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La prossima inevitabile battaglia della Siria contro la corruzione

Un ragionamento importante che serve la verità.
Ho tradotto una parte, ma consiglio la lettura integrale dell’articolo. 
Condivido il punto di vista di Ghassan Kadi e ritengo questa analisi utile per un discorso che travalichi clichés o narrazioni agghindate ad hoc.
    Maria Antonietta Carta

di Ghassan Kadi per The Saker blog

Negli ultimi anni, e da quando è iniziata la “Guerra contro la Siria”, abbiamo ascoltato molti esprimere il loro fervido entusiasmo sulla Siria prima della guerra. Magari non erano mai stati in Siria, principalmente occidentali, eppure invariabilmente raccontavano di un Paese “perfetto”, dove tutti vivevano in pace, armonia e onestà. Certo, alcuni di questi aspetti sono in parte veritieri e la società è civile ed etica, ma la Siria non è mai stata perfetta, e quando i patrioti siriani l’hanno difesa non l’hanno fatto, e non lo fanno, perché è perfetta, ma piuttosto per preservare la sua unità, indipendenza, secolarismo e integrità… …
A nessuno piace parlare di corruzione del proprio Paese, per timore che sia percepito come un discredito sull’intera comunità. Ciò sarebbe molto ingiusto, perché i Siriani hanno principi elevati, patriottismo e dignità.
Ma affrontiamo il tema: senza corruzione i terroristi non sarebbero stati in grado di portare in Siria un’enorme quantità di materiale militare prima dell’inizio della guerra, e non sto parlando delle frontiere fuori controllo di Turchia, Giordania e Libano da cui sono entrati anche convogli di carri armati. Parlo del periodo in cui ancora si viveva in pace, e una certa quantità di armi e combattenti, sufficiente per accendere la miccia, fu infiltrata nel Paese…
Scrivere questo articolo è doloroso, ma ignorare il problema e far finta che non esista né aiuta a sradicarlo né a servire la verità. Ciò che rende tutto questo più straziante è il pensiero che decine di migliaia di membri dell’esercito che hanno perso la vita, centinaia di migliaia di cittadini in lutto e milioni che hanno patito sono persone dignitose, orgogliose e integre. È sempre una cattiva minoranza che può infliggere il danno, proprio come hanno fatto i jihadisti. Ma a differenza dei jihadisti, che è possibile identificare dal loro armamentario, i corrotti non si distinguono e possono essere in agguato in qualsiasi luogo, in qualsiasi dipartimento governativo e in qualsiasi angolo di strada.
Non sarei sorpreso se alcuni lettori pensassero che con questo articolo stia accusando di corruzione l’intero apparato del governo siriano e perciò mi urge sottolineare che, se nel governo della Siria la stragrande maggioranza di uomini e donne non fossero onesti e incorruttibili, il Paese sarebbe andato perso. Dobbiamo fermarci qui per un momento e fare un elogio speciale alle missioni diplomatiche a cui sono state offerte alte somme di denaro per tradire, ma senza successo. E non bisogna dimenticare le decine di migliaia di soldati che si sono rifiutati di lasciare le fila dell’Esercito Siriano benché gli siano stati offerti salari molto più alti e posizioni di rilievo nel nuovo Stato se la guerra fosse stata vinta. Per non parlare delle centinaia di migliaia, anzi milioni di persone, che hanno rifiutato di lasciare le loro case nelle situazioni più terribili. Sono quei patrioti solidi e la saggia guida al loro fianco che ha vinto la guerra. Sfortunatamente però, bastano poche mele marce per rovinare tutto e se un ministro ha anche un unico esperto corrotto che controlla il flusso di informazioni,può essere facilmente pregiudicato il buon lavoro di un intero ministero.
Bisogna ribadire chiaramente che senza gli elementi corrotti, i nemici della Siria non sarebbero stati in grado di far entrare sufficienti ‘micce detonanti’ per incendiare il Paese. Sarebbe quindi incomprensibile e imperdonabile chiudere gli occhi sulla corruzione dopo la fine delle battaglie terrestri, specialmente quando vediamo azioni quali l’assassinio del prof. Isber.

Se la Siria vuole evitare ulteriori disastri, deve dichiarare aperta la stagione contro la corruzione. Quanto prima meglio sarà. 

Ora pro Siria

Gli Stati Uniti intendono imporre sanzioni alle aziende che partecipano alla ricostruzione della Siria.

L’amministrazione di Donald Trump sta progettando una nuova strategia d’azione in Siria che contemplerebbe la possibilità di imporre sanzioni alle compagnie russe e iraniane che partecipano alla ricostruzione della Siria, ha riportato l’NBC News Network martedì.
La strategia non aumenterebbe la possibilità di scontri diretti con le forze controllate dall’Iran, poiché l’Esercito USA ha il diritto di attaccare le truppe iraniane solo in caso di autodifesa.
La misura si concentra sugli “sforzi politici e diplomatici” per costringere i consiglieri militari iraniani a lasciare la Siria, cioè, attraverso la pressione finanziaria sulle società persiane. Washington sta cercando di forzare il ritiro delle forze iraniane dalla Siria, affermando che la loro presenza nel paese arabo riduce la possibilità di raggiungere una soluzione politica alla crisi e ostacola la lotta contro il terrorismo.
Alla fine di settembre, James Jeffrey, rappresentante speciale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per l’impegno in Siria, ha promesso che il suo Paese avrebbe mantenuto la sua presenza in Siria per sconfiggere Daesh, espellendo le forze iraniane per il raggiungimento di una soluzione pacifica.
Mentre la Russia e l’Iran, insieme alla Turchia, sono i veri garanti del cessate il fuoco in Siria, stanno anche aiutando nella ricostruzione delle città e delle infrastrutture del Paese in gran parte distrutti in più di sette anni di combattimenti tra il governo di Damasco e le opposizioni armate e i gruppi terroristi, definiti dagli Stati Uniti e dai suoi alleati come ‘ribelli’.


Gli Stati Uniti ostacolano gli sforzi per ricostruire la Siria devastata dalla guerra.

