamo la crudeltà degli uomini, gli uni verso gli altri e verso di noi. Sperimentiamo un tempo di morte e di martirio. Davanti a tutto questo, noi guardiamo la bontà di Dio, gli chiediamo la forza e la capacità di accogliere la sua grazia. Gli chiediamo di accompagnarci nell’ora del martirio quando giungerà. Gli chiediamo di accompagnarci, se restiamo nelle nostre case, se le nostre Chiese sono distrutte e se siamo dispersi nel mondo. Gli chiediamo la forza di restare saldi nella nostra fede e nella nostra fiducia nella sua bontà. Nonostante la morte che ci minaccia, noi crediamo che Dio non cessi d’inviarci nei nostri paesi o nel mondo portando dentro di noi una briciola della sua bontà divina, della sua forza e del suo amore per tutto il mondo.

Emigrazione
4. In alcuni dei nostri paesi assistiamo all’emigrazione forzata di nostri fedeli a causa delle prove disumane che hanno conosciuto. Ringraziamo i paesi, le Chiese, le organizzazioni assistenziali internazionali che hanno accolto i nostri fedeli e hanno offerto loro l’aiuto necessario per assicurare loro una vita umana degna. Ma ripetiamo a tutti, soprattutto ai politici, che il miglior aiuto da dare ai nostri fedeli è quello di permettere loro di restare a casa loro, nei loro paesi, di non suscitare disordini politici e le varie forme di violenza che li costringono a emigrare.
  C’è anche un’emigrazione di cristiani in altri paesi, nei quali la situazione è relativamente tranquilla, ma che ugualmente risentono del clima di guerra e d’instabilità politica generale nella regione. Noi ripetiamo a tutti i nostri fedeli l’importanza della presenza cristiana in Oriente e della presenza di ognuno e ognuna di voi nei vostri paesi dove Dio vi ha chiamati e vi ha inviati. In tempi difficili, i vostri paesi e le vostre Chiese hanno bisogno di voi. Vi diciamo di resistere per quanto potete alla tentazione dell’emigrazione e di continuare a vivere la vostra missione nei vostri paesi e nelle vostre Chiese. L’avvenire delle nostre Chiese e della presenza cristiana in generale nella regione dipende anche dalla vostra decisione di partire o di accettare la volontà di Dio restando là dove vi ha chiamati.

I nostri martiri
5. Dai nostri morti, dai nostri martiri e dalla crudeltà degli uomini nei nostri confronti noi impariamo due cose. Anzitutto restiamo dei messaggeri portatori di vita nei nostri paesi e nelle nostre società. In secondo luogo, se la morte è una realtà, per il credente anche la vita è una realtà ed essa finirà per trionfare sulla morte. La vita piena, la «vita in abbondanza» (Gv 10,10) che Cristo è venuto a offrirci e ci permette di comunicare agli altri. Nelle molteplici difficoltà, i nostri corpi vengono uccisi, ma il messaggio rimane. Noi restiamo portatori di un messaggio, qui e sulle strade del mondo. Qui contribuiamo alla costruzione delle nostre società, e sulle strade del mondo, là dove giungiamo, portiamo il Vangelo di Gesù Cristo.
  Noi non disperiamo, non fuggiamo lontano da un mondo nel quale regna la morte. Anche coloro che uccidono hanno bisogno di sale e di luce, per riuscire ad aprire gli occhi e uscire dalla loro cecità e dalla loro disumanità. Noi non fuggiamo davanti a coloro che uccidono nelle nostre società o nel mondo. Cerchiamo piuttosto di ricondurli alla vita, perché uccidendoci uccidono sé stessi. La missione delle nostre Chiese, e di tutti i nostri fedeli, è una missione difficile, sanguinosa. Essa consiste nel rendere la vita a una generazione di morti, nel rendere la bontà di Dio a coloro che se ne sono privati, nel rendere la vista a coloro che l’hanno perduta e sono diventati incapaci di vedere l’amore di Dio e dei figli di Dio.

Che cosa ci dicono i nostri martiri?
6. I nostri martiri dicono a noi cristiani una parola di verità. Dio ha voluto che noi ricevessimo in questo XXI secolo il battesimo del sangue.
 I nostri martiri ci dicono di rinnovare il nostro amore gli uni verso gli altri, anche se siamo ancora separati da strutture esterne che si sono formate nel corso dei secoli. Anche se continuano le nostre differenze nel modo di comprendere ed esprimere la fede nell’unico Signore Gesù Cristo. Un solo amore nelle nostre Chiese, una sola voce per il povero, per l’oppresso e per la pace, uno stesso impegno nelle nostre società, nelle quali il Signore ci ha posti e ci ha mandati per costruirle e per avviarvi una nuova fase della nostra storia. Il nostro contributo alle nostre società consiste nel rendervi più presente Dio e nell’introdurvi più amore e pace.
 I nostri martiri hanno dato la loro vita per Gesù Cristo e per la vita delle nostre Chiese e dei nostri paesi. Perciò le nostre Chiese elevano insieme la loro lode all’unico Signore Gesù Cristo e avanzano verso una maggiore unità fra di noi e nelle nostre società. Essendo state battezzate nel sangue dei nostri martiri, le nostre Chiese hanno il dovere di rinnovarsi per diventare fonte di vita per tutti.
 I nostri martiri ci dicono di rinnovare la nostra preghiera, affinché sia al tempo stesso culto reso a Dio e amore del prossimo, amore delle persone più vicine e anche di quelle più lontane, amore di tutte le nostre comunità e di tutte le nostre società. La nostra preghiera non resterà fra le mura delle nostre Chiese, ma si estenderà a tutte le nostre relazioni reciproche e alle nostre società. La nostra preghiera si estenderà a tutti i bisogni materiali e spirituali di tutti. Questo implica anche un rinnovamento delle nostre tradizioni, delle nostre liturgie e delle nostre devozioni, affinché diventino un nutrimento che trasforma la nostra vita quotidiana e ci aiuta ad assolvere la nostra missione nel mondo.
 Il sangue dei nostri martiri è un seme per un rinnovamento delle nostre Chiese, dei nostri fedeli, dei nostri sacerdoti, vescovi e patriarchi. Anche se la strada aperta dal sangue dei nostri martiri è lunga e difficile, noi la percorriamo. Camminiamo insieme a loro, con lo sguardo fisso al cielo, ricordandoci della nostra vera vocazione, come cristiani e come esseri umani creati a immagine di Dio: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Anche la strada della perfezione è lunga e difficile. Perciò, mentre avanziamo sulla strada della perfezione, i nostri martiri ci dicono anche di saperci preparare al battesimo del sangue.
 Ai loro persecutori, ai loro assassini vicini o lontani, a viso scoperto o nascosto, i nostri martiri dicono: anche per voi noi abbiamo dato la nostra vita, affinché anche voi possiate vedere Dio e i figli di Dio, vedere Dio in ogni essere umano, sia che appartenga alla vostra religione, sia a un’altra. Aprite i vostri occhi e i vostri cuori alla vita. Ritrovate la vostra libertà, non restate contemporaneamente assassini e vittime del vostro male. Non restate persecutori dei vostri fratelli e schiavi del male che c’è in voi.
 Il sangue dei nostri martiri annuncia una vita nuova, la nascita di un uomo arabo nuovo, cristiano, musulmano e druso. Essi sono morti per la gloria di Dio e sono diventati una benedizione per le loro Chiese e le loro società arabe. Il numero dei cristiani diminuisce, ma il sangue dei martiri è seme di vita e di grazia. Il numero dei cristiani diminuisce, ma la grazia sovrabbonda.
 In mezzo alle difficoltà e alla morte, noi ricordiamo sempre la bontà e la misericordia di Dio. Lo ricordiamo a coloro che ci uccidono, perché anch’essi, nonostante tutto il male che c’è in loro, hanno qualcosa della bontà di Dio. Anch’essi possono amare. Dio non ha creato l’uomo per la morte, per la sua morte o per quella degli altri. Lo ha creato per essere fratello e sorella di tutti e di tutte, quali che siano e a qualunque religione appartengano. Creati a sua immagine, noi siamo in grado di vivere e di amare come lui.

Capitolo 2: Che cosa diciamo ai nostri concittadini e ai nostri governanti?

La nostra realtà
7. La nostra realtà è caratterizzata da un lato da prosperità, ricchezza, grandi edifici e una parvenza di pace, con molto benessere, molta religione, molta scienza e molto denaro; dall’altro da molta povertà e, in alcuni dei nostri paesi, molti senzatetto. Nel campo della religione, per molti i nostri metodi di educazione religiosa sono un terreno fertile per l’estremismo o il confessionalismo chiuso e settario. Sul terreno, come nelle anime, domina una situazione di guerra e di sedizione. In alcuni dei nostri regimi politici si ha paura della libertà delle persone. I nostri paesi sono in cammino verso una stabilità non ancora realizzata. Dall’esterno e dall’interno ci sono state imposte delle guerre. E il nostro futuro rimane ignoto.

I nostri capi politici
8. Ringraziamo i nostri capi politici per i loro sforzi a servizio dei nostri popoli. Ma ricordiamo loro anche ciò che abbiamo detto sopra. La strada che ci separa dalla «città virtuosa» resta ancora lunga. Continuiamo a soffrire per la povertà, la corruzione, la limitazione delle libertà, il confessionalismo e le guerre. Tutto questo dovrebbe essere già stato superato.
 Siamo pienamente consapevoli delle difficoltà e della complessità della situazione. Ma nonostante le difficoltà e la complessità, il male e la corruzione devono cessare. E questo è possibile. Il governo è un servizio reso alla comunità ed esige uno sforzo per migliorare le sue condizioni di vita. Il suo scopo è quello di assicurare a ogni cittadino una vita degna e libera, a livello sia materiale, sia spirituale, sia sul piano delle libertà. Siamo in grado di raggiungere tutto questo. Ma ne siamo ancora molto lontani.

