Siria

Lettera di Aleppo n. 33: la Siria dimenticata

 Aleppo, 1 luglio 2018
Le notizie dalla Siria sono state accantonate dall’attualità. Il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, la tragedia dei migranti, le elezioni in alcuni paesi europei, il vertice Trump/Kim-Jong-Un, e la coppa del mondo di calcio sono state, dopo la nostra ultima lettera, la notizia in evidenza per i giornali e i media. Tuttavia, la situazione in Siria continua ad essere molto preoccupante e noi viviamo su un barile di dinamite. Gli interventi o la presenza di alcuni Paesi sul terreno rendono la situazione molto complessa, il futuro incerto, i negoziati compromessi e aumentano il rischio di una conflagrazione regionale. Gli Stati Uniti con due basi militari e la Francia, illegalmente installati sul territorio di uno Stato sovrano, sono presenti a nord-Est per sostenere le forze curde che occupano buona parte del territorio. Dall’altra parte, alla fine del gennaio 2018 la Turchia ha invaso il nord-Ovest della Siria per cacciare i gruppi armati curdi ed ora occupa tutta la regione di Afrin. Infine, Israele esegue in totale impunità incursioni aeree sul territorio siriano e sostiene i jihadisti del sud della Siria. Lo stato siriano ha appena lanciato un’offensiva per cacciare gli ultimi gruppi armati ribelli dal sud della Siria, della Regione di Dara’a.
In seguito all’invasione turca della regione di Afrin, 27.000 famiglie composte da 137.000 persone sono fuggite dalle loro città e villaggi. Non hanno portato niente con sè: solo i vestiti che indossavano. Hanno perso tutto: la loro casa, il loro trattore, il loro bestiame, la loro auto… si sono insediati in 11 villaggi e in diversi accampamenti di tende, tra cui «il Campo Shahba», intorno alla piccola città di Tel-Rifaat a 25 km. da Aleppo. Noi, i Maristi blu, non potevamo rimanere indifferenti alle sofferenze di questi nuovi sfollati; abbiamo sentito il loro appello al soccorso (il nostro gruppo non si chiamava forse “L’ Orecchio di Dio” prima che diventassimo i Maristi Blu?). Dopo un periodo di esitazione e di riflessione, temendo per la vita dei nostri volontari, (le forze turche sono a 4-5 km. da Tel-Rifaat), abbiamo deciso di agire: di andare loro incontro, di provare a provvedere ai loro bisogni, di occuparci dei loro figli non scolarizzati, di farci solidali con queste famiglie. E così abbiamo iniziato il progetto e l’avventura “Campo Shahba”.
Con la collaborazione della Mezzaluna Rossa Siriana abbiamo preso in carico le 650 famiglie del villaggio di Kafar Nasseh e soprattutto il Campo Shahba, un campo di 107 tende per 107 famiglie, situato in una pianura nel deserto:
450 bambini che aspettano con impazienza e tanta gioia le nostre visite del mercoledì e della domenica, che ci aspettano all’ingresso del campo e che si riuniscono, in 2 minuti, intorno a noi e ai nostri volontari che li fanno giocare al pallone, disegnare e colorare, ballare, che li educano all’igiene e insegnano loro le basi della scrittura e del calcolo;
110 madri o nonne sono diventate le amiche delle nostre dame volontarie che le riuniscono per ascoltarle, condividere, e consigliarle;
107 famiglie che ci aspettano per avere pacchi alimentari e sanitari, fornelli a gas per la cucina, thermos per conservare l’acqua potabile, pastiglie per sterilizzare l’acqua, ciabatte, vestiti….
Tutto si fa all’aperto, sotto un sole cocente, con 38-40 gradi all’ombra. Abbiamo appena installato una grande tenda, che funge da spazio organizzativo per gli incontri con i bambini e le donne, almeno all’ombra.
Ci andiamo almeno 2 volte a settimana; un’ora e mezza di tragitto e molteplici check-points da attraversare; i 15-20 volontari ad ogni visita sono attesi con il sorriso e la gioia, tanta gratitudine e anche molta attesa. Gli sfollati sono disperati: vogliono tornare a casa o andare ad Aleppo, ma le 2 opzioni sono loro vietate.
Ad Aleppo, la situazione di sicurezza era molto buona dopo l’evacuazione dei gruppi armati e la liberazione di Aleppo dai terroristi di al Nusra. Tuttavia, i mortai lanciati dai ribelli installati ad ovest di Aleppo continuano a cadere quotidianamente su alcuni quartieri periferici. Il 27 giugno abbiamo vissuto la giornata peggiore da 18 mesi: molte granate sono cadute su Aleppo, nei quartieri residenziali, facendo molti morti e feriti. Le schegge hanno persino raggiunto i nostri locali. Uno dei nostri volontari ci ha quasi lasciato la vita.
La vita quotidiana migliora progressivamente con il ripristino dell’erogazione di acqua ed elettricità, anche se razionate, la disponibilità sul mercato di prodotti e merci. Per contro, la situazione economica è ai livelli infimi; il tasso di disoccupazione è molto elevato, il costo della vita è altissimo, i salari sono talmente bassi da non permettere ad una famiglia di vivere degnamente, e gli aleppini, che hanno i mezzi per investire e che erano fuggiti dal paese, non sono tornati. La maggior parte delle famiglie di Aleppo ha sempre bisogno di essere aiutata per vivere e sopravvivere.
Noi Maristi Blu, abbiamo mantenuto la distribuzione dei panieri alimentari e sanitari alle famiglie che abbiamo in carico, ma riteniamo che dopo 6 anni di aiuto queste distribuzioni, un giorno, dovranno fermarsi. Crediamo che la priorità delle priorità sia trovare un lavoro ad ogni persona aiutata. Lavorando, potrà farsi carico dei propri bisogni; essere finalmente indipendente dagli aiuti ricevuti per anni; vivere dignitosamente del proprio lavoro e non pensare più di lasciare il Paese.
Così abbiamo creato il nostro programma “i micro-progetti”: Abbiamo già organizzato 7 sessioni di formazione con 16-20 adulti per sessione. Gli esperti insegnano in 48 ore “come creare il proprio progetto”. Alla fine delle sessioni, i candidati presentano i loro progetti alla giuria che li valuta, fornisce i consigli necessari e sceglie i migliori progetti in termini di fattibilità, redditività e sostenibilità per essere finanziati da noi. Da un anno e mezzo abbiamo già finanziato 50 progetti e permesso a più di 90 famiglie di vivere del loro lavoro.
Il nostro progetto “Heart Made”, dove le donne trasformano abiti fuori moda in pezzi unici molto apprezzati, dà lavoro a 11 madri di famiglia.
Il nostro altro progetto “Marie” per la confezione di indumenti di cotone per neonati fa vivere 24 famiglie.
Vi avevamo annunciato, nell’ultima lettera, la prossima pubblicazione della nostra opera, “Le Lettere di Aleppo”. Si tratta di una raccolta di tutte le nostre lettere scritte dall’inizio della guerra da frère Georges e me, arricchito di estratti d’interviste, di articoli di stampa e testi scritti dall’ uno o dall’altro. La nostra opera è stata finalmente pubblicata dalle edizioni “L’Harmattan”. Potete acquistarlo o ordinarlo nelle librerie o online sui siti della FNAC, Amazon o l’Harmattan. Vi invitiamo ad acquistarlo, a leggerlo o a regalarlo; ci auguriamo che la nostra testimonianza possa raggiungere il maggior numero di persone possibile; il giornale “La Croix” l’ha appena selezionato tra i quattro libri, sul Medio Oriente, che bisogna assolutamente leggere quest’estate (La Croix, supplemento di giovedì 28 giugno).
Tutti i nostri progetti continuano grazie alla vostra solidarietà e ai vostri doni. L’aiuto all’alloggio delle famiglie sfollate, la distribuzione dei panieri alimentari e sanitari, la distribuzione mensile di latte a 3000 lattanti e bambini di età inferiore ai 11 anni…. e soprattutto il nostro programma medico che con il progetto “Camp Shahba” e il programma “Micro-progetti” citati in precedenza, è uno dei 3 programmi prioritari dei Maristi Blu. Sì, la gente ha bisogno di sostegno finanziario per le cure mediche o i loro interventi chirurgici e il nostro dovere è di aiutarli.
Riguardo poi ai nostri progetti educativi, alcuni sono in pausa estiva come “Imparare a crescere” e “Voglio imparare” per i bambini dai 3 ai 7 anni.
Il “MIT” (per la formazione degli adulti), “Skill school” (per l’accompagnamento degli adolescenti), “L’ eradicazione dell’analfabetismo”, l’insegnamento del cucito (taglio e cucito) e delle lingue (Progetto Speranza), proseguono i loro compiti pedagogici. Abbiamo appena concluso un ciclo di sessioni di 4 mesi per la “formazione e lo sviluppo della donna”. 80 donne di età superiore ai 30 anni e 80 ragazze di età inferiore ai 30 anni, ne hanno beneficiato. Dopo una pausa in luglio e agosto, speriamo che il ciclo riprenda con altri beneficiari. Nel frattempo organizziamo incontri di formazione e di accompagnamento per le ragazze che hanno tra i 12 e i 15 anni.
Ecco, in breve, le nostre notizie. Proseguiamo la nostra missione, che consiste nel “vivere la solidarietà con i più poveri per alleviarne le sofferenze, sviluppare l’umano e seminare la speranza. “
Spero che questa “lettera di Aleppo n. 33” vi troverà, cari amici, in buona salute e vi auguro buone vacanze estive.
Nabil Antaki, per i Maristi Blu

PER SOSTENERE IL PROGETTO ‘EMERGENZA SFOLLATI DI AFRIN’ , la ONLUS ITALIANA AIULAS IN COLLABORAZIONE CON I MARISTI BLU DI ALEPPO promuove una raccolta di fondi destinati all’acquisto di beni di prima necessità per le famiglie sfollate da Afrin che vivono nel Campo Shahba . Qui il link per tutti i dettagli su come inviare un contributo :
https://www.aiulas.org/i-nostri-progetti/emergenza-sfollati-di-afrin/

Ora pro Siria

Pulizia etnica e persecuzione di Yazidi e Cristiani ad Afrin, Siria nord-occidentale

Estratto dal Report di un gruppo di missionari umanitari (FBR) che si recano in Siria per fornire assistenza medica e altri aiuti umanitari, costruire parchi giochi in aree precedentemente occupate dall’ISIS e condividere l’amore di Gesù. 
Si tratta di una squadra di 17 persone; cinque medici e operatori originari della Birmania, tre volontari americani,  coordinatori curdi, iracheni e siriani e una famiglia. Entrati in Siria dall’Iraq, si sono recati a Raqqa, Tabqa, Deir ez-Zor, Ayn Issa, Membij, Kobani, Qamishli, Tel Tamir, Hasakah e le aree circostanti.
Nel gennaio 2018, l’Esercito Turco, insieme a elementi dell’Esercito Libero Siriano (FSA) che in quest’area sono composti da gruppi musulmani radicali e da alcuni resti dell’ISIS, ha lanciato una campagna aerea e terrestre dalla Turchia contro la città e l’area di Afrin, una delle poche zone pacifiche della Siria. I curdi avevano tenuto a bada l’ISIS durante tutta la guerra e Afrin, che storicamente era per l’80% curda con un’antica popolazione cristiana e Yazidi, era diventata un rifugio per migliaia di fuggitivi curdi e arabi di diversi gruppi e fedi. La Turchia ora sta procedendo ad una pulizia etnica di proporzioni enormi in Afrin. Il governo turco ha condotto questo assalto per annientare i curdi delle YPG e bloccare il loro accesso al Mar Mediterraneo. Considera i curdi una minaccia alla sicurezza turca e non ha avuto riguardo per i Cristiani o gli Yazidi. Il governo turco sostiene anche l’FSA contro il governo siriano ed Afrin è diventata una base per l’FSA. Un nuovo regno di terrore è sceso su Afrin.
Attacchi congiunti di turchi e FSA hanno spazzato via oltre 200.000 curdi, oltre a 35.000 Yazidi e 3.000 Cristiani dai loro villaggi e città. Le loro case sono state espropriate da migliaia di islamisti radicali portati dalla Siria meridionale e occidentale, che sono stati a loro volta cacciati dalle loro posizioni dall’Esercito Siriano. Anche gli abitanti Musulmani originari che non si sono sottomessi alla legge della Sharia e all’FSA hanno dovuto fuggire. Dalle interviste, l’unica chiesa nella città di Afrin è stata saccheggiata, bruciata all’interno e poi occupata da due fazioni di miliziani.
Cristiani fuggiti da Afrin
A Kobane e in una nuova chiesa cristiana di 20 credenti, abbiamo incontrato due famiglie cristiane che sono fuggite da Afrin quando l’FSA e l’esercito turco l’hanno invasa. Dopo il servizio di culto, abbiamo parlato con i Cristiani di Afrin, una madre e suo figlio di 18 anni, Baran, suo genero e sua figlia incinta. Erano fuggiti da Afrin appena l’FSA e i Turchi avevano assalito la città e la regione, uscendo e salvando a malapena le loro vite. La madre ci ha detto che c’erano più di 3000 Cristiani che vivevano ad Afrin, ma adesso quasi tutti sono fuggiti. Conosce solo due persone rimaste: suo marito che era troppo malato per camminare e un altro uomo ferito durante gli attacchi.
Mentre tratteneva le lacrime, raccontava: “Sono cristiana. Mio marito era troppo malato per uscire e fuggire [con noi] e ora si nasconde in Afrin. Ho solo mio figlio e mia figlia rimasti con me e nient’altro al mondo. Potete aiutarci? Grazie per essere venuti a trovarci e per l’aiuto che ci avete dato. Preghiamo con voi per la risposta di Dio e confidiamo in Lui.”
L’FSA e i Turchi hanno invaso Afrin in una serie brutale di attacchi di fanteria, sostenuti da artiglieria, elicotteri da combattimento e jet-caccia. Centinaia di civili sono stati uccisi e case distrutte. Molte delle forze curde YPG sono state uccise e gli altri costretti a ritirarsi. L’FSA e i turchi hanno circondato, uccidendo e saccheggiando. Le persone hanno cercato di fuggire.
“I nostri peggiori timori sono stati confermati quando è stata instaurata la legge della Sharia, le case saccheggiate e le persone che hanno resistito messe a morte. Noi Cristiani e la maggior parte dei 35.000 Yazidi siamo fuggiti, temendo un annientamento simile a quello avvenuto a Sinjar, in Iraq “, ha continuato la madre. Ha continuato poi raccontandoci come una donna sia stata catturata dall’FSA, violentata e poi uccisa e un video poi inviato al marito della donna.
“Anche mia nipote, una bambina piccola è stata uccisa”, ci ha detto. “Il suo nome era Riven Khandofan Hamdoush ed è stata uccisa vicino a noi nel villaggio di Kafarganeh. Il villaggio si trova ai margini della città di Afrin. Il 27 aprile 2018, quando la piccola giocava per strada, fu uccisa a colpi di arma da fuoco quando le fazioni islamiche litigavano tra loro sulla proprietà. Ecco la sua foto.” “Siamo molto tristi e ci sentiamo senza speranza, ma rimaniamo vicini a Gesù e mettiamo la nostra speranza in Lui. Io ero musulmana, ma quattro anni fa mi sono stancata e ho chiesto a Gesù di aiutarmi. La maggior parte della mia famiglia è ancora musulmana ma questo non li ha risparmiati dagli attacchi. Mia nipote che è stata uccisa era musulmana con genitori musulmani”.
Militanti del FSA nelle loro posizioni a nord di Manbij.
La chiesa del “Buon Pastore” in Afrin
Il figlio Baran ha continuato raccontandoci della chiesa di Afrin: “La Chiesa del Buon Pastore è stata occupata dall’FSA e dall’esercito turco. Le fazioni armate dell’occupazione turca combatterono tra loro per il controllo e la confisca della chiesa. I combattimenti che hanno avuto luogo tra le due fazioni di “Sultan Murad” e l'”Esercito dell’Est” si sono conclusi con un accordo tra le due parti sulla spartizione dell’edificio della chiesa e degli edifici circostanti e dei suoi beni. Hanno bruciato l’interno della chiesa e hanno scritto i nomi delle loro fazioni sui muri esterni. Prima dell’arrivo dell’FSA e dei turchi, oltre 250 famiglie cristiane erano ancora nel centro della città di Afrin e nei villaggi circostanti. Prima che Afrin fosse sopraffatto, il prete della chiesa, il Rev. Valentin Hanan, ha rilasciato una dichiarazione angosciata alla comunità internazionale dopo l’inizio dell’attacco turco ad Afrin. Ha chiesto l’urgente protezione internazionale dei credenti in Afrin e la cessazione dei bombardamenti turchi. Ha detto: “In questo momento siamo sottoposti a pesanti bombardamenti e le fazioni islamiche promettono di entrare nella regione e noi come chiesa chiediamo anzitutto al Signore la protezione e poi ai fratelli di pregare e aiutarci”.
Dei circa 3.000 Cristiani nell’area di Afrin, il reverendo Hanan ha detto che c’erano 190 famiglie nel centro della città di Afrin, 45 famiglie nella zona di Gendressa e 15 famiglie nella zona di Maabtli. Ora che l’occupazione è completa, non sono rimasti quasi più Cristiani. “
Gli Yazidi di Afrin raccontano gli orrori che hanno affrontato.
In questa missione di soccorso, abbiamo incontrato alcuni degli Yazidi che erano fuggiti da Afrin quando l’FSA e i turchi hanno attaccato. C’erano 68 famiglie che vivevano tra le macerie di un villaggio cristiano abbandonato vicino a Tel Tamir. La chiesa, una volta magnifica, è stata distrutta dall’ISIS e tutti i Cristiani sono spariti. Una volta che l’ISIS è stato sconfitto qui l’anno scorso, ai Cristiani proprietari di edifici, molti dei quali sono attualmente fuori dalla Siria, è stato chiesto se gli Yazidi potessero rimanere nelle loro case. Hanno risposto che gli Yazidi erano benvenuti nel villaggio e così gli Yazidi si sono trasferiti, scegliendo tra le case meglio conservate, rattoppando buchi nei tetti e nei muri.
Uno degli uomini Yazidi ci ha detto: “Non c’è modo di rimanere di nuovo in Afrin. L’FSA ha fatto sapere che ci avrebbero fatto lo stesso che è stato fatto dall’ISIS al popolo Yazidi di Sinjar. Avrebbero ucciso tutti gli uomini e schiavizzato le donne. Abbiamo dovuto fuggire. Perché nessuno ci ha aiutato? Non sono state sufficienti le morti di migliaia di Yazidi a Sinjar e in altre parti dell’Iraq? Dov’era l’America? Dov’era il mondo? Abbiamo perso tutto e non possiamo tornare indietro. Migliaia di musulmani provenienti dall’esterno dell’area vi si sono installati e ci hanno preso casa e terra. Cosa ne sarà di noi? “
Avevamo i cuori spezzati e annuimmo con simpatia. Poi uno degli uomini Yazidi disse: “Questo potrebbe farti arrabbiare, ma dovresti sapere che noi tutti incolpiamo l’America per questo”. Ho pregato per capire come rispondergli e ho detto: “L’America non ha fatto questo. Non dobbiamo incolparla degli attacchi e delle vostre perdite.”   L’uomo aprì la bocca per rispondere ma io continuai: “Ma dobbiamo incolparla di non averli fermati, mentre avremmo potuto farlo. Lo abbiamo lasciato accadere e non abbiamo fatto nulla per fermare l’FSA e i Turchi. Non abbiamo dato l’aiuto necessario alle persone che sono fuggite. Mi dispiace molto. Per favore perdonaci e prega per noi. L’America non è Dio né è il diavolo. Siamo persone. Le persone non possono risolvere ogni problema, ma possiamo rispondere a quelli che abbiamo di fronte come possiamo. L’America è in Siria, sarebbe stata in grado di aiutare e non l’ha fatto. Mi dispiace. Per favore prega che il Governo Americano cambi le sue idee e vi aiuti. Ci sono molti in America che vi hanno a cuore e siamo stati mandati qui da loro “.
Potevo sentire il dolore che queste persone provavano e l’evidente disperazione della situazione. Potevo vedere il dolore nei loro occhi.
La disperazione e l’impotenza non possono peggiorare più di così. Non dimenticherò mai le lacrime della donna Yazida che mi ha parlato dei suoi ulivi. Era stata un’ingegnere civile di successo e quando i suoi tre figli crebbero e divennero indipendenti, iniziò la sua fattoria di olio d’oliva. Mi ha raccontato di come i suoi alberi fossero come i suoi figli. Mi ha detto del dolore che stava provando. I suoi alberi si sentivano come suoi figli e così quando è fuggita le sembrava che stesse abbandonando i suoi figli a essere incendiati e ridotti in cenere. Il mondo non ha fatto nulla per salvare i suoi alberi. E non ha fatto nulla per salvare lei o i suoi figli ….
Dave, famiglia e squadre.

Ora pro Siria

Le Monache Trappiste e il compito della ‘nuova Siria’

Incontriamo suor Marta, superiora delle Monache Trappiste di Azeir, durante la breve visita che sta svolgendo in Italia alla Comunità ‘madre’ di Valserena nel giugno 2018
OraProSiria: Suor Marta, ci racconti come sta andando avanti la vostra presenza, quello che avete costruito, quali sono i vostri progetti, desideri, e lo sguardo che ha su di voi la gente che incontrate ogni giorno..
E poi ciò che voi intravvedete come necessità di questo popolo, in questo che appare sempre più come uno scenario che va verso la fine della guerra, quello che a voi sembra importante in questa fase di fine conflitto sia dal punto di vista della Chiesa che dal punto di vista della società. Quindi quale può essere ora il vostro compito sia come religiosi che come Chiesa locale?
Suor Marta: quello che noi viviamo giorno dopo giorno è proprio la presenza, cioè l’essere lì. Siamo molto contente perché gli ospiti arrivano sempre più numerosi, si passano la voce gli uni con gli altri e quindi poco a poco, pur secondo le nostre limitate possibilità di accoglienza che non sono enormi, vediamo che le persone che vengono al monastero trovano un luogo di riposo, di incontro e anche di riflessione. E in questo momento per la Siria è in atto un cambiamento, non voglio parlare delle ingerenze esterne e delle pressioni ai confini che permangono a motivo delle varie situazioni internazionali, però all’interno la Siria si sta stabilizzando, lo Stato siriano sta ritrovando la sua unità: anche il fatto che si possa andare in macchina da Damasco ad Aleppo dice molto di questa normalizzazione.
È chiaro che dobbiamo fare i conti con tutta la distruzione che si è creata, le sanzioni internazionali che ci soffocano, la mancanza di materie prime e di scambi, e quindi si vive una grande privazione, molto bisogno materiale, ma noi sentiamo che dentro questo pesante bisogno la gente ha un bisogno spirituale, spirituale in senso lato cioè come tempo dello spirito e di preghiera, di ritrovare una motivazione profonda alla dimensione umana ferita che questa guerra atroce ha creato, come umiliazione e poco rispetto della persona. Tutto questo chiede delle risposte, chiede una riflessione su cosa vuol dire essere uomini, essere credenti, di qualunque fede si sia. Mi sembra che oggi in Siria questo sia uno dei compiti più importanti: che senso ha costruire LA’ un uomo!
Ma non solo: costruire INSIEME questa umanità che vogliamo vivere: questo non si riduce solo alla possibilità pur importante di studiare, lavorare, di un progresso economico e sociale, ma anche di un umanesimo che può attingere a un patrimonio immenso di cultura e di tradizione, che, anche se è stato distrutto nell’immagine e nel patrimonio storico-artistico, riguarda per lo più la distruzione delle pietre; però l’anima e la cultura che sono alla radice della Siria, continuano ad essere delle fonti preziose per questo umanesimo.
Da parte nostra la cosa importante per ora è l’accoglienza, che come dicevo si sta ampliando, anche se abbiamo ancora da costruire il nostro monastero, e questo è importante perché la nostra spiritualità non è una spiritualità solo di idee ma è incarnata: restare in un posto vuol dire anche investire sugli spazi, sui tempi, sul lavoro. Solo questo investire su una progettualità rende possibile pensare al futuro, alla ricostruzione. Così adesso è la Siria: alcune persone che tornano, piccole iniziative di lavoro, realtà di collaborazione che si stanno creando pur passando attraverso faticosi cammini di riconciliazione. Per questo occorre investire molto su una progettualità di pensiero. In questo le Chiese e i cristiani hanno un grosso compito, che è il loro proprio compito, di stimolare un pensiero e una coscienza di senso.
OPS: Perché è importante che i Cristiani non se ne vadano, come continuano a chiedere i Vescovi Siriani? Cosa convince un Cristiano a giocare la sua permanenza in un paese come la Siria o come altri paesi del Medio Oriente che stanno vedendo invece un esodo massiccio?
Suor Marta: Sì, potrebbe sembrare disumano chiedere alle famiglie cristiane di restare, perché di prospettive di lavoro, di carriere appaganti, di successo, non se ne vedono. Occorre essere chiari: non si può rimproverare nessuno per le scelte che fa; è comprensibilissima la preoccupazione di un genitore per i propri figli. Di solito è il pensiero del loro avvenire la molla che spinge ad andarsene, più che un egoismo personale, è proprio il cercare un futuro per i propri figli che è una cosa rispettabilissima. Allo stesso tempo i Cristiani sono di fatto l’anello che permette in molte situazioni la riconciliazione, sì, i Cristiani sono l’anello di congiunzione nella grossa divisione che si è creata a livello confessionale nella società siriana. Quindi questo è il primo fattore importante di cui i Cristiani sono portatori. Ma soprattutto, non è disumano chiedere di restare: tutto dipende dal tipo di umanità che vogliamo realizzare; se noi pensiamo che non solo in Siria ma in tutto il mondo oggi c’è una grossa battaglia che si gioca rispetto a una umanità nuova, che sia radicata su ciò che rende veramente uomini. È quello che chiediamo ai nostri giovani: “cosa vi impedisce di essere veramente uomini e donne qui in Siria?”. Anzi, forse la povertà di mezzi ci stimola a riscoprire i valori veri di un’umanità non come un fatto emotivo, una voglia, uno slancio al ‘vogliamoci bene’, ma la capacità di generare un tipo umano con un pensiero, una consapevolezza di ciò di cui consiste veramente l’uomo. Noi in Occidente abbiamo ridotto il lavoro al guadagno, alla sicurezza e alla molteplicità delle esperienze; mentre il lavoro è la prima espressione dell’uomo che si mette alla prova, si conosce e si sperimenta nei propri limiti e nelle proprie possibilità, s’inventa e crea. Possiamo restare, se crediamo che è possibile fare un’esperienza dell’umano come ciò che veramente realizza, perché la domanda vera è: che cosa realizza realmente la persona?
OPS: Oggi si ha molta paura del fondamentalismo che sembra sempre più pervadere il mondo islamico. Il popolo siriano ha la possibilità di resistere al virus del fanatismo?
Suor Marta: Credo proprio di sì, nella misura in cui ascolta l’esperienza che ha fatto, Oggi in tanti siriani c’è una sorta di stupore nel constatare una diffusione del fondamentalismo che non si credeva così forte nella sua propagazione, perché al di là del fondamentalismo organizzato dal paesi stranieri c’è qualcosa che ha attecchito anche nel pensiero di alcune persone e questa è la cosa che spaventa di più. Però quest’esperienza ha posto anche molti interrogativi: noi conosciamo molte persone che di fronte alla loro stessa fede nell’Islam si sono poste molte domande e quindi cercano ora un modo vero di vivere la loro fede, un modo più tollerante, un modo che è comunque aperto ad altre esperienze; certo non bisogna darlo per scontato, bisogna lavorare, bisogna dialogare, bisogna non avere paura di creare spazi di riflessione. Non è automatico ma io vedo che c’è una volontà, un desiderio di andare al fondo del vivere insieme quella diversità che ha caratterizzato questo paese, non bisogna però darlo per scontato, bisogna trovare il modo di lavorarci e farlo crescere.
OPS: Per quanto sperimentate voi, il governo siriano ha mantenuto quella sua tipica laicità che lo ha reso per decenni un’esperienza di convivenza particolare, quella per cui ancor più oggi si auspica che anche nella nuova Costituzione sia sempre più chiara la distinzione tra religione e forma di governo?
Suor Marta: Noi fin da quando siamo arrivate abbiamo sperimentato questa caratteristica della Siria: prima di tutto si è Siriani, la religione è un’altra cosa. E questa è una linea che permane, che noi sentiamo e che viene portata avanti: certo ora occorre fare i conti con le fratture che si sono create, perché purtroppo questa guerra ha minato questa coscienza dell’essere insieme, però questa coscienza dell’essere anzitutto Siriani non è stata distrutta, e il governo sta lavorando in questo senso, così come tutte le persone di tutte le religioni impegnate in un’ottica di ricostruzione sociale sono impegnate in questa direzione.

Ora pro Siria

Le misure coercitive unilaterali rafforzano la crisi umanitaria in Siria

Dichiarazione di Idriss Jazairy, relatore speciale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra su “gli effetti negativi delle misure coercitive unilaterali sull’esercizio dei diritti umani”, alla fine della sua missione nella Repubblica Araba Siriana.

L'immagine può contenere: una o più persone, scarpe e spazio all'aperto

Idriss Jazairy, relatore speciale sull’effetto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, ha visitato la Siria dal 13 al 17 maggio 2018 su invito del governo siriano. Alla fine del suo viaggio, era profondamente preoccupato di come vengono applicate le sanzioni unilaterali. Una delle conseguenze è il rifiuto dell’aiuto umanitario di emergenza per il popolo siriano; le sanzioni aggravano la crisi umanitaria in Siria e riguardano soprattutto le popolazioni più fragili. Idriss Jazairy ha annunciato che nel settembre 2018 apparirà il suo rapporto dettagliato contenente i suoi risultati e le sue raccomandazioni.
Pubblicato in inglese da   Ohchr.org 

Traduzione:  OraproSiria 

Osservazioni preliminari e raccomandazioni
Vorrei iniziare questo incontro esprimendo la mia gratitudine al governo della Repubblica araba siriana per il suo invito a visitare il paese e per la franchezza e la disponibilità che ha dimostrato e che hanno facilitato gli incontri della mia missione. Vorrei anche ringraziare l’ufficio del coordinatore residente, i membri della squadra nazionale delle Nazioni Unite e l’ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani per il loro prezioso sostegno.
Il Consiglio per i diritti umani mi ha incaricato di monitorare gli effetti negativi delle misure coercitive unilaterali sull’esercizio dei diritti umani, di riferire e formulare raccomandazioni. In diverse occasioni, le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per l’uso di tali misure che potrebbero essere in conflitto con il diritto internazionale, il diritto internazionale umanitario, la Carta delle Nazioni Unite, le norme e i principi che governano relazioni pacifiche tra Stati.
Durante la mia visita, ho avuto l’onore di essere ricevuto da ministri, vice ministri e alti funzionari dei Ministeri degli Affari Esteri e degli Espatriati, dell’Economia e del Commercio, Amministrazione locale e Ambiente, del Lavoro e Affari Sociali, Trasporti, Agricoltura e riforma agraria, dell’Elettricità e della Sanità. Ho anche incontrato la direzione della commissione per la pianificazione e la cooperazione internazionale, l’ufficio centrale di statistica, la Camera di Commercio e il governatore della Banca centrale.
Il personale della società civile, le organizzazioni umanitarie e gli esperti indipendenti mi hanno dato delle guide. Infine, sono grato anche per i numerosi corpi diplomatici che hanno condiviso le loro opinioni con me durante la mia visita. Ho apprezzato molto i briefing della Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale a Beirut prima della mia visita.
Lo scopo di questa missione era di esaminare fino a che punto le misure coercitive unilaterali dirette alla Repubblica araba siriana indeboliscano la piena realizzazione dei diritti sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani e in altri strumenti internazionali sui diritti umani.  Presenterò il mio rapporto completo al Consiglio per i diritti umani nel settembre 2018. Questo rapporto contiene le mie osservazioni preliminari sui risultati della mia visita.
Ho esaminato la situazione della Repubblica araba siriana in quanto obiettivo di misure coercitive unilaterali da parte di diversi Stati. Ho analizzato le prove rilevanti e ho cercato di valutare l’impatto attuale di tali misure sul popolo siriano. Uno Stato ha istituito misure coercitive unilaterali nel 1979, che sono state rafforzate negli anni successivi. Un gruppo più ampio di Stati ha iniziato ad applicare misure simili nel 2011.
Le misure collettive richiedono un divieto di commercio per l’importazione e l’esportazione di vari servizi e beni. Ciò include anche i trasferimenti finanziari internazionali. La sovrapposizione di diversi gruppi di misure collettive settoriali, unitamente all’introduzione sistematica di restrizioni finanziarie, equivale al loro impatto complessivo sull’imposizione di restrizioