Mario Villani

Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (prima parte)

2014819112250_Chi-e-Al-Baghdadi-il-carnefice-dei-cristiani-d-Iraq_h_partbLa serie di conflitti e le tensioni che stanno sconvolgendo praticamente tutti i Paesi del Vicino Oriente arabo pongono degli inquietanti interrogativi sul futuro delle comunità cristiane che vi risiedono. Si tratta di quasi venti milioni di individui appartenenti a Chiese che risalgono ai primi anni della Cristianità, fondate da uomini che ebbero la fortuna di conoscere personalmente Gesù e di ascoltare dalla sua viva voce gli insegnamenti evangelici. Le stesse pietre lo gridano: dal santo Sepolcro alla cittadina siriana di Maalula, dove si parla ancora l’aramaico antico, da Cana a Sidone, il punto più a nord raggiunto dal Cristo per predicare, ovunque emergono i segni delle origini stessa di quella Chiesa che oggi è diffusa in tutto il mondo.

Oggi però su queste comunità, che hanno vissuto mille e quattrocento anni a diretto contatto con il mondo islamico, incombe la minaccia, in molti casi già concretizzatasi, di essere costrette a scegliere tra l’abbandonare le proprie case e fuggire in Occidente o morire. Malgrado tutto la volontà di resistere è ancora forte, ben rappresentata dalle parole del Patriarca Greco Ortodosso di Antiochia, Jouhanna Yazidi, “ non risparmieremo alcuno sforzo per difendere le nostre terre. Le nostre campane continueranno a suonare finchè ci sarà sangue nelle nelle nostre vene”. Una volontà che dovrebbe scuotere le coscienze del mondo intero, ma che per il momento ha raccolto solo qualche parola di retorica commozione.

Vediamo alcune delle situazioni più drammatiche.

IRAQ

Le comunità cristiane che vivono in Iraq sono sicuramente quelle che hanno pagato il prezzo più alto in conseguenza delle tensioni e delle guerre che divampano in Medio Oriente.

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Nel paese mesopotamico il Cristianesimo ha radici antiche e vi sono sia Cattolici che Ortodossi. Le principali comunità cattoliche sono quella Caldea, la più importante numericamente, quella Greco Cattolica (Melchita), quella Armena Cattolica e quella Siriaco cattolica. Tra le comunità ortodosse la più importante è quella siriaco ortodossa. Vi è poi una comunità, quella Assira, che non è ascrivibile né alla Cattolicità né all’Ortodossia perchè riconosce la validità solo dei primi due Concili ecumenici e considera santo Nestorio (per questo viene definita anche Chhiesa Nestoriana).

La vita delle comunità cristiane in Iraq, non è mai stata facile ed è drasticamente peggiorata a partire dalla fine delle Prima Guerra mondiale quando le comunità musulmane (sia di obbedienza sciita che sunnita) incominciarono ad accusare i Cristiani di essere una sorta di quinta colonna delle potenze coloniali d’Occidente e di conseguenza a ghettizzarli e discriminarli. E’ doveroso sottolineare come, almeno nei primi tempi le ragioni dell’ostilità dei mussulmani verso i cristiani era più di origine nazionalistica che religiosa. Dopo il colpo di stato repubblicano del 1958 che portò alla caduta della monarchia la situazione dei cristiani peggiorò ulteriormente e vennero introdotte anche misure pesantemente discriminatorie come il tetto massimo del 5% di cristiani iscritti alle Università e gli impedimenti burocratici a riparare antiche chiese o a costruirne di nuove.

Paradossalmente il clima di ostilità si attenuò (ma non scomparve completamente) sotto la dittatura di Saddam Hussein tanto che fu lo stesso rais a volere come ministro degli Esteri un cristiano, Mikhail Yuhanna conosciuto come Tareq Aziz.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, avvenuta nel 2003 a seguito dell’invasione americana del paese mesopotamico, per i cristiani in Iraq è iniziata una vera e propria discesa agli inferi. Il clima di caos che da allora regna nel paese ha consentito ogni genere di violenza contro chiese, sacerdoti e fedeli. Solo per citare alcuni casi più gravi:

– agosto 2004 una serie di attentati dinamitardi nelle chiese uccide undici fedeli;

– ottobre 2006 a Mosul viene rapito, ucciso e mutilato il sacerdote Boulos Iskander

– giugno 2007 viene ucciso un sacerdote cattolico nella sua chiesa, con lui vengono assassinati tre fedeli;

– gennaio 2008 vittime negli attacchi contro chiese a Mosul, Kirkuk e Baghdad;

– febbraio 2008 viene rapito e ucciso il vescovo cattolico caldeo Paulos Faraj Rah;

– aprile 2008 ignoti uccidono un sacerdote siro ortodosso, padre Youssef Adel;

– febbraio 2010 almeno otto cristiani vengono uccisi in una settimana di violenze a Mosul

– ottobre 2010 44 fedeli e due sacerdoti uccisi nell’attacco contro la chiesa di Nostra Signora a Baghdad

– settembre 2012 viene fatta esplodere la cattedrale caldea di Kirkuk;

– Natale 2012 in una serie di attentati vengono uccisi 34 cristiani;

– gennaio 2013 a Mosul viene trovato sgozzato un insegnante caldeo;

– gennaio 2014 uccisi tre cristiani a Baghdad.