Distacco e bene comune
9. I veri capi sono disinteressati. Sono servitori, cercano il bene delle persone e delle comunità. Paolo dice di se stesso: «Io non cerco il mio interesse, ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1Cor 10,33). Con le sue parole, egli esortava i suoi fedeli a «imitare Dio». È bene e anche necessario che i capi politici ascoltino questa parola: non cercare il loro interesse personale, ma quello degli altri. È necessario che chi governa cerchi l’interesse del popolo dal quale ha ricevuto il mandato di governarlo. L’autorità è un servizio per l’edificazione della comunità.
 Noi diciamo alle nostre autorità: ascoltate la voce dei poveri. Un buon governante è quello che sradica la povertà. Nelle nostre società vi sono grandi fortune; ci sono anche le conoscenze e la capacità organizzativa. Nelle nostre società, nelle quali si trovano tante risorse e ricchezze, la povertà è un segno della noncuranza o dell’incapacità dell’autorità. La povertà esiste quando un fratello non vede il proprio fratello. Essa è la conseguenza inevitabile di un governante che cerca il proprio interesse e non quello della comunità.
 Perché nei nostri paesi ricchi di risorse esiste ancora la povertà? Dipende da una nostra mancanza di «umanità»? Dipende dall’egoismo e dall’incapacità dei nostri ricchi o dei nostri capi politici di uscire dal loro ego per pensare agli altri?
 O forse la religione, nonostante la sua onnipresenza, è in realtà assente? Infatti tutto l’Oriente, cristiano o musulmano o druso, è religioso, o diciamo piuttosto saldamente legato alla sua comunità religiosa. La religione è presente, ma spesso Dio non è presente. Può capitare, infatti, che nonostante la fedeltà alle pratiche rituali religiose Dio sia assente. Si è religiosi, si va in chiesa o in moschea, ma si trascura il povero che è creatura e figlio di Dio. Le elemosine sono certamente frequenti. Alcuni costruiscono anche una chiesa o una moschea. I nostri paesi e le nostre società, dove esistono molte ricchezze e molti poveri al tempo stesso, hanno bisogno di ben più di questo. Non hanno bisogno solo di elemosine, ma di giustizia sociale, di un’economia giusta che assicuri la dignità umana a ognuno.
 La povertà nei nostri paesi ricorda a tutti coloro che hanno grandi patrimoni, ai governanti, ai responsabili dell’economia, che i nostri paesi hanno bisogno di qualcosa che va al di là dell’«elemosina». Hanno bisogno di sistemi e di piani economici in grado di distribuire e organizzare le ricchezze della nazione, e anche degli individui, affinché nessun abitante resti nel bisogno. La religione è molto presente, ma dobbiamo rendere presente Dio stesso, Dio misericordioso, il quale ci dice di aver dato a tutti la stessa dignità umana. Questo esige una migliore comprensione della religione. Questo esige capi che sappiano essere servitori, che lavorino per gli altri e assicurino una vita degna a ogni cittadino. E nessuno dica che le cose sono difficili e complicate. I responsabili facciano piuttosto uno sforzo per vedere e riconoscere che esistono intenzioni francamente cattive e mancanza di buona volontà per realizzare la giustizia sociale.
 Questa questione della povertà riguarda anche le nostre Chiese, ossia tutti noi, in primo luogo pastori, vescovi, preti, religiosi e religiose. Infatti noi possiamo attivarci per reclamare e realizzare una migliore giustizia sociale. E possiamo anche dare l’esempio nel nostro modo di possedere e usare le ricchezze di questo mondo. I poveri presenti nelle nostre società ci invitano tutti, responsabili religiosi e politici, a fare un esame di coscienza sul nostro atteggiamento verso il denaro e sulla nostra azione o noncuranza di fronte al grido del povero.

La libertà
10. Ascoltate la voce degli oppressi che sono stati privati della loro libertà. «Amate la giustizia, voi giudici della terra» (Sap 1,1). Le autorità politiche hanno il dovere di formare un governo forte e garantire a tutti la sicurezza e la tranquillità. Ma non è permesso al governo, qualunque sia il regime, di diventare dittatura e tirannia. Non è permesso di umiliare la persona umana o di ucciderla in forza della sua libertà, la quale ha certamente i suoi limiti, che sono il bene delle persone e delle comunità.
 Il buon governante non teme la libertà e neppure l’opposizione. Al contrario, si basa su di esse e le prende come guida per assicurare meglio il bene comune.
È certamente difficile rispettare pienamente la libertà umana. Ma chi ha accettato di governare deve essere in grado di affrontare ogni difficoltà, senza cadere nelle ingiustizie. Deve sapere come trattare la libertà delle persone senza opprimerle.   Un buon governante si dimostra tale proprio attraverso la sua capacità di trattare la libertà delle persone e dei gruppi, fra cui i partiti politici e tutti coloro che si oppongono a lui con le loro idee. Non ha diritto di gettare in prigione gli intellettuali e le persone libere del popolo per il solo fatto di appartenere all’opposizione. Anche nelle prigioni, deve essere rispettata la dignità della persona umana. Non si possono correggere le differenze di opinione attraverso l’annientamento della persona umana, soggetta unicamente a Dio e non alla tirannia di un dittatore.

Di fronte alla politica mondiale
11. Vogliamo dei leader politici indipendenti dalle pressioni e dai piani esterni. Sappiamo che esistono molte pressioni di ogni sorta, che costituiscono fardelli pesanti da portare, limitano la libertà dei governanti e vanno contro il bene dei loro popoli.
 Perciò abbiamo bisogno di leader politici forti. Ed è nel popolo che essi troveranno la loro forza, ma solo se ne sapranno rispettare la libertà e la dignità. Sostenuti dal loro popolo, i capi possono far fronte a tutte le pressioni esterne mondiali e alle grandi potenze che pretendono di cambiare a loro piacimento il nostro Medio Oriente.
 Abbiamo bisogno di leader che, sostenuti dal loro popolo, siano in grado di tener testa ai potenti di questo mondo e di trattare con loro alla pari; essi non temeranno alcuna minaccia militare o economica.
 Un popolo rispettato dai suoi leader è la loro forza e la fonte della loro libertà di decisione di fronte a ogni aggressione dall’esterno e di fronte a ogni tentativo di distruzione o di sedizione e di guerre civili, come abbiamo visto e come vediamo ancora nei nostri diversi paesi.
 La regione ha bisogno di leader che siano artefici di pace per il loro paese e per i paesi vicini. Essi rifiutano ogni incitamento alla guerra che proviene loro dall’esterno, nonché le alleanze contro il bene dei loro popoli o dei paesi vicini. Vogliamo capi liberi, con le mani pulite, che possano far uscire la regione dalle sue molteplici guerre e stabilirvi una pace stabile e definitiva.

Lo stato laico
12. Noi ci aspettiamo dai nostri capi che costruiscano uno stato laico, basato sull’uguaglianza di tutti i suoi cittadini, senza discriminazione sulla base della religione o di qualsiasi altra ragione. Uno stato nel quale ogni cittadino si senta a casa propria, uguale a tutti gli altri e con le stesse opportunità di vita, governo o lavoro, indipendentemente dalla sua religione. Tutti si sentiranno fratelli nella stessa patria, con gli stessi doveri e gli stessi diritti.
 Lo stato laico separa religione e stato, ma rispetta tutte le religioni e le libertà. Si sforza di comprendere meglio la questione religiosa nei nostri paesi, con le sue componenti, cristianesimo, islam e comunità druse, senza lasciare che si trasformino in confessionalismo religioso o politico. Questo richiede due cose: anzitutto noi, cristiani e musulmani e drusi, dobbiamo imparare come vivere insieme, come creare insieme lo stato moderno; e in secondo luogo dobbiamo apprendere come formare le nostre generazioni attraverso una nuova educazione basata sugli stessi principi: rispetto reciproco, collaborazione e destino comune, nel paese nel quale Dio ci ha mandati.
 Per questo vogliamo leader politici che abbiano il coraggio d’intraprendere una nuova educazione alla vita politica, alla formazione della persona umana e di un nuovo cittadino. Vogliamo un’autorità che formi persone che tendono al proprio perfezionamento e a quello dei loro fratelli e di tutta la patria. Cittadini e credenti che non sono chiusi in sé stessi, ma sono aperti e capaci di abbracciare tutti i loro fratelli e sorelle e il mondo intero.

I capi religiosi
13. Noi vogliamo capi religiosi che abbiano visioni nuove, capi religiosi cristiani, musulmani e drusi uniti dalla fede in Dio uno e unico, misericordioso, amico degli uomini. Capi che collaborino e si sforzino di formare dei credenti che si amano gli uni gli altri, quale che sia la rispettiva religione.
 Condanniamo le guerre religiose del passato, le lasciamo alla storia e per esse chiediamo perdono a Dio. Gli chiediamo d’illuminarci per configurare insieme la nostra nuova storia e di darci la forza di camminare nella sua luce e nella sua misericordia, affinché la religione resti, a immagine di Dio stesso, una religione di amore e di misericordia per tutte le sue creature.
 Nella nostra realtà quotidiana esistono dialogo e accettazione reciproca. Ma esiste anche il contrario. Continuano a esistere correnti religiose contrarie alla collaborazione e all’uguaglianza fra i credenti di religioni diverse. C’è un rifiuto dello stato laico e dell’uguaglianza dei cittadini. Nel cuore di molte persone si trovano ancora l’estremismo religioso e l’esclusione. Le nostre ferite in Iraq e in Siria sono ancora aperte. Gli attacchi contro le chiese in Egitto continuano a ripetersi. Esistono ancora fra noi fanatismi religiosi che separano i credenti in nome di Dio, che è uno e unico e ama tutte le sue creature indipendentemente dalla religione alla quale appartengono. Vi sono anche quelli che uccidono in nome di Dio.
 Nei cuori di alcuni cristiani si è formata anche una reazione di carattere confessionale, che non è cristiana ed evidenzia un sentimento di disperazione e di rifiuto dell’altro.
 Di fronte a queste realtà noi ci fermiamo, riflettiamo e ci facciamo un esame di coscienza per ridefinire insieme i nostri atteggiamenti e rinnovare la nostra fede in Dio, che è amore e misericordia. Rinnoviamo il nostro amore per Dio e gli uni per gli altri. Decidiamo di cambiare i vecchi comportamenti che dividono e li sostituiamo con l’amicizia e il rispetto reciproco.
 Anche i capi religiosi sono «servitori» degli altri e non di loro stessi. Essi camminano e guidano i credenti nelle vie di Dio, ossia l’amore e la misericordia. Hanno la responsabilità della formazione di persone umane nuove, forti, misericordiose, amanti di ogni uomo, di ogni religione. Possono formare una generazione di credenti che danno la vita e non la morte; possono formare credenti sinceri, misericordiosi e non omicidi.
 L’amore del capo religioso abbraccia certamente i credenti della sua comunità, ma si spinge oltre, perché l’amore non ha confini, è universale come l’amore che Dio ha per tutta la sua creazione. Il nostro Medio Oriente, saturo di sangue e di morte, ha bisogno di capi religiosi che lo guidino nelle vie della vita. Abbiamo bisogno anche di capi religiosi che abbiano il coraggio di resistere a tutte le forze di discriminazione e di morte, che ancora operano nelle nostre società, sia che provengano da noi stessi sia che provengano dall’esterno o da correnti che hanno un grande potere di distruzione.
 Abbiamo bisogno di capi religiosi in grado di compatire le sofferenze di tutti, di portarle in loro stessi e di insegnare che le sofferenze non sono per la morte, ma sono una strada verso una vita nuova, sull’esempio della croce di nostro Signore Gesù Cristo, che fu un percorso dalla morte alla risurrezione. Tutta la vita umana ha un carattere pasquale; essa è un continuo passaggio da ogni forma di morte alla vita; è una continua vittoria sul peccato e sul male fino a giungere alla vita nuova.
 I capi religiosi devono lasciare allo stato la sua indipendenza nel suo ambito. Devono insegnare e richiamare i grandi principi della morale. Attraverso il loro insegnamento devono sostenere lo stato in ogni azione giusta che conduce a una vita degna e tranquilla della comunità. Devono alzare la voce per difendere i poveri, gli oppressi. Devono andare in cerca di tutte le persone oppresse o bisognose per rendere loro giustizia e assicurare loro una vita degna. Devono difendere la libertà e insegnare al tempo stesso ai credenti come usare la loro libertà non per discriminare, non per arrecare pregiudizio alla società e opprimere, ma per costruire insieme.