Gli Stati Uniti sono ufficialmente il più grande donatore al mondo, ma si preoccupano veramente di coloro che soffrono? Non così tanto. L’amministrazione ritiene che nulla dovrebbe essere fatto in assenza di obiettivi politici. L’aiuto umanitario internazionale è stato tagliato di recente. Ad agosto, gli Stati Uniti hanno abbandonato il proprio ruolo nella ricostruzione a breve termine della Siria, sospendendo 230 milioni di dollari di fondi di soccorso.
La politica di assistenza estera americana sta attraversando cambiamenti drastici. “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior donatore al mondo, di aiuti verso altri Stati. Ma pochi ci restituiscono qualcosa”, ha detto il presidente Trump rivolgendosi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite annunciando un importante processo di revisione per riformare il processo decisionale sull’assegnazione dei fondi per gli aiuti esteri. “Per il futuro, daremo aiuti solo a coloro che ci rispettano e, lealmente, siano nostri amici”, ha spiegato il presidente.
Quindi, gli aiuti ad altri Stati vanno solo agli amici, e gli amici sono quelli che fanno ciò che viene loro detto. La legge del ‘NO Aiuto per Assad’ è passata all’Assemblea ed è attualmente all’esame della commissione per le relazioni estere del Senato. Tale legislazione garantirebbe che nessun dollaro degli Stati Uniti venga speso per la ricostruzione nel territorio siriano controllato dal governo, sia direttamente che tramite l’ONU, il FMI o altri organismi internazionali.
E non è tutto. Il presidente non ha fornito tutti i dettagli. La nuova politica anticipa la creazione di ostacoli che freneranno gli sforzi di ricostruzione volti ad alleviare le sofferenze delle persone che vivono in paesi devastati dalla guerra come la Siria. ‘No good deed goes unpunished’.
Secondo le stime dell’ONU, la guerra in Siria è costata 388 miliardi di dollari. La maggior parte delle aziende occidentali si sta allontanando da quel Paese. Qualsiasi azienda non statunitense correrebbe un rischio enorme se le sue transazioni coinvolgessero americani o una società americana. L’Iran è stato sotto sanzioni per molti anni. I Siriani guardano alla Russia con speranza mentre gli Stati Uniti stanno facendo del loro meglio per privarli dell’assistenza necessaria. Secondo NBC News, la strategia della nuova amministrazione per la guerra in Siria si concentra maggiormente sull’allontanamento dell’Iran e dei suoi alleati dalla Siria. Il 16 ottobre, il Dipartimento del Tesoro USA ha preso provvedimenti contro 20 imprese iraniane che forniscono supporto finanziario alla Forza di Resistenza Basij, una forza paramilitare che risponde al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche iraniane (IRGC). La seconda ondata di sanzioni anti-iraniane entrerà in vigore il 4 novembre e infliggerà un duro colpo alle esportazioni petrolifere del paese. Secondo il nuovo piano, l’uso delle armi per l’autodifesa contro gli iraniani è permesso, ma viene data priorità ad impedire gli sforzi di ricostruzione nelle aree della Siria in cui sono presenti forze iraniane e russe. Saranno imposte sanzioni alle compagnie russe e iraniane che lavorano a progetti di ricostruzione. I militari statunitensi rimarranno in Siria finché l’amministrazione lo vorrà, con il pretesto che, anche se l’ISIS fosse completamente eliminato, rimarrà il pericolo di piccole sacche di resistenza.
In realtà, questo significa che le forze possono rimanere per sempre. La minaccia immaginaria di un ISIS che in realtà è stato messo in rotta, è necessaria, perché l’Autorizzazione del 2001 per l’uso della Forza Militare (AUMF) copre solo i gruppi implicati negli attacchi dell’11 settembre, più i loro associati. In nessun caso l’immaginazione potrebbe includere l’Iran in questa lista, a differenza dell’ISIS, che nasce da al-Qaeda. Tuttavia, il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha spiegato il mese scorso che le truppe Usa sarebbero rimaste “fino a quando truppe iraniane si troveranno al di fuori dei confini iraniani”.
Quindi, il popolo siriano, la gente comune, soffrirà perché agli Stati Uniti non piace l’Iran. I rifugiati non torneranno a casa, aggravando così la preoccupazione della immigrazione per un’Unione Europea che è già sull’orlo della dissoluzione. Renderà Bruxelles più docile alle richieste degli Stati Uniti, siano esse quelle tariffarie, gli accordi sul gas, la politica sulla Russia, le spese della NATO, o qualsiasi altra cosa.
L’annuncio di una zona di smilitarizzazione russo-turca congiunta a Idlib, porrà la questione del fronte della ricostruzione in Siria. Se la Cina cerca di contribuire, sarà anch’essa sottoposta alle sanzioni americane per la collaborazione con “i governi e le istituzioni finanziarie alleate di Assad”. Nonostante ciò, una nave portacontainer cinese è attraccata il 9 ottobre al porto di Tripoli in Libano, inaugurando lo sviluppo di una linea di spedizioni cinesi tra Pechino e un porto a meno di 30 km (18,5 miglia) dal confine siriano-libanese. Il 10 ottobre, la Cina ha tenuto una cerimonia a Latakia, un importante porto siriano, annunciando la sua donazione di 800 generatori di energia elettrica. La ricostruzione delle strutture petrolifere della Siria è in corso con l’aiuto della Russia.
A qualcuno potrebbe non piacere o sostenere il governo di Assad, ma milioni di siriani non possono essere lasciati senza aiuti esterni, altrimenti gli estremisti trarranno vantaggio dalla situazione e vedremo l’ISIS o qualche altro gruppo estremista mettere radici e crescere forti abbastanza da rappresentare una minaccia globale. La rinascita della Siria è il modo migliore per combattere i terroristi, la minaccia per la quale gli Stati Uniti sembrano essere così preoccupati. Impedendo questo processo, si stanno sparando sui piedi. Le speranze della UE di assistere a una cessazione del suo problema migratorio saranno infrante. Contribuire alla ricostruzione della Siria significa contribuire alla soluzione del problema più urgente in Europa. La ricostruzione della Siria dovrebbe essere depoliticizzata. Questo è il momento in cui tutti i partner internazionali si dovrebbero unire nello sforzo di ripresa siriano.

   Traduzioni di Gb.P.
Ora pro Siria

Si ripresenta il piano per la ‘balcanizzazione’ della Siria ?

Per comprendere gli eventi caotici che in questi giorni hanno spiazzato le aspettative di una ormai vicina pace per la Siria, riproponiamo alcuni articoli apparsi qualche tempo fa. Iniziamo con un articolo di F. William Engdahl (*) pubblicato nel febbraio 2016 su New Eastern Outlook. Riteniamo che valga la pena rileggerlo per comprendere, se ce ne fosse ancora bisogno, cosa soggiace alla guerra in Siria. Ce l’hanno presentata come una guerra civile degenerata per l’intromissione degli estremisti (una delle versioni), ma va ribadito che questa guerra dai risvolti geopolitici molto complicati è ben altro che un guerra di liberazione dall’oppressione di un dittatore.
  Gb.P.  OraproSiria

