intervista

Insieme per ridare un nome e un futuro alla Siria. Intervista a Mons. Abou Khazen

“Siamo un po’ preoccupati per il futuro, ma stiamo bene”. Il tono di voce è ottimista, lo sguardo è vivace. Fa un certo effetto sentire il vicario apostolico di Aleppo, mons. Abou Khazen, parlare della guerra in Siria e avere la percezione che sia quasi un problema lontano. “Ad Aleppo la situazione è più calma. I servizi funzionano, l’elettricità arriva per 16 ore al giorno. E’ una città viva, con il traffico che ha ripreso a intasare le strade”.

Eccellenza, da quello che dice Aleppo sembra davvero rinata…

Ci stiamo riprendendo. So che 2400 fabbriche hanno aperto negli ultimi mesi. E altre si stanno preparando a riaprire. E’ un segnale importante, anche se molti sfollati non stanno tornando: non basta il lavoro, bisogna anche ricostruire le case.

Dopo otto anni di guerra, a che punto siamo secondo lei?

Rimangono due grandi problemi: la presenza dei combattenti stranieri (a decine di migliaia) e il ruolo delle potenze straniere implicate in questa guerra. Ma dopo anni siamo tutti abbastanza ottimisti  e confidiamo che si arrivi presto a una soluzione politica.

Quanto manca alla fine?

Ci sono ancora troppi interessi politici ed economici in campo. E le continue tensioni internazionalinon aiutano. Ad esempio, il fatto che Trump abbia ripristinato le sanzioni contro l’Iran inciderà negativamente sul conflitto e sullo scontro confessionale ancora vivo nella regione.

Eppure lei parla di una pace possibile…

Sempre, vissuta nella nostra vita e testimonianza di ogni giorno. Noi cristiani cerchiamo di essere ponte tra i vari gruppi, non abbiamo problemi con nessuno. Ai nostri fedeli cerchiamo di infondere la speranza, perché vogliamo aiutare tutti nel cammino della riconciliazione.

Ci sono dei segni particolari di quanto sta testimoniando?

In particolare un progetto nato dall’amicizia personale con il Muftì. Finita la battaglia di Aleppo ci siamo accorti delle migliaia di bambini abbandonati e nemmeno iscritti all’anagrafe, di cui non si conosce né la madre né il padre. Spesso nati da stupri e violenze, sono i figli dei jihadisti, i segni più terribili che ci sta lasciando questa guerra. Bambini senza nome, e perciò senza futuro. La ONG ATS pro Terra Sancta ci ha fornito i finanziamenti necessari per iniziare e ci sta ancora aiutando a creare gli spazi necessari per accogliere più di 2000 bambini. Lavoriamo insieme perché questi piccoli possano avere – un giorno – le stesse possibilità di chiunque altro.  E il progetto si chiama – appunto – “Un nome e un futuro”.

Come vi occupate di loro?

Per prima cosa li aiutiamo a iscriversi all’anagrafe, così che possano frequentare la scuola. Il parlamento sta ancora studiando una legge ad hoc per registrarli, ma non è facile. Mi consola però che ci sia un’ipotesi di legge,  perché altrimenti questi ragazzi – quando cresceranno – quali possibilità avranno, se non esistono per nessuno? Noi li aiutiamo poi in tutti gli aspetti, prevediamo un accoglienza e un percorso psicologico perché possano, un giorno, superare i traumi ben visibili sui loro volti.

Tra i bambini che avete accolto, c’è qualcuno che le è rimasto nel cuore?

Qualche mese fa, quando mi sono avvicinato a uno di questi bambini, si è spaventato. Aveva paura di ogni uomo, non voleva parlare con nessuno ed era chiuso al mondo. Quando ho potuto stargli accanto per qualche minuto mi sono accorto che non riusciva a sorridere. Ha cominciato a frequentare il centro, e dopo qualche settimana ha ricominciato a giocare con gli altri, a parlare, a studiare. Qualche tempo dopo sono tornato a trovarlo. Oggi è un’altra persona. Finalmente sorride,  e un bambino che sorride è il futuro della Siria.
Per sostenere il Progetto UN NOME UN FUTURO per i bambini abbandonati di Aleppo :   https://www.proterrasancta.org/it/aiuta-la-terra-santa/aiutaci/?pr=lappello-del-custode-di-terra-santa-emergenza-siria

Ora pro Siria

Nasce SOS Chrétiéns d’Orient anche in Italia: intervista a Sebastiano Caputo

Sebastiano Caputo, responsabile di SOS Chrétiéns d’Orient in Italia: i bisogni dei Cristiani sono molto diversi in tutta la Regione.

di Edward Pentin*, National Catholic Register
traduzione: Gb.P.