Una nuova educazione
14. Quanto siamo venuti dicendo dimostra che abbiamo bisogno di una nuova educazione per formare un essere umano nuovo. La responsabilità tocca allo stato, come anche alla chiesa e alla moschea. Ogni capo religioso, in ogni religione, ne è responsabile. Abbiamo bisogno di una nuova educazione basata sulla misericordia e sull’amore, sull’uguaglianza e sulla pari dignità data da Dio a tutti.
 Quando riusciremo a formare un uomo nuovo, formeremo anche un credente nuovo, capace di vedere Dio creatore, misericordioso e amico degli uomini. Così nascerà anche una nuova società basata sulla giustizia, sulla libertà e sulla collaborazione. Con un uomo nuovo nascerà uno stato nuovo per tutti i suoi cittadini, quale che sia la loro religione.
  Un’educazione religiosa sana, per il cristiano e per il musulmano, ciascuno nella sua religione, rende possibile un progetto nazionale nuovo nel quale tutti e ciascuno sono ugualmente uomini e cittadini, tutti credenti e ciascuno fedele alla sua religione. Un progetto nazionale crea una patria per tutti e al di sopra di tutti. È uno slogan che sentiamo ripetere spesso, ma che finora non abbiamo saputo realizzare. L’unione e l’uguaglianza non sono ancora sufficientemente realizzate. Esistono ancora fra noi discriminazioni o privilegi tra i cittadini a motivo della religione o della libertà. Nei nostri paesi addirittura esistono ancora ingiustizie, delitti, torture in detenzione per chi rivendica la libertà. Dobbiamo ricordare i mali che ancora esistono, per non dimenticare che non abbiamo ancora raggiunto la perfezione. Abbiamo ancora molto lavoro da fare per educare, formare e purificare.

Chi educa? Chi forma l’uomo nuovo?
15. Siamo paesi «religiosi». La religione ci ha divisi in passato e in alcuni casi e luoghi continua tuttora a dividerci. Perciò, come abbiamo già detto, i leader religiosi hanno la responsabilità di lavorare alla nuova educazione. Infatti o assicuriamo una formazione sincera, che dica chiaramente a ogni uomo e donna che ogni credente, anche di una religione diversa, è suo fratello e sua sorella, e tutti i cittadini sono fratelli e sorelle, oppure continueremo a dire che non siamo tutti uguali e che «tu sei migliore di tuo fratello». Questa è stata l’educazione religiosa impartita fino a ora, ed è stata per ciò stesso un terreno fertile per le discordie, le guerre civili e l’oppressione di chi fosse per un aspetto o per l’altro diverso.
 Abbiamo bisogno di una nuova educazione religiosa e civile che dica a ognuno: tu sei anzitutto una persona umana, creata da Dio, e ogni altra persona diversa da te è, come te, creatura di Dio. Per la creazione noi siamo tutti fratelli e sorelle. E in patria siamo tutti uguali.
 Abbiamo bisogno di un’educazione religiosa che ricordi sempre il comandamento di Cristo: «Amatevi gli uni gli altri» (cf. Gv 13,34) senza limiti. Gesù non dice: amate i vostri fratelli che credono come voi, dice: «Amatevi gli uni gli altri… amate il vostro prossimo come voi stessi» (cf. Gv 12,15; Gal 5,14). Il «prossimo» è ogni persona umana, senza limiti e senza classificazione.
Il capo religioso ha un ruolo determinante da svolgere in questa nuova educazione. È lui infatti a ispirare gli atteggiamenti assunti in famiglia, nella scuola e nella società. L’educazione in famiglia ha bisogno di purificarsi da ogni atteggiamento che rifiuta chi è diverso nella sua religione e dai pregiudizi del passato, trasmessi di generazione in generazione. La famiglia deve passare per una fase di purificazione, di cambiamento di mentalità e di comportamenti verso l’altro.
 In tutta la società bisogna operare una conversione. I massacri, le guerre civili e le crudeltà degli ultimi anni non sono ancora terminati, e tutto questo richiede purificazione, conversione e un passaggio dalla morte alla vita.
 Vi sono ancora persone che uccidono in nome di Dio, o che educano potenziali assassini basandosi su vecchi metodi educativi. Anch’essi per parte loro devono cambiare, per poter acquisire uno spirito nuovo ed educare uomini e donne capaci di amare e rispettare tutti quelli che professano una religione diversa.
 Anche le nostre scuole private e pubbliche, le nostre università e i mezzi di comunicazione sono responsabili della nuova educazione, che dice a tutti: siamo tutti uguali in umanità e nella dignità che Dio ci ha dato. I responsabili delle scuole private e pubbliche devono chiedersi: che tipo di credente, cristiano o musulmano o druso, stiamo preparando? Che tipo di cittadino e che futuro prepariamo per il paese? Stiamo costruendo una società unita, compatta, nonostante le differenze religiose o partitiche, o stiamo alimentando il confessionalismo religioso o politico e preparando guerre civili in nome di Dio o del partito?
 Che tipo di credenti vogliamo? Vogliamo credenti e cittadini forti e fraterni, che non opprimono nessuno e non si lasciano opprimere da nessuno. Credenti la cui forza sta nella loro capacità di amare e di opporsi a ogni aggressione contro loro stessi o contro gli altri.

Capitolo 3:  Che cosa diciamo  ai leader occidentali?


L’Occidente e la distruzione del Medio Oriente
16. Cominciamo con il distinguere i diversi volti dell’Occidente. In Occidente esistono popoli buoni e amici, civiltà antiche, molte realizzazioni umanitarie mondiali e molteplici organizzazioni di beneficenza e per lo sviluppo. Esistono anche Chiese amiche, la cui carità giunge fino a noi grazie alla loro solidarietà spirituale e materiale.
 Ma in questo stesso Occidente (Europa e Stati Uniti d’America) esistono anche responsabili politici che prendono decisioni, che riguardano il Medio Oriente e tutti i nostri paesi, basate sui loro interessi economici e strategici a spese degli interessi dei nostri paesi. Indubbiamente i nostri popoli esigono delle riforme e un modo di vivere migliore, ma tra le loro attese non vi sono certamente le distruzioni causate in questi ultimi anni dalle ingerenze esterne.
 L’umanità e i popoli della regione sono stati sacrificati, e lo sono tuttora, a favore degli interessi stranieri. Quasi tutti i nostri paesi sono passati per una fase di distruzione dovuta a forze interne, ma sostenute o pianificate anche da forze esterne. Questo è cominciato con la distruzione dell’Iraq e poi della Siria, e con l’indebolimento dell’Egitto. La Giordania e il Libano vivono sotto una minaccia permanente. Si sono creati dei conflitti o delle alleanze nello Yemen, nel Bahrein, in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo. E si sta preparando una guerra contro l’Iran. Ecco la realtà nella quale viviamo attualmente.
  Questa politica di distruzione in Medio Oriente, guidata dall’Occidente, è anche la causa della morte e dell’emigrazione forzata di milioni di persone dai nostri paesi, compresi i cristiani.
 Come conseguenza di questa politica è sorto il terrorismo e si è stabilito nei nostri paesi, prima di rivolgersi contro quello stesso Occidente che lo ha partorito. Il terrorismo è nato perché coloro che fanno la politica in Occidente sono ricorsi a esso come strumento efficace per cambiare il volto dell’Oriente.  Con i loro alleati, nella regione, hanno creato lo Stato islamico, l’ISIS, con materiale umano locale, sfruttando l’estremismo religioso esistente e una comprensione deformata della religione. In altri termini hanno colpito le persone attraverso la loro propria religione. Con l’ISIS il terrorismo religioso ha raggiunto i limiti estremi della crudeltà e della disumanità.
 Riguardo a questa distruzione che ha colpito l’Oriente, in Occidente molti, fra cui gli stessi politici, dicono che gli estremisti musulmani hanno ucciso i cristiani e il cristianesimo in Oriente sta scomparendo. L’immagine apparente e i fatti sembrano confermare ciò che dicono, ma in realtà gli estremisti musulmani che hanno ucciso dei cristiani hanno ucciso anche musulmani (sunniti e sciiti), yazidi, alawiti, drusi e tutti coloro che si opponevano loro. Tuttavia i veri assassini sono coloro che prendono le decisioni in Occidente, i quali, con i loro alleati nella regione, vogliono creare un nuovo Medio Oriente in conformità con le loro visioni e i loro interessi.
 È vero che in Occidente i popoli amici hanno alzato la voce ed espresso la loro solidarietà con noi, e lo stesso hanno fatto le Chiese, ma per coloro che fanno la politica del Medio Oriente, noi, i cristiani, non esistiamo. A loro poco importa della nostra vita o della nostra morte. Perciò il pericolo che ci minaccia non è il fatto che Dio abbia voluto che noi, musulmani e cristiani, vivessimo insieme, nei nostri paesi. Il vero pericolo è l’Occidente politico, il quale pensa di essere autorizzato, per assicurare i suoi interessi, a distruggere i nostri paesi e a riorganizzarli a suo piacimento.