Fonte: New Eastern Outlook
Il piano Feltman-Bandar
Jeffrey D.Feltman ( fino a marzo 2018sottosegretario Generale per gli Affari politici dell’ONU) è uno specialista dei trucchi sporchi del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Fu ambasciatore in Libano nel periodo dell’assassinio di Hariri nel 2005. Prima ancora Feltman prestò servizioin Iraq all’indomani dell’invasione militare statunitense. Ancor prima, fu inviato in Jugoslavia, nei primi anni ’80, per svolgere un ruolo nello smembramento di quel Paeseda parte di Washington. Il suo curriculum suggerisce che egli sia uno specialista di Washington nell’ amata e spesso praticata arte dello smembramento di una nazione. La distruzione del regime di Bashar al Assad è la sua attuale ossessione. Non esattamente quel che dovrebbe essere un mediatore neutrale” di pace. Infatti, nel 2008, Feltman ha scritto un piano segreto con l’ex ambasciatore saudita a Washington, il principe Bandar bin Sultan, soprannominato“Bandar Bush” daGeorge W. Bush per i suoi intimi legami con la famiglia Bush. Quel piano Feltman-Bandar è stato rivelato in documenti interni estratti nel 2011 tra lemigliaia di file di STRATFOR, la torbida consulenza di “intelligence strategica” degli Stati Uniti delDipartimento della Difesa e dell’industria militare .
Quel programma denominato “Feltmanplan”,finanziato da un contributo di 2 miliardi di dollari provenienti dallecasse saudite di Bandar, descrive in dettaglio cosa è successo da quando Washington, sotto l’allora Segretario di Stato Hillary R. Clinton, ha lanciato la guerra in Siria nel marzo 2011, dopo aver distrutto la Libia di Gheddafi. Il piano Feltman-Bandar “strategicamente” dipendeva dallo sfruttamento del legittimo desiderio dei popoli di libertà, dignità e affrancamento dalla corruzione, trasformando questi desideri in una rivolta contro Assad.
Il piano Feltman-Bandar prevedeva la divisione della Siria in diversi gruppi etnici: alawiti, sunniti, sciiti, curdi, cristiani e di suddividereil paese in tre zone:grandi città, piccole città e villaggi. Da alloragli Stati Uniti e il Regno dell’Arabia Saudita piùalcuni alleati selezionati,iniziarono l’addestramento segreto e il reclutamento di cinque livelli o reti di attori, controllati dalla CIA e dall’intelligence saudita, che Bandar in seguito guidò, per eseguire la distruzione o lo smembramento nazionale della Siria. Il piano delineava le cinque reti che avrebbero manipolato.
(traduzione testuale)
:
1- Il “carburante”: giovani istruiti e disoccupati che devono essere collegati ma in modo decentralizzato.
2- I “teppisti”: fuorilegge e criminali provenienti da aree remote, preferibilmente non siriani.
3- I “settarismi etnici”: giovani con una formazione limitata che rappresentano comunità etniche che sostengono o si oppongono al presidente. Devono avere meno di 22 anni.
4- I “media”: alcuni leader delle istituzioni della società civile che hanno finanziamenti europei e non americani, per nascondere il ruolo degli Stati Uniti.
5- Il “Capitale”: commercianti, proprietari di società, banche e centri commerciali solo a Damasco, Aleppo e Homs .
Lo scopo di quel “piano” di Feltman-Bandar del 2008 secondo fonti ben informate era quello di riportare la Siria all’età della pietra.Fu comandato adogni setta reclutata dai sauditi e dalla CIAdi“commettere orribili e sanguinosi massacri contro i trasgressori. Questi crimini devono essere filmati e pubblicati sui media il prima possibile. Se vediamo le innumerevoli foto delle città, dei villaggi e delle città siriane oggi, è più o meno quello che è stato realizzato in cinque anni di guerra.Esattamente l’obiettivo del piano.
Ora, come Segretario Generaleaggiuntodelle Nazioni Unite per gli affari politici, non ci si può aspettare che Jeffrey Feltman, come il proverbiale gattopardo, abbia cambiato le sue posizioni. Di fatto, il Segretario Generaleaggiuntodelle Nazioni Unite ai colloqui di Ginevra può sabotare sapientemente qualsiasi esito positivo in termini di un cessate il fuoco in Siria in modo che si possa preparare la strada a elezioni nazionali pacifiche prive di malversazioni saudite, turche o del Qatar.
La strategia dei Sauditi: Incolpare i Russi e Assadper il fallimento dei negoziati.
A Ginevra, l'”opposizione” sostenuta dall’Arabia Saudita, la pomposa HNC, High Negotiations Committee(Alto Comitato per i Negoziati), i cui membri sono stati scelti dalla monarchia saudita come lealisti tribali sunniti, descritta dai media come “la più importante alleanza dell’opposizione” , non ha fatto altro che sconvolgereogni tentativo, insistendo sul fatto che nessun colloquio di Ginevra può andare avanti,a meno che l’ONU non ponga fine ai“crimini”del governo siriano come pre-condizione per la loro partecipazione. Infine, il 2 febbraio, la delegazione saudita di HNC di Ginevra si è ritirata dai colloqui, di fatto annullandol’intero sforzo. La loro giustificazione era una bugia. Hanno addotto come motivazione della loro fuoriuscitail continuo bombardamento di sostegno russo per liberare Aleppo e altre città dall’assedio terrorista, incolpando la Russia e Assad per violazione del “diritto internazionale”. Ovviamente non hanno specificato quale legge o diritto avesseroin mente.
In particolare, Farah al-Atassi, portavoce del Comitato per le alte negoziazioni, ha accusato, in modo del tutto falso, che un’offensiva russo-siriana contro il DAESH o l’ISIS e il gruppo terroristico Al Qaeda chiamato Al Nusra Front erano il motivo del gruppo per rifiutare l’incontro: “Il nostro l’obiettivo è garantire l’immediata attuazione dei paragrafi 12 e 13 della risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prima dell’inizio di qualsiasi negoziato. È chiaro dalla situazione attuale che il regime e i suoi alleati – in particolare la Russia – sono determinati a respingere gli sforzi delle Nazioni Unite per attuare il diritto internazionale “.
Il paragrafo 12 della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del dicembre 2015 è qui estratto: ” 12. invita le parti a consentire immediatamente alle agenzie umanitarie un accesso rapido, sicuro e senza ostacoli attraverso la maggior parte delle rotte dirette, consentendo un’assistenza umanitaria immediata per raggiungere tutte le persone bisognose, in particolare in tutte le aree assediate e difficili da raggiungere … ” Questo sforzo umanitario con derratee voli medici dell’Air Force Siriana è stato costantemente sabotato da DAESH e Al Nusra e altri gruppi terroristici legati all’Arabia Saudita. Inoltre, l’articolo 13 non dice nulla su un completo cessate il fuoco PRIMA che i colloqui di Ginevra possano persino iniziare. Il paragrafo 13 è estratto qui: “13. Esige che tutte le parti cessino immediatamente qualsiasi attacco contro civili e oggetti civili in quanto tali, compresi attacchi contro strutture e personale medico, e qualsiasi uso indiscriminato di armi, anche attraverso bombardamenti e raidaerei,accoglie con favore l’impegno dell’ISSG a pressare le parti in materia,e chiede inoltre che tutte le parti rispettino immediatamente gli obblighi previsti dal diritto internazionale, ivi compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale in materia di diritti umani, come applicabile”.
Ora, con la perfetta orchestrazione di Washington, il loro uomo alle Nazioni Unite, Feltman, il PrincipeSalman e Recep Tayyip Erdogan, la miccia sta per essere accesa su quello che si preannuncia come uno dei casi più drammatici di “smembramento nazionale” dal 1939 . Accade invece che mentre il solo troppo intelligentePrincipe Salman ed Erdogan vengonoconvinti dal suadente esottile incoraggiamento diJohn Kerry, da Joe Biden e da quelli di Washington che danno una luce verde per invadere e prendere il controllo del petrolio e del gas dei giacimenti siriani e irakeni,vicinidi casadellaTurchia, con le sue immense ricchezze petrolifere di Mosul, in realtà essistanno per cadere in un’orrenda trappola.
Questa trappola vedrà probabilmente la mappa dell’intero Medio Oriente ridisegnata fondamentalmente per la prima volta dopo l’accordo segreto britannico-francese (e russo fino alla presa del potere bolsceviconel 1917) Sykes-Picot Plan. Come nel 1916, non saranno né i cartografi né i geografi di Riyadh o Ankara a tracciare i nuovi confini. Lo faranno quelli anglo-americani, almeno questo è il piano. Sembra che noi americani in questi giorni possiamo solo organizzare guerre. In questo modo costruiamo la nostra industria con macchine di qualità, acciaio, macchine utensili.
(*) F. William Engdahl è consulente e docentedi rischio strategico, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Ora pro Siria

Idlib: I “Guardiani della Religione” …ovvero la nuova ala armata di Al Qaeda in Siria

Immagine di miliziani di Jaysh al-Badia, membri di Hurras al-Deen, che entrano in combattimento con una bandiera con il logo di “Al-Qaeda”

