eremita

Padre Romano Bottegal sacerdote, trappista, eremita in Libano

Padre Romano Bottegal, sacerdote, monaco trappista, eremita prima in Libano e in Israele, poi di nuovo in Libano e qui a Jabbouleh,  infine, con il 15° anno della sua vita eremitica, anche recluso – perché l’Amore, Dio, lo spinse a lasciare Gerusalemme per viverne lo spirito e la missione, per essere un “sitio d’amore”, una  vittima per la pace -, è un monaco e un mistico contemplativo.

LA VITA

A San Donato di Lamon (Belluno) (1921- 1933)

Romano Bottegai nasce  il 28 dicembre 1921 nella frazioncina di Galline,  a San Donato di Lamon  ( Belluno ). E’ figlio Romano e di Emilia Tiziani. Il 31 dicembre 1921 fu battezzato dal parroco don Giulio Strapazzon, e fu chiamato Romano – Donato, i nomi del padre e del nonno paterno.  E’ ultimo di sei fratelli. Vive la sua infanzia e la sua fanciullezza e frequenta la Scuola Elementare (le prime quattro classi) a San Donato. Il 25 giugno1927, a sei anni, riceve il Sacramento della Cresima in seminario

A Feltre (Belluno) (1933 – 1946)  

Romano Bottegal in seminario

Il 2 ottobre 1933, esauriti i possibili corsi scolastici a S. Donato di Lamon, entra nel Seminario di Feltre con il vivo desiderio di diventare sacerdote. Inizia l’anno scolastico 1933-34 con altri 24 compagni. Da note dell’archivio del Seminario risulta: “era di spirito buono, volontà ottima, ottimi i segni di vocazione” .

A Feltre ebbe come vicerettore il suo paesano don Virgilio Tiziani che lo ricorda: “…tutto intento alla preghiera per la preparazione al sacerdozio.”

Ebbe come Padre spirituale don Antonio Dal Covolo che scrive di lui: “Non era solo pio, mite e sorridente, ma era anche molto generoso, coraggioso, capace e intelligente, e sapeva bene nascondere tutte questa capacità e doni.”

A Belluno

A ottobre dello stesso anno 1939 entra nel Seminario di Belluno. Ebbe come Rettore Mons. Angelo Santin, e come Vicerettore don Albino Luciani , futuro papa, che di quel periodo e del nostro Bottegal scrive: “un temperamento che , sotto il sorriso e la dolcezza, conduceva Romano diritto e inflessibile verso le mete che apparivano segnate da Dio, dopo che ne aveva conferito con i superiori e con il Direttore Spirituale.”

Rileggendo attentamente la sua vita, ci si accorge che già nell’anno 1943 coltiva le prime attenzioni alla possibilità di una scelta per una vita monastica, chiamata che realizzerà dopo l’ordinazione sacerdotale.

Nell’anno 1943 invia la sua prima lettera alla Trappa delle Tre Fontane di Roma.

Il 20 marzo 1942 riceve la tonsura. Nell’anno scolastico 1942-43 è Prefetto dei Chierici nel Seminario di Belluno, e nel 1943-44 dei seminaristi nel Seminario di Feltre.

Il 18 dicembre 1943 riceve gli ordini minori dell’Ostiariato e del Lettorato.

Il 23 dicembre 1944 gli Ordini minori dell’Esorcistato e dell’Accolitato.

Il 1° luglio 1945 fa il passo del Suddiaconato, insieme ad altri sei compagni.

Il 22 dicembre 1945 è consacrato Diacono dal Vescovo Girolamo Bordignon, e incardinato nella Diocesi di Feltre.

Il 29 giugno 1946 riceve l’Ordinazione Sacerdotale da Mons. Girolamo Bordignon, nella Chiesa di San Daniele di Lamon, Alla fine dell’estate di uno di quelli anni che precedono la sua ordinazione sacerdotale, il Parroco don Bruno Bersaglio, nella relazione ai superiori del Seminario di Belluno scrive: “Di profonda pietà, buono con tutti, non criticava mai nessuno.”

Più tardi dirà: “Mostrava chiara, fin da allora, la vocazione monastica”.

Il 30 giugno 1946 celebra la sua prima Santa Messa solenne fra parenti amici e paesani nella Chiesa parrocchiale di San Donato.