Appello

Israele e la pace nella regione
17. Chiediamo ai nostri popoli, alle Chiese e agli uomini e alle donne di buona volontà in Occidente di aprire gli occhi per vedere la tragedia creata nei nostri paesi dai loro leader, che continua tuttora a seminare la morte in mezzo a noi. Aprite gli occhi, comprendete ciò che avviene e correggete il male presente.
  Ci rivolgiamo a coloro che prendono le decisioni. Vi chiediamo di cambiare la vostra visione e i vostri metodi d’azione. Invece di indebolire e distruggere la regione, trattate con i popoli, rispettando la loro dignità e la loro libertà, e imboccate la strada della vita e non della morte.
  Lo Stato di Israele, se vuole sopravvivere e se l’Occidente vuole che sopravviva in mezzo a noi, deve soddisfare una sola semplice condizione: non volerlo fare a spese del popolo palestinese. L’amicizia del popolo palestinese con Israele è la porta della salvezza e della sopravvivenza dello Stato di Israele, e una condizione necessaria per una vera pace nella regione. E l’amicizia del popolo palestinese non è una cosa difficile. Essa chiede di trattare con lui sulla base della giustizia, dell’uguaglianza, delle risoluzioni internazionali e delle «esigenze» palestinesi, che sono il minimo che un popolo possa chiedere per esistere sulla sua terra. I palestinesi hanno riconosciuto lo Stato di Israele; ora quest’ultimo riconosca lo Stato palestinese sul restante 22% della sua terra, compresa Gerusalemme Est.
 Considerate Gerusalemme città santa. Non trasformatela in una città di guerra. Essa è città santa per tre religioni e capitale per due popoli. Coloro che amano Gerusalemme ne fanno una città di pace. Ridate la pace a Gerusalemme, alla Palestina, a Israele e a tutta la regione.
  Quanto a noi cristiani, il nostro futuro dipende dal futuro che voi decidete per la nostra regione. La nostra sorte è comune. La pace e la sopravvivenza dei nostri popoli sarà la nostra vita e la loro morte sarà la nostra morte, com’è avvenuto in questi ultimi anni.
 Vivere insieme, cristiani e musulmani, è una questione che ci riguarda. Ma voi, che prendete le decisioni in Occidente, non sfruttate più l’estremismo religioso per seminare la discordia fra i popoli di questa regione e non incitate più un popolo contro l’altro, come accade oggi.

Conclusione

Come noi, cristiani del Medio Oriente, vediamo la nostra realtà
18. I cristiani d’Oriente sono parte integrante dell’Oriente con tutte le sue componenti. Non siamo un popolo o dei resti di popoli da isolare e separare nei nostri paesi. Cristiani d’Oriente, siamo oggi ciò che sono i nostri paesi e ciò che la storia ha fatto di noi nel corso di 15 secoli, a partire dall’VIII secolo. Siamo arabi e siamo i discendenti di molteplici civiltà antiche: assira, caldea, siriaca, copta, armena e bizantina. Abbiamo vissuto e viviamo ancora nei paesi arabi, che sono le nostre patrie. Con i musulmani formiamo un’unica patria e un’unica società.
 E come abbiamo già detto, vivere insieme, musulmani e cristiani, è la volontà di Dio per noi. Insieme siamo una parte essenziale della regione e del suo destino.
La questione cristiana, o il futuro dei cristiani, non è quindi solo una questione cristiana, ma una questione che riguarda l’intera regione, i suoi cristiani, i suoi musulmani e i suoi drusi.
  L’ISIS, introdotto dallo stesso Occidente, ha sconvolto la situazione e le visioni. Attualmente sembra che l’ISIS abbia concluso il mandato che gli è stato assegnato da coloro che lo hanno creato, perché la distruzione generale è ormai missione compiuta. Sul terreno l’ISIS sta scomparendo, ma vi ha lasciato tracce profonde nelle menti. Ha lasciato una tensione quasi mistica che spinge a combattere l’infedele in tutti i modi possibili, chiunque esso sia e in ogni luogo, da noi come in Occidente, che lo ha appoggiato solo per demolire l’Oriente. L’Occidente si trova a essere vittima della sua propria politica.
 Da noi questo spirito non cessa di destabilizzare l’equilibrio relativo costruito nel corso dei secoli. Dopo l’ISIS, noi musulmani e cristiani nella regione ci troviamo davanti a una sfida comune. Insieme vi facciamo fronte. Insieme vediamo la necessità di una nuova educazione umana, civica e religiosa, basata sulla fede in Dio e sul fatto che ogni persona umana è creatura di Dio.

A chi indirizziamo questa lettera?
19. Indirizziamo questa lettera ai nostri fedeli, a tutti i nostri concittadini, cristiani, musulmani e drusi, all’Occidente politico e a Israele.
 Ai nostri fedeli ripetiamo: restate saldi nella vostra fede e nelle vostre patrie. Contribuite alla loro costruzione, sia che vi restiate sia che siate costretti a lasciarle. Noi siamo un’infima minoranza. Ma Cristo ci dice sempre che siamo «sale, luce e lievito», e noi siamo una Chiesa di martiri. Credete, amate – come Dio ama – tutta la sua creazione. Siate dei credenti forti per il vostro amore, e siate dei costruttori della vostra patria insieme a tutti i vostri compatrioti, partecipando alle sofferenze e ai sacrifici per assicurarvi la prosperità e la vita. Siate il cuore dei vostri paesi, artefici della storia di ognuno di essi, quale che sia la crudeltà dei tempi e degli uomini.
 Alla vostra domanda: «Davanti alla morte come dobbiamo comportarci?», noi rispondiamo: i nostri martiri hanno dato la loro vita per la gloria di Dio e per più amore e umanità nei nostri paesi, diventati terre di morte e di assassini. I nostri martiri hanno sparso il loro sangue affinché, per la forza e il merito del loro sangue, anche gli assassini, vicini o lontani e nascosti, possano ritrovare la loro umanità, come Dio li ha creati, capaci di amare, non di uccidere.
Infine i nostri martiri ci invitano ad ascoltare le parole di Cristo redentore che ci guida e ci conferma nella nostra fede: «Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo! … Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 16,33; 14,27).
 A noi stessi, cristiani, musulmani e drusi, ripetiamo e confermiamo che la volontà di Dio per noi è di vivere insieme e di continuare a cercare le strade migliori per vivere insieme, pienamente consapevoli di essere sempre in cammino e del fatto che la strada davanti a noi è ancora lunga.
 Invitiamo cristiani, musulmani e drusi ad assumere ognuno la propria responsabilità nella ricostruzione dei nostri paesi e nel modo di trattare con l’Occidente, resistendo alla distruzione e alle divisioni che ci si vuole imporre.
Ripetiamo la necessità di rinnovare l’educazione religiosa, nella famiglia, nella scuola e nella parrocchia, affinché formi persone aperte in grado di vedere Dio e tutti i figli di Dio, in ogni religione.
 Anche i capi religiosi musulmani e drusi hanno un ruolo fondamentale nella ricostruzione. Essi devono lavorare per porre rimedio alle cause della mentalità religiosa estremista e per rinnovare il discorso religioso. Hanno il dovere di assicurare un’educazione che miri a formare la persona umana nuova e a promuovere lo spirito di condivisione, amicizia e rispetto del pluralismo religioso e intellettuale.
 In questa nuova fase della nostra storia, desideriamo vedere realizzata la fraternità fra i musulmani nei paesi dell’islam. Ne attendiamo un messaggio comune rivolto al mondo arabo, musulmano e cristiano, e a tutto l’Occidente. Un messaggio che rechi una visione nuova e una vita nuova richieste dalla nuova fase storica che stiamo vivendo.
 È tempo che insieme, cristiani, musulmani e drusi, prendiamo in mano il nostro destino, confermiamo la nostra unione e la nostra collaborazione, di fronte ai piani politici esterni e di fronte a un passato che ha conosciuto il rifiuto dell’altro e al quale purtroppo alcuni restano ancora aggrappati.
 È tempo di diventare credenti e cittadini che vedono Dio e tutti i nostri fratelli come Dio li vede e li abbraccia nel suo amore e nella sua misericordia.
 All’Occidente politico e a Israele ripetiamo che vivere insieme è possibile. Se continuate sulla strada della morte, la morte finirà per inghiottirci tutti, voi e noi.
Cambiate la vostra politica di distruzione verso i nostri paesi e verso noi cristiani d’Oriente. Abbiate visioni nuove, di vita e di rispetto per i popoli della regione.   La vita è possibile. La pace è possibile. Uscite dai vostri interessi per vedere anche voi Dio che vi ha creati e vi chiama a rispettare i popoli.
 Infine, la pace a Gerusalemme e in Palestina-Israele è la chiave della pace nella regione e anche per l’Occidente. La pace è possibile se le intenzioni sono sincere e se c’è la volontà di fare la pace.
Noi abbiamo bisogno di un Medio Oriente nuovo, non fatto da altri ma da noi stessi e che non consiste nel cambiare o spostare i confini o i popoli, ma nel rinnovare i cuori.
  L’Oriente sarà rinnovato dai suoi popoli senza che l’Occidente imponga loro i suoi piani. Un Oriente fatto dai suoi figli, padroni a casa loro, musulmani, cristiani e drusi. Tutti uguali, senza che nessuno imponga il suo dominio sull’altro a livello religioso, politico o militare.
In questo progetto, i cristiani offrono, come gli altri, il loro contributo per la nuova creazione, per un mondo nuovo nel quale abbondano il bene, la ragione, l’amore e la collaborazione fra tutti i cittadini e con i paesi del mondo.
  Per questo preghiamo: «Signore, manda il tuo Spirito e rinnova la faccia della nostra terra» (cf. Sal 104,30) e cambia i cuori degli uomini.
In questo tempo di Pentecoste, domandiamo a Dio di colmarci tutti del suo Spirito, di ispirarci tutti, cristiani, musulmani e drusi, insieme con l’Occidente e con Israele, in modo che diventiamo tutti artefici di pace e costruttori di un’umanità animata dall’amore, in Medio Oriente e nel mondo intero.

«Signore, manda il tuo Spirito e rinnova la faccia della nostra terra».

