regione

Monsignor HINDO: «È in atto un piano per cacciar via i Cristiani dalla regione»

La Scuola Elementare ‘Amal’ in Hassakè (foto AINA).
Hassakeh contava 420 000 abitanti di cui 50 000 cristiani prima che Daesh circondasse la zona, ora la città conta solo 150 000 abitanti di cui 5000 cristiani. Ricordiamo che le chiese assire siriane fanno parte del patrimonio mondiale e sono tra le più antiche della cristianità.

di Gianandrea Gaiani

Dopo aver subito uccisioni, espropri, stupri e violenze di ogni tipo da parte dei miliziani jihadisti, prima qaedisti e salafiti e poi dello Stato Islamico, che hanno ridotto al lumicino la loro presenza, i cristiani delle regioni nord orientali siriane subiscono da tempo la “pulizia etnica” attuata dalle forze curde.
“Sono anni che lo ripeto, è in atto un tentativo da parte dei curdi di eliminare la presenza cristiana da quest’ area della Siria” ha detto sabato monsignor Jacques Behnam Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, nel nord-est della Siria. Il presule conferma all’organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS – autrice ogni anno di un rapporto che evidenzia le persecuzioni dei cristiani perpetrate in tutto il mondo e in particolare nel mondo islamico) la chiusura di alcune scuole cristiane da parte delle Forze Democratiche Siriane (FDS), la milizia curdo-araba istituita dagli Stati Uniti per strappare le aree tra Raqqa e la provincia di Deir Ezzor all’Isis e impedire alle truppe regolari di Damasco di riconquistare la regione orientale del Paese. Grazie agli aiuti Usa, che in quell’area mantengono basi e oltre 2mila militari, la regione nord orientale siriana è di fatto un territorio autonomo amministrato dalle Forze di difesa popolare curde (Ypg – braccio militare del partito curdo dell’Unione Democratica – PDY), protagoniste della difesa di Kobane e celebrate in Occidente come le più acerrime avversarie del Califfato.
“Già dall’ inizio dell’anno, l’amministrazione locale ha preso possesso di un centinaio di scuole statali, nelle quali ha imposto un proprio programma scolastico e i propri libri di testo” – ha sottolineato monsignor Hindo. “I funzionari curdi ci avevano assicurato che non si sarebbero neanche avvicinati alle scuole private, molte delle quali sono cristiane. Invece non soltanto ci si sono avvicinati, ma ne hanno anche serrato le porte”. La motivazione ufficiale della chiusura di varie scuole cristiane nelle città Qamishli, Darbasiyah e Malikiyah, è che tali istituti hanno rifiutato di conformarsi al programma imposto dalle autorità della regione. “Loro non vogliono che si insegni nella lingua della Chiesa, il siriaco antico, e non vogliono che insegniamo la storia, perché preferiscono inculcare agli alunni la propria storia”. Nulla di diverso, in fondo, da quanto attuato negli stessi territori negli anni scorsi quando erano controllati dallo Stato Islamico.
Hindo non nasconde la preoccupazione, sia per la probabile chiusura di altre scuole cristiane – ve ne sono altre sei soltanto ad Hassaké – sia per i gravi danni che il programma scolastico “curdo”, differente da quello ufficiale siriano, potrà causare agli studenti. “Ho detto ad un funzionario curdo che così una intera generazione verrà penalizzata, perché non potrà accedere a gradi di istruzione superiori. Lui mi ha risposto che sono disposti a sacrificare anche sei o sette generazioni pur di imporre la loro ideologia”. La vicenda rappresenta una conferma del tentativo di “curdizzazione” di quella regione, un piano che secondo Hindo prevede anche l’allontanamento della locale comunità cristiana.
“È almeno dal 2015 che continuiamo a denunciare tale pericolo. Vogliono cacciar via noi cristiani per aumentare la loro presenza”. Ad oggi i curdi rappresentano soltanto il 20 percento della popolazione siriana ma controllano quasi per intero l’oriente siriano, a est del fiume Eufrate, soltanto grazie al sostegno dell’Occidente, Stati Uniti e Francia in testa, che grazie alle milizie curde cercano di impedire che l’intera Siria torni nelle mani di Assad e dei suoi alleati russi e iraniani. Le FDS controllano infatti un’area molto più ampia di quella abitata dalla popolazione curda siriana e la “pulizia etnica” ha l’obiettivo di allontanare i cristiani e “omogeneizzare” la popolazione ricollocando in queste aree le popolazioni curde cacciate dai militari turchi dalle aree di Afrin e Manbji. Attraverso ACS, il presule ha lanciato un appello alla comunità internazionale ed in particolare alle nazioni europee. “La chiusura delle nostre scuole ci addolora. È dal 1932 che la Chiesa gestisce questi istituti e mai ci saremmo immaginati che potessero venire chiusi. L’Occidente non può rimanere in silenzio. Se siete davvero cristiani dovete gettare luce su quanto sta accadendo ed impedire nuove violazioni dei nostri diritti e ulteriori minacce alla nostra presenza nella regione” ha concluso Hindo.
Non è la prima volta che i curdi, in Siria come in Iraq, puntano ad allargare le aree sotto il loro controllo a spese di minoranze di peso etnico inferiore. Lo hanno fatto nella città petrolifera irachena di Kirkuk cacciando soprattutto i turcomanni e, più a est nel Sinjar, gli Yazidi. Dopo la caduta di Mosul e la sconfitta dell’Isis in Iraq, l’invio di truppe di Baghdad e di milizie scite filo-iraniane in quelle regioni ha fatto tramontare il sogno indipendentistico del Kurdistan iracheno relegandolo a un’autonomia molto limitata. In Siria invece l’espansionismo curdo continua a manifestarsi grazie al supporto militare di Washington che finora ha impedito che prendesse piede la proposta di Damasco che offre autonomia ai curdi, ma limitata alla regione del Rojava, in cambio della restituzione allo Stato siriano dei territori oggi occupati dalle FDS che includono giacimenti e pozzi di gas e petrolio.
Il regime siriano di Bashar Assad ha sempre tutelato minoranze e confessioni diverse ed è stato in questi anni di guerra l’unico a sostenere le comunità cristiane. Donald Trump ha più volte manifestato l’intenzione di ritirare i militari statunitensi dalla Siria, iniziativa che renderebbe problematico per le FDS far fronte alle truppe di Damasco e ai loro alleati, inclusi gli iracheni che, come i turchi, non vedono certo di buon occhio la nascita “de facto” di uno Stato curdo nella Siria Orientale.