Cristiani-perseguitati-nel-mondoLa situazione per i cristiani era pertanto drammatica in Iraq ancora prima della comparsa sulla scena dell’ISIS ed il loro dramma è ben evidenziato da alcune cifre: ancora nel 1947 i Cristiani erano il 12% della popolazione irachena, percentuale calata al 6% nel 2003, al 2% nel 2013 ed a meno dell’1% oggi. In termini numerici significa che ancora nel 2003 i Cristiani residenti in Iraq erano oltre un milione e mezzo mentre ora -secondo le fonti meglio informate- sono tra i duecento ed i trecentomila. Non è esagerato quindi parlare di una vera e propria pulizia etnico-religiosa!

Nel giugno del 2014 si è poi toccato il fondo dell’orrore. Con una guerra lampo le bande armate facenti capo all’ISIS hanno occupato diverse città irachene, tra le quali Mossul, la terza città del paese come numero di abitati dopo Baghdad e Bassora e quella dove la residua presenza cristiana era più consistente. Non appena consolidato il loro potere i guerriglieri dell’ISIS hanno iniziato a segnare con vernice rossa le case dei cristiani, quindi sono incominciate violenze di ogni genere con numerose persone rapite e uccise per spargere il terrore. Quindi nel mese di luglio 2014 ai cristiani è stato posto un ultimatum: sceglliere se convertirsi all’islam, andarsene lasciando tutti i beni nelle mani dell’ISIS, pagare un grossa tassa (la jizia) o essere uccisi. Quasi tutti i cristiani hanno scelto di andarsene e solo poche settimane dopo il Patriarca Caldeo Luis Sako era costretto a dichiarare con angoscia: “per la prima volta nella storia non vi sono più cristiani a Mossul”. La tragedia si è ripetuta in tutta la piana di Ninive. I cristiani sono stati cacciati dalle città di Qaraqosh, Tal Kayf, Bartella e Karamlesh. Come ha riferito il cardinale Filoni, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: “I cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso il Kurdistan”. Sulle chiese sono state issate le bandiere nere del califfato ed ogni segno della millenaria presenza cristiana è stato sistematicamente cancellato.

Oggi la situazione dei cristiani dell’Iraq è talmente drammatica da far dire al Vescovo Caldeo di Erbil: “ E’ un genocidio, punto. Bisogna chiamare le cose con il loro nome”.

Da più fonti si ribadisce che, senza un’intervento internazionale tra pochi anni la presenza cristiana in Iraq, oggi ridotta ai minimi termini, sarà solo un ricordo e questo, come ha dichiarato Christen Bleer, una volontaria che lavora in Iraq da sei anni “significa la disintegrazione dell’Iraq”.

fine prima parte

Massimo Granata – Mario Villani

 

prima parte

seconda parte

terza parte

Non abbandoniamo i Cristiani d’Oriente: sono le nostre radici…non dimentichiamolo

Melchiti, siriaci, caldei, assiri, maroniti… dietro questi nomi vi è un mondo la cui ricchezza spirituale e culturale raggiunge altezze che la Cristianità in occidente, ormai immersa in una realtà puramente orizzontale, non è in grado di comprendere e di apprezzare.

Proprio per questo abbiamo un disperato bisogno di loro, forse addirittura più di quanto loro abbiano bisogno di noi. La ragione è semplice, quelle comunità sono le eredi dirette delle persone che videro, conobbero e amarono Nostro Signore Gesù Cristo.

Vi è una corrente di fede profonda che, attraverso i secoli, sgorga dai primi Cristiani ed irriga tutte le generazioni che si sono succedute permettendo loro di far fiorire una Fede talmente profonda da consentire il superamento di tutte le durissime prove che la convivenza con il mondo islamico ha loro imposto.

Chi ha avuto modo di frequentare quei luoghi, il Libano, la Siria, la Palestina, ha sicuramente percepito questa qualità straordinaria delle locali comunità cristiane. Per loro Gesù non è un personaggio mitologico o una leggenda tramandata nei secoli, ma l’Uomo/Dio di cui i loro antenati hanno visto le gesta ed ascoltato le parole.

Faccio solo due esempi: il primo è Malula, una cittadina siriana di cui già ci siamo più volte occupati. A Malula , unico luogo al mondo, si parla ancora l’Aramaico orientale, vale a dire la stessa lingua utilizzata da Nostro Signore. Gli abitanti di Maalula quindi, quando recitano ad esempio il Padre Nostro, utilizzano gli stessi identici termini che ha pronunciato duemila anni fa il Salvatore.

Un secondo esempio: nel sud Libano (una volta chiamato alta Galilea) c’è un villaggio chiamato Cana. Molti ritengono sia il luogo dove Gesù ha operato il suo primo miracolo (significativamente trasformando l’acqua in vino, con buona pace di certi fanatici salutisti odierni), ma la circostanza è controversa perchè vi sono altri villaggi con lo stesso nome in Palestina.

Di certo vi è che il villaggio venne visitato più volte da Gesù che vi veniva a predicare “alloggiando” in una grotta posta a circa un chilometro dal centro abitato. Dopo la Sua morte, gli abitanti del villaggio che erano divenuti suoi seguaci scolpirono sulle rocce a fianco del sentiero che portava dalla grotta a Cana diverse scene della vita del Salvatore. Quei bassorilievi sono ancora là, vero e proprio Vangelo scolpito sulla pietra prima ancora di essere scritto sulla carta.