Seguono le firme*
*  Ibrahim Isaac Sedrak, patriarca di Alessandria dei copti;
*   Mar Béchara Boutros card. RAI, patriarca di Antiochia dei maroniti;
*   Ignace Youssif III Younan, patriarca di Antiochia dei siri;
*   Joseph Absi, patriarca di Antiochia dei greco-melkiti;
*   Mar Louis Raphaël Sako, patriarca di Baghdad (Babilonia) dei caldei;
*  Grégoire Pierre XX Ghabroyan, patriarca di Cilicia degli armeni;
*  William Shomali, rappresentante di mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme.

https://www.lpj.org/consiglio-dei-patriarchi-cattolici-doriente-i-cristiani-doriente-oggi-timori-e-speranze/?lang=it

Ora pro Siria

I cristiani di Siria e la cecità dell’Occidente

La Siria era e rimane una terra ricca di spiritualità, nonostante il lungo conflitto che continua a tormentarla. Una domanda sorge spontanea: come hanno vissuto la guerra i cristiani di Siria? In questa intervista (seconda puntata del nostro dialogo-approfondimento sul conflitto nel Paese arabo) il reporter di guerra Fulvio Scaglione ci racconta la vita e le sofferenze di una comunità antichissima, che abita quelle terre da due millenni.
Intervista a Fulvio Scaglione di Alessandro Bonetti 

D: In questi anni c’è stata nella guerra siriana anche una forte persecuzione anticristiana. Com’è il rapporto fra cristiani e musulmani che vivono fianco a fianco?
R: Se si guarda al Medio Oriente in generale, la Siria era quasi un’oasi dal punto di vista dei rapporti interreligiosi. C’erano decine di gruppi diversi che comunque convivevano e andavano avanti. Adesso i rapporti fra cristiani e musulmani sono improntati a grande comprensione, tolleranza e stima reciproche. I cristiani hanno sicuramente fatto tanti punti durante questi anni della guerra perché, avendo una maggiore esperienza e capacità nell’intervento umanitario e caritativo, hanno oggettivamente fatto tanto e per tutti: porte aperte, nel senso che anche tanti musulmani hanno goduto dell’accoglienza nei tempi difficili.   Quindi, a livello di gerarchie, c’è sicuramente una grande disponibilità all’intesa, il che non vuol dire che non ci siano poi dei problemi sul terreno. Per fare un esempio, ad Aleppo, ma non solo lì, molti cristiani sono scappati e nei quartieri cristiani sono arrivati a vivere molti musulmani, molti più musulmani di prima. Questo, detto così, non sembra niente. Però in una situazione come quella del Medio Oriente, dove le comunità hanno un fortissimo ruolo, cominciare a incrinarle non è una cosa piacevole; è una cosa che i cristiani non vivono bene e che molti musulmani vivono come una sorta di occupazione, perché nei quartieri cristiani si vive bene, sono di solito quartieri più calmi, più ordinati.    Comunque, certe tensioni sono passate ma non sono dimenticate. È ovvio che, comunque la si giri, anche se quella siriana non è stata una guerra di religione, chi ammazzava tanta gente innocente erano dei musulmani o sedicenti musulmani. Loro, quelli dell’Isis e di altri gruppi jihadisti, si considerano dei buoni musulmani, anzi i migliori musulmani.   Quindi è un’esperienza che ha in ogni caso lasciato un segno. Dovranno essere molto in gamba le rispettive gerarchie, perché questa cosa ha lasciato delle cicatrici profondissime nel Paese in tutti i sensi. Non è così semplice. Anche se, ripeto, c’è un grande sforzo da parte degli esponenti delle chiese cristiane e dell’islam siriano per superare questi traumi.
D: A proposito di gerarchie, proprio gli alti prelati cristiani di Siria in questi anni hanno parlato molto contro il coro mediatico, dicendo cose che spesso a noi, abituati a una certa narrazione del conflitto siriano, sembravano strane. Si sono schierati a volte apertamente a sostegno di Assad…
R: … ma certo, senza se e senza ma. Nessuno di loro ritiene che il sistema siriano sia perfetto o non sia migliorabile, questo assolutamente no. Però Assad è comunque il presidente dei siriani e loro sono siriani. Bisogna poi tenere presenti alcune questioni. Punto primo: lo spirito nazionale siriano. Noi siamo abituati a parlare di sciiti, sunniti, eccetera, ma in Siria c’è un forte spirito nazionale.   Punto secondo: mentre noi ci siamo raccontati un po’ di balle, i siriani hanno visto che sono arrivati a combattere settanta-ottantamila stranieri, tunisini, egiziani, europei, e di altre nazionalità. Per loro è un’invasione, non è una guerra civile. Nel momento in cui arrivano dall’estero settanta-ottantamila mercenari, fanatici e ideologizzati ma mercenari, bombardamenti americani, bombardamenti israeliani, i turchi, loro non la vivono come una guerra civile, loro la vivono come un’aggressione internazionale contro il loro Paese.  In ogni caso quando gli esponenti delle chiese cristiane dicono che, prima della guerra, la Siria rispetto allo standard del Medio Oriente era un’oasi di convivenza religiosa hanno ragione, non mentono, dicono una cosa giusta, sacrosanta. Quindi non c’è da stupirsi.  Poi qui stiamo parlando di fanatismo sterminatore alla Al-Baghdadi, ci siamo solo noi [occidentali n.d.r.] che sono sette anni che andiamo avanti con questa storia della rivolta democratica. La rivolta democratica è durata due settimane. Gli altri sei anni e cinquanta settimane sono stati semplicemente una guerra di terrorismo finanziata dall’esterno contro un Paese che non era in guerra con nessuno. È inutile che ce la raccontiamo. Quindi non c’è assolutamente da stupirsi che i cristiani stiano dalla parte di Assad e del suo governo. È assolutamente normale. Siamo noi che non siamo normali, siamo noi che non abbiamo avuto uno sguardo obiettivo nei confronti di questa crisi. Anzi, abbiamo avuto uno sguardo molto di parte.   Inoltre, non dimentichiamo che molti cristiani siriani hanno preso le armi contro i jihadisti. Ci sono dei posti come Sednaya che hanno una storia significativa. A Sednaya c’è un grande monastero ortodosso: è un villaggio in montagna dove c’è questo centro religioso molto antico e dove la componente cristiana è maggioritaria. Gli abitanti si sono autotassati, hanno comprato le armi, hanno costruito delle difese intorno al loro villaggio e al monastero e quando si sono presentati i miliziani di Al-Nusra gli hanno sparato addosso e hanno avuto anche dei morti.
Su questa questione dei cristiani poi c’è qualche bello spirito anche in ambito cattolico che pontifica a vanvera e dice che i cristiani fanno così perché Assad ha dato loro dei privilegi. Innanzitutto i cristiani non godono di nessun privilegio rispetto alle altre confessioni religiose, men che meno nei confronti dei musulmani. Punto secondo: in Medio Oriente è così. In Medio Oriente la comunità, qualunque sia, sciita, cristiana, ortodossa, cristiana cattolica, non esiste se non ha una proiezione esterna. Deve avere una proiezione nella vita della società, che vuol dire scuole, ospedali, attività. Per avere questo è ovvio che in qualche modo si deve avere un rapporto con il potere politico. Ma questo vale per tutto il Medio Oriente. Forse i cristiani copti in Egitto non hanno un rapporto politico con Al-Sisi? È così dappertutto. Quindi questa obiezione è ridicola. Terza cosa: in un Paese come l’Italia che ha addirittura il Concordato che certifica i rapporti fra Stato e Chiesa, accusare i cristiani del Medio Oriente di avere una relazione politica con chi comanda fa veramente ridere. È normale, è così. Dev’essere così.
D: Quindi in definitiva cos’è che manca nella comprensione da parte di noi occidentali di quello che è successo in Siria in questi sette anni?
R: Manca tutto, è il nostro atteggiamento generale che è patetico. Guarda questa cosa degli attacchi chimici: erano tutti lì con la mano sulla bocca [si riferisce alla campagna sui social in cui alcuni personaggi pubblici si facevano ritrarre con la mano davanti alla bocca per protestare contro un presunto attacco chimico compiuto dal governo siriano, n.d.r.] e adesso il primo rapporto degli ispettori dell’OPAC è negativo. Quindi questi, i vari Saviano e compagnia bella, sapevano già tutto, erano già assolutamente certi dell’attacco mentre gli ispettori, che sono degli specialisti nel campo e hanno ricevuto nel 2013 il premio Nobel per la loro attività contro le armi chimiche, dopo mesi di indagini ancora non hanno trovato nulla? È chiaro: c’è una colossale opera di propaganda.
Inoltre, la nostra civiltà vive costantemente il cosiddetto tradimento dei chierici, cioè gli intellettuali e i giornalisti possono raccontarcela come vogliono ma alla fine dicono tutti quello che il potere vuole che loro dicano. Finisce sempre così. Credono di fare delle grandi battaglie ma alla fine sono manovrati e strumentalizzati. Nel 2011 si arrivava sull’onda delle primavere arabe e allora sembrava che anche in Siria dovesse succedere qualcosa… Certo, c’erano delle ragioni per protestare contro il governo di Assad, c’erano ragioni di insoddisfazione, ma se nessuno avesse messo il becco nella crisi siriana, come sarebbe finita? Sarebbe finita probabilmente come in Egitto e nessuno ha pensato che bisognava fare la guerra per la democrazia in Egitto. Perché in Egitto no e in Siria sì? Perché in Siria c’erano degli altri interessi: infatti abbiamo visto affluire i miliardi dai Paesi del Golfo, decine di migliaia di combattenti chissà come… Qui crediamo ancora che sia stata una cosa spontanea, ci raccontiamo che circolava la voce su Internet e allora settanta-ottantamila persone raccolte in mezzo mondo, ai quali non fregava niente dei palestinesi e di nessuna causa più o meno democratica del Medio Oriente, di colpo volevano portare la libertà in Siria… Come si fa a credere a queste stronzate?   Ma lo si vede in tutto. Si fanno tante storie sulla libertà di stampa in Turchia e si sono santificati quei giornalisti che sono stati messi in galera e poi sono scappati in Germania, ma non si dice mai perché erano finiti in galera. Quei giornalisti turchi non sono finiti in galera per l’astratta libertà di stampa, ma perché hanno rivelato e denunciato che Erdogan forniva le armi all’Isis. Questo però non viene detto mai. Erdogan, finché dava le armi all’Isis, nessuno l’ha criticato. Abbiamo cominciato dopo a scoprire che era antidemocratico… È tutto così.
E noi abbiamo questo mito della democrazia, dietro cui nascondiamo tutte le porcherie che ci piace fare. Ma il Medio Oriente non è nato ieri, il Medio Oriente e il mondo islamico in particolare hanno una storia più che millenaria. Non ci viene il pensiero del perché in tutto questo tempo loro non hanno avuto neanche una filosofia della democrazia o una discussione sulla democrazia? Sporadicamente qui e là personalità ne hanno parlato, ma non c’è un dibattito collettivo su questo tema nella loro storia. Forse perché non gli interessa o forse perché per la loro tradizione, cultura, realtà non è il sistema migliore. Perché l’alternativa è pensare che sono tutti cretini, sono 500 milioni di cretini e hanno bisogno che arriviamo noi e gli diciamo “oh, c’è la democrazia”, “ah, già è vero”. Come si fa a pensare così? Come è possibile? Però gli stupidi vanno appresso a questa cosa. Poi ci sono quelli intelligenti, che non sono in buona fede, che aderiscono a un progetto politico folle, demenziale, che produce solo disastri. Perché in Afghanistan è un disastro, in Iraq è stato un disastro, in Libia è stato un disastro, in Siria è stato un disastro. Questo progetto non produce altro che casini, però qualcuno ci crede. Ma non ci si può credere in buona fede, se ci credi in buona fede sei veramente uno scemo.

Ora pro Siria

La Vergine di Soufanieh per l’unità dei Cristiani dell’Oriente e dell’Occidente.