Sul santino-ricordo della sua prima Messa aveva scritto:

“Cosa pose nelle mie mani il Signore allorché pose il suo Figlio Unigenito!

Nelle mie mani pose il cielo che io posso aprire e chiudere.”

Monaco Cistercense alla Trappa ( 1946-1964 )

Monaco a Tre Fontane, Roma

Don Romano , ordinato Sacerdote, puntò subito a realizzare la chiamata alla vita monastica che sentiva impellente dentro di sé.

Il Vescovo Bortignon scrive:

“ricordo benissimo il di lui atteggiamento ed il mio rispetto alla vocazione trappista . La mia negativa proveniva solamente dalla carenza di clero nella Diocesi di Feltre a cui apparteneva Romano. Il suo andarsene senza il permesso del Vescovo lo attribuisco ad un impulso dello Spirito Santo. Della cosa ebbi occasione di parlare in udienza al papa Pio XII che mi tranquillizzò dicendomi che la Chiesa ha tanto bisogno di oranti-monaci. ”

Dopo l’Ordinazione sacerdotale il Vescovo aveva fatto a don Romano alcune proposte di ministero pastorale in Diocesi :

1. Seguire e animare l’adorazione eucaristica perpetua, istituita proprio in quell’anno 1946, nella Chiesa di San Rocco a Belluno. E attendere a questo impegno “esclusa ogni attività esterna”

2. Essere Direttore Spirituale del Seminario di Feltre

3. Cooperatore, alla Cattedrale di Feltre, dell’Arciprete Mons. Candido Fent..

In effetti il neo-sacerdote fu solo per tre settimane cappellano del Duomo di Feltre.

Ogni tentativo a trattenerlo fu inutile .

Il 5 agosto 1946 , trentacinque giorni dopo l’ordinazione sacerdotale, Don Romano Bottegal giunse nella Comunità monastica per iniziare una vita che “il mondo chiama inutile”

Con la Madre a Roma

La mamma Emilia e la sorella Gioconda lo accompagnarono da San Donato a Feltre, con la corriera da Lamon.

La sorella Gioconda fino a Roma.

Viene ammesso subito fra i Cistercensi della stretta osservanza (Trappista) dell’Abbazia della Tre Fontane a Roma.

Non tornerà più a San Donato o nel Feltrino.

Inizia la sua straordinaria avventura di monaco cenobita prima e poi di eremita,  fino alla morte.

8 settembre 1948, due anni dopo il suo ingresso, emette i voti semplici o temporanei, che dureranno tre anni.

Nello stesso giorno è nominato maestro dei fratelli conversi.

Nel 1949 -50 è anche maestro dei novizi.

8 settembre 1951 : fa la professione solenne con i voti perpetui. E’ ormai per sempre monaco Cistercense.

Il 15 giugno 1953 ottiene all’Università Gregoriana di Roma la Licenza in Teologia,: “9/10 “cum laude.” Si era dedicato agli studi negli ultimi due anni: 1952, 1953.

Luglio 1953, nonostante i suoi ripetuti tentativi di togliere ogni attenzione dalla sua persona, è nominato Priore della sua Comunità alla Tre Fontane.

Nel 1954: è nuovamente Maestro dei novizi.

Nel 1957: è sostituito come Priore.

 

Nel 1958: Nuovamente nominato Priore e vi resterà fino al 6 luglio 1961, data in cui incomincia una nuova avventura, quella di Monaco eremita.

In questa data incomincia una esperienza eremitica a Cafaggiolo in Toscana.

In quegli anni aveva seriamente pensato alla nuova vocazione alla quale il Signore lo chiamava: la vita monacale “in solitaria”.
Continua poi la vita eremitica, vicino alla Trappa di Roma, per brevi periodi e con difficoltà, perché non ha il consenso chiaro dei superiori.

Vita eremitica (1961 – 1978)

Nel 1961 l’Abbate di Tre Fontane riceve una lettera dall’abate del Monastero di Latroun, del Patriarcato di Gerusalemme: è una richiesta di monaci, disponibili per una fondazione in Libano. Padre Romane vide subito in quella richiesta un segno della Provvidenza per realizzare la sua vocazione monacale ed eremitica nella Terra Santa e in Libano.

Il 5 agosto 1961 parte da Roma per Napoli,   l’8 agosto 1961 parte da Napoli e lascia l’Italia diretto a Latroun in Terra Santa.