Questi esempi aiutano a capire perchè, da quelle parti, la Fede è ancora una cosa seria, che forgia tutta la vita di una persona e per la quale si può anche decidere, in situazioni estreme, di impugnare un’arma o affrontare il martirio. E’ grazie a questo virile atteggiamento che le comunità cristiane d’oriente sono sopravvissute a tutti i tentativi di islamizzazione, fino ad arrivare a guadagnarsi la stima ed il rispetto delle componenti più tolleranti ed aperte del mondo musulmano. Stima e rispetto che hanno permesso, per esempio, ai musulmani libanesi di accettare che il Presidente della Repubblica fosse un cristiano o a quelli siriani che lo Stato ponesse tutte le confessioni religiose su un piano di uguaglianza, garantendo a tutte i medesimi diritti…

Oggi però, la rapida diffusione di un Islam fanatico e totalitario -incarnato da organizzazioni come Daesh o Al Qaeda e appoggiato da Stati come la Turchia e l’Arabia Saudita e, paradossalmente, da potenze laiche e massoniche come Stati Uniti e Francia- pone un drammatico interrogativo sulla sopravvivenza dei Cristiani in Oriente. Dove arrivano le bande islamiste le Chiese vengono sistematicamente distrutte (a partire, significativamente, dagli altari) e la vita dei cristiani diviene impossibile. Il progetto è tragicamente chiaro: cancellare ogni presenza cristiana dal Medio Oriente, di più, cancellare dalla regione ogni presenza che non sia quella di un Islam retrogrado e fanatico.

Rendiamoci conto però che la cancellazione delle comunità cristiane d’oriente non è fine a se stessa. E’ un gesto con un alto valore simbolico e, nelle menti degli intellettuali islamisti, con un tremendo valore strategico. Per distruggere la Cristianità bisognare tagliarne le radici spirituali.

Quando non si celebreranno più messe in Medio Oriente, quando a Malula non si parlerà più l’aramaico, quando i segni visibili del passaggio del Figlio di Dio su questa terra saranno cancellati, allora la Cristianità tutta sarà svuotata e diverrà facile preda dei fanatici del Daesh e di Al Qaeda.
La difesa di queste radici quindi è un dovere morale che incombe oggi su ogni Cristiano in ogni parte del mondo…

Mario Villani

Souvenir du Liban

Otto esponenti dell’Osservatorio per le Comunità Cristiane in Medio Oriente si sono recati dal 24 al 29 aprile in Libano. Tra di loro due redattori del sito “Appunti”, Massimo Granata ed io. Quella che segue è una breve cronaca del viaggio e degli incontri con i Patriarchi delle comunitòà cattoliche di rito orientale. Seguiranno, in articoli successivi, approfondimenti su alcuni dei molti temi trattati -in particolare con il Vescovo di Tiro e con il professor Hagji- in occasione della decina di interessantissimi colloqui avvenuti nei cinque giorni del viaggio. libano

Il gruppo più numeroso è arrivato all’aeroporto di Beirut alle ore diciassette di mercoledì 24 aprile (gli amici Vittorio e Mariolina, provenienti dalle Calabrie, ci hanno raggiunto nella notte perchè viaggiavano con altro volo). Causa il solito traffico infernale, per percorrere i 30 km dall’aeroporto a Jouniè impieghiamo quasi tre ore – a piedi forse facevamo prima – ed arriviamo appena in tempo per la cena. Lungo la superstrada in uscita dall’aeroporto noto la scomparsa degli striscioni di Hezbollah, che invece avevo notato in gran numero nel mio precedente viaggio del novembre 2011. Mi dicono che lo stradone corre tra un quartiere sciita ed uno sunnita e quindi è probabile che i dirigenti di Hezbollah abbiano deciso, in considerazione delle crescenti tensioni tra le due comunità, di evitare atteggiamenti provocatori. Una dimostrazione di buon senso non comune di questi tempi.

La serie degli incontri incomincia la mattina seguente con il Patriarca melchita (greco-cattolico) Gregorio Laham. Il Patriarcato si trova sulle colline alle spalle di Beirut e salendo abbiamo così la possibilità di ammirare lo splendido panorama della costa libanese. Sulla capitale però grava una nuvola scura, indice di un inquinamento di cui nessuno sembra preoccuparsi forse in forza del fatto che il Paese si trova ad affrontare altri e gravi emergenze. Lungo la strada notiamo che il parco macchine dei libanesi denoterebbe una notevole opulenza: auto di grossa cilindrata sfrecciano per le strade nella più assoluta anarchia. In effetti nei cinque giorni di permanenza non abbiamo visto un solo semaforo in funzione e gli unici vigili urbani (peraltro in divisa da commandos) erano intorno allo stadio di Jouniè. Chiediamo agli amici libanesi che ci accompagnano da dove viene tutta questa ricchezza, ma ci rispondono che è solo apparenza, perchè la maggior parte delle auto viene acquistata a credito e restituita quando il proprietario non riesce più a pagare le rate.

Il colloquio con il Patriarca melchita dura quasi due ore. Ci sorprende, abituati come siamo ad un linguaggio “pretesco” fatto di mezze parole e tantissima prudenza, lo stile chiaro e diretto dell’esposizione anche quando si affrontano delicati argomenti politici. Addirittura ci offriamo di spegnere i microfoni dei registratori nel caso il Patriarca ritenesse di dirci qualcosa di confidenziale, ma l’offerta viene cortesemente respinta. Ovviamente l’oggetto principale del colloquio è la crisi siriana. Le affermazioni sull’argomento di tutti i Patriarchi che abbiamo incontrato (Melchita, Siro-cattolico e Armeno-cattolico) sono, al di là di qualche sfumatura, assolutamente sovrapponibili, ragion per cui mi limito a riassumerle una volta sola. Avviso però che abbiamo il filmato di tutti gli incontri e lo stiamo sistemando, pertanto se qualcuno è interessato ad ascoltare interamente le conversazioni (assicuro che ne vale la pena) non dovrà fare altro che richiedercelo.

Secondo i Patriarchi cristiani l’immagine presentata dai media occidentali sulla situazione in Siria è sovente lontana dalla realtà (qualcuno ha parlato apertamente di deformazione della stessa) e condizionata da pesanti pregiudizi ideologici. In altre parole non è attendibile.

Il regime bahatista al potere a Damasco presenta sicuramente difetti e mancanze di cui nessuno nega la gravità, ma comunque garantisce alle minoranze religiose, compresi i Cristiani, una sostanziale e completa libertà di culto ed una uguaglianza di fronte allo Stato. Contro questo regime è in corso una vera e propria guerra alimentata dall’esterno, in quanto la cosiddetta “opposizione armata” è finanziata da potenze straniere, in particolare il Qatar, ed è frammentata in almeno un migliaio di organizzazioni, molte delle quali di orientamento islamista o, addirittura, salafita e rinforzate da un massiccio e continuo afflusso di “volontari” provenienti praticamente da quasi tutto il mondo islamico sunnita. La Siria ha certo bisogno di profonde riforme in senso democratico, ma non di vedere il suo regime rovesciato con la forza, perchè questo aprirebbe la strada ad una devastante guerra confessionale.

I Patriarchi cristiani hanno inoltre tutti sottolineato il rischio di una estensione del conflitto al vicino Libano, definendo questo rischio come una evenienza purtroppo probabile in caso di prolungamento della crisi siriana. Questo a causa della contiguità geografica tra i due Paesi, della presenza in territorio libanese di sostenitori di entrambe le parti in conflitto, nonché dei problemi derivanti dall’afflusso in Libano di quasi 2.000.000 di profughi siriani.

Infine tutti i Patriachi hanno accoratamente sottolineato come le comunità cristiane dei due Paesi mediterranei siano in grave pericolo a causa dell’azione di gruppi islamisti radicali che non fanno mistero di voler cancellare dalla regione la presenza delle minoranze non sunnite. In pericolo sì, ma decise a rimanere in loco ed a svolgere la missione di testimonianza di fronte all’Islam assegnata loro da Dio, ci hanno comunque assicurato i Patriarchi.

Il giorno successivo di buon mattino incontriamo, nella sede patriarcale di Beirut, il Patriarca Siro-cattolico Igniatius III Youna, mentre nel pomeriggio ci riceve il Vicario del Patriarca Maronita Bechara Rai (quest’ultimo, purtroppo, impegnato all’estero). Devo dire che il Vicario maronita (ritengo proprio a causa della sua funzione) è stato sicuramente il più prudente nell’esposizione, pur non discontandosi molto dai concetti ascoltati negli altri incontri. Sabato mattina infine, veniamo ricevuti dal Patriarca Armeno-cattolico Nerses Bedros che, oltre ad affrontare l’argomento Siria, ci ha esposto, su nostra richiesta, una lunga e dettagliata storia della Chiesa armena e delle tragiche vicende che l’hanno contrassegnata. Ma di questo parleremo in altra occasione.

La domenica la nostra missione in Libano si conclude con un viaggio verso il sud del Paese e con la sosta a Tiro per l’incontro con il Vescovo, ma anche di questo parleremo in un articolo successivo.

Mentre scrivevo queste righe sono arrivate una notizia drammatiche sulla situazione in Siria.  Riguarda le dichiarazioni rese dal noto magistrato Carla Del Ponte alla televisione svizzera a proposito dell’uso di armi chimiche nel conflitto in corso. Secondo la Del Ponte vi sono prove che tali armi (pare il temibile gas Sarin) siano state effettivamente già usate, ma dai ribelli e non dall’esercito regolare. E’ una notizia che verrà ignorata dai mass media, ma che deve essere tenuta ben presente allorquando si tenterà di giustificare un intervento armato internazionale in Siria invocando il pretesto dell’uso di armi chimiche da parte del regime.

Mario Villani

Cristiani di frontiera

Le comunità cattoliche che vivono nelle regioni meridionali del Libano sono a rischio estinzione

Uno degli incontri più significativi e toccanti del nostro recente viaggio in Libano è stato sicuramente quello con il Vescovo di Tiro, S.E. Mons. El Hajj, di cui ci è stato raccontato l’eroico coraggio mostrato durante la guerra del 2006. In quell’occasione Sua Eccellenza non solo si rifiutò di abbandonare la diocesi per rifugiarsi in zone più sicure, ma quotidianamente si recò nei villaggi dove più frequenti erano le incursioni dei cacciabombardieri israeliani, dicendo che “un padre non può abbandonare i suoi figli quando sono in pericolo”.

LIBANO_-_madonna_e_cristianiTiro è un’antichissima cittadina portuale situata nel Sud Libano ad una trentina di chilometri circa dal confine con lo Stato di Israele. Fu sicuramente visitata da Gesù durante i suoi anni di predicazione pubblica, come peraltro numerose altre località di questa regione, conosciuta anche come Galilea settentrionale. A pochi chilometri da Tiro si trova il villaggio di Cana che, almeno secondo alcune fonti, sarebbe proprio la località dove Gesù ha compiuto il suo primo miracolo trasformando l’acqua in vino nel corso di una cerimonia nuziale. Proprio alle porte di Cana vi è una grotta che secondo la tradizione avrebbe fornito rifugio per la notte a Nostro Signore quando veniva a predicare in questa regione. Le prime comunità cristiane sorte nella regione sono quindi praticamente contemporanee o di poco successive a Gesù. Lo dimostra anche un sentiero che corre tra Cana e la grotta di cui ho parlato: sulle rocce che lo fiancheggiano infatti sono scolpiti degli antichissimi bassorilievi che raffigurano episodi salienti della vita pubblica del Cristo, ivi compresa l’Ultima Cena. Non è mai stata tentata una datazione di questi bassorilievi, ma le fonti locali li fanno risalire al primo secolo dopo Cristo. L’aspetto delle rocce e la condizione dei bassorilievi inducono a pensare che questa valutazione non sia affatto infondata. Non meraviglia quindi che in questi villaggi siano vissute comunità cristiane animate da una Fede “granitica”, perché frutto di una tradizione che affondava le proprie origini proprio negli anni della vita pubblica di Gesù.

Quale è oggi la condizione delle comunità cristiane che vivono in questa regione? Lasciamo rispondere lo stesso Mons. Hajj a cui abbiamo posto la domanda: “La Diocesi di Tiro è suddivisa in sette distretti, distribuiti dal sud di Sidone fino alla frontiera, dal mare fino alle montagne, le parrocchie sono molto disperse ed è per questo che il Vescovo deve correre tutto il giorno per poter incontrare tutti i suoi fedeli … Io considero la mia macchina come il mio vescovado! Abbiamo nel territorio 50.000 maroniti sul registro, ma presenti ce ne sono la metà cioè 25.000. Abbiamo 20 parrocchie. Vi sono anche due diocesi di greco-cattolici; purtroppo questa regione si sta svuotando dii cristiani. Siamo 70.000 cristiani in tutto, su 700.000 abitanti. Dopo l’indipendenza, eravamo il 50%; a Tiro adesso invece sono 70.000 musulmani contro 3000 cristiani. Quello che ci ha fatto male soprattutto è stata la guerra israelo-araba, il fatto che Israele ha preso la Palestina, ha fatto la barriera, perché prima i cristiani andavano a lavorare quotidianamente in Palestina e c’era commercio molto ricco e la zona era fiorente di traffici. Il porto di Tiro era più importante di quello di Beirut. In un giorno, nel ’48, tutto è cambiato completamente. C’erano almeno 200.000 libanesi, a maggioranza cristiani, che lavoravano in Palestina, prima del ’48. Dopo il ’48 sono rimasti tutti senza lavoro, e con loro 200.000 palestinesi sono arrivati qua come rifugiati.” Tremila cristiani a Tiro su settantacinquemila abitanti e solo pochi anni fa il rapporto numerico con i musulmani era del 50%! L’aspetto stesso del Vescovado è significativo. Le dimensioni sono praticamente quelle di una nostra parrocchia, circostanza che ci colpisce in maniera particolare soprattutto dopo le visite ai Patriarcati di Beirut e Bkerkè caratterizzati da una elegante imponenza. Anche il tour nel piccolo quartiere cristiano di Tiro è significativo: le strade sono pulite e ordinate, le case ben tenute e quasi eleganti, mentre il resto della città presenta le caratteristiche di disordine e sporcizia tipiche di una città di mare mediorentale.

Non vi è persecuzione attualmente verso i cristiani nel sud Libano. La grande maggioranza dei musulmani di questa regione è sciita e, ci spiega il Vescovo,: “gli sciiti sono come noi, perché nel corso della storia sono stati perseguitati come noi. Non so se voi sapete che quando sono arrivati i crociati, gli sciiti, come i cristiani, sono stati alleati dei crociati. Proprio questa città di Tiro ha visto la presenza dei veneziani che vennero a costruire e fare i loro commerci. Vicino a tutte le città con castelli crociati, voi vedete persone di capelli e pelle chiara e io personalmente penso che ci furono molti crociati che hanno adottato lo sciismo e qui sono rimasti. Succede anche negli anni ’60 e ’70: tanti sciiti sono andati in Europa dell’Est, Ucraina, Polonia eccetera, e sono rimasti e sono tornati con delle mogli bionde, per questo qui vediamo un fenomeno di gente chiara. Gli sciiti sono moderati, la maggioranza di loro è fuori, è vissuta e vive in Europa”.

Sono quindi le condizioni economiche che hanno costretto i Cristiani all’esodo. Le condizioni economiche e l’indifferenza dei Fratelli d’Occidente. Ce lo dice con amarezza, ma senza risentimento, proprio il Vescovo: “noi Cristiani sentiamo che non contiamo per il mondo occidentale, non valiamo niente: non siamo di alcun interesse per lui e alla fine ci dicono “venite da noi e basta problemi, venite qua e lasciate quella terra”. Ma invece noi, come Cristiani, vogliamo rimanere qua e continuare a testimoniare. Quello che è successo in Iraq è quello che accade ora in Siria: sono centinaia di persone cristiane a cui danno il visto per andarsene. Centinaia di famiglie che dalla Siria vengono qua, come un punto di passaggio, vengono nelle ambasciate per prendere la strada dell’estero. Proprio uguale a quello che è accaduto alle famiglie irachene, quello che io stesso ho visto quando sono venuti per alcuni mesi, giusto il tempo per preparare il visto… e dove andare dopo che sono stati divisi secondo le zone geografiche sparpagliati?”.

Usciamo dal Vescovado con un nodo alla gola, forse ancor più che se avessimo sentito storie di persecuzioni sanguinose. In questo caso infatti ben poco potremmo fare perchè contro la forza delle armi, come si suol dire “ragion non vale”. Invece per aiutare le comunità cristiane del sud Libano a rimanere (o tornare) sulla loro terra basterebbe veramente poco: un pizzico di buona volontà, qualche aiuto economico e tanta informazione. Evidentemente non siamo più capaci neppure di quello…

Mario Villani

La Madre di Dio nella storia della Chiesa Maronita

La Santa Vergine, il Libano, i Maroniti. Tre realtà compenetrate e inscindibili

Madre Di Dio - HarissaLa comunità monastica maronita è stata fondata nel IV° secolo dal santo anacoreta Maroun, e fu successivamente trasformata in Chiesa patriarcale agli inizi dell’VIII° secolo, a seguito della vacanza della sede di Antiochia già occupata dagli Arabi. A causa di una serie di feroci persecuzioni la sede patriarcale antiochena-maronita venne trasferita, agli inizi del X° secolo nella regione del Monte Libano già evangelizzata da discepoli di San Maroun fin dal V° secolo. In Libano i Maroniti divennero un popolo e una nazione, organizzata e diretta dalla Chiesa la cui sede patriarcale fu consacrata alla Vergine Maria. Per comprendere l’intimo rapporto che ha sempre unito la Chiesa maronita alla Madre di Dio è fondamentale considerare due dati interessantissimi: un testo siriaco maronita che si trova al British Museum e un’icona scoperta provvidenzialmente durante un restauro ad opera delle suore carmelitane del convento della Theotokos.

Il testo

Si tratta di un manoscritto del XII – XIII secolo che contiene una raccolta di Beth Gazo (letteralmente tesori). Si tratta di canti e inni su temi differenti, ma tutti, in qualche maniera facenti riferimento alla Madre di Dio. Questi canti costituiscono, secondo le affermazioni di due studiosi (l’Abbè Tabet e Monsigor Boutros Gemayel) un elemento costante di tutti i servizi liturgici della Chiesa siro-maronita. L’importanza di questa fonte liturgica sta nel fatto che è precedente a qualunque influenza latina ed è quindi rivelatrice di una teologia e di una spiritualità autentica della Chiesa maronita. I canti alla Madre di Dio riguardano tutte le feste mariane che accompagnano il ciclo liturgico di questa Chiesa orientale, dalla festa della Visitazione fino a quella della Dormitio celebrata il 15 agosto e considerata una tra le più grandi feste nelle Chiese orientali in generale e in quella siro-maronita in particolare. Tra le feste più antiche troviamo quella di Nostra Signora delle semenzi e di Nostra Signora delle vigne che erano probabilmente feste dedicate a dee pagane convertite in onore della Madre di Dio. Lo spirito che emana da questi canti è particolarmente concentrato sulla maternità divina di Maria, chiaramente menzionata in tutte parti di questi canti. Questo tema ricorrente rivela la solida fede dei Maroniti nel mistero dell’Incarnazione che costituisce la fonte di tutte le glorie della Santa Vergine: la sua perfetta purezza, la sua verginità perpetua e sopranaturale, la sua Assunzione ed infine la sua elezione a Nuova Eva che offre ad Adamo il frutto della vita.

La mariologia maronita è profondamente cristologica. La Madre di Dio accompagna suo Figlio lungo tutto il percorso della sua economia salvifica. E’ una posizione teologica e spirituale frutto della scuola monastica fondata da San Maroun e dai suoi discepoli. Di questa scuola Teodoreto di Cyr scrisse: “ Così furono questi monaci: gente semplice, umile tutta piena dell’amore di Cristo, virtuosi fino all’eroismo, completamente consacrati alla contemplazione di Dio ed alla santificazione delle loro anime, obbedienti alla gerarchia ecclesiastica” . Queste caratteristiche convinsero l’imperatore Teodosio, all’indomani del Concilio di Calcedonia, a iniziare la costruzione di un grande monastero dedicato a San Maroun sull’Oronte, nella pianura di Apamea, monastero che divenne un baluardo dei difensori degli insegnamenti conciliari sulle due nature di Cristo di fronte all’eresia monofisita.

La fede dei maroniti sulla veridicità dell’Incarnazione di Cristo, annunciata e sostenuta a prezzo di gravi sacrifici è la chiave di volta di tutta la loro mariologia. Una mariologia sempre basata sull’unione tra la Madre e il Figlio. La nascita di Cristo nell’umano seno della Vergine Maria, “senza che Egli si allontani dal Padre”, costituisce la porta d’entrata principale ad una venerazione mariana sana ed eminente espressa dalla Chiesa maronita nel corso dei secoli. Questa Chiesa testimone e missionaria eleva incessantemente le sue preghiere alla Santa Vergine affinchè Ella protegga e accompagni il suo cammino e la sua missione. “Che la tua preghiera sia sempre con noi o Madre di Dio” è il canto che unisce i Maroniti del mondo intero attraverso la loro storia

L’icona conosciuta come icona di Nostra Signora di Ilige

Ilige è un piccolo villaggio situato sulla montagna sopra Byblos. Qui è rimasto il patriarcato maronita dagli inizi del XII° secolo fino alla metà del XV°. Nel 1980 l’Ordine Maronita Libanese, che gestiva l’antica sede patriarcale, decise di restaurare un’icona posta in una cappella e venerata da tutte le popolazioni dei villaggi circostanti. Per fare questo l’icona venne trasferita al convento delle suore carmelitane di clausura della Theotokos ad Harissa. La tavola che raffigurava la Vergine Maria con il Bambino in braccio era particolarmente danneggiata dal fuoco e dall’ umidità. Nel corso dei lavori di restauro le suore, esperte di iconografia, scoprirono che sotto lo strato di pittura ve ne era un altro, completamente coperto da quello successivo. Per poter effettuare un lavoro ed una ricerca più completa l’icona venne inviata in Francia dove, per ben sei anni, degli esperti compirono un’opera ed una ricerca minuziosa che permise di scoprire la figura originale: un affresco risalente al X° secolo che rappresenta una figura della Madonna del tutto simile a quella di icone ancora precedenti (VI e VII°) secolo conservate a Roma e in Calabria. Questa figura della Madonna, secondo la tradizione teologica antiochena, sarebbe ispirata da una figura originale dipinta addirittura dall’Evangelista Luca. L’icona della Madre di Dio rivela e conferma quindi la linea teologica dei maroniti e la loro fede nella natura umana di Cristo e nella Maternità Divina di Maria.

Secondo il vescovo Boutros Gemayel l’icona di Ilige ricapitola nei suoi strati di pittura le peripezie della storia della Chiesa Maronita. E’ probabilmente l’icona che ha accompagnato i patriarchi e i monaci durante i loro spostamenti causati dalle persecuzioni a partire da quello del X° secolo quando decisero di abbandonare il grande monastero sull’ Oronte. Arrivarono in Libano, accompagnati dalla loro Madre che non ha mai cessato di proteggerli. Ella è arrivata in Libano, terra del suo cantico dei cantici, per essere la Regina amata da tutti e la Madre che veglia per fare del Libano un messaggio di amore che sopravviva a tutte le aggressioni.

Jocelyne Khoueiry *

(dal testo della conferenza tenuta a Lourdes nel 2009)

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* Traduzione ad opera di Mario Villani che si assume ogni responsabilità in ordine ad errori e/o omissioni
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Il Santo “medico”: San Charbel Makhlouf

Al grande eremita libanese, morto nel 1898, vengono attribuite centinaia di guarigioni miracolose.

San Charbel

Yusef (Giuseppe) Makhluf nacque nel villaggio di Biqa Kafra, sul massiccio del Monte Libano, nell’anno 1828, quinto figlio di una famiglia di contadini. Rimase orfano di padre in giovanissima età e la madre si risposò con un uomo di profondi sentimenti cristiani che addirittura alcuni anni dopo ricevette il diaconato. Yusef sentì fin da giovane il richiamo della vita religiosa tanto che già a quattordici anni, mentre portava al pascolo le sue pecore, sovente si ritirava in una caverna a pregare e meditare. I ragazzi suoi coetanei non di rado si prendevano gioco di lui per questo suo atteggiamento, ma Yusef accettava le loro burle quasi con gioia, dando già prova di quella straordinaria mitezza che sarebbe divenuta la caratteristica più significativa della sua vita e del suo carattere.

A vent’anni, trovandosi nella condizione di dover scegliere tra il matrimonio e la vita religiosa, Yusef decise di prendersi un periodo di tre anni di meditazione durante il quale ascoltare solo la voce di Dio. L’ordine che ricevette fu inequivocabile: “lascia tutto, vieni e seguimi!”. Fu così che nel 1851, senza salutare nessuno, egli lasciò la propria famiglia e si presentò al convento della Madonna di Mayfouq dove chiese di essere accolto. Qui fece due anni di noviziato, terminati i quali venne inviato nel Monastero “San Maroun” di Annaya, un villaggio ad una trentina di chilometri da Byblos, dove egli fece i voti perpetui come monaco il 1° novembre 1853 prendendo il nome di Charbel, un martire del secondo secolo.

Dopo alcuni anni trascorsi nel monastero di San Cipriano vicino a Batroun allo scopo di studiare la teologia venne ordinato sacerdote il 23 luglio 1859, all’età quindi di 31 anni. Ritornato al monastero di San Maroun di Annaya fece la normale vita del monaco per sedici anni durante i quali si distinse per la straordinaria mitezza e l’assoluta obbedienza agli ordini dei suoi confratelli e superiori. Quindi chiese ed ottenne il permesso di ritirarsi in eremitaggio su un colle posto nelle immediate vicinanze dello stesso monastero di Annaya. Per i successivi ventitre anni egli visse in una piccola abitazione priva di qualunque riscaldamento, utilizzando un sasso come cuscino, portando il cilicio e trascorrendo il tempo in preghiera salvo quello necessario a coltivare la terra da cui otteneva il necessario per il suo unico pasto giornaliero. Morì per un colpo apoplettico a settant’anni il 24 dicembre 1898 mentre si accingeva a celebrare il Santo Natale.

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La tomba del santo

Gli anni di eremitaggio furono contraddistinti -oltre che dalle durissime condizioni di vita- da una straordinaria mansuetudine nei confronti dei confratelli e dei superiori tanto che egli chiedeva sempre per sé i lavori più umili e sgradevoli che gli altri non gradivano. Non ci furono folle di fedeli che lo andarono a trovare in vita, anzi la fama della sua vita austera superò di poco i confini del villaggio di Annaya e neppure miracoli clamorosi. Per la verità si ricorda un solo fatto apparentemente straordinario: una sera rientrò tardi dai lavori nei campi ed il Superiore per penitenza non gli consegnò l’olio per la lampada. Quando il Padre Superiore si ritirò nella sua camera, vide che dalla cella di San Charbel proveniva una fioca luce. Entratovi trovò il monaco che leggeva gli Uffici alla luce della lampada e quindi gli chiese come si fosse procurato l’olio. “Non ho messo olio” rispose candidamente San Charbel “ma  acqua”. Incredulo il Padre Superiore prese la lampada, che subito si spense, e la vuotò vedendo che effettivamente usciva effettivamente usciva solo dell’acqua. Allora, prima di uscire, si inginocchiò.
Nessun fatto straordinario e nessun miracolo clamoroso durante la vita, ma tutto cambiò dopo la morte di San Charbel. Qualche mese dopo la sua sepoltura, infatti, dalla tomba del monaco incominciarono a uscire strane luci. Venne allora riaperto il sarcofago ed il corpo di San Charbel apparve incorrotto e ricoperto di uno strano sudore misto a sangue. Intanto incominciarono a diffondersi le voci di guarigioni inspiegabili attribuite proprio all’ intercessione del monaco. Nel 1925 venne aperto il processo di canonizzazione e nel 1950 venne ancora riaperta la tomba. Una commissione di medici potè così verificare l’integrità del corpo e la persistenza del sudore misto a sangue rilevato già mezzo secolo prima. Charbel Makhlouf venne dichiarato Beato nel 1965 ed infine proclamato Santo il 9 ottobre 1977 durante il sinodo mondiale dei Vescovi. A convincere la Chiesa a fare questo passo furono soprattutto le guarigioni scientificamente inspiegabili attribuite al grande mistico. Nel processo di canonizzazione ne vengono citate tre: la guarigione miracolosa e istantanea da un’ulcera maligna di Suor Maria Abel Kamari il 12 luglio 1950, il recupero della vista di un cieco, certo Iskandar Obeid, avvenuto mentre il fedele stava pregando sulla tomba del futuro Santo nel 1937 e la guarigione da un cancro alla gola in fase terminale di Myriam Aouad avvenuta invece nel 1967. In realtà però presso l’apposito registro del monastero di Annaya sono ormai raccolti i racconti di centinaia di guarigioni inspiegabili secondo la scienza medica. Non solo racconti di libanesi; ovunque nel mondo venga conosciuta la fama di San Charbel lì si verificano miracoli, persino recentemente in Messico e in Russia. Non a caso proprio dalla Russia è giunta in Libano negli anni ’80 una commissione di scienziati per effettuare studi sulla tomba del Santo. Ad essere miracolati non sono solo cristiani, ma anche musulmani e drusi. E’ nota la storia di una giovane drusa libanese a cui negli anni ’50 crebbe una gamba (originalmente più corta dell’altra di cinque o sei centimetri) dopo che sulla stessa venne posto del fango formato da acqua benedetta e terra raccolta attorno alla tomba di San Charbel. Il fatto venne testimoniato con una dichiarazione giurata dagli stessi notabili drusi del villaggio.
Chi scrive queste righe è stato -con altri amici- in Libano nel 1990 per oltre un mese a distribuire aiuti alla popolazione provata da quindici anni guerra. Durante questo periodo mi è stato raccontato un fatto che oggi, per la prima volta voglio riferire e che sarebbe avvenuto pochi mesi prima del nostro arrivo, in un villaggio della regione cristiana del Keshrouan.

Una signora attendeva un bambino ed era arrivato il momento del parto che però si presentava difficile. Non vi era la possibilità di ottenere aiuto in ospedale perchè la strada che portava alla città più vicina era teatro di  combattimenti. Il marito disperato, temendo di perdere sia la madre che il figlioletto rivolse una preghiera a San Charbel facendo voto, se tutto fosse andato bene, di portare immediatamente il neonato al monastero di Annaya per farlo battezzare. Il parto si concluse felicemente e il neopapà, benchè ormai fosse notte, salì sull’autovettura con il bambino dirigendosi al convento di Annaya. Qui giunto entrò nella chiesa dove vide un monaco raccolto in preghiera a cui spiegò l’accaduto e chiese di battezzare il bambino. Il monaco non fece alcuna difficoltà e battezzò immediatamente il neonato, dicendo però che non poteva rilasciare subito il certificato di battesimo. Invitò quindi il padre a passare la mattina dopo dicendo che gli avrebbe lasciato il certificato tra le pagine del Vangelo posto sul leggio della chiesa. Il padre ritornò a casa e la mattina dopo si recò nuovamente al monastero di Annaya per ritirare il certificato. Ricevuto dal Priore del convento spiegò cosa era accaduto nella notte ricevendo una risposta sconcertante: di notte i monaci sono nelle loro celle e quindi nessuno poteva essere nella chiesa. A fronte delle insistenze dell’uomo il Priore si decise ed insieme andarono a vedere il Vangelo posto sul leggio. Qui scoprirono che vi era effettivamente il certificato di battesimo del bambino, in calce vi era la firma: Charbel Makhlouf.
Non posso ovviamente garantire della veridicità di questo fatto che peraltro mi è stato raccontato da persone tutt’altro che visionarie. In periodi di estrema tensione come sono le guerre peraltro non di rado fioriscono racconti e leggende che successivamente si rivelano privi di fondamento. Io sono però tentato di credere che il fatto sia realmente avvenuto perché penso che Padre Charbel abbia ottenuto da Dio la concessione di continuare a rimanere -sotto forme che noi non possiamo conoscere- a presidiare il suo convento ed a raccogliere le lacrime delle persone sofferenti che si rivolgono a lui con fiducia. Non un santo libanese, ma un santo universale come universali sono il dolore e la speranza, due ali che ben utilizzate, ma solo se ben utilizzate, servono per volare fino a Dio.

Mario Villani

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