Mentre il sangue scorre in Siria da oltre sette anni, l’olio della Vergine Maria di Soufanieh ha continuato a scorrere, da oltre 35 anni a Damasco, la capitale siriana.

di Nadine Zelhof – Aleteia
traduzione: Gb.P.
È una storia relativamente sconosciuta in Occidente. Nel novembre 1982, in un quartiere modesto del nord di Damasco vicino a “La porta di Tommaso” un olio profumato è colato da una piccola icona della Vergine Maria che porta in braccio il bambino Gesù, una riproduzione della Vergine di Kazan. Questo olio è apparso per la prima volta sulle mani della giovane sposa della famiglia, Myrna Nazzour, il 22 novembre di quell’anno. “Non aver paura figlia mia, io sono con te. Apri le porte e non privare nessuno della mia vista!” È in questi termini che la Vergine Maria apparve per la prima volta a Myrna. Con le lacrime agli occhi e molto commossa, la ragazza ha testimoniato: “Sorpresa, paura, gioia o emozione, io non posso descrivere i miei sentimenti, tanto ero confusa, ma la domanda che si ripropone sempre nella mia testa è: perché proprio a me? “.
Soufanieh, è questo olio puro che trasuda dall’immagine della Vergine, ma anche dalle mani, dagli occhi e dalla fronte di Myrna. La ragazza ha avuto anche delle stigmate sulle mani, sui piedi e sulla fronte durante tutta la Settimana Santa, quando la celebrazione della Pasqua delle due comunità cristiane, ortodossa e cattolica, era unificata. Questo è accaduto ben cinque volte: 1984, 1987, 1990, 2001 e 2004.
Soufanieh, sono anche quei messaggi consegnati da Gesù Cristo e dalla Vergine Maria per la prima volta in lingua araba. Messaggi dello stesso spirito del Vangelo e della Santa Chiesa, dei quali Myrna ha confessato di non capire nulla al momento, ma che sono diventati più chiari in seguito, alla luce dei tragici eventi bellici.
Dal dicembre 1982, questi messaggi ricordano la necessità dell’unità delle Chiese. Nel suo ultimo messaggio, la Madonna ha detto a Myrna Nazzour: “Non temere figlia mia, se ti dico che questa è l’ultima volta che mi vedi, fino a che la Pasqua sia unificata . (…) Per quanto riguarda l’olio, continuerà a manifestarsi sulle tue mani per la glorificazione di mio figlio Gesù “.
Nel 2004, ha avuto poi un’apparizione di Gesù Cristo che le diceva: “Questo è il mio ultimo comando, che ognuno ritorni alla propria casa, ma che porti l’Oriente nel suo cuore. Da qui è brillata di nuovo una luce di cui voi siete l’irradiazione per un mondo sedotto dal materialismo, dalla sensualità e dalla celebrità. (..) Quanto a voi, preservate la vostra autenticità orientale, non permettete che siate alienati della vostra volontà, della vostra libertà e della vostra fede in questo Oriente “.
L’anno 2014, dieci anni dopo, mentre i cristiani d’Oriente si ritrovano sprofondati nella disperazione in una Siria completamente distrutta, accade un altro miracolo. Gesù manda un messaggio: “Le ferite che hanno sanguinato su questa terra sono le stesse che sono presenti nel mio corpo. Perché l’autore e la causa sono gli stessi.”. Nel 2017, l’anno scorso, le tre Pasque coincidevano: la Pasqua dei cattolici, quella degli ortodossi e quella degli ebrei. Il Sabato Santo l’icona trasudava olio dopo sedici anni di interruzione!
Testimonianze: passato e presente
Non si può parlare di Soufanieh senza menzionare Padre Elias Zahlaoui, fondatore del Coro della Gioia, la corale della Chiesa di Nostra Signora di Damasco e il primo testimone dei miracoli di Soufanieh. Accompagna Myrna ovunque nei suoi spostamenti, nei suoi interventi e nei suoi viaggi, di cui è il principale organizzatore.
“Ho scritto un primo libro su Soufanieh nel 1990 per comunicare agli altri ciò che mi è stato dato di vedere, ascoltare e di vivere. Poi l’ho ristampato e aggiornato nell’ottobre 2008, e l’ultima edizione è della fine del 2013. È mio dovere rendere noti i suoi fatti, i suoi messaggi, la sua spiritualità, il suo movimento di preghiera e i suoi appelli. Ho visto l’olio trasudare più volte dalle mani di Myrna, e specialmente la volta in cui lei ha spalmato con questo strano olio sua madre e sua cognata sofferenti e costrette a letto, e come esse si sono subito ristabilite. E tante altre volte quando io sono accompagnato da semplici civili, cardinali o sacerdoti, come il prete Pierre Boz dell’Arcivescovado di Parigi, e si compiono miracoli “.
Dal novembre 1982, Padre Zahlaoui è diventato un fedele testimone della quotidianità di Soufanieh. Questa casa modesta, trasformata da un giorno all’altro in un luogo di pace e conforto, nella “Casa della Vergine”. Inizialmente, le preghiere si svolgevano giorno e notte spontaneamente, affidate all’improvvisazione delle persone. Quindi Padre Zahlaoui ne prese la guida per far uso delle preghiere liturgiche bizantine come pure delle preghiere e dei canti maroniti e latini.
Nel 1992, durante la celebrazione della Messa a Soufanieh del Nunzio Apostolico, l’olio è stillato dalle mani di Myrna durante la comunione. Alla fine della messa, quando il Nunzio annunciò il suo desiderio di vedere un centro ecumenico di Nostra Signora di Soufanieh costruito a Roma, l’olio ricoprì di nuovo le mani di Myrna. Nell’ottobre 1999, quando fu inaugurato il centro, l’olio colò nuovamente dalle sue mani.
Una sola voce con più espressioni
“Già venticinque anni son trascorsi, ma la voce del Signore e della sua Santa Madre continuano a mormorare in noi e rafforzarci. Una singola voce dai molteplici accenti. Una sola voce con più espressioni. Soufanieh è Soufanieh per l’oggi e per domani e realizza ciò che lì abbiamo ascoltato: l’unità della Chiesa “, ha dichiarato il Patriarca melchita greco-cattolico Joseph Absi, all’epoca vicario patriarcale, durante la sua omelia per la messa che celebrava i 25 anni di Soufanieh.
“L’evento Soufanieh si erge in Oriente come un potente faro destinato a rettificare il cammino di un’umanità che è diventata per i suoi progressi scientifici così arrogante che sembra aver perso il suo giusto orientamento”, ha detto Zakka Iwaz, il Patriarca siriaco ortodosso di Antiochia. È in questo paese arabo che Gesù e la Vergine Maria hanno scelto per la prima volta di mandarci messaggi universali, spirituali, cristiani e umani in lingua araba, affinché i cristiani approfondiscano la loro fede in questo Oriente arabo e musulmano “.
Il cuore di Soufanieh senza confini
Grazie a Soufanieh, delle petizioni sono state lanciate in tutto il mondo per l’unità dei Cristiani e della festa di Pasqua. Televisioni straniere si sono mosse e continuano ad affluire qui, anche in questi difficili tempi di guerra. Da quando Roma ha riconosciuto questo fenomeno e ha inaugurato il centro “Notre-Dame de Soufanieh” in Vaticano nel 1999, vi sono presenti gruppi provenienti da Russia, Grecia, Germania, Belgio, Canada e paesi scandinavi. In Francia, il professore di teologia Patrick Sbalchiero si era molto interessato a questi eventi, e ha organizzato molti viaggi sul posto considerandoli come veri pellegrinaggi.
“In particolare nella festa di Pasqua del 2004 posta sotto il segno dell’unità dei cristiani. Appena arrivato, ho notato un’immensa fatica sul viso di Myrna, benchè fosse felice di vedere la folla che affluiva per pregare e testimoniare degli eventi futuri. C’era anche un’equipe medica di Oslo venuta per fare un’analisi approfondita su Myrna. Esami del sangue, esami cardiaci, test cutanei, un doppler a risonanza magnetica per comprendere la formazione delle ferite della Passione. Così come altri fedeli da Los Angeles, dalla Francia o dal Libano “, testimonia.
Una preghiera insegnata da Maria a Soufanieh: nel corso della quarta apparizione del 8 gennaio 1983, Myrna vede la Madonna piangere e riceve queste parole “« Je vous demande un mot que vous graverez dans votre mémoire, que vous répéterez toujours : “Dieu me sauve, Jésus m’éclaire, le Saint-Esprit est ma vie, c’est pourquoi je ne crains rien”. »
Soufanieh è oggi un evento che riveste un significato molto speciale in questo Oriente a maggioranza musulmana e in questa Siria a fuoco e sangue dal marzo 2011. Come Myrna ripete instancabilmente: “Il Signore ha fatto irruzione nella mia vita, io non ho paura e sono fiduciosa. Egli mi ha chiesto di pregare affinchè la Sua volontà si realizzi perché una nuova luce brillerà dall’Oriente e noi dobbiamo essere testimoni di questa luce “.
Riferimenti :
bibliografia: E. Zahlaoui, Soufanieh. Chronique des apparitions et manifestations de Jésus et de Marie à Damas (1982-1990), Paris, 1991 ; id.Souvenez-vous de Dieu. Messages de Jésus et de Marie à Soufanieh, Paris, 1991 ; id., « Soufanieh », DMEC, 2002, 738-741 

Ora pro Siria

Pulizia etnica e persecuzione di Yazidi e Cristiani ad Afrin, Siria nord-occidentale