Monastero di Latrun

Nel 1963 riceve l’indulto per poter celebrare la Messa in Rito Maronita.

Il 22 giugno 1963 è inviato in Libano, per studiare e perfezionarsi meglio nella lingua araba, nella lingua siriaca e nella Liturgia Maronita.

A settembre ritorna Latroun e il 9 dicembre ritorna in Italia, chiamato dal suo Superiore, nel monastero di Roma. Ripete varie esperienze di vita eremitica in Italia e in Francia.

Il 29 ottobre 1963 ottiene dalla Congregazione dei Religiosi della Santa Sede il permesso di esclaustrazione per dedicarsi alla sua vocazione eremitica: permesso di tre anni. Riparte per il Libano e in novembre viene accolto dal Vescovo Cattolico di Baalbek, Mons, Ioseph Maalouf.

Nel dicembre 1964 vive in una abitazione provvisoria a Jabbouleh.

 

Nel 1965 compie un ampio pellegrinaggio nella Terra Santa e poi ritorna – in luglio – nel suo eremo di Jabbouleh:

padre Romano sorpreso davanti al suo eremo di Jabboulè

 

padre Romano con suor Rita

Dal 1965 al 1967 ritorna in Italia altre quattro volte, sempre chiamato dai Superiori. Vi rimane per brevi periodi.

Il 28 luglio 1967 ottiene dalla Santa Sede il permesso di esclaustrazione perpetuo, ad nutum Sanctae Sedis .

Potrà definitivamente dedicarsi alla vita eremitica di preghiera, di contemplazione, di vita in Dio nello Spirito, di sacrificio e di offerta per tutta l’umanità.

Il Padre Abate don Domenico Turco, che lo aveva accolto a Roma nel suo primo ingresso alla Trappa, scrive di lui “Penso che la sua vita di preghiera e di penitenza, più di ogni altra cosa, saranno di giovamento a molti, e il suo esempio sarà un richiamo in questo tempo di tanto edonismo. Penso che egli possa trovare ampia libertà di seguire la via dura e aspra per la quale pare che il Signore lo voglia attirare a sé.”

Dal 1967 al 1978 vive intensamente la sua vita eremitica prevalentemente in Libano, a Baalbek, nella Valle  Bekaa, nel suo eremo di Jabbouleh.

esterno dell’eremo di padre Romano

All’inizio del mese di febbraio 1978 viene ricoverato, contro la sua volontà, prima all’ospedale di Baalbek poi all’Hotel Dieu di Beyrout.

Muore il 19 febbraio 1978, dopo 32 anni di sacerdozio, 18 anni di vita cenobitica e 14 di vita eremitica , a 56 anni e un mese e mezzo della sua vita.

Degli ultimi momenti della sua vita scrive un suo confratello, padre Havenith:  “Soffriva il martirio. Mi ha fatto pensare a Cristo crocifisso, offerto nudo e sofferente agli sguardi di tutti. Finalmente è morto solo, nella sala delle cure dette intensive, dove nessuno può entrare . La sua morte è stata veramente la morte di un crocefisso.”

Aveva desiderato finire i suoi giorni nella nudità della sua baracca, dopo aver celebrato e ricevuto l’Eucaristia, lasciando ai fratelli di avvolgerlo in un telo ( al modo monastico) che si era procurato e deporlo nella fossa che si era scavato da tempo: come un chicco di grano posto sulla nuda terra.

Dio disponeva diversamente perché il suo spogliamento fosse più completo, la sua nudità più totale.

Si è scritto, si scriverà ancora molto di questo uomo di Dio che ha desiderato nascondersi in Dio per vivere intensamente la sua vita alla luce e al calore dello Spirito che dà vita, per offrirsi al Padre come Cristo per il bene di tutti.

Notizie da varie fonti a cura di Fiorenza Migliari

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Il Santo “medico”: San Charbel Makhlouf

Al grande eremita libanese, morto nel 1898, vengono attribuite centinaia di guarigioni miracolose.