Comité Valmy, 13 settembre 2018
Traduzione in italiano di Gb.P.
La complessità del dossier Idlib legata alla molteplicità delle interferenze regionali e internazionali, ai conflitti di interesse tra i belligeranti e all’escalation dei combattimenti raggiunge una nuova dimensione in relazione alle organizzazioni armate sul terreno; queste ultime stanno considerando la loro integrazione in organizzazioni meglio dotate di mezzi militari e materiali, come il Fronte di Liberazione Nazionale [al-jabhat al-watania lil’tahrir] sostenuto dalla Turchia, il Fronte al-Nusra e l’Organizzazione dei guardiani della religione [Tanzim Hurras al-Dine] tutti ideologicamente legati ad Al Qaeda.
Per quanto riguarda il Fronte Al-Nusra, avendo la Turchia alla fine accettato, sotto la pressione dei Russi, di collocarlo nella sua lista delle organizzazioni terroristiche, per un ultimo tentativo di separare i cosiddetti gruppi armati “estremisti” dai gruppi suoi alleati che essa descrive come “moderati”, molti dei suoi combattenti saranno indotti a cercare la loro salvezza unendosi al Tanzim di Hurras al-Deen [THD]; un’organizzazione nata nel febbraio 2018.
Una tempistica che spinge qualsiasi osservatore della situazione siriana a interrogarsi sulle ragioni e sugli obiettivi della creazione di questo secondo braccio armato di Al-Qaeda in questo ultimo “quarto d’ora” della guerra in Siria. Domande le cui risposte derivano dall’osservazione dei conflitti tra i gruppi armati dentro Idlib che riflettono, in primo luogo, gli interessi contrastanti degli Stati che li sostengono e la necessità di creare un sostituto per il Fronte al-Nusra per il recupero dei suoi leader in caso di un accordo sulla sua eliminazione. Da qui il ruolo svolto dalla CIA nell’emergere del THD, che è stato schierato nelle aree precedentemente invase dall’organizzazione Jound al-Aqsa [I soldati di al-Aqsa] notoriamente sostenuta dagli Stati Uniti prima che fossero costretti a metterla nella lista delle organizzazioni terroristiche; specialmente nel nord della provincia di Hama e in alcune zone intorno a Sarmine, vicino alla città di Idlib.
Da notare che il THD si è rivelato più generoso dell’organizzazione Jound al-Aqsa, offrendo stipendi di 200.000 Lire siriane e che il suo finanziamento, di origine oscura, passa attraverso le banche kuwaitiane che sono sotto il controllo del sistema bancario statunitense.
È quindi molto probabile che presto vedremo aumentare l’attività dei ‘Guardiani della Religione’ THD a spese di altre organizzazioni armate, anche se l’accordo regionale e internazionale per eliminare il Fronte al-Nusra si è rivelato simbolico. A sostegno di questa tesi:
1. Lo sfruttamento da parte del THD della sua grande fedeltà ad al Qaeda e il reclutamento di nomi diventati famosi sul campo di battaglia, per meglio accreditarsi sul mercato dei finanziatori del takfirismo e dei sostenitori preoccupati di farlo tornare al suo glorioso passato, in Siria. Tra queste celebrità: Abu Hammam al-Shami, soprannominato “Abu Hammam al-Askari”, che ha preso il comando del THD; l’ex comandante militare di al-Nusra, Samir al-Hijazi; il giordano Iyad Tubas, espulso dalla Siria meridionale due anni e mezzo or sono, soprannominato “Abu al-ourdouni Julaybib”; Bilal Khreissate soprannominato “Abu Khadija al-Urdini”; questi ultimi due hanno contribuito ad attrarre la corrente salafista giordana e altre correnti salafite dei paesi del Golfo. In questo, i ‘Guardiani della Religione’ mostrano l’immagine che si vuole dare: quella di un’organizzazione che ha rifiutato la separazione di Al-Nusra da Al Qaeda, ha formato un corpo militare indipendente, ha dichiarato la sua fedeltà ad Al Qaeda e agisce sotto la sua direzione e secondo la sua dottrina.
2. Il reclutamento del maggior numero di combattenti stranieri e locali possibile, in modo che il THD abbia un peso importante nel nord del paese. Infatti, dal suo inizio il THD ha raccolto circa 9.000 combattenti [e quindi, tanti combattenti terroristi a Idlib quanti sono i combattenti statunitensi nella Siria nord-orientale] cifra che dovrebbe triplicare e persino quadruplicare in base alle previsioni grazie al suo finanziamento e al suo coordinamento. Tra queste reclute troviamo ex di Daesh (ISIS) che erano stanziati a Idlib, oltre a noti terroristi che hanno preso parte ai combattimenti in Iraq e in Afghanistan, dove hanno acquisito grande esperienza nei combattimenti e probabilmente nella raccolta di informazioni; abilità che possono rafforzare i suoi legami con la leadership centrale di Al-Qaeda ed estendere la sua rete di contatti a diverse sezioni dell’organizzazione terrorista.
3. L’esasperazione delle tensioni militari e politiche a Idlib: alcune fonti indicano che i servizi segreti statunitensi cercano di riunire tutti gli estremisti arabi e stranieri all’interno del THD al fine di raggiungere diversi obiettivi:
• Trasferire la maggior parte di queste reclute in quello che chiamano “Ard al-Tamkin” [la Terra del Califfato] in Libia e sul Sinai egiziano, per riciclarle poi in nuove battaglie.
• Logorare il più possibile l’Esercito Arabo Siriano nella battaglia imminente di Idlib, partendo dal principio che gli adepti di THD sono estremisti e stranieri con fede nella dottrina della morte, non interessati nel processo di riconciliazione.
• Tirare il tappeto sotto i piedi dei Turchi minando il loro ruolo nei colloqui di Astana e privandoli della carta del Fronte al-Nusra, da un lato; e torcere loro il braccio costringendoli a sottomettersi di fronte al rischio di attacchi terroristici di THD all’interno del loro territorio, dall’altro. In quest’ultimo caso, possiamo dire che Washington e Riyad sarebbero i primi beneficiari.
Quindi è chiaro che nell’ultimo quarto d’ora della crisi siriana vedremo tutti i tipi di eventi drammatici con il ricorso a tutte le possibili mosse contorte, come le accuse sull’uso di armi chimiche da parte dell’Esercito Siriano, come si sta sbandierando al momento, al fine di giustificare una conseguente probabile aggressione straniera e cercare di salvare quelli che possono salvare tra gli estremisti armati, evacuandoli attraverso “corridoi sicuri” verso altri campi di combattimento .
Pertanto, probabilmente non sarà una sorpresa concludere che quando Staffan de Mistura – inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria – riduce il numero di terroristi nella provincia di Idlib a 10.000 [Consiglio di sicurezza del 7 settembre 2018] e propone di offrirsi personalmente ed andare lì egli stesso per assicurare un corridoio di uscita… tende a servire lo stesso progetto:
“Probabilmente ricorderete l’orribile periodo ad Aleppo, quando i combattenti di al-Nusra rifiutarono la mia offerta di accompagnarli fuori dalla città … e alla fine partirono per Idlib. Per questo abbiamo perso almeno due mesi e migliaia di persone sono morte … Quindi, ancora una volta, sono pronto a impegnarmi personalmente e fisicamente. Questa volta con la cooperazione del governo [siriano] poiché esso controlla le aree circostanti. Sono pronto a fornire un corridoio umanitario temporaneo in modo che i civili possano partire e tornare a casa incolumi quando tutto sarà finito “[*].
NdT Comité Valmy : Ci ricordiamo in particolare signor de Mistura, la sua proposta di un “blocco dei combattimenti” ad Aleppo, seguita da quella di creare “commissioni locali per terroristi” nelle parti orientali della città. Come dimenticare? Oggi Aleppo, liberata dai terroristi, ma non ancora dalle loro bombe, vive di nuovo. E’ fuori questione che il governo siriano le consenta di farla di nuovo sanguinare. Così come è fuori questione che Idlib e il popolo siriano debbano continuare a essere dissanguati sotto i colpi della diplomazia dell’ONU che si pretende umanitaria, ma certamente è inumana.
Mohammad Nader al-Oumari , Scrittore e ricercatore 
 Fonte originaria: Al-Watan Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal

Ora pro Siria

Le donne della Siria e la loro resistenza quotidiana

Storie siriane 2018 (3)

raccolte da Marinella Correggia

ordine.laprovincia.it/  5 agosto 2018
Samarcanda, la canzone di Roberto Vecchioni, sembra ispirata dalla storia che Om Ahmad sta raccontando. Robusta, foulard a fiori in testa e abito nero, seduta sui cuscini che fungono da divano nello spoglio appartamento affittato nel quartiere Masaken Barzeh, spiega che lei, il marito meccanico e i loro tre figli maschi vivevano a Douma, l’area più tradizionalista della regione Ghouta orientale. «Oltre cinque anni fa, mentre diverse formazioni di musallahin gruppi armati islamisti, ndr – stavano arrivando a controllare l’area, chiudemmo casa e arrivammo qui a Damasco, dove avevamo conoscenze». Guarda il suo secondogenito Rabee, sedici anni, in carrozzella.«Un giorno di tre anni fa, lui e mio marito erano nel garage…. che fu centrato da uno dei missili che colpivano Damasco partendo proprio dall’area che ci eravamo lasciati alle spalle». Letale: il padre di Rabee morì nell’esplosione, e al ragazzo dovettero amputare le gambe maciullate. Tirano avanti con aiuti pubblici e privati. Rabee va a infilarsi le gambe. Con le protesi cammina, ma solo aiutato dal girello: l’amputazione è avvenuta al di sopra delle articolazioni. Ahmed mostra sul cellulare la loro casa a Douma («ci hanno detto che adesso è distrutta»), mentre sua madre dice: «Ho un unico desiderio ormai: che mio figlio possa avere le protesi migliori». E’ probabilmente il sogno di 30.000 amputati di guerra, in Siria.

Ma le donne rimaste a Doumacome hanno vissuto gli ultimi mesi di scontri acerrimi fra esercito siriano da una parte e la galassia islamista dall’altra? Dove vivono adesso, visto che così tanti palazzi bombardati sono inabitabili? La nostra visita insieme a SulafMaki,giovane siro-sudanese studentessa di cinema impegnata in interviste tutte al femminile in giro per il paese, è stata troppo breve per convincere a parlare almeno una di quelle figure oscure incrociate per strada sotto un sole cocente davvero inadatto alla loro mise: cappotti neri e volto, testa, collo, spalle, talvolta anche gli occhi coperti da stoffe ugualmente nere. Nemmeno le poche infermiere di un ospedale hanno voluto parlare, forse intimorite dalla macchina da presa. Forse molti mariti e figli di queste figure mute combattevano insieme agli islamisti. Ma adesso il governo ricontrolla l’area e nessuno lo ammetterebbe. Chi è rimasto ha accettato di deporre le armi nella cosiddetta riconciliazione. Nondimeno, differenze e diffidenze rimarranno a lungo.

Samarè fra quei 150.000-200.000 abitanti (sul milione e mezzo dell’anteguerra) a non essersi mai mossi dalla Ghouta orientale, ampia area agricola. Vive nella cittadina di Kafarbatna ed è moglie di un agricoltore i cui terreni hanno continuato a produrre ortofrutta e legumi durante la guerra, pur pagando pesanti tangenti in natura ai gruppi armati. Samar ricorda i rischi degli ultimi mesi di guerra: «Ecco, lì, quell’edificio distrutto proprio dall’altra parte della strada, era occupato daimusallahin, l’aviazione lo ha bombardato. Quel giorno ci siamo rifugiati in cantina, ma non abbiamo voluto andare via». I gruppi islamisti che lei chiama «terroristi occupanti» lasciavano a stecchetto la popolazione: «Una volta che sono andati via, si è scoperto che avevano i magazzini pieni degli aiuti alimentari e medici arrivati da fuori Ghouta». Ora nell’area e nei campi degli sfollati si susseguono racconti così, opposti a quelli di chi denunciava un assedio affamante e bombardamenti indiscriminati da parte del governo siriano. Ma in guerra la narrazione è polarizzata.

Per la video intervista, Samar ha indossato il niqab, che lascia vedere solo gli occhi. Impossibile non confrontarla con la donna dietro la telecamera: Sulaf, che sopra i pantaloni e la casacca di maglina lunga porta il velo hijaba coprire testa e collo, «ma sono del tutto laica, lo faccio solo perché mia madre mi ci obbliga, finché non sarò economicamente indipendente, poi basta…».  Disapprova sia le donne murate di Ghouta sia quelle ragazze che a Damasco mettono il velo su magliette iper-aderenti con biancheria imbottita e fuseaux. E sgrana gli occhi a una scena che dal bus intravvede su un marciapiede della capitale: un’ombra alta e imponete in nero totale, con guanti pure neri e due strette feritoie nel niqab. Cosa avrà mai risposto all’uomo male in arnese che le chiedeva non si sa che?

Portano l’hijabe lunghi soprabiti neri anche donne che nemmeno fanno il ramadan (il digiuno religioso dall’alba al tramonto, un mese all’anno). Come Sarah el Hawi, panettiera nel quartiere damasceno di Jaramana; con lafamiglia ha lasciato anni fa l’area di Deir Ezzor per sfuggire all’arrivo di gruppi islamisti. O come donne appartenenti a gruppi politici progressisti: Rabab Sweiddel Fronte popolare per la liberazione della Palestinavive e milita nel quartiere Rock Eddin sulle alture intorno a Damasco, insieme a cinquemila palestinesi fuggiti negli anni dal campo di Yarmouk, a lungo controllato prima da islamisti e poi da cellule dello Stato islamico. Ma «mi pare indiscreto parlarle dei suoi abiti; forse le servono a essere accettata, in una comunità tradizionale» fa notare la giovane economista agraria Dima Hasanche nel tempo libero fa volontariato presso gli sfollati. Ventinovenne, capelli corvini e abbigliamento tranquillo privo di eccessi, Dima abita da sola a Damasco, in un seminterrato nel quartiere Bab Tuma, popolato da molti cristiani: «Sono nata e cresciuta nella regione di Tartous, in un villaggio sul mare; i miei primi e in fondo unici contatti con gli islamisti sono stati i missili lanciati da Ghouta e Jobar, la capitale ne è stata bersagliata dal 2012 a pochi mesi fa.»

La guerra ha coinvolto in modo ben più pesante Hayat Awad, madre di un soldato di leva ucciso anni fa a Deraa. A Homs dove vive, percorre il quartiere Khalidia distrutto dagli scontri, impolverandosi la camicia e i pantaloni neri del suo lutto prolungato, e arriva nella via Share el Zon, dove la famigliaJabour è tornata a casa. Erano partiti nel febbraio 2012 «perché questo palazzo è proprio all’angolo con la cosiddetta via della morte, una specie di linea di confine. Ecco là la carcassa di un carro armato fatto esplodere due giorni dopo la nostra fuga, siamo miracolati» spiegano Norma e sua figlia Victoria. I Jabour, per anni sfollati dai nonni in campagna, dal 2016 stanno ricostruendo la parte superiore della casa, accampati intanto a pianterreno. Il tetto per fortuna è a posto. Ricordano come all’improvviso si ruppe la convivenza fra loro, cristiani, e i vicini musulmani. «La nostra casa fu poi occupata dai musallahin, da qui sparavano contro l’esercito». Ma adesso sono ottimisti. Victoria studia farmacia, «la Siria era e tornerà a essere una grande produttrice di medicinali con un buon servizio sanitario».

La forza delle donne rimaste tenacemente in Siria è anche quella di Naham, studentessa ora reclutata in un ospedale pediatrico perché «almeno il 30% dei medici del paese è andato all’estero e chi è rimasto deve fare per tutti». O di Bushra Jawed,irachena di Nassirya. Da sola, nel 2007, lasciò l’Iraq preso fra l’incudine dell’occupazione statunitense e il martello del crescente terrorismo al qaedista. Come altre centinaia di migliaia di iracheni trovò asilo nell’allora tranquilla Damasco, nel quartiere Jaramana dove aprì un ristorantino. Dopo il 2011, «questo quartiere è stato bersagliato dai missili dei terroristi, ne ho vista morire di gente», dice senza scomporsi mentre nella via stretta un’autobotte rifornisce d’acqua il serbatoio del palazzo.  
Il cammino verso la normalità è ancora lungo. 

Ora pro Siria

L’Archimandrita padre Dottor Chihade Abboud nuovo rettore della Basilica di Santa Maria in Cosmedin

Il sito del Vicariato della Diocesi di Roma informa che il sacerdote siriano damasceno Padre Chihade Abboud, del Patriarcato di Antiochia dei Greco-Melkiti, il 23 maggio 2018 è stato nominato Rettore della Basilica Cattolica di Santa Maria in Cosmedin,  officiata in Rito Orientale Bizantino Greco-Melkita.

Padre Chihade Abboud è nato il 21 Ottobre 1978 in Jdaydet Artouz (Siria). 

Entrato nel seminario minore nel 1990 a Damasco, ha in seguito frequentato il seminario maggiore dal 1996 in Libano.
Ha completato i suoi studi in filosofia e teologia presso l’Istituto di St. Paul per la Filosofia e la Teologia a Harissa in Libano.
Ordinato dall’Arcivescovo Isidoro diacono nella Cattedrale di Nostra Signora Al-niah il 9 Maggio 2004, e sacerdote da Sua Beatitudine il Patriarca Gregorio III Laham il 2 luglio 2004 nella sua città natale di Jdaydet Artouz.  Nominato parroco di Nostra Signora della Pace in Harasta. 
Inviato a specializzarsi in materia di diritto canonico della Chiesa latina, ha conseguito la laurea presso l’Istituto San Pio X a Venezia, associata con l’Università della Santa Croce a Roma, ha ottenuto il titolo di dottorato in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense in Roma.
Ha svolto l’incarico di Giudice presso il Tribunale Ecclesiastico e di Segretario della Conferenza Episcopale Siriana fino al 19 maggio 2018, quando è stato elevato al rango di Archimandrita da Sua Beatitudine Youssef Absi Patriarca della Chiesa Cattolica Greco-Melkita.

Che Dio benedica il ministero di Padre Chihade Abboud! 

Ora pro Siria

Le Monache Trappiste e il compito della ‘nuova Siria’