Estratto dal Report di un gruppo di missionari umanitari (FBR) che si recano in Siria per fornire assistenza medica e altri aiuti umanitari, costruire parchi giochi in aree precedentemente occupate dall’ISIS e condividere l’amore di Gesù. 
Si tratta di una squadra di 17 persone; cinque medici e operatori originari della Birmania, tre volontari americani,  coordinatori curdi, iracheni e siriani e una famiglia. Entrati in Siria dall’Iraq, si sono recati a Raqqa, Tabqa, Deir ez-Zor, Ayn Issa, Membij, Kobani, Qamishli, Tel Tamir, Hasakah e le aree circostanti.
Nel gennaio 2018, l’Esercito Turco, insieme a elementi dell’Esercito Libero Siriano (FSA) che in quest’area sono composti da gruppi musulmani radicali e da alcuni resti dell’ISIS, ha lanciato una campagna aerea e terrestre dalla Turchia contro la città e l’area di Afrin, una delle poche zone pacifiche della Siria. I curdi avevano tenuto a bada l’ISIS durante tutta la guerra e Afrin, che storicamente era per l’80% curda con un’antica popolazione cristiana e Yazidi, era diventata un rifugio per migliaia di fuggitivi curdi e arabi di diversi gruppi e fedi. La Turchia ora sta procedendo ad una pulizia etnica di proporzioni enormi in Afrin. Il governo turco ha condotto questo assalto per annientare i curdi delle YPG e bloccare il loro accesso al Mar Mediterraneo. Considera i curdi una minaccia alla sicurezza turca e non ha avuto riguardo per i Cristiani o gli Yazidi. Il governo turco sostiene anche l’FSA contro il governo siriano ed Afrin è diventata una base per l’FSA. Un nuovo regno di terrore è sceso su Afrin.
Attacchi congiunti di turchi e FSA hanno spazzato via oltre 200.000 curdi, oltre a 35.000 Yazidi e 3.000 Cristiani dai loro villaggi e città. Le loro case sono state espropriate da migliaia di islamisti radicali portati dalla Siria meridionale e occidentale, che sono stati a loro volta cacciati dalle loro posizioni dall’Esercito Siriano. Anche gli abitanti Musulmani originari che non si sono sottomessi alla legge della Sharia e all’FSA hanno dovuto fuggire. Dalle interviste, l’unica chiesa nella città di Afrin è stata saccheggiata, bruciata all’interno e poi occupata da due fazioni di miliziani.
Cristiani fuggiti da Afrin
A Kobane e in una nuova chiesa cristiana di 20 credenti, abbiamo incontrato due famiglie cristiane che sono fuggite da Afrin quando l’FSA e l’esercito turco l’hanno invasa. Dopo il servizio di culto, abbiamo parlato con i Cristiani di Afrin, una madre e suo figlio di 18 anni, Baran, suo genero e sua figlia incinta. Erano fuggiti da Afrin appena l’FSA e i Turchi avevano assalito la città e la regione, uscendo e salvando a malapena le loro vite. La madre ci ha detto che c’erano più di 3000 Cristiani che vivevano ad Afrin, ma adesso quasi tutti sono fuggiti. Conosce solo due persone rimaste: suo marito che era troppo malato per camminare e un altro uomo ferito durante gli attacchi.
Mentre tratteneva le lacrime, raccontava: “Sono cristiana. Mio marito era troppo malato per uscire e fuggire [con noi] e ora si nasconde in Afrin. Ho solo mio figlio e mia figlia rimasti con me e nient’altro al mondo. Potete aiutarci? Grazie per essere venuti a trovarci e per l’aiuto che ci avete dato. Preghiamo con voi per la risposta di Dio e confidiamo in Lui.”
L’FSA e i Turchi hanno invaso Afrin in una serie brutale di attacchi di fanteria, sostenuti da artiglieria, elicotteri da combattimento e jet-caccia. Centinaia di civili sono stati uccisi e case distrutte. Molte delle forze curde YPG sono state uccise e gli altri costretti a ritirarsi. L’FSA e i turchi hanno circondato, uccidendo e saccheggiando. Le persone hanno cercato di fuggire.
“I nostri peggiori timori sono stati confermati quando è stata instaurata la legge della Sharia, le case saccheggiate e le persone che hanno resistito messe a morte. Noi Cristiani e la maggior parte dei 35.000 Yazidi siamo fuggiti, temendo un annientamento simile a quello avvenuto a Sinjar, in Iraq “, ha continuato la madre. Ha continuato poi raccontandoci come una donna sia stata catturata dall’FSA, violentata e poi uccisa e un video poi inviato al marito della donna.
“Anche mia nipote, una bambina piccola è stata uccisa”, ci ha detto. “Il suo nome era Riven Khandofan Hamdoush ed è stata uccisa vicino a noi nel villaggio di Kafarganeh. Il villaggio si trova ai margini della città di Afrin. Il 27 aprile 2018, quando la piccola giocava per strada, fu uccisa a colpi di arma da fuoco quando le fazioni islamiche litigavano tra loro sulla proprietà. Ecco la sua foto.” “Siamo molto tristi e ci sentiamo senza speranza, ma rimaniamo vicini a Gesù e mettiamo la nostra speranza in Lui. Io ero musulmana, ma quattro anni fa mi sono stancata e ho chiesto a Gesù di aiutarmi. La maggior parte della mia famiglia è ancora musulmana ma questo non li ha risparmiati dagli attacchi. Mia nipote che è stata uccisa era musulmana con genitori musulmani”.
Militanti del FSA nelle loro posizioni a nord di Manbij.
La chiesa del “Buon Pastore” in Afrin
Il figlio Baran ha continuato raccontandoci della chiesa di Afrin: “La Chiesa del Buon Pastore è stata occupata dall’FSA e dall’esercito turco. Le fazioni armate dell’occupazione turca combatterono tra loro per il controllo e la confisca della chiesa. I combattimenti che hanno avuto luogo tra le due fazioni di “Sultan Murad” e l'”Esercito dell’Est” si sono conclusi con un accordo tra le due parti sulla spartizione dell’edificio della chiesa e degli edifici circostanti e dei suoi beni. Hanno bruciato l’interno della chiesa e hanno scritto i nomi delle loro fazioni sui muri esterni. Prima dell’arrivo dell’FSA e dei turchi, oltre 250 famiglie cristiane erano ancora nel centro della città di Afrin e nei villaggi circostanti. Prima che Afrin fosse sopraffatto, il prete della chiesa, il Rev. Valentin Hanan, ha rilasciato una dichiarazione angosciata alla comunità internazionale dopo l’inizio dell’attacco turco ad Afrin. Ha chiesto l’urgente protezione internazionale dei credenti in Afrin e la cessazione dei bombardamenti turchi. Ha detto: “In questo momento siamo sottoposti a pesanti bombardamenti e le fazioni islamiche promettono di entrare nella regione e noi come chiesa chiediamo anzitutto al Signore la protezione e poi ai fratelli di pregare e aiutarci”.
Dei circa 3.000 Cristiani nell’area di Afrin, il reverendo Hanan ha detto che c’erano 190 famiglie nel centro della città di Afrin, 45 famiglie nella zona di Gendressa e 15 famiglie nella zona di Maabtli. Ora che l’occupazione è completa, non sono rimasti quasi più Cristiani. “
Gli Yazidi di Afrin raccontano gli orrori che hanno affrontato.
In questa missione di soccorso, abbiamo incontrato alcuni degli Yazidi che erano fuggiti da Afrin quando l’FSA e i turchi hanno attaccato. C’erano 68 famiglie che vivevano tra le macerie di un villaggio cristiano abbandonato vicino a Tel Tamir. La chiesa, una volta magnifica, è stata distrutta dall’ISIS e tutti i Cristiani sono spariti. Una volta che l’ISIS è stato sconfitto qui l’anno scorso, ai Cristiani proprietari di edifici, molti dei quali sono attualmente fuori dalla Siria, è stato chiesto se gli Yazidi potessero rimanere nelle loro case. Hanno risposto che gli Yazidi erano benvenuti nel villaggio e così gli Yazidi si sono trasferiti, scegliendo tra le case meglio conservate, rattoppando buchi nei tetti e nei muri.
Uno degli uomini Yazidi ci ha detto: “Non c’è modo di rimanere di nuovo in Afrin. L’FSA ha fatto sapere che ci avrebbero fatto lo stesso che è stato fatto dall’ISIS al popolo Yazidi di Sinjar. Avrebbero ucciso tutti gli uomini e schiavizzato le donne. Abbiamo dovuto fuggire. Perché nessuno ci ha aiutato? Non sono state sufficienti le morti di migliaia di Yazidi a Sinjar e in altre parti dell’Iraq? Dov’era l’America? Dov’era il mondo? Abbiamo perso tutto e non possiamo tornare indietro. Migliaia di musulmani provenienti dall’esterno dell’area vi si sono installati e ci hanno preso casa e terra. Cosa ne sarà di noi? “
Avevamo i cuori spezzati e annuimmo con simpatia. Poi uno degli uomini Yazidi disse: “Questo potrebbe farti arrabbiare, ma dovresti sapere che noi tutti incolpiamo l’America per questo”. Ho pregato per capire come rispondergli e ho detto: “L’America non ha fatto questo. Non dobbiamo incolparla degli attacchi e delle vostre perdite.”   L’uomo aprì la bocca per rispondere ma io continuai: “Ma dobbiamo incolparla di non averli fermati, mentre avremmo potuto farlo. Lo abbiamo lasciato accadere e non abbiamo fatto nulla per fermare l’FSA e i Turchi. Non abbiamo dato l’aiuto necessario alle persone che sono fuggite. Mi dispiace molto. Per favore perdonaci e prega per noi. L’America non è Dio né è il diavolo. Siamo persone. Le persone non possono risolvere ogni problema, ma possiamo rispondere a quelli che abbiamo di fronte come possiamo. L’America è in Siria, sarebbe stata in grado di aiutare e non l’ha fatto. Mi dispiace. Per favore prega che il Governo Americano cambi le sue idee e vi aiuti. Ci sono molti in America che vi hanno a cuore e siamo stati mandati qui da loro “.
Potevo sentire il dolore che queste persone provavano e l’evidente disperazione della situazione. Potevo vedere il dolore nei loro occhi.
La disperazione e l’impotenza non possono peggiorare più di così. Non dimenticherò mai le lacrime della donna Yazida che mi ha parlato dei suoi ulivi. Era stata un’ingegnere civile di successo e quando i suoi tre figli crebbero e divennero indipendenti, iniziò la sua fattoria di olio d’oliva. Mi ha raccontato di come i suoi alberi fossero come i suoi figli. Mi ha detto del dolore che stava provando. I suoi alberi si sentivano come suoi figli e così quando è fuggita le sembrava che stesse abbandonando i suoi figli a essere incendiati e ridotti in cenere. Il mondo non ha fatto nulla per salvare i suoi alberi. E non ha fatto nulla per salvare lei o i suoi figli ….
Dave, famiglia e squadre.

Ora pro Siria

Padre Samir. Il rapporto tra cristiani e musulmani: cittadinanza, lealtà, verità, come fratelli di un’unica famiglia umana

Una strada più bella di convivenza, come fratelli di un’unica famiglia umana; un rifiuto della violenza e dell’incancrenirsi al passato; un impegno a rispettare la cittadinanza di tutti, senza dividere i diritti fra cristiani e musulmani. È il messaggio e l’invito che p. Samir Khalil Samir, gesuita, esperto islamologo a livello mondiale, rivolge agli “amici musulmani”, insieme all’appello a distinguere la politica dalla religione. Nei giorni scorsi, in occasione del suo 80mo compleanno, p. Samir ha partecipato a un convegno in suo onore tenutosi presso il Pontificio istituto orientale. P. Samir propone anche una pista per la fondamentale testimonianza dei cristiani nel mondo arabo. 