Molti cristiani hanno lasciato l’Iraq e altri vogliono andarsene, a causa di conflitti apparentemente perpetui, instabilità e mancanza di posti di lavoro. Ma in Siria la situazione è molto diversa, e la ragione è da attribuire principalmente al presidente Bashar Assad che garantisce la sopravvivenza dei Cristiani.  “Se ci fosse un cambio di regime in Siria”, avverte Sebastiano Caputo, a capo di SOS Chrétiéns d’Orient in Italia, un ente umanitario cattolico, “i Cristiani se ne andranno, come hanno fatto in Iraq”. “Ecco perché” aggiunge,” è molto importante offrire un aiuto umanitario, ma allo stesso tempo rendere consapevole la gente in Occidente sulla loro situazione, e portare il loro messaggio ai nostri paesi”.
Recentemente, Caputo ha contribuito a creare una filiale italiana dell’ente benefico che è cresciuto rapidamente da quando è stata fondato da un gruppo di giovani Cattolici Francesi nel 2013. Ora ha oltre 1.400 volontari che lavorano in cinque Paesi. In questa intervista rilasciata al National Catholic Register a Roma il mese scorso, Caputo ha chiarito meglio il lavoro di SOS Chrétiéns d’Orient, su come i bisogni dei Cristiani variano ampiamente in Medio Oriente e perché SOS Chrétiéns d’Orient potrebbe, a un certo punto, anche indirizzare il suo aiuto ai Cristiani in Occidente, dove dice che la persecuzione è “psicologica” piuttosto che fisica.