San Charbel

Yusef (Giuseppe) Makhluf nacque nel villaggio di Biqa Kafra, sul massiccio del Monte Libano, nell’anno 1828, quinto figlio di una famiglia di contadini. Rimase orfano di padre in giovanissima età e la madre si risposò con un uomo di profondi sentimenti cristiani che addirittura alcuni anni dopo ricevette il diaconato. Yusef sentì fin da giovane il richiamo della vita religiosa tanto che già a quattordici anni, mentre portava al pascolo le sue pecore, sovente si ritirava in una caverna a pregare e meditare. I ragazzi suoi coetanei non di rado si prendevano gioco di lui per questo suo atteggiamento, ma Yusef accettava le loro burle quasi con gioia, dando già prova di quella straordinaria mitezza che sarebbe divenuta la caratteristica più significativa della sua vita e del suo carattere.

A vent’anni, trovandosi nella condizione di dover scegliere tra il matrimonio e la vita religiosa, Yusef decise di prendersi un periodo di tre anni di meditazione durante il quale ascoltare solo la voce di Dio. L’ordine che ricevette fu inequivocabile: “lascia tutto, vieni e seguimi!”. Fu così che nel 1851, senza salutare nessuno, egli lasciò la propria famiglia e si presentò al convento della Madonna di Mayfouq dove chiese di essere accolto. Qui fece due anni di noviziato, terminati i quali venne inviato nel Monastero “San Maroun” di Annaya, un villaggio ad una trentina di chilometri da Byblos, dove egli fece i voti perpetui come monaco il 1° novembre 1853 prendendo il nome di Charbel, un martire del secondo secolo.

Dopo alcuni anni trascorsi nel monastero di San Cipriano vicino a Batroun allo scopo di studiare la teologia venne ordinato sacerdote il 23 luglio 1859, all’età quindi di 31 anni. Ritornato al monastero di San Maroun di Annaya fece la normale vita del monaco per sedici anni durante i quali si distinse per la straordinaria mitezza e l’assoluta obbedienza agli ordini dei suoi confratelli e superiori. Quindi chiese ed ottenne il permesso di ritirarsi in eremitaggio su un colle posto nelle immediate vicinanze dello stesso monastero di Annaya. Per i successivi ventitre anni egli visse in una piccola abitazione priva di qualunque riscaldamento, utilizzando un sasso come cuscino, portando il cilicio e trascorrendo il tempo in preghiera salvo quello necessario a coltivare la terra da cui otteneva il necessario per il suo unico pasto giornaliero. Morì per un colpo apoplettico a settant’anni il 24 dicembre 1898 mentre si accingeva a celebrare il Santo Natale.

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La tomba del santo

Gli anni di eremitaggio furono contraddistinti -oltre che dalle durissime condizioni di vita- da una straordinaria mansuetudine nei confronti dei confratelli e dei superiori tanto che egli chiedeva sempre per sé i lavori più umili e sgradevoli che gli altri non gradivano. Non ci furono folle di fedeli che lo andarono a trovare in vita, anzi la fama della sua vita austera superò di poco i confini del villaggio di Annaya e neppure miracoli clamorosi. Per la verità si ricorda un solo fatto apparentemente straordinario: una sera rientrò tardi dai lavori nei campi ed il Superiore per penitenza non gli consegnò l’olio per la lampada. Quando il Padre Superiore si ritirò nella sua camera, vide che dalla cella di San Charbel proveniva una fioca luce. Entratovi trovò il monaco che leggeva gli Uffici alla luce della lampada e quindi gli chiese come si fosse procurato l’olio. “Non ho messo olio” rispose candidamente San Charbel “ma  acqua”. Incredulo il Padre Superiore prese la lampada, che subito si spense, e la vuotò vedendo che effettivamente usciva effettivamente usciva solo dell’acqua. Allora, prima di uscire, si inginocchiò.
Nessun fatto straordinario e nessun miracolo clamoroso durante la vita, ma tutto cambiò dopo la morte di San Charbel. Qualche mese dopo la sua sepoltura, infatti, dalla tomba del monaco incominciarono a uscire strane luci. Venne allora riaperto il sarcofago ed il corpo di San Charbel apparve incorrotto e ricoperto di uno strano sudore misto a sangue. Intanto incominciarono a diffondersi le voci di guarigioni inspiegabili attribuite proprio all’ intercessione del monaco. Nel 1925 venne aperto il processo di canonizzazione e nel 1950 venne ancora riaperta la tomba. Una commissione di medici potè così verificare l’integrità del corpo e la persistenza del sudore misto a sangue rilevato già mezzo secolo prima. Charbel Makhlouf venne dichiarato Beato nel 1965 ed infine proclamato Santo il 9 ottobre 1977 durante il sinodo mondiale dei Vescovi. A convincere la Chiesa a fare questo passo furono soprattutto le guarigioni scientificamente inspiegabili attribuite al grande mistico. Nel processo di canonizzazione ne vengono citate tre: la guarigione miracolosa e istantanea da un’ulcera maligna di Suor Maria Abel Kamari il 12 luglio 1950, il recupero della vista di un cieco, certo Iskandar Obeid, avvenuto mentre il fedele stava pregando sulla tomba del futuro Santo nel 1937 e la guarigione da un cancro alla gola in fase terminale di Myriam Aouad avvenuta invece nel 1967. In realtà però presso l’apposito registro del monastero di Annaya sono ormai raccolti i racconti di centinaia di guarigioni inspiegabili secondo la scienza medica. Non solo racconti di libanesi; ovunque nel mondo venga conosciuta la fama di San Charbel lì si verificano miracoli, persino recentemente in Messico e in Russia. Non a caso proprio dalla Russia è giunta in Libano negli anni ’80 una commissione di scienziati per effettuare studi sulla tomba del Santo. Ad essere miracolati non sono solo cristiani, ma anche musulmani e drusi. E’ nota la storia di una giovane drusa libanese a cui negli anni ’50 crebbe una gamba (originalmente più corta dell’altra di cinque o sei centimetri) dopo che sulla stessa venne posto del fango formato da acqua benedetta e terra raccolta attorno alla tomba di San Charbel. Il fatto venne testimoniato con una dichiarazione giurata dagli stessi notabili drusi del villaggio.
Chi scrive queste righe è stato -con altri amici- in Libano nel 1990 per oltre un mese a distribuire aiuti alla popolazione provata da quindici anni guerra. Durante questo periodo mi è stato raccontato un fatto che oggi, per la prima volta voglio riferire e che sarebbe avvenuto pochi mesi prima del nostro arrivo, in un villaggio della regione cristiana del Keshrouan.

Una signora attendeva un bambino ed era arrivato il momento del parto che però si presentava difficile. Non vi era la possibilità di ottenere aiuto in ospedale perchè la strada che portava alla città più vicina era teatro di  combattimenti. Il marito disperato, temendo di perdere sia la madre che il figlioletto rivolse una preghiera a San Charbel facendo voto, se tutto fosse andato bene, di portare immediatamente il neonato al monastero di Annaya per farlo battezzare. Il parto si concluse felicemente e il neopapà, benchè ormai fosse notte, salì sull’autovettura con il bambino dirigendosi al convento di Annaya. Qui giunto entrò nella chiesa dove vide un monaco raccolto in preghiera a cui spiegò l’accaduto e chiese di battezzare il bambino. Il monaco non fece alcuna difficoltà e battezzò immediatamente il neonato, dicendo però che non poteva rilasciare subito il certificato di battesimo. Invitò quindi il padre a passare la mattina dopo dicendo che gli avrebbe lasciato il certificato tra le pagine del Vangelo posto sul leggio della chiesa. Il padre ritornò a casa e la mattina dopo si recò nuovamente al monastero di Annaya per ritirare il certificato. Ricevuto dal Priore del convento spiegò cosa era accaduto nella notte ricevendo una risposta sconcertante: di notte i monaci sono nelle loro celle e quindi nessuno poteva essere nella chiesa. A fronte delle insistenze dell’uomo il Priore si decise ed insieme andarono a vedere il Vangelo posto sul leggio. Qui scoprirono che vi era effettivamente il certificato di battesimo del bambino, in calce vi era la firma: Charbel Makhlouf.
Non posso ovviamente garantire della veridicità di questo fatto che peraltro mi è stato raccontato da persone tutt’altro che visionarie. In periodi di estrema tensione come sono le guerre peraltro non di rado fioriscono racconti e leggende che successivamente si rivelano privi di fondamento. Io sono però tentato di credere che il fatto sia realmente avvenuto perché penso che Padre Charbel abbia ottenuto da Dio la concessione di continuare a rimanere -sotto forme che noi non possiamo conoscere- a presidiare il suo convento ed a raccogliere le lacrime delle persone sofferenti che si rivolgono a lui con fiducia. Non un santo libanese, ma un santo universale come universali sono il dolore e la speranza, due ali che ben utilizzate, ma solo se ben utilizzate, servono per volare fino a Dio.

Mario Villani

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