pace

Il Papa all’Angelus di domenica 2 dicembre: un cero per la pace nell’amata Siria


Cari fratelli e sorelle,
l’Avvento è tempo di speranza. In questo momento vorrei fare mia la speranza di pace dei bambini della Siria, dell’amata Siria, martoriata da una guerra che dura ormai da otto anni. Per questo, aderendo all’iniziativa di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, accenderò ora un cero, insieme a tanti bambini che faranno lo stesso, bambini siriani e tanti fedeli nel mondo che oggi accendono le loro candele. Questa fiamma di speranza e tante fiammelle di speranza disperdano le tenebre della guerra! Preghiamo e aiutiamo i cristiani a rimanere in Siria e in Medio Oriente come testimoni di misericordia, di perdono e di riconciliazione. 
La fiamma della speranza raggiunga anche tutti coloro che subiscono in questi giorni conflitti e tensioni in diverse altre parti del mondo, vicine e lontane. La preghiera della Chiesa li aiuti a sentire la prossimità del Dio fedele e tocchi ogni coscienza per un impegno sincero a favore della pace. E che Dio, nostro Signore, perdoni coloro che fanno la  guerra, coloro che fanno le armi per distruggersi e converta il loro cuore. 
Preghiamo per la pace nell’amata Siria.
Ora pro Siria

QARA, crocevia di pace (4)

Un tempo, prima della guerra, il monastero Deir Mar Yacoub (san Giacomo l’Interciso) a Qara, sulla via fra Damasco e Homs, era un luogo di preghiera frequentato anche da pellegrini cristiani e musulmani: sia per ragioni spirituali che per la tranquillità e la bellezza della costruzione, grande, di pietra chiara, con grotte antichissime, una suggestiva chiesa sotterranea, reperti archeologi molto interessanti sparsi un po’ dappertutto.

Qara, un tempo… in tempo di pace
I monaci e le monache residenti vivevano (e vivono tuttora) nel grande convento in stanze essenziali, senza mobili, con bagni in comune, cucina semplice con molti cibi dell’orto, carne solo se arriva in dono. Alternavano la meditazione alle attività agricole e artistiche: la madre superiora, madre Agnès de la Croix, fondatrice dell’ Ordine dell’Unità di Antiochia,dipingeva icone. Grazie ai pozzi, in questo territorio scarsamente piovoso e apparentemente desertico, il frutteto del monastero era pieno di olivi, melograni, albicocchi. Essiccate a strati con un metodo particolare, le albicocche si conservavano a lungo, un pieno di vitamine da portar via insieme alle tisane di erbe e delle preziose, delicate rose che si chiamano “di Damasco”.

Attività umanitarie in tempo di guerra
Con la guerra iniziata nel 2011, la tranquillità è venuta meno e la calma monastica ha lasciato il posto a un fervore da alveare, dapprima concentrato sul soccorso a chi doveva stare in vita. Tempo della preghiera nella notte e primo mattino, il monastero durante la giornata si è dedicato all’assistenza ai tanti sfollati, ma non sono mancati attacchi da parte di gruppi armati jihadisti e qualche anno fa ha vissuto drammatici giorni di assedio durante i quali i monaci han dovuto rifugiarsi nelle antiche grotte sotterranee.
Qara è una cittadina in prevalenza mussulmana, con 50 famiglie cristiane, circa il 20% della popolazione. Gli uni e gli altri adesso stanno prendendo il monastero come punto di riferimento, una specie di centro vitale attorno al quale ruotare.
Le sei suore e i due monaci (di diverse nazionalità) hanno la supervisione di diverse attività umanitarie, ma hanno affidato le operazioni a un collaboratore fidato che chiamano Abu George (il vero nome è Sake Esrur) e a sua moglie Sylvie, due cristiani che hanno lasciato Damasco per venire a lavorare a Qara. Con i due figli vivono presso il monastero e gestiscono nel Centro Sociale circa 30 lavoratori, sia cristiani e musulmani. A loro volta questi dipendenti coordinano circa 200 volontari che distribuiscono gli aiuti, vanno a consegnare cibo e prodotti sanitari nei campi profughi, poi corrono al porto a sdoganare i container e tornare in camion a Qara, scaricando rapidamente tutto nel grande magazzino del monastero. Ed eccoli ripartire per le destinazioni dei soccorsi.

I monaci hanno fatto la scelta di una radicale povertà, benchè al monastero arrivi di tutto sia dalle agenzie internazionali (le quali sono alla ricerca di partner affidabili) che da benefattori dall’Europa. Nella parte immensa della nuova costruzione al piano interrato sono ammucchiati pacchi, secchi, scatoloni, in maggioranza provenienti dalle organizzazioni non governative che ormai stanno prendendo il monastero come punto di riferimento di fiducia per le distribuzioni anche nelle zone per loro non raggiungibili. Scatoloni e secchi poi partono in camion per le distribuzioni nei campi profughi o nelle località più bisognose. Ad Aleppo il monastero di Qara ha addirittura aperto una cucina per trentamila pasti al giorno, oltre a un Hospitainer: nel linguaggio degli interventi di emergenza, è un container completamente attrezzato, come un piccolo ospedale da campo.
I monaci hanno ospitato nel tempo diversi sfollati. Ora è il turno di tre ragazzine sui 12 anni e due bambini, reduci da situazioni drammatiche.

Mussalaha: riconciliazione, un progetto visionario
Ma le attività umanitarie, necessarie in un’emergenza bellica, non sono certo le uniche a brulicare al monastero e intorno. La madre superiora è stata fra le principali animatrici del movimento Mussalaha. In arabo questo termine significa riconciliazione (aggiungi e togli poche lettere ed ecco che hai l’opposto: musallahin, gruppi armati). Dal 2013, nel pieno della guerra fomentata in modo criminale da tanti paesi rimasti impuniti, un gruppo di religiosi cristiani e musulmani, insieme a cittadini siriani laici si sono impegnati per ricreare l’unità del popolo siriano, al di là delle ferite della guerra. Il movimento Mussalaha ha lavorato per tregue locali fra l’esercito siriano e i gruppi armati non jihadisti. In seguito è stato creato un apposito ministero della Riconciliazione. Ma tutto è nato dalla base.

L’attuale fervore di attività del monastero, in fondo, è un altro modo per continuare l’opera della Mussalaha. Padre Daniel, che è il superiore dei monaci di Qara, una persona molto buona, spirituale e umile ma anche molto realista, dice: “La Siria è certamente un paese piegato, quasi spezzato dalla sofferenza. Ma in fondo no, non si è piegata e la gente è fiera, vuole rialzarsi, e in fondo in fondo è come orgogliosa perché dice: per primi ce l’abbiamo fatta.  Il destino della Siria sembrava molto simile a quello dell’Iraq, della Libia, degli altri paesi massacrati dai piani imperialisti, e invece ce l’hanno fatta…”.
  Decisamente i siriani potrebbero insegnare la resilienza al mondo occidentale.
Prosegue padre Daniel: Certo la guerra non è ancora finita e ci vorrà ancora del tempo per la vittoria. E le strade per la vittoria sono due: sicuramente quella militare nei confronti dei terroristi, ma insieme la mussalaha che è la grandissima sfida”.

R come ricostruzione e resilienza, insieme
Intrecciata alla riconciliazione, la ricostruzione. La Siria vi si sta coraggiosamente avviando. A tutti i livelli. Colpisce la capacità di creare iniziative, anche lì a Qara. I monaci si sono divisi i compiti. Suor Myri, portoghese, segue un laboratorio di sartoria. Le donne alle macchine da cucire sono tutte musulmane. Il responsabile è un signore sfollato da Homs che già lavorava nell’ambito della tessitura e della produzione di capi di abbigliamento. Le donne non hanno ancora l’esperienza sufficiente per la produzione delle borse e altri capi in modo industriale. Suor Myri spesso rimanda indietro la borsa malfatta ( ma quelle che abbiamo portato da vendere in Italia a sostegno delle donne rifugiate sono bellissime). Attenta è la verifica della qualità anche nel locale dove si produce la biancheria: hanno ricevuto dall’Europa pezzi di tessuto adatti a ricavare ricavare mutande e magliette, biancheria intima molto richiesta. …