Idlib

Nella tana qaedista di Idlib una sparuta comunità di Cristiani vive e testimonia la propria fede

Testimonianza dalla roccaforte jihadista di Idlib: “Resteremo cristiani fino alla morte”

Da Knayeh, non distante da Idlib, ultima roccaforte dei ribelli anti-Assad e dei jihadisti filo-qaedisti del fronte Hayat Tahrir al-Sham (al-Nusra), arriva la testimonianza dei pochi cristiani rimasti sostenuti dagli unici religiosi, due frati della Custodia di Terra Santa, rimasti al loro fianco, padre Hanna Jallouf e padre Louai Bsharat. Minacciati da rapimenti e omicidi, privati di case e terreni, tollerati nel culto sottoposto a rigide restrizioni: “Ai fondamentalisti diciamo che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. Anche se nella sofferenza viviamo un tempo di grazia”

di Daniele Rocchi
Agensir, 25 settembre 2018
Ringraziamo il Signore che ancora siamo vivi”. La voce di padre Hanna Jallouf, 66 anni, francescano siriano della Custodia di Terra Santa, è quella dei cristiani che vivono nei villaggi di Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh che si trovano nella zona di Idlib, nel nord della Siria, ultimo bastione degli oppositori al presidente siriano Assad e dei terroristi islamisti. Qui, a poca distanza dal confine turco, si sono concentrati, in questi anni di guerra, decine di migliaia di combattenti, anche stranieri, del fronte Hayat Tahrir al-Sham – gruppo jihadista di ideologia salafita, affiliato ad Al-Qaeda ed erede del meglio conosciuto Jabhat Al Nusra – decisi a non arrendersi all’esercito regolare siriano e ai suoi alleati russi e iraniani. Nei giorni scorsi si era parlato di un’imminente attacco volto alla riconquista della roccaforte jihadista poi rientrato in seguito al vertice di Sochi, sul Mar Nero, durante il quale il presidente russo Putin e il leader turco Erdogan hanno trovato un accordo per creare, intorno a questa area contesa, una zona demilitarizzata. L’accordo dovrebbe portare al “ritiro di tutti i combattenti radicali” da Idlib, scongiurando una crisi umanitaria di vaste proporzioni dal momento che nell’area vivono anche due milioni e mezzo di siriani, molti dei quali sfollati interni.
Una sofferenza comune. L’accordo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a padre Hanna, e al suo confratello Louai Bsharat, gli unici religiosi cristiani rimasti a Knayeh e Yacoubieh, nei conventi di san Giuseppe e di Nostra Signora di Fatima. Allontanato per ora lo spettro di nuovi combattimenti, sul terreno restano i problemi di sempre e “condizioni di vita sempre più dure man mano che sale la tensione”.
Non sappiamo come andrà a finire – dice padre Hanna che è parroco latino di Knayeh – i ribelli non intendono né arrendersi né ritirarsi. Se lo facessero tutti noi che viviamo qui, cristiani e musulmani, ne trarremmo giovamento. Anche i nostri fratelli musulmani soffrono molto. Vengono costretti ad andare in moschea e a seguire pratiche che sono solo nella mente di questi fanatici”.

Cristiani vittime di rapimenti e omicidi. Dal canto loro i cristiani di Knayeh e Yacoubieh vivono rintanati in casa terrorizzati. “La paura è enorme per le nostre comunità già povere – dichiara il frate -. Gli aiuti non arrivano come un tempo e sono iniziati i rapimenti  non conosciamo gli autori di questi crimini, se siano semplici malviventi o membri delle milizie che controllano la zona. Alcuni giorni fa è stato rapito il nostro avvocato e la famiglia ha dovuto sborsare circa 50mila dollari per il suo rilascio. Una cifra enorme”. Anche padre Hanna ha vissuto l’esperienza del rapimento: venne prelevato da miliziani del fronte Jahbat Al-Nusra, nell’ottobre del 2014, con 16 parrocchiani. “Dopo diversi giorni sono stato riportato al mio convento di Knayeh”, ricorda il religioso.

Volevano costringerci alla conversione e prenderci il convento. Ma siamo rimasti saldi nella fede e tornati a casa più forti e motivati di prima”.
Adesso ai rapimenti si sono aggiunte le esecuzioni sommarie e gli omicidi: Il 19 settembre – rivela padre Hanna – un uomo, da sempre vicino alla nostra parrocchia, è stato ucciso. La sua unica colpa? Quella di aiutare i cristiani”. Nella comunità locale cresce la paura e nessuno vuole uscire più. “Nessuno va più a lavorare i propri terreni. Dentro casa si sentono più al sicuro”. Tuttavia i timori vengono messi da parte quando si tratta di andare a messa. “Ogni giorno vengono in chiesa almeno 50-60 persone. La domenica sono molte di più perché arrivano anche dai villaggi vicini. I cristiani che vivono nei tre villaggi – spiega padre Hanna – sono circa 1.100, tra latini, armeno ortodossi e greco ortodossi”.
La loro sofferenza non è di oggi. “Viviamo così dal 2011, dall’inizio della guerra. Qui sono passati tutti i gruppi di ribelli e terroristi, da Isis fino ad al-Nusra e Hayat Tahrir al-Sham – sottolinea il francescano -. Tutti i preti e i sacerdoti che c’erano sono andati via o fuggiti. Molte chiese e luoghi di culto armeni e greco ortodossi sono stati distrutti o bruciati. Tra questi anche il nostro convento di Ghassanie. Siamo rimasti due frati in due conventi e cerchiamo di assistere materialmente e spiritualmente i cristiani. La vita è difficile, manca praticamente tutto, i prezzi per acquistare i beni necessari sono altissimi. Non abbiamo elettricità e acqua corrente”.
I miliziani di al Nusra hanno preso le nostre terre, anche quelle dei conventi, e hanno cacciato i cristiani dalle proprie case per dare alloggio ai loro profughi e ai loro combattenti”.
Gli aiuti ai cristiani locali arrivano dalla Custodia di Terra Santa e dalla sua ong “AtsPro Terra Sancta”: “Ogni mese – racconta padre Hanna – riusciamo a dare alle nostre famiglie, circa 260, beni di prima necessità come medicine e latte oltre a voucher per acquistare gasolio per elettricità e riscaldamento, vestiti e libri scolastici. Abbiamo organizzato anche un servizio per portare i bambini a scuola. Le scuole non danno sostegno che per il Corano, l’arabo, l’inglese e la matematica. Ai nostri alunni diamo anche altro materiale di studio ma all’insaputa dei gruppi fondamentalisti che controllano la zona. Se lo sapessero sarebbe un guaio per noi”.
Testimonianza e martirio. 
Nella tana del fronte qaedista Hayat Tahrir al-Sham questa sparuta comunità di poco più di 1000 cristiani vive e testimonia la propria fede, anche se le restrizioni sono tante. 
Le nostre celebrazioni sono tollerate solo se svolte all’interno della chiesa, ma ci è vietato esporre all’esterno croci, statue dei santi, immagini sacre, suonare campane”, spiega il parroco, che poi rivela: “Due mesi fa sono stato convocato dal tribunale religioso dove mi è stato intimato di non vestire più l’abito da frate in quanto segno religioso indicante la fede cristiana. Così mettiamo il saio in valigia quando dobbiamo muoverci e lo indossiamo nelle zone dove ci è permesso”.
Padre Hanna sa bene che questo è il prezzo da pagare da chi ha scelto di    “restare tra la nostra gente e il nostro popolo. Restiamo saldi nella fede con la nostra comunità. Qui è nato il cristianesimo, qui sono le nostre radici. A 500 metri da Knayeh, nella strada che da Apamea portava ad Antiochia è passato san Paolo. Ai fondamentalisti diciamo che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. I nostri avi sono nati e morti qui. Così faremo anche noi”.
 “La situazione è grave – conclude padre Jallouf – ma continuiamo a pregare e sentiamo ogni giorno sentiamo la mano di Dio che veglia su di noi. Preghiamo per la pace in Siria, perché finisca questa strage inutile.   Abbiamo paura del futuro ma nel dolore e nella sofferenza viviamo un tempo di grazia”.