Incontriamo suor Marta, superiora delle Monache Trappiste di Azeir, durante la breve visita che sta svolgendo in Italia alla Comunità ‘madre’ di Valserena nel giugno 2018
OraProSiria: Suor Marta, ci racconti come sta andando avanti la vostra presenza, quello che avete costruito, quali sono i vostri progetti, desideri, e lo sguardo che ha su di voi la gente che incontrate ogni giorno..
E poi ciò che voi intravvedete come necessità di questo popolo, in questo che appare sempre più come uno scenario che va verso la fine della guerra, quello che a voi sembra importante in questa fase di fine conflitto sia dal punto di vista della Chiesa che dal punto di vista della società. Quindi quale può essere ora il vostro compito sia come religiosi che come Chiesa locale?
Suor Marta: quello che noi viviamo giorno dopo giorno è proprio la presenza, cioè l’essere lì. Siamo molto contente perché gli ospiti arrivano sempre più numerosi, si passano la voce gli uni con gli altri e quindi poco a poco, pur secondo le nostre limitate possibilità di accoglienza che non sono enormi, vediamo che le persone che vengono al monastero trovano un luogo di riposo, di incontro e anche di riflessione. E in questo momento per la Siria è in atto un cambiamento, non voglio parlare delle ingerenze esterne e delle pressioni ai confini che permangono a motivo delle varie situazioni internazionali, però all’interno la Siria si sta stabilizzando, lo Stato siriano sta ritrovando la sua unità: anche il fatto che si possa andare in macchina da Damasco ad Aleppo dice molto di questa normalizzazione.
È chiaro che dobbiamo fare i conti con tutta la distruzione che si è creata, le sanzioni internazionali che ci soffocano, la mancanza di materie prime e di scambi, e quindi si vive una grande privazione, molto bisogno materiale, ma noi sentiamo che dentro questo pesante bisogno la gente ha un bisogno spirituale, spirituale in senso lato cioè come tempo dello spirito e di preghiera, di ritrovare una motivazione profonda alla dimensione umana ferita che questa guerra atroce ha creato, come umiliazione e poco rispetto della persona. Tutto questo chiede delle risposte, chiede una riflessione su cosa vuol dire essere uomini, essere credenti, di qualunque fede si sia. Mi sembra che oggi in Siria questo sia uno dei compiti più importanti: che senso ha costruire LA’ un uomo!
Ma non solo: costruire INSIEME questa umanità che vogliamo vivere: questo non si riduce solo alla possibilità pur importante di studiare, lavorare, di un progresso economico e sociale, ma anche di un umanesimo che può attingere a un patrimonio immenso di cultura e di tradizione, che, anche se è stato distrutto nell’immagine e nel patrimonio storico-artistico, riguarda per lo più la distruzione delle pietre; però l’anima e la cultura che sono alla radice della Siria, continuano ad essere delle fonti preziose per questo umanesimo.
Da parte nostra la cosa importante per ora è l’accoglienza, che come dicevo si sta ampliando, anche se abbiamo ancora da costruire il nostro monastero, e questo è importante perché la nostra spiritualità non è una spiritualità solo di idee ma è incarnata: restare in un posto vuol dire anche investire sugli spazi, sui tempi, sul lavoro. Solo questo investire su una progettualità rende possibile pensare al futuro, alla ricostruzione. Così adesso è la Siria: alcune persone che tornano, piccole iniziative di lavoro, realtà di collaborazione che si stanno creando pur passando attraverso faticosi cammini di riconciliazione. Per questo occorre investire molto su una progettualità di pensiero. In questo le Chiese e i cristiani hanno un grosso compito, che è il loro proprio compito, di stimolare un pensiero e una coscienza di senso.
OPS: Perché è importante che i Cristiani non se ne vadano, come continuano a chiedere i Vescovi Siriani? Cosa convince un Cristiano a giocare la sua permanenza in un paese come la Siria o come altri paesi del Medio Oriente che stanno vedendo invece un esodo massiccio?
Suor Marta: Sì, potrebbe sembrare disumano chiedere alle famiglie cristiane di restare, perché di prospettive di lavoro, di carriere appaganti, di successo, non se ne vedono. Occorre essere chiari: non si può rimproverare nessuno per le scelte che fa; è comprensibilissima la preoccupazione di un genitore per i propri figli. Di solito è il pensiero del loro avvenire la molla che spinge ad andarsene, più che un egoismo personale, è proprio il cercare un futuro per i propri figli che è una cosa rispettabilissima. Allo stesso tempo i Cristiani sono di fatto l’anello che permette in molte situazioni la riconciliazione, sì, i Cristiani sono l’anello di congiunzione nella grossa divisione che si è creata a livello confessionale nella società siriana. Quindi questo è il primo fattore importante di cui i Cristiani sono portatori. Ma soprattutto, non è disumano chiedere di restare: tutto dipende dal tipo di umanità che vogliamo realizzare; se noi pensiamo che non solo in Siria ma in tutto il mondo oggi c’è una grossa battaglia che si gioca rispetto a una umanità nuova, che sia radicata su ciò che rende veramente uomini. È quello che chiediamo ai nostri giovani: “cosa vi impedisce di essere veramente uomini e donne qui in Siria?”. Anzi, forse la povertà di mezzi ci stimola a riscoprire i valori veri di un’umanità non come un fatto emotivo, una voglia, uno slancio al ‘vogliamoci bene’, ma la capacità di generare un tipo umano con un pensiero, una consapevolezza di ciò di cui consiste veramente l’uomo. Noi in Occidente abbiamo ridotto il lavoro al guadagno, alla sicurezza e alla molteplicità delle esperienze; mentre il lavoro è la prima espressione dell’uomo che si mette alla prova, si conosce e si sperimenta nei propri limiti e nelle proprie possibilità, s’inventa e crea. Possiamo restare, se crediamo che è possibile fare un’esperienza dell’umano come ciò che veramente realizza, perché la domanda vera è: che cosa realizza realmente la persona?
OPS: Oggi si ha molta paura del fondamentalismo che sembra sempre più pervadere il mondo islamico. Il popolo siriano ha la possibilità di resistere al virus del fanatismo?
Suor Marta: Credo proprio di sì, nella misura in cui ascolta l’esperienza che ha fatto, Oggi in tanti siriani c’è una sorta di stupore nel constatare una diffusione del fondamentalismo che non si credeva così forte nella sua propagazione, perché al di là del fondamentalismo organizzato dal paesi stranieri c’è qualcosa che ha attecchito anche nel pensiero di alcune persone e questa è la cosa che spaventa di più. Però quest’esperienza ha posto anche molti interrogativi: noi conosciamo molte persone che di fronte alla loro stessa fede nell’Islam si sono poste molte domande e quindi cercano ora un modo vero di vivere la loro fede, un modo più tollerante, un modo che è comunque aperto ad altre esperienze; certo non bisogna darlo per scontato, bisogna lavorare, bisogna dialogare, bisogna non avere paura di creare spazi di riflessione. Non è automatico ma io vedo che c’è una volontà, un desiderio di andare al fondo del vivere insieme quella diversità che ha caratterizzato questo paese, non bisogna però darlo per scontato, bisogna trovare il modo di lavorarci e farlo crescere.
OPS: Per quanto sperimentate voi, il governo siriano ha mantenuto quella sua tipica laicità che lo ha reso per decenni un’esperienza di convivenza particolare, quella per cui ancor più oggi si auspica che anche nella nuova Costituzione sia sempre più chiara la distinzione tra religione e forma di governo?
Suor Marta: Noi fin da quando siamo arrivate abbiamo sperimentato questa caratteristica della Siria: prima di tutto si è Siriani, la religione è un’altra cosa. E questa è una linea che permane, che noi sentiamo e che viene portata avanti: certo ora occorre fare i conti con le fratture che si sono create, perché purtroppo questa guerra ha minato questa coscienza dell’essere insieme, però questa coscienza dell’essere anzitutto Siriani non è stata distrutta, e il governo sta lavorando in questo senso, così come tutte le persone di tutte le religioni impegnate in un’ottica di ricostruzione sociale sono impegnate in questa direzione.

Ora pro Siria

Tortura, fame, condanne a morte: i civili della Ghouta orientale parlano della vita sotto il controllo dei terroristi.

l’autrice con residenti di Douma
di Eva Bartlett
traduzione: Gb.P.
La scorsa settimana ho scritto di quello che mi hanno raccontato i civili di Ghouta riguardo alle affermazioni non verificate sull’Esercito Siriano che li avrebbero attaccati con sostanze chimiche, ma essi hanno parlato anche dei crimini commessi dai terroristi e del ruolo dei White Helmets.
Benché benignamente chiamati “ribelli” dai media di sistema, il gruppo terrorista salafita Jaysh al-Islam non sta combattendo per la libertà o per i diritti umani in Siria, e nemmeno lo facevano gli altri gruppi terroristici che precedentemente governavano nella Ghouta orientale.
Era Jaysh al-Islam che imprigionava i civili siriani in gabbia, usandoli come scudi umani contro potenziali bombardamenti, e Jaysh al-Islam era tra i gruppi terroristici che sparavano missili e mortai sui civili a Damasco, uccidendo in questi anni oltre 10.000 persone. Loro, Faylaq al-Rahman, e le altre fazioni terroristiche che occupavano la regione regnavano con il terrore, decapitando uomini e donne e affamando il popolo.
La regola infernale di Jaysh al-Islam: fame ed esecuzioni con la spada
Quando ho visitato la Ghouta orientale e il centro per gli sfollati di Horjilleh appena a sud di Damasco (nella maggioranza persone provenienti da Ghouta), ho chiesto della loro vita sotto il dominio di Jaysh al-Islam e di altri gruppi, ed il motivo per cui stavano morendo di fame. La risposta è stata che, come io e altri avevamo già sentito in Aleppo est, in Madaya e al-Waer, i terroristi rubavano gli aiuti e controllavano tutto il cibo, rivendendocelo poi a prezzi da estorsione che la gente comune non poteva permettersi.
Sabah al-Mushref mi ha parlato della insensibilità dei terroristi di Hammouriyeh e Zamalka nei confronti dei bambini e di come i suoi stessi figli abbiano cercato il cibo tra l’immondizia dei leader terroristi che avevano cibo abbondante.
“Vivevo a Zamalka, i miei figli erano quasi morti di fame, la pelle di mia figlia era diventata gialla, era malnutrita”, mi ha detto Sabah. “L’ho portata al posto medico perché la visitassero, ma hanno detto che non c’erano medicine. Ho detto: ‘mia figlia sta morendo, cosa dovrei fare ?!’ Mi hanno risposto che il punto medico era solo per i cittadini di Douma. Sono andato allora dal rappresentante di Zamalka, l’ho supplicato: “Per favore dammi qualsiasi cosa per i miei figli, stanno morendo di fame, non hanno mangiato nulla da due giorni.” Ha detto: “Ciò che abbiamo qui è solo per i cittadini di Zamalka, tu sei di Marj al-Sultan, vai dal tuo rappresentante. Non c’è aiuto per te qui.”
Quando ho parlato con Sabah, era con altre tre persone provenienti dalle zone orientali di Ghouta. Le loro testimonianze son venute fuori, l’una peggiore dell’altra mentre parlavano a voce alta degli orrori che avevano vissuto.
Mahmoud Souliman Khaled, 28 anni, di Douma, ha parlato della sua prigionia e della tortura da parte di Jaysh al-Islam. “Mi hanno fermato di notte, stavo andando a prendere qualcosa. Sospettarono che lavorassi per il regime aiutando l’esercito. Mi portarono al carcere di al-Taoubah, dove mi torturarono. Mi legarono a una sedia e mi diedero la scossa, sulle mani e la punta delle dita dei piedi. Collegarono due fili alle dita dei piedi, poi li collegarono al generatore di corrente e dato la scossa. Han continuato a farlo affinché io confessassi, ma non ho confessato, perché non avevo niente da confessare. Mi hanno torturato per due giorni. Quello che hanno fatto mi ha causato una grave miopia; mi è sembrato che l’elettricità mi uscisse dagli occhi “.
Khaled ha parlato di un’esecuzione a cui ha assistito a Douma: “Sono venuti su un autocarro con a bordo una mitragliatrice da 23 millimetri (antiaerea) con uno al quale hanno fatto volare via la testa. Dopo hanno accusato l’Esercito Siriano di averlo ucciso.”
Una foto sul suo cellulare mostra un uomo senza testa seduto su una sedia, senza segni di bombardamenti. “Jaysh al-Islam lo ha decapitato per aver venduto cibo a buon mercato, mentre loro volevano mantenere alti i prezzi, in modo che le persone rimanessero impoverite e dovessero lavorare per loro nei tunnel o unirsi a loro nella lotta”.
A Kafr Batna, il 2 maggio di quest’anno, le strade erano ritornate alla vita normale e si è incominciato a ripulire, i tecnici dell’elettricità hanno ripristinato l’energia elettrica alla città. Fuori da un negozio che vende shawarma, Mou’taz Al-Aghdar racconta di essere stato imprigionato per 15 giorni da Jaysh al-Islam per aver venduto riso. “Hanno confiscato i nostri beni e ci hanno imprigionato. A nessuno è stato permesso di lavorare a meno che non fosse sotto il loro controllo.”
Parla anche delle esecuzioni con la spada e di bambini e adulti scomparsi, alcuni tornati con organi mancanti. “Viviamo in una piccola città, la gente iniziava a parlare: un bambino è stato rapito qui, un altro lì … Alcune persone sono state rapite e i loro organi sono stati prelevati. Un bambino è stato sepolto, era stato trovato morto in un fienile coperto di paglia, era stato legato e coperto di paglia mentre era ancora vivo. Non abbiamo saputo chi l’ha fatto “. Altri civili di Ghouta hanno parlato di furto di organi.
Più avanti, ho incontrato Mohammad Shakr, che ha indicato la rotonda centrale come luogo usato dai terroristi per le esecuzioni.
Mohammad Shakr nella piazza di Kafr Batna dove i terroristi giustiziavano i civili.

“Portavano qui le persone e le giustiziavano, a volte con una spada e altre volte con una pistola. Era molto normale per loro. Ora, da quando l’Esercito Siriano è arrivato qui, le persone possono nuovamente camminare e muoversi liberamente. Ma prima, non avresti visto nessuno sulla strada. “
In una gelateria vicino alla piazza, anche Abdallah Darbou ha detto di aver visto simili esecuzioni. Ha anche parlato di proteste. “Molte volte, abbiamo protestato contro i terroristi, perché eravamo affamati, ci stavano uccidendo. A volte ci hanno sparato addosso durante le proteste. Ci hanno distrutto, ci hanno davvero distrutti. Il regime siriano non ci ha fatto questo, quando l’esercito è entrato qui ci ha distribuito del pane, prima abbiamo visto il pane solo nelle foto”.

Percorrendo Douma il 29 aprile, ho incontrato Yahya Mohammed Hamo che vendeva arance su un carretto. Quando gli ho chiesto come era stata la vita sotto Jaysh al-Islam, ha risposto: “Fame, fame e fame. Se hanno una religione, sia maledetta quella religione. La religione non ti fa morire di fame “.
Gli uomini a un chiosco di frutta e verdura, che avevano risposto con un clamoroso “no” quando ho chiesto loro circa le accuse sugli attacchi con sostanze chimiche, hanno parlato anche degli aiuti inviati a Douma. Un uomo anziano, esagerando nel dire che c’era cibo in abbondanza a Douma, diceva che era sufficiente per altri cinque anni, ma che i terroristi li avevano privati di tutto.
Ho chiesto dei campi agricoli che avevo visto entrando a Douma. La risposta è stata che Jaysh al-Islam aveva il controllo su tutto, la terra fertile, il bestiame. Un giovane mi ha detto che prima che i terroristi lasciassero Douma sugli autobus, hanno sparato a tutti gli animali.
Gli uomini hanno parlato di esecuzioni, facendo un gesto alla gola. Un uomo più giovane ha raccontato di un altro omicidio, quando il boia mise una pistola nella bocca di qualcuno e premette il grilletto. “Terrorismo, sono il significato letterale del terrorismo”, dice Toufik Zahra, il proprietario dello stand.
Gli Elmetti Bianchi non sono così benevoli, hanno lavorato con i terroristi.
Alla mia domanda se i White Helmets aiutassero le persone, Zahra rispose: “La Difesa Civile era solo per i gruppi terroristici, solo per loro, per Jaysh al-Islam”.
Questo è stato ribadito da Mahmoud Mahmoud al-Hammouri, che lavora in un negozio in fondo alla strada, e che ha detto: “I Caschi Bianchi sono chiamati Difesa Civile. Si supponeva fossero per i civili, mentre era l’opposto: erano per Jaysh al-Islam. “
A Kafr Batna, il venditore di shawarma , Mou’taz Al-Aghdar, dice: “Jaysh Al-Islam ci attaccava indossando un caschetto bianco un giorno, mentre un altro giorno se lo dimenticava.”
Il giovane nella gelateria, Abdallah, risponde che non sapeva nulla dei Caschi Bianchi perché a lui e ai civili in generale non era permesso avvicinarsi.
Questo di per sé è strano, dato che il loro presunto obiettivo è quello di salvare i civili, e dato che i Caschi Bianchi avevano centri a Douma, Zamalka e Saqba. Il centro dei White Helmets di Saqba era a meno di 500 metri da Kafr Batna. In particolare, era a soli 200 metri di strada da un edificio in cui Faylaq al-Rahman produceva enormi quantità di missili e mortai. 
Marwan Qreisheh, nel centro di Horjilleh, ha molto da dire sui Caschi Bianchi. “I primi membri della Difesa Civile arrivati a Ghouta tre o quattro anni fa provenivano da paesi stranieri, non erano Arabi, non parlavano arabo. Erano la difesa dei terroristi ed erano soliti terrorizzare. Avevano un sacco di soldi e li usavano per attirare le persone ad unirsi alla Difesa Civile. Quando i White Helmets volevano andare da qualche parte, i terroristi erano soliti andare con loro e aprire le strade per loro. Nel momento in cui arrivavano in un posto dove avrebbero simulato un attacco, lanciavano 10 bombe fumogene, causando fumo pesante, non si vedeva nulla. Solitamente, sparavano alle persone e dopo che il fumo si era schiarito iniziavano le riprese. Era impossibile dire una parola perché ti avrebbero ucciso, ti avrebbero scaricato addosso il fucile immediatamente. Se qualcuno si fosse tagliato le vene di un braccio, lo avrebbero amputato immediatamente e ricucirebbero la ferita durante le riprese. Se la gamba di qualcuno era stata ferita a causa di un proiettile, un pezzo di vetro o altro, il loro primo trattamento era l’amputazione “.
Le affermazioni di Qreisheh sull’amputazione sono state riprese da Hanadi Shakr, da Saqba, che ha lavorato per un anno come infermiera fino a quando suo marito, che si era unito a Jaysh al-Islam, l’ha costretta a smettere.
“Ogni volta che c’era un caso un po’ severo, dicevano che dovevi amputare questa persona. Dicevano di essere a corto di forniture mediche e quindi l’amputazione è la scelta migliore. Non trattavano le persone. Anche le persone che avrebbero potuto necessitare di un intervento chirurgico minore, le avrebbero semplicemente amputate. “
Le denunce di mancanza di forniture mediche si sono rivelate false, come nella parte orientale di Aleppo. In un ospedale sotterraneo a Saqba da solo, ho visto stanze piene di medicinali e apparecchiature mediche rubate. I giornalisti siriani hanno documentato tali traffici ovunque nella Ghouta orientale.
Secondo Hanadi Shakr “tutto l’aiuto medico e alimentare che era introdotto, semplicemente svaniva, lo avrebbero venduto e preso i soldi. Tutto è andato ai leader delle fazioni terroristiche”.
Quando la Ghouta orientale è stata liberata, i media main-stream erano impegnati a sfornare resoconti falsi di massacri, proprio come accadde quando Aleppo è stata liberata. Producevano storie provenienti da sostenitori di fazioni terroristiche, incolpando sempre il Governo siriano per la fame e, soprattutto, tacendo i crimini e il terrorismo dei gruppi estremisti che occupavano la Ghouta orientale. In realtà, i civili di Ghouta avevano molto da dire sui crimini dei loro carcerieri, e anche del loro sollievo per essere stati liberati dall’esercito siriano, ma i media corporativi non sono interessati se ciò non si adatta alla loro narrativa sul cambiamento di regime.

*Eva Karene Bartlett è una giornalista freelance e attivista per i diritti umani con una vasta esperienza nella Striscia di Gaza e in Siria. I suoi scritti possono essere trovati sul suo blog “In Gaza”.
Tutte le immagini in questo articolo sono dell’autore.

https://www.rt.com/op-ed/429349-syrians-tell-terrorists-white-helmets/
Ora pro Siria

Le proteste sociali in Giordania e l’accordo nel sud della Siria

di Scarlett Haddad (OLJ)
Traduzione: OraproSiria

Le proteste sociali in Giordania occupano attualmente una parte importante delle notizie regionali. Mentre il loro catalizzatore è stato indubbiamente il decreto sulle nuove tasse, la maggior parte dei media arabi collega questi movimenti con l’accordo che sta per essere raggiunto nella regione meridionale della Siria, come anche con quello che si sta definendo “l’accordo del secolo” sul conflitto israelo-palestinese. 
I media del Qatar mettono in causa direttamente i servizi degli Emirati Arabi Uniti e Sauditi nell’attizzare i conflitti sociali in Giordania, ma queste accuse possono essere parte del conflitto tra questo emirato e i Sauditi e i loro alleati. Tuttavia, rapporti diplomatici arabi suggeriscono che le proteste sociali sono più o meno legate agli sviluppi nella regione, in particolare in Siria. Secondo questi rapporti, il Regno hashemita avrebbe da qualche tempo preso le distanze dal campo americano-saudita in Siria. Non solo il quartier generale operativo in Giordania, che negli ultimi anni aveva svolto un ruolo importante nell’addestramento e nella formazione delle forze di opposizione siriane, ha cessato le operazioni, ma ancor più, lo Stato Giordano ha recentemente deciso di “normalizzare” i suoi rapporti con la Siria, attraverso la riapertura del valico di Nassib (il più importante tra i due paesi) per ragioni principalmente economiche, poiché questo passaggio può portare al Tesoro giordano quasi 400 milioni dollari al mese in entrate doganali, secondo le stime. In altre parole, la Giordania non vuole più che i piani contro il regime siriano passino attraverso il suo territorio. Ciò costituisce una posizione avanzata che rafforza la posizione di Damasco nel sud, in particolare nella provincia di Deraa. 
Secondo i rapporti diplomatici di cui sopra, la posizione della Giordania probabilmente faciliterà la conclusione di un accordo russo-israeliano per quella parte della Siria che prevede l’accettazione da parte degli israeliani dello spiegamento dell’esercito siriano nel sud, al confine del Golan occupato, in cambio del ritiro delle forze alleate (Iran e Hezbollah) dalla suddetta regione. 

Questo accordo, che inciampa ancora sul ritiro degli Stati Uniti dalla base di Tanaf situata sul confine siriano-iracheno ma vicino alla Giordania (una condizione posta da russi e siriani), è stato presentato come una vittoria per gli Israeliani che ottengono così il il ritiro degli Iraniani e degli Hezbollah dall’adiacente area del Golan, dove questi ultimi avevano affermato di voler creare una forza di resistenza per riproporre uno scenario simile a quello accaduto nel sud del Libano. Questo è il motivo per cui i suddetti reports diplomatici prevedono un’azione israeliana presso gli Americani a favore della conclusione di questo accordo. 

Sempre secondo gli stessi rapporti, gli Israeliani hanno bisogno di questo accordo per soffocare la possibilità che si crei un fronte permanente e attivo lungo le Alture del Golan. Soprattutto perché non hanno ancora digerito gli ultimi sviluppi in questa regione, in particolare quello che il Segretario Generale di Hezbollah ha definito in uno dei suoi discorsi “la notte dei missili”. Durante quella notte, furono lanciati 48 missili dal territorio siriano verso posizioni israeliane nel Golan. Gli israeliani riconobbero solo il lancio di 20 missili, assicurando che la maggior parte di essi fu intercettata. Ma secondo Hassan Nasrallah, il loro numero è molto più alto e hanno raggiunto obiettivi militari israeliani importanti e segreti, installati nel Golan occupato e destinati a monitorare le attività delle forze avversarie. Inoltre, gli Israeliani non sono ancora riusciti a determinare l’identità di coloro che hanno lanciato i missili (esercito siriano, Iraniani o Hezbollah). Ciò aumenta ulteriormente la loro confusione, poiché hanno ammesso che la loro forza aerea non può più sorvolare e bersagliare impunemente obiettivi in Siria da quando uno dei suoi aerei militari è stato abbattuto da un missile lanciato dal territorio siriano. Gli Israeliani quindi hanno tastato il terreno e ottenuto risposte che non li hanno affatto rassicurati. Questo è il motivo per cui ora considerano che un ritorno alla situazione prebellica in Siria sia preferibile per la stabilità nel Golan. È in questo contesto che chiedono il dispiegamento dell’esercito siriano nel sud del paese per rilanciare il cessate il fuoco che era in vigore in precedenza e che è stato in linea di principio garantito dalle Forze di Pace delle Nazioni Unite. Questa rivendicazione, presentata come una vittoria, è in realtà un riconoscimento del fallimento di tutti i tentativi di rovesciare il regime siriano e del piano di aiuto alle forze dell’opposizione siriana che è durato quasi sette anni. Mostra anche che, nonostante le loro minacce, gli Israeliani temono l’apertura del fronte del Golan e la presenza di forze dell’asse della resistenza in quest’area. 

In questo contesto, la richiesta di ritiro delle forze iraniane e alleate dal sud della Siria non è una vittoria ma un desiderio di calma, per essere in grado di concentrarsi sulla questione israelo-palestinese e l’esecuzione del famoso “accordo del secolo” proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo quanto si sa circa il piano americano, Gerusalemme non dovrebbe più essere reclamata dai Palestinesi e sarà consacrata capitale dello Stato ebraico.  Questo sarebbe anche l’altro motivo del desiderio di “punire” la Giordania che rifiuta questa disposizione, perché essa è il “guardiano dei Luoghi Santi” di Gerusalemme. Dossier da seguire …  

https://www.lorientlejour.com/article/1119625/les-protestations-sociales-en-jordanie-et-le-deal-dans-le-sud-de-la-syrie.html
Ora pro Siria

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