Asianews 4 giugno 2018
1. L’Islam non è solo una religione: è una totalità
“L’Islam, a differenza del cristianesimo, non è solo una religione: è una totalità. È questo la sua forza e il pericolo. Può diventare un impero, una dittatura, perché niente sfugge all’islam: l’economia, la politica, l’aspetto militare, il rapporto uomo-donna, i gesti precisi nella preghiera, il modo di vestirsi, tutto! Tutto è islamico!
“È una forza, una potenza, ma è anche la lacuna, la difficoltà dell’islam. Mescolando religione, politica, economia e potere, la religione perde la sua essenza. È ciò che cerco di spiegare agli amici musulmani: fino a che ci sarà questo miscuglio – e rischia di essere per l’eternità – sarà difficile per i musulmani trovare una linea umanistica completa.
2. Il problema: mescolare politica e religione
Mescolare politica e religione è successo a tutte le religioni, in alcuni periodi. Spesso i musulmani mi criticano dicendo: “E allora, le crociate?”, aggiungendo cose inesatte e non vere. Io rispondo: “Tu stai parlando di una fase della storia, ma andiamo alla radice. Prendi il Vangelo, e trovami un solo passo in cui Gesù dice ‘combattetele, uccideteli, non fateli fuggire’, come sta scritto nel Corano” (2: 190-191; 4: 89; 9: 5; 9: 123; ecc.). Questa è la grande differenza! Gli uomini sono tutti simili, ma il testo fondatore è essenziale.
Gesù non dice “occhio per occhio, dente per dente” (Levitico 24:20; Esodo 21:24), come Mosè. Al contrario, Egli dice: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.  Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Matteo 5, 38-42).
A chi mi viene a dire: “Ma allora, tu ti sottometti a lui, al musulmano!”. Rispondo: “No, io supero la provocazione, per aiutarlo a capire: è la visione evangelica di Cristo, il suo progetto originale.
Invece, il progetto originale di Maometto è un progetto politico, che usa sì la religione e la fede – ma è politico. L’islam non è capace di distinguere le due dimensioni. Ci sono tendenze che vogliono dissociare politica e religione, ma vengono criticate. Viene detto loro che quanto da loro portato avanti “non è l’Islam”.
Questo capita anche in altre religioni. Pensiamo all’induismo – che io credevo essere il pacifismo perfetto – e a quello che accade in India oggi: ogni giorno c’è un attacco contro protestanti, cattolici, musulmani. C’è difficoltà a distinguere la religione dalla cultura politica e economica.
3. “La religione appartiene a Dio, ma la patria a tutti!”
In Egitto, nel 1919, ci fu la rivoluzione contro i britannici. Il capo dell’opposizione, il famoso Saad Zaghloul, per raccogliere tutti gli egiziani – musulmani, cristiani, ebrei, miscredenti – contro di loro, lanciò lo slogan: “La religione appartiene a Dio, ma la patria a tutti!” (Ad-dīn li-llāh, wa-l-waṭan li-l-ǧamī‘).
Copti e musulmani stavano mano nella mano contro gli inglesi che invadevano l’Egitto. Era una questione nazionale, non religiosa. Non era un conflitto tra musulmani (cioè egiziani) e cristiani (cioè britannici), ma un conflitto puramente politico.  
Questa è stata la vera rivoluzione delle mentalità. Abbiamo combattuto allora mano nella mano. E abbiamo vissuto poi anche mano nella mano, musulmani, cristiani ed ebrei. In proporzione a loro numero, c’erano più ministri cristiani che musulmani; lo stesso a tutti i livelli della vita sociale, economica, culturale e politica. Gli ebrei si sentivano a casa, e i i negozi più grandi erano i loro. 
La religione è affare personale, tra me e Dio. Nessuno ha diritto d’interferire. È questa distinzione dei settori che è fondamentale, è quello che nel dialogo islamo-cristiano cerco, personalmente, di suggerire. Se parliamo di islam, cristianesimo e ebraismo, non parliamo di ebrei, musulmani e cristiani: parliamo del progetto. È un progetto puro, valido per tutti gli esseri umani, o è un progetto per “tribù”? Finché non ci capirà questo, temo che non ci sarà pace.
4. I periodi di liberalismo nella storia islamica
Nel corso della storia, abbiamo avuto periodi in cui vi è stato rispetto per tutti, soprattutto nel periodo abbasside, tra il 750 e l’anno mille. Eravamo tutti insieme, gli uni erano discepoli degli altri. Man mano, tutto si è poi politicizzato.
Più tardi, nel 1800, abbiamo riscoperto questa possibilità di convivenza, con un’apertura fino alla metà del 20mo secolo; ma poi è tornata la tendenza islamista. Il ritorno a un’era più liberale è possibile, ma non è prevedibile a breve tempo.
Ora siamo addirittura passati dall’intransigenza al terrorismo. Ed è un terrorismo squisitamente islamico. Chi uccide lo fa nel nome dell’islam, non nel nome dell’arabismo o del nazionalismo, ma contro chi non è un “perfetto islamico”: sciiti, yazidi, cristiani… E questa corrente sta arrivando anche in Occidente. Io temo che l’Europa non si accorga dell’immensità del pericolo.
Queste settimane in Gran Bretagna hanno proposto che ai musulmani si applichi la sharia, e non la legge inglese! Se la Gran Bretagna accettasse una cosa del genere – se ognuno avesse la sua legge: cristiani, ebrei, indù, ecc. –  allora non ci sarebbe più patria, non ci sarebbe più Paese.
Il principio fondamentale da attuare è questo: la distinzione dei settori. La politica vale per tutti, la decidiamo tutti insieme e sbagliamo – e ci correggiamo – tutti insieme. La fede è un fatto personale. Se tu vuoi essere ateo, hai il diritto di esserlo. Penso che ti manchino degli elementi, ma quello è affare tuo. Tu hai il diritto di essere ateo, come io ho il diritto di essere credente, e l’altro di essere musulmano o buddista, ecc. Questo manca nella visione islamica.
5. Aiutare i musulmani a ritrovare il loro liberalismo di una volta
I cristiani devono aiutare i musulmani (ed altri gruppi religiosi o ideologici) a ricordare questi principi: non è un principio solo cristiano, è un principio umanistico. Siamo tutti “italiani”, “umani”, uomo e donna. Io non ho autorità sulla donna, né una donna ha autorità su di me. Tutti siamo sotto una sola autorità, quella della legge e – se si crede – sotto quella di Dio.
Se la Costituzione divide cristiani e musulmani, o donna e uomo – come, purtroppo dal 1971 avviene in quella egiziana – non c’è più uguaglianza e non c’è più cittadinanza! Questo concetto di cittadinanza era “la” richiesta maggiore del Sinodo per il Medio Oriente nell’ottobre-dicembre 2010, ma non è stato possibile trasmetterla alla popolazione musulmana.
La disuguaglianza tra musulmani e non musulmani, uomo e donna, ricco e povero, i vari stati sociali, ecc., sono le cause del ritardo a tutti i livelli in molti Paesi. La costituzione e le leggi valgono ugualmente per tutti, e non dovrebbe esserci nessuna distinzione tra i membri del Paese e della nazione!
6. Il salafismo è la piaga dell’islam
La piaga attuale dell’islam è la tendenza salafita, che consiste a pensare che la soluzione ai mali presenti dell’islam è il ritorno all’islam delle origini, del settimo secolo. Questa tendenza prende varie forme e nomi: il wahhabismo, da un certo Muḥammd Ibn ‘Abd al-Wahhāb (1703-1792), che viveva a Najd nel centro dell’Arabia ; i salafiti, nati in Egitto alla fine del XIX° secolo, con il desiderio di riformare l’Islam tornando al modello dei primi compagni e successori di Maometto ; i Fratelli musulmani, movimento creato in Egitto nel marzo 1928 da Hassan al-Banna.
In questi gruppi, c’è una visione per cui non si distingue fra il settimo secolo e il ventunesimo. Ciò che era valido allora lo è oggi. Eppure sono passati 14 secoli, e ora la mentalità è cambiata, e cambia giorno per giorno. Come si può dire “torniamo a praticare quello che si faceva al tempo del Profeta”, come affermano i salafiti? Non si può. Bisogna avere buon senso e logica, e per questo la critica deve essere fatta, con rispetto, certo! – perché so che chi applica quest’idea lo fa perché è convinto che quella sia la parola di Dio – , ma fatta con forza e violenza !
Allora, lo aiuto, dicendo: “Rifletti con me, riflettiamo insieme”. La nostra missione è di aiutare a riflettere, e loro devono decidere. Non posso decidere per loro, ma non posso ignorare che loro stiano pensando con criteri non contemporanei. Si tratta di un impegno di informazione e di apertura, non di imporre qualcosa.
È il messaggio che trasmetto personalmente agli amici musulmani. Senza aggressività, dico: “Fratello mio, io ti voglio tanto bene. Vedi come puoi fare una famiglia, amata e amante, strutturata; come fare un’industria che sia per il bene dei poveri”. Serve equilibrare tutto, pensare globalmente. E, in fin dei conti, siamo tutti esseri umani, membri di una famiglia che può essere la patria, degli egiziani, degli italiani… ma non una famiglia che divide.
7. Cristiani del mondo arabo: la nostra missione
Quando si dice “musulmano”, si contrappone a “cristiano”. Io penso all’evangelizzazione, è vero, ma non per convertire, ma per annunciare il Vangelo, un progetto di liberazione! Se tu pensi che questo messaggio ti aiuti ad essere migliore, prendi quel che vuoi. Ma non cerco di farti cristiano. Cerchiamo una strada più bella. Se ne vedi una, seguila – ma alla condizione che non vi sia mai qualcuno che ne soffre, che ne paga il prezzo.
Vorrei concludere con ciò che abbiamo scritto nell’Assemblea speciale per il Medio Oriente, in Vaticano, l’8 dicembre 2009:
“Il rapporto tra cristiani e musulmani va compreso a partire da due principi: da una parte, come cittadini di uno stesso Paese e di una stessa patria che condividono lingua e cultura, come gioie e dolori dei nostri Paesi; dall’altra, noi siamo cristiani nelle e per le nostre società, testimoni di Cristo e del Vangelo. Le relazioni sono, più o meno spesso, difficili, soprattutto per il fatto che i musulmani generalmente non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini” (§ 68).
“Tocca a noi, perciò, lavorare, con spirito d’amore e lealtà, per creare un’uguaglianza totale tra i cittadini a tutti i livelli: politico, economico, sociale, culturale e religioso, e questo conformemente alla maggioranza delle Costituzioni dei nostri Paesi. Con questa lealtà alla patria, e in questo spirito cristiano, noi facciamo fronte alla realtà vissuta, che potrebbe essere irta di difficoltà quotidiane, cioè di dichiarazioni e minacce da parte di certi movimenti. Constatiamo, in molti Paesi, la crescita del fondamentalismo, ma anche la disponibilità di un gran numero di musulmani a lottare contro questo estremismo religioso crescente” (§ 70).
Concludo con la dichiarazione al mondo del Concilio Vaticano II, il 28 ottobre 1965: “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini” (Nostra aetate, 3).
Questa è la visione cristiana, che, nella mia conoscenza limitata, mi sembra essere la più aperta di tutte le altre.

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