Ora pro Siria

In che modo l’Occidente usa i rifugiati come arma contro la Siria e la regione?

del Generale Amine Mohamed Htaite – Professore universitario e ricercatore strategico – Beirut
Traduzione: Gb.P.
L’approccio all’argomento dei rifugiati siriani è uno dei più sensibili e delicati per la sua natura e il suo aspetto primario di questione umanitaria il cui oggetto è la sofferenza di popolazioni costrette a lasciare le loro case per sfuggire agli orrori della guerra, come in tutte le guerre e come molti popoli, incluso il popolo libanese. Alcune popolazioni sono diventate sfollate internamente al proprio Paese e alcune, non trovando rifugio nel loro Paese, sono state costrette all’emigrazione. L’emigrazione forzata dei popoli dalla terra è ciò che molti Siriani attualmente stanno vivendo sia all’interno che all’esterno della loro patria.
Tuttavia, l’aspetto umanitario evocato dal massiccio spostamento del popolo siriano durante i sette anni di conflitto ha lentamente ceduto il passo all’aspetto politico legato, in un modo o nell’altro, agli obiettivi primari di coloro che hanno guidato la guerra mondiale contro la Siria. Prendiamo atto con sgomento che coloro che sostengono di preoccuparsi degli sfollati e dei rifugiati, invece di adoperarsi per spegnere il conflitto e riportare a casa i rifugiati, non fanno che alimentare il fuoco. Infatti, dopo il fallimento dei suoi progetti in Siria, l’Occidente, che versa lacrime di coccodrillo sul destino dei rifugiati e la loro sicurezza, si fissa sulla strategia del prolungamento del conflitto e impedisce in tutti i modi il ritorno dei rifugiati nonostante il fatto che l’85% dei territori liberati dall’Esercito Arabo Siriano (SAA) siano sicuri e le aree controllate e stabilizzate dallo Stato siriano siano in grado di ospitare quattro milioni di rifugiati. Il governo siriano ha fatto valere le sue capacità di sicurezza e logistiche di ospitare e prendersi cura di questi rifugiati come aveva già fatto con successo per quattro milioni di sfollati interni ai quali aveva fornito riparo e opportunità di lavoro.
Questo comportamento occidentale, contrario ad ogni logica, basato sul principio dello spostamento e dell’insediamento al di fuori della Siria, ci pone di fronte alla verità nascosta dietro la maschera dell’umanitario. La verità è che lo spostamento forzato stesso è, fin dall’inizio, parte del piano di aggressione. Altrimenti, come si spiegano le tende nei campi della Turchia per migliaia di rifugiati quando non veniva sparato un solo colpo sui suoi confini? Come spiegare la prontezza delle Nazioni Unite nello stabilire un regime speciale per i rifugiati siriani, suggerendo che questa situazione sarebbe durata molto a lungo? Secondo le dichiarazioni di alcuni funzionari di questa organizzazione, si prevedeva addirittura che “la maggior parte delle popolazioni sfollate non tornerà in Siria e che sarà stabilita altrove”.
Per quanto riguarda l’Europa, che presta particolare attenzione alla questione, si può presumere che si stia assicurando che i rifugiati siano sistemati proprio nei luoghi in cui già si trovano in Turchia, in Libano e in Giordania, per timore del loro afflusso nel continente, che potrebbe compromettere la sua sicurezza e stabilità. Questa argomentazione o semplificazione del problema è una giustificazione, certamente meritoria per alcuni aspetti, ma non convincente. In che modo un rifugiato siriano che torna a casa e riprende una vita normale, come è avvenuto con i siriani di Beit Jinn che hanno scelto volontariamente e dignitosamente di tornare alle proprie case, potrebbero danneggiare l’Europa?
Vediamo in questo irrazionale comportamento occidentale solo la tendenza a continuare l’aggressione e il rifiuto di ammettere il fallimento dei suoi progetti in terra siriana. L’Occidente considera i rifugiati come un’arma usata contro la Siria in primo luogo e contro la regione più in generale, per raggiungere obiettivi sotto l’apparenza dell’aspetto umanitario della questione. I più importanti tra questi obiettivi sono:
1) Impedire alla Siria di investire nelle sue vittorie sul terreno: il controllo di oltre l’85% delle aree popolate, il ritorno alla vita normale, la ripresa dell’attività quotidiana, sono la prova materiale della sconfitta degli aggressori.
2) Mantenere alcuni dei Siriani sotto il controllo occidentale e alla sua mercé, per reclutarli contro il loro Paese: l’Occidente, incapace di fornire unità militari per perpetrare la sua aggressione e occupazione della Siria, e per paura delle immancabili perdite contro la Resistenza che se ne occuperà dopo aver completato la liberazione e la pulizia delle aree centrali e intermedie, vuole addestrare unità di combattimento siriane all’estero, sotto il suo comando, che alleggerirebbero il peso di perdite umane e materiali, soprattutto perché i paesi del Golfo sono obbligati a finanziarne i costi.
3) Servire la strategia del prolungamento del conflitto su cui gli Stati Uniti si appoggiano dopo la loro sconfitta in Siria: questo elemento è chiaramente e pubblicamente dichiarato e riconosciuto dagli Stati Uniti e dai suoi agenti occidentali, ritenendo che la fine del conflitto in Siria rappresenti una sconfitta strategica importante che potrebbe ridurre drasticamente la loro influenza in Medio Oriente e persino sloggiarli.
4) Causare un cambiamento demografico in tutti i paesi della regione che aprirebbe la strada a uno spostamento delle frontiere e alla revisione dei confini voluta da Israele: e noi ricordiamo qui la strategia degli Stati Uniti del “caos costruttivo” adottata per ridisegnare un nuovo Medio Oriente basato sulla creazione di stati etnici, comunitaristi, confessionali, settari e razziali; stati deboli che potrebbero essere creati solo attraverso una riconfigurazione demografica derivante dapprima da massicci spostamenti forzati e dalla successiva pianificata implementazione. Ed è proprio su questo punto che la questione dei profughi è un pericolo per la Siria, che diventa anche un pericolo per il Libano e la Giordania. Per quanto riguarda la Turchia, è chiaro che fa parte del piano occidentale che le dà l’opportunità di spostare i suoi confini annettendo territorio siriano; è la sua attuale ambizione per Afrin e sono le sue aspirazioni per l’area di Aleppo da Tell Rifaat a Manbij fino a Jarablus. È per questo motivo che l’Occidente insiste nel collegare la questione dei rifugiati alla soluzione globale. I più accorti comprenderanno questo aspetto.
Per tutti questi motivi, riteniamo che la soluzione del problema degli sfollati vada al di là dei soli interessi siriani e comprenda l’intera regione, in particolare il Libano. Questo problema di spostamento e reinsediamento rappresenta un pericolo per l’unità della Siria, ma anche per l’unità e la sicurezza dei Paesi vicini. Pertanto, il grido che il Libano ha levato contro la dichiarazione di Bruxelles, emanata dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, è un atto difensivo che deve essere seguito e deve unire i Libanesi nel suo rifiuto. Nessuno ha il diritto di rimanere in silenzio perché il silenzio è inaccettabile ed è un segno di tacita approvazione e persino di tradimento contro il Libano.
Riteniamo inoltre che il coordinamento siriano-libanese per risolvere il problema dei rifugiati sia un dovere nazionale che incide direttamente sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano. Qualsiasi individuo o entità o stato che rifiuti questo coordinamento, ostacoli qualsiasi soluzione e impedisca il ritorno dei rifugiati siriani nella loro terra natia, è semplicemente un nemico del Libano. Infine, affermiamo che la risoluzione del problema dei rifugiati, non solo in Libano ma negli altri Paesi ospitanti, e il loro rimpatrio nel loro Paese, è una parte essenziale della battaglia difensiva condotta dal campo dalla Resistenza contro l’aggressione americano-sionista sostenuta dai Paesi arabi della regione. Qualsiasi indulgenza su questo argomento è solo un servizio reso a facilitare l’aggressione contro la regione.

https://reseauinternational.net/comment-loccident-utilise-t-il-les-refugies-comme-arme-contre-la-syrie-et-la-region/
Ora pro Siria

Condividi

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Calendario

settembre: 2020
L M M G V S D
« Dic    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
282930  

Archivi