SOS Chrétiéns d’Orient si è espansa ora in Italia. Come è successo, e come sei stato coinvolto?
Sono un giornalista. Lavoro per Il quotidiano italiano “Il Giornale” e la Treccani, un’enciclopedia in cui ho scritto sulla politica estera e le relazioni tra stati, con particolare attenzione al Medio Oriente. Quindi ho viaggiato molto negli ultimi tre anni. Quando ero a Damasco nel 2015 – a settembre, durante una conferenza – ero con il capo della missione di SOS Chrétiéns in Siria. L’ho conosciuto durante tutto il viaggio che ho fatto in Medio Oriente: Egitto, Libano, Iraq e Siria. Ho visto come questa associazione ha lavorato con i Cristiani in Medio Oriente. Così, quando sono tornato in Italia il mese scorso, ho chiamato Charles De Meyer e Benjamin Blanchard, fondatori della SOS Chrétiéns d’Orient con sede a Parigi, e ho chiesto se Parigi fosse interessata a creare un ufficio di rappresentanza a Roma.
Come hanno reagito?
Ne sono stati molto contenti perché Roma è la città del Vaticano e l’Italia è un paese nel mezzo del Mediterraneo ed ha un’importante cultura mediterranea. Quindi mi hanno aiutato a creare questo ufficio. Il 26 aprile, il co-fondatore di SOS, Charles De Meyer, è venuto a Roma e abbiamo tenuto una conferenza stampa per presentare i membri italiani. C’erano circa 100 persone interessate all’iniziativa. Ora l’obiettivo è quello di inviare una squadra di 10 volontari italiani per unirsi alle missioni francesi in tutto il Medio Oriente dove è presente “SOS”. In secondo luogo, l’obiettivo è lavorare per costruire una rete per i donatori, perché “SOS” lavora solo con donazioni di privati. Raccolgono donazioni e i volontari cercano donazioni sul campo. Quindi è molto trasparente: fa bene ai donatori, ma anche ai volontari. Sono occidentali e molto giovani, stanchi di non fare nulla per aiutare chi è nel bisogno, quindi queste persone vanno in questi Paesi dove i Cristiani affrontano una situazione difficile, la guerra principalmente, ma non solo.
Il termine “persecuzione cristiana” è troppo generico?
Sì, è molto semplice parlare di persecuzione cristiana, ma tutti i paesi sono diversi: alcuni soffrono per guerra e discriminazione, ma il Libano è un paese multiconfessionale. In Iraq, il problema sussisteva durante l’occupazione di Daesh (ISIS). La maggior parte dei Cristiani ha lasciato la Piana di Ninive, ma in Siria i Cristiani hanno una buona posizione sociale. La cosa buona di SOS [i volontari] è che quando vanno in un Paese, rispettano quella società e cercano di non mettere i Cristiani in pericolo. Rispettano la società e la società multiconfessionale. Lavorano per la sopravvivenza di una società multietnica e multiconfessionale.
Anche alcuni Musulmani lavorano con SOS, giusto?
Sì, quando lavorano con la popolazione locale, è spesso con i Cristiani, ma anche con i Musulmani, per esempio in Siria e in altri Paesi musulmani, quindi non trovano discriminazione. Rispettano tutte le persone lì, e questa è una buona cosa.
Che aiuto pratico date, per esempio, in Iraq piuttosto che in Siria?
Una parte è il lavoro umanitario: diamo cibo alle persone e aiutiamo altre comunità cristiane a ricostruire chiese, scuole o ospedali o sostenere progetti come gli scout. E quando ricostruiscono ospedali e scuole, non è solo per i Cristiani, ma per tutta la popolazione. Non chiediamo loro se sono battezzati. Le differenze tra Iraq e Siria non sono notevoli, poiché entrambi i Paesi sono stati in guerra con Daesh. Quindi si trattava più di aiuti di emergenza, cibo e acqua, mentre in Egitto e Libano, che non sono in guerra, offriamo aiuto per insegnare l’Inglese e il Francese ai giovani, o semplicemente viviamo insieme a loro. È importante che essi sappiano che l’Occidente è con loro, è importante che ci conosciamo reciprocamente e loro sentano la nostra presenza lì.
I cristiani in Iraq e in Siria vogliono restare?
Questa è una domanda molto importante perché l’Iraq ha vissuto la guerra fin dal 2003. Molti hanno sempre e solo conosciuto la guerra e non sanno cosa sia la pace, quindi vogliono andarsene perché oramai non hanno più un passato. In Siria è diverso. Hanno avuto la guerra per otto anni, ma prima, la società era molto tollerante, multiconfessionale e pacifica. Quindi le persone hanno un ricordo di come era la vita prima della guerra e vogliono restarvi. Perciò è completamente diverso: tutti i cristiani Irakeni vogliono andarsene, mentre in Siria la maggior parte dei cristiani vuole restare. Ciò è molto interessante. L’ho notato quando sono stato in Siria. Prima e durante la guerra, essi hanno sempre avuto un buon rapporto con il governo e il governo rispetta le comunità cristiane.
Finché il presidente Bashar Assad è al potere, vorranno restare?
Sì, per otto anni hanno cercato di trasmettere un messaggio al mondo occidentale: cioè che se ci fosse un cambio di regime in Siria, i Cristiani se ne andrebbero, come hanno fatto in Iraq. Ecco perché è molto importante offrire loro aiuto umanitario, ma allo stesso tempo rendere consapevole la gente in Occidente della loro situazione e inviare il loro messaggio ai nostri Paesi.
Pensi che i Cristiani torneranno in Iraq?
Difficile a dirsi. Per anni, i cristiani sono diminuiti in gran numero, una caduta pazzesca. Inoltre, tutti i Cristiani che incontro lì vogliono andarsene. Quando andai in una casa di Cristiani, chiedemmo loro di cosa avevano bisogno. Tutti hanno detto: “Abbiamo bisogno di un biglietto aereo per partire”, ma la missione di SOS è di aiutarli a rimanere, a non partire. Penso a Benedetto XVI°, che ha dato un principio importante: tutti hanno il diritto di vivere nel loro Paese perché è il loro Paese.
I Cristiani iracheni continueranno ad andarsene finché non avranno un capo che protegge i Cristiani?
Sì. La loro società è completamente diversa dalla nostra società; dobbiamo rispettare che la loro è una società tribale. Per le società tradizionali, la religione è molto importante per tutti; la cultura del leader è molto importante. Ecco perché è importante innanzitutto rispettare questo: anche la volontà delle persone e il leader che loro vogliono.
Vorresti che i giovani americani iniziassero un SOS negli Stati Uniti?
Sì, naturalmente. Ora stiamo costruendo un ufficio qui a Roma, ma forse in futuro altri Paesi potrebbero costruire qualcosa di simile, in modo che tutti i Paesi abbiano l’opportunità di fare volontariato e inviare denaro a queste persone. Sono cose importanti, e magari networking (fare rete), contatto e ascolto delle opinioni degli altri e conferenze nel Paese, incluse. Abbiamo molti problemi da affrontare.
Ritieni che anche in Occidente i Cristiani siano minacciati? Parliamo di Cristiani perseguitati in Medio Oriente, ma dovrebbe esserci anche un SOS Chrétiéns anche in Occidente?
Sì, naturalmente; lo spero, perché a volte parliamo dei Cristiani perseguitati in Medio Oriente, ma questa persecuzione è fisica. Nel mondo occidentale, è psicologica, morale e anche una persecuzione da parte dello Stato. È anche contro i simboli: vietare la croce, gli attacchi contro la famiglia. Quindi è molto importante lavorare insieme. E penso che i Cristiani in Oriente possano aiutare i Cristiani in Occidente a migliorare e viceversa, perché l’Occidente non è più cattolico o cristiano culturalmente parlando; siamo una minoranza. Le ideologie dell’Occidente sono il capitalismo, il consumismo e l’edonismo. I giovani che fanno volontariato in Medio Oriente sono spesso cattolici tradizionali, e questo può aiutare molto: l’interazione tra culture per riscoprire la nostra identità.

*Edward Pentin è il corrispondente del National Catholic Register di Roma.

Ora pro Siria

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