Ora pro Siria

Idlib: I “Guardiani della Religione” …ovvero la nuova ala armata di Al Qaeda in Siria

Immagine di miliziani di Jaysh al-Badia, membri di Hurras al-Deen, che entrano in combattimento con una bandiera con il logo di “Al-Qaeda”

Comité Valmy, 13 settembre 2018
Traduzione in italiano di Gb.P.
La complessità del dossier Idlib legata alla molteplicità delle interferenze regionali e internazionali, ai conflitti di interesse tra i belligeranti e all’escalation dei combattimenti raggiunge una nuova dimensione in relazione alle organizzazioni armate sul terreno; queste ultime stanno considerando la loro integrazione in organizzazioni meglio dotate di mezzi militari e materiali, come il Fronte di Liberazione Nazionale [al-jabhat al-watania lil’tahrir] sostenuto dalla Turchia, il Fronte al-Nusra e l’Organizzazione dei guardiani della religione [Tanzim Hurras al-Dine] tutti ideologicamente legati ad Al Qaeda.
Per quanto riguarda il Fronte Al-Nusra, avendo la Turchia alla fine accettato, sotto la pressione dei Russi, di collocarlo nella sua lista delle organizzazioni terroristiche, per un ultimo tentativo di separare i cosiddetti gruppi armati “estremisti” dai gruppi suoi alleati che essa descrive come “moderati”, molti dei suoi combattenti saranno indotti a cercare la loro salvezza unendosi al Tanzim di Hurras al-Deen [THD]; un’organizzazione nata nel febbraio 2018.
Una tempistica che spinge qualsiasi osservatore della situazione siriana a interrogarsi sulle ragioni e sugli obiettivi della creazione di questo secondo braccio armato di Al-Qaeda in questo ultimo “quarto d’ora” della guerra in Siria. Domande le cui risposte derivano dall’osservazione dei conflitti tra i gruppi armati dentro Idlib che riflettono, in primo luogo, gli interessi contrastanti degli Stati che li sostengono e la necessità di creare un sostituto per il Fronte al-Nusra per il recupero dei suoi leader in caso di un accordo sulla sua eliminazione. Da qui il ruolo svolto dalla CIA nell’emergere del THD, che è stato schierato nelle aree precedentemente invase dall’organizzazione Jound al-Aqsa [I soldati di al-Aqsa] notoriamente sostenuta dagli Stati Uniti prima che fossero costretti a metterla nella lista delle organizzazioni terroristiche; specialmente nel nord della provincia di Hama e in alcune zone intorno a Sarmine, vicino alla città di Idlib.
Da notare che il THD si è rivelato più generoso dell’organizzazione Jound al-Aqsa, offrendo stipendi di 200.000 Lire siriane e che il suo finanziamento, di origine oscura, passa attraverso le banche kuwaitiane che sono sotto il controllo del sistema bancario statunitense.
È quindi molto probabile che presto vedremo aumentare l’attività dei ‘Guardiani della Religione’ THD a spese di altre organizzazioni armate, anche se l’accordo regionale e internazionale per eliminare il Fronte al-Nusra si è rivelato simbolico. A sostegno di questa tesi:
1. Lo sfruttamento da parte del THD della sua grande fedeltà ad al Qaeda e il reclutamento di nomi diventati famosi sul campo di battaglia, per meglio accreditarsi sul mercato dei finanziatori del takfirismo e dei sostenitori preoccupati di farlo tornare al suo glorioso passato, in Siria. Tra queste celebrità: Abu Hammam al-Shami, soprannominato “Abu Hammam al-Askari”, che ha preso il comando del THD; l’ex comandante militare di al-Nusra, Samir al-Hijazi; il giordano Iyad Tubas, espulso dalla Siria meridionale due anni e mezzo or sono, soprannominato “Abu al-ourdouni Julaybib”; Bilal Khreissate soprannominato “Abu Khadija al-Urdini”; questi ultimi due hanno contribuito ad attrarre la corrente salafista giordana e altre correnti salafite dei paesi del Golfo. In questo, i ‘Guardiani della Religione’ mostrano l’immagine che si vuole dare: quella di un’organizzazione che ha rifiutato la separazione di Al-Nusra da Al Qaeda, ha formato un corpo militare indipendente, ha dichiarato la sua fedeltà ad Al Qaeda e agisce sotto la sua direzione e secondo la sua dottrina.
2. Il reclutamento del maggior numero di combattenti stranieri e locali possibile, in modo che il THD abbia un peso importante nel nord del paese. Infatti, dal suo inizio il THD ha raccolto circa 9.000 combattenti [e quindi, tanti combattenti terroristi a Idlib quanti sono i combattenti statunitensi nella Siria nord-orientale] cifra che dovrebbe triplicare e persino quadruplicare in base alle previsioni grazie al suo finanziamento e al suo coordinamento. Tra queste reclute troviamo ex di Daesh (ISIS) che erano stanziati a Idlib, oltre a noti terroristi che hanno preso parte ai combattimenti in Iraq e in Afghanistan, dove hanno acquisito grande esperienza nei combattimenti e probabilmente nella raccolta di informazioni; abilità che possono rafforzare i suoi legami con la leadership centrale di Al-Qaeda ed estendere la sua rete di contatti a diverse sezioni dell’organizzazione terrorista.
3. L’esasperazione delle tensioni militari e politiche a Idlib: alcune fonti indicano che i servizi segreti statunitensi cercano di riunire tutti gli estremisti arabi e stranieri all’interno del THD al fine di raggiungere diversi obiettivi:
• Trasferire la maggior parte di queste reclute in quello che chiamano “Ard al-Tamkin” [la Terra del Califfato] in Libia e sul Sinai egiziano, per riciclarle poi in nuove battaglie.
• Logorare il più possibile l’Esercito Arabo Siriano nella battaglia imminente di Idlib, partendo dal principio che gli adepti di THD sono estremisti e stranieri con fede nella dottrina della morte, non interessati nel processo di riconciliazione.
• Tirare il tappeto sotto i piedi dei Turchi minando il loro ruolo nei colloqui di Astana e privandoli della carta del Fronte al-Nusra, da un lato; e torcere loro il braccio costringendoli a sottomettersi di fronte al rischio di attacchi terroristici di THD all’interno del loro territorio, dall’altro. In quest’ultimo caso, possiamo dire che Washington e Riyad sarebbero i primi beneficiari.
Quindi è chiaro che nell’ultimo quarto d’ora della crisi siriana vedremo tutti i tipi di eventi drammatici con il ricorso a tutte le possibili mosse contorte, come le accuse sull’uso di armi chimiche da parte dell’Esercito Siriano, come si sta sbandierando al momento, al fine di giustificare una conseguente probabile aggressione straniera e cercare di salvare quelli che possono salvare tra gli estremisti armati, evacuandoli attraverso “corridoi sicuri” verso altri campi di combattimento .
Pertanto, probabilmente non sarà una sorpresa concludere che quando Staffan de Mistura – inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria – riduce il numero di terroristi nella provincia di Idlib a 10.000 [Consiglio di sicurezza del 7 settembre 2018] e propone di offrirsi personalmente ed andare lì egli stesso per assicurare un corridoio di uscita… tende a servire lo stesso progetto:
“Probabilmente ricorderete l’orribile periodo ad Aleppo, quando i combattenti di al-Nusra rifiutarono la mia offerta di accompagnarli fuori dalla città … e alla fine partirono per Idlib. Per questo abbiamo perso almeno due mesi e migliaia di persone sono morte … Quindi, ancora una volta, sono pronto a impegnarmi personalmente e fisicamente. Questa volta con la cooperazione del governo [siriano] poiché esso controlla le aree circostanti. Sono pronto a fornire un corridoio umanitario temporaneo in modo che i civili possano partire e tornare a casa incolumi quando tutto sarà finito “[*].
NdT Comité Valmy : Ci ricordiamo in particolare signor de Mistura, la sua proposta di un “blocco dei combattimenti” ad Aleppo, seguita da quella di creare “commissioni locali per terroristi” nelle parti orientali della città. Come dimenticare? Oggi Aleppo, liberata dai terroristi, ma non ancora dalle loro bombe, vive di nuovo. E’ fuori questione che il governo siriano le consenta di farla di nuovo sanguinare. Così come è fuori questione che Idlib e il popolo siriano debbano continuare a essere dissanguati sotto i colpi della diplomazia dell’ONU che si pretende umanitaria, ma certamente è inumana.
Mohammad Nader al-Oumari , Scrittore e ricercatore 
 Fonte originaria: Al-Watan Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal

Ora pro Siria

Mons Abou Khazen circa battaglia di Idlib: “Non si può lasciare una parte consistente nel Paese in mano ai terroristi e jihadisti”

Nella cittadina totalmente cristiana ortodossa di Muhardeh si sono svolti i funerali di Elias, 14 anni, Amira, 23 anni, Lena, di 8 anni con sua sorella di 4 anni, 
Maria di 8 anni con suo fratello Fadi di 6 anni e la sorellina lamya 4 anni,
 Dima la loro madre di 30 anni:
vittime dei missili che i jihadisti da Hama e Idlib lanciano da 7 anni sulla città in odio ai cristiani.

AsiaNews 
Le tensioni internazionali attorno a Idlib “fanno paura” e la sensazione diffusa è che fra le cancellerie occidentali, in testa gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, “si cerchi un pretesto” per colpire la Siria. È quanto sottolinea ad AsiaNews il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, secondo cui “in tutte le battaglie vi è un pericolo reale per i civili”, ma non è possibile lasciare un intero settore del Paese nelle mani di gruppi jihadisti e terroristi. Il prelato ricorda infatti che, proprio da quell’area, nei giorni scorsi è partito un lancio di razzi e granate che ha colpito una cittadina cristiana, uccidendo una decina di persone in maggioranza donne e bambini. 
Per il vicario di Aleppo è doveroso mantenere alta l’attenzione sulla sorte della popolazione civile ma, al tempo stesso, “governi occidentali e media mainstream esasperano la situazione”. Il prelato ricorda inoltre le vittime cristiane che spesso vengono relegate ai margini. “Quattro giorni fa – racconta – gruppi terroristi [vicini alla Turchia] presenti a Latamneh hanno lanciato razzi sulla cittadina cristiana di al-Mahardeh, uccidendo una decina di persone”. Fra queste, aggiunge, “sei erano bambini e tre le donne. Di una famiglia si è salvato solo il padre”.
La zona da cui sono partiti i razzi è sotto il controllo di al Qaeda ed è fra gli obiettivi dell’annunciata offensiva dell’esercito siriano, che vuole riconquistare il controllo di tutta la zona. “Nessuno ha parlato di questo attacco – accusa mons. Georges Abou Khazen – ed è inaccettabile”. La speranza, prosegue, è che “si giunga ad un accordo che porti una vera riconciliazione” evitando violenze e combattimenti “ma siamo scettici. Bisogna capire quale sarà la posizione della Turchia e valutarne le azioni: una cosa sono le parole, altro i comportamenti sul campo” e dall’incontro della scorsa settimana a Teheran fra Russia, Turchia e Iran non sono emersi sviluppi positivi. 
L’esodo di milioni di disperati, che hanno cercato riparo all’estero in Medio oriente, Europa, Nord America e Australia, è una delle conseguenze più gravi del conflitto che, da sette anni, insanguina la Siria. L’offensiva su Idlib rappresenta una ulteriore fonte di preoccupazione per una nuova emergenza umanitaria e per le ripercussioni a livello internazionale, con possibili interventi del blocco occidentale, Stati Uniti in testa. Washington, infatti, ha già minacciato di attaccare la Siria in caso di utilizzo di arsenale chimico nella provincia. Tuttavia, per i critici ciò rappresenta un pretesto per intervenire contro Assad e colpirne gli alleati: Russia e Iran. 
Ad alimentare l’allarme anche le principali agenzie delle Nazioni Unite presenti sul territorio, secondo cui fra il primo e il 9 settembre oltre 30mila persone hanno abbandonato le loro case nella provincia di Idlib e sono fuggire in cerca di salvezza. Il timore, avvertono. è che si sviluppi “la peggiore catastrofe umanitaria” del secolo. “Una eccessiva drammatizzazione” chiosa il vicario apostolico dei Latini di Aleppo. 
“Fra le persone a rischio nella provincia di Idlib – conclude il prelato – vi sono almeno 200 famiglie cristiane che non hanno mai abbandonato la zona, nonostante la presenza dei terroristi di al Nusra. In questi sei anni hanno dovuto subire espropri di case, terreni e denaro, le donne hanno dovuto indossare il velo e una statua della Madonna è stata utilizzata come bersaglio per l’addestramento all’uso delle armi. la speranza è che anche per queste persone giunga la “liberazione” dal gioco fondamentalista perché “nessuno, cristiano o musulmano, deve vivere nelle mani dei terroristi”.

Ora pro Siria

Idlib: la posta in gioco

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, testo
Il parlamentare siriano Fares Shehabi  ha twittato le fotografie di quattro bambini rapiti dai terroristi Idlib dal quartiere di Zirbeh; rapimenti di giovani da parte dei jihadisti di Idlib erano iniziati alcune settimane fa, erano giovani accusati di voler aderire al processo di riconciliazione.  I rapimenti sono aumentati negli ultimi 10 giorni e si sono espansi in villaggi della provincia di Aleppo, e in campi di sfollati vicino al confine con la Turchia. I bambini vengono rapiti da questi campi: da una stessa famiglia, sono stati prelevati 3 bambini. Il timore è che i bimbi verranno utilizzati per inscenare il prossimo false flag con immagini di bambini ‘gasati dalle armi chimiche di Assad’… 

Piccole Note, 28 agosto 2018


John Bolton quattro giorni fa ammoniva il suo omologo russo: se Assad userà armi chimiche, gli Stati Uniti risponderanno attaccando la Siria.

Ancora le armi chimiche…

Un monito che arrivava alla vigilia della battaglia di Idlib, ultima area della Siria (insieme al cantone curdo di Afrin) in mano alle forze anti-Assad, che Damasco vuol riportare sotto il suo controllo.  Monito strano, ché non c’è alcuna ragione per cui Assad debba usare armi chimiche, stante che è l’unico modo per attirarsi contro le bombe degli Stati Uniti.  Peraltro proprio ora che ha tutta la forza per portare a compimento quanto si propone, dato che può scagliare contro Idlib tutto il potenziale militare, ormai libero da altre incombenze,
Il 25 agosto i russi hanno risposto allarmati al Consigliere per la sicurezza Usa. Il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov, ha dichiarato che il gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham (al Qaeda) sta “preparando un’altra provocazione attraverso l’uso di armi chimiche contro la popolazione civile della provincia di Idlib da attribuirsi alle forze governative siriane”.  E ha specificato che sono stati portati “otto barili di cloro” nel villaggio di Jisr al-Shughur per “mettere in scena” l’attacco.  Inoltre ha specificato che ad aiutare i miliziani jihadisti sarebbe “la compagnia militare britannica Oliva”, che avrebbe inviato in loco personale addestrato allo scopo.

Di navi da guerra e allarmi

A seguito delle accuse incrociate per la Siria, e per il mondo, è scattato l’allarme rosso. Un incrociatore Usa armato di missili tomahawk si sta dirigendo verso la Siria.  Mossa alla quale i russi hanno risposto inviando precipitosamente al largo delle coste siriane una vera e propria flotta, mentre Damasco ha diramato l’allerta generale.   Ciò avviene mentre Teheran e Damasco siglano un accordo di cooperazione militare, che ha come conseguenza diretta che le milizie iraniane dislocate in Siria vi resteranno.  Uno sviluppo del tutto indigesto a Tel Aviv, stante che da tempo Israele chiede il ritiro di tali milizie dal Paese confinante.
Insomma, improvvisamente la Siria è tornata nel mirino dell’Occidente. Cosa inattesa anche perché a metà agosto Trump aveva tagliato i fondi ai ribelli siriani, cosa che sembrava confermare le sue dichiarazioni sul disimpegno Usa dalla regione.  Tutto ribaltato? Vedremo se l’allarme, che è reale, resterà tale o è preludio a una tempesta settembrina.   Da notare che Idlib è controllata da milizie legate ad al Qaeda, alle quali si sono sottomesse le bande minori presenti nell’area.
Sono quelli delle Torri gemelle e di altre stragi consumate in terre d’Occidente. E l’Occidente si appresta a difenderli “dall’aggressore siriano”.

Siria: piano B

Se qualcosa non vi quadra potete stare tranquilli: non è uno scherzo di cattivo gusto. È la follia neocon, che fa il paio con quella dei sanguinari terroristi che controllano Idlib.
Ciò avviene mentre si appresta, come scritto, la battaglia finale per Idlib, inevitabile dal momento che ad oggi la Turchia ha respinto ogni tentativo di risoluzione diplomatica della crisi.  A quanto pare quanti hanno elaborato il regime-change siriano non si rassegnano.
Fallito il piano A resta il piano B: fare della Siria una nazione preda di una destabilizzazione permanente, ché tale sarebbe il destino del Paese se una regione restasse sotto il controllo del Terrore.  E pur di non far evaporare anche questa seconda opzione sono pronti a rischiare una possibile escalation Usa-Russia, perché tale è la sfida lanciata da Bolton, che piuttosto che a Damasco, come avrebbe dovuto, si è rivolto al suo omologo moscovita.
Vedremo gli sviluppi. Oggi registriamo che l’Agenzia stampa ufficiale turca, Anadolu, non cita minimamente la criticità che pure interessa non poco Ankara. Segno che, nel segreto, fervono trattative. Speriamo.

Ora pro Siria

Siria: il sud-ovest è liberato, avanti verso Idlib

Articolo originale: Syria Sitrep – The Southwest Liberated – On To Idlib
da Moon of Alabama. Traduzione in italiano di Gb.P.
La campagna dell’esercito arabo siriano nel sud-ovest della Siria sta volgendo al termine. L’intera area detenuta da “ribelli” e ISIS solo sei settimane fa adesso è liberata. Dopo che la resistenza iniziale è stata sconfitta con una forza determinante, molti gruppi di “ribelli” hanno abbandonato la battaglia e hanno accettato di consegnare le loro armi pesanti alle forze governative. Quelli che hanno accettato gli accordi di riconciliazione sono stati amnistiati, altri hanno preferito essere evacuati nel governatorato di Idlib. I 270.000 sfollati che le Nazioni Unite hanno affermato essere allocati nella zona, non sono stati trovati.
Dopo la pulizia della metà orientale e la sconfitta dei “ribelli” nella città di Deraa, la lotta è continuata nell’area di Quneitra lungo la linea del cessate il fuoco fino alle alture del Golan occupate da Israele. Qui, all’inizio la resistenza era molto forte, ma poi è rapidamente collassata. Ai “ribelli” è stata offerta una nuova alternativa: passare con le loro unità nell’esercito siriano. Più di 400 di loro stanno attualmente servendo nella quarta divisione corazzata guidata da Maher Assad, il fratello del presidente siriano. Altri sono stati addestrati per la brigata separata “Ahmed”. Molti di questi ex “ribelli” hanno contribuito a superare la resistenza degli ultimi combattenti ISIS sul confine sud-occidentale della Giordania. Alcuni fanatici dell’ISIS sono sopravvissuti e sono stati messi in prigione.
La formula che consiste nella conversione dei “ribelli moderati” in soldati governativi per combattere al-Qaeda, ISIS e altri islamisti radicali giocherà un ruolo importante nella prossima operazione per la liberazione di Idlib.
Nella fase finale dell’attacco alle fortezze ISIS di Quneitra, circa 150 combattenti ISIS, che si erano precedentemente dispersi nel deserto sud-orientale, hanno lanciato un attacco a sorpresa contro la città di Suweida, terra di molti Drusi. La trascuratezza della guardia, unita al probabile aiuto dall’interno di cellule dormienti, ha permesso questo assalto notturno. I combattenti ISIS sono andati di casa in casa e hanno massacrato più di 250 civili prima di fuggire. Più o meno uguale anche il numero di persone ferite. [Inoltre hanno rapito circa 35 donne e bambine di cui ora chiedono il pagamento di riscatto, sotto minaccia di bruciarle vive. NDT]
Le forze che facevano parte dell’operazione Deraa nel sud-ovest sono state mandate a combattere attraverso il semi-deserto in cui si nascondono questi combattenti ISIS. La situazione è paragonabile al deserto di Anbar in Iraq. Le dimensioni di queste aree e la geografia collinosa rendono difficile trovare un nemico sparpagliato. Sarà necessario pattugliare continuamente il deserto per lunghe distanze e diverse operazioni di pulizia su larga scala per mettere le mani su queste bestie.
Alcuni reparti militari che hanno preso parte alla battaglia del sud-ovest si sono già trasferiti a nord. Altri ora li seguiranno. La provincia di Idlib è principalmente sotto il controllo di Hay’at Tahrir al-Sham, ex Jabhat al Nusra e parte di Al Qaeda. La forza di opposizione totale nel governatorato di Idlib è stimata in 80-120.000 miliziani, di cui 15.000 stranieri, con grandi contingenti di uiguri, turkmeni e ceceni. Molti leader “ribelli” di Idlib sono sauditi ed egiziani. In totale, ci sono meno di 2 milioni di persone nella zona (verde) detenuta dai ribelli. Il governo siriano ha già aperto diversi corridoi per consentire ai civili di fuggire dalla sua parte.
La grande campagna governativa per la liberazione del governatorato di Idlib inizierà solo a settembre. Le operazioni preliminari di “modellamento” di artiglieria e aviazione prepareranno il campo di battaglia.
Sarà necessario recuperare la zona occidentale “ribelle” di Latakia vicino al confine turco prima di dirigersi verso Jisr al-Shughur dove ci sono molti combattenti stranieri. La prima fase importante sarà il recupero delle aree a sud della strada che serve Latakia – Jisr al-Shughur – Saraqib – Aleppo. Ci saranno probabilmente diversi assi di operazioni da est, sud e ovest. Ciò eviterebbe per il momento di combattere per la città di Idlib. La resistenza dei “ribelli” siriani locali sarà probabilmente debole. Sono demoralizzati e pensano solo a fuggire da un’ulteriore battaglia. La campagna di Idlib probabilmente non durerà più di tre o quattro mesi.
La Turchia è responsabile per la “zona di de-escalation” del governatorato di Idlib. Avrebbe dovuto separare i “ribelli moderati” da Al Qaeda e da altri combattenti radicali, ma non c’è riuscita. Le forze turche detengono circa 12 avamposti lungo l’attuale linea di demarcazione tra governo e ribelli. Non ci si aspetta che queste unità isolate, all’incirca di dimensioni di un plotone, possano prendere parte ai combattimenti.
Il presidente turco Erdogan sperava di tenere per la Turchia parti occupate del territorio siriano, ma è improbabile che abbia successo. La Turchia ha enormi problemi: oggi l’amministrazione Trump ha sanzionato i ministri della giustizia e degli affari interni della Turchia per aver messo agli arresti domiciliari il pastore americano Andrew Brunson. Il Congresso minaccia di sanzionare la Turchia se compra il sistema di difesa aerea russo S-400. Dopodiché la lira turca è precipitata a 5 lire per dollaro USA e continua a scendere. Molte società e banche turche hanno preso contratti e prestiti in dollari statunitensi e in euro e avranno difficoltà a rimborsarli. Le forze armate USA sostengono le milizie anti-turche del PKK / YPG nel nord-est della Siria. La Turchia è bloccata. La NATO non verrà in suo soccorso, perché non può scatenare una guerra contro le forze siriane sostenute dalla Russia senza un forte sostegno da parte degli Stati Uniti.
Negli scorsi due giorni, c’è stata una nuova tornata di colloqui di Astana, tra Russia, Turchia e Iran a Sochi, in Russia. La dichiarazione finale sottolinea nuovamente l’integrità territoriale e la sovranità della Siria. Con l’arrivo dell’esercito siriano nel nord, la Turchia non ha alcuna giustificazione per restare ancora a lungo sul territorio siriano.
Dopo i recenti colloqui di Sochi, Alexander Lavrentiev, l’inviato speciale del presidente Vladimir Putin in Siria, ha parlato all’agenzia di notizie TASS della campagna Idlib. Spera che una grande battaglia per Idlib possa essere evitata. L’idea è quella di spingere i “ribelli moderati” a unirsi all’esercito siriano nella lotta contro gli islamisti, come è stato fatto di recente a Deraa. I funzionari di riconciliazione russi sono pronti a negoziare con loro.
La scorsa settimana il governo siriano ha tenuto colloqui con l’organizzazione curda YPG / PKK, le truppe coloniali ausiliarie degli Stati Uniti nella Siria nord-orientale. I Curdi vogliono una forte autonomia o persino uno stato federato con le proprie fonti di reddito, ma è improbabile che ottengano così tanto. Gli Stati Uniti non combatteranno il governo siriano per impedirgli di tornare nei suoi territori nord-orientali. Gli altri Siriani non dimenticheranno che i Curdi hanno permesso agli Stati Uniti di occupare parte del loro territorio e lasciato che i Turchi prendessero Afrin, invece di consegnare la città al governo siriano. I curdi YPG / PKK possono servire alla Siria come una minaccia contro la Turchia, ma questo è tutto.
La Russia ha avviato colloqui con i governi tedesco e francese per il ritorno dei rifugiati in Siria e l’aiuto finanziario alla Siria per consentirle di riprendersi dalla guerra. La Francia ha accettato di dare alla Siria una prima rata di risarcimento, consistente in una spedizione di forniture mediche a Damasco. Seguiranno altri gesti di questo tipo.

http://www.moonofalabama.org/2018/08/syria-sitrep-the-southwest-is-liberated-on-to-idlib.html
Ora pro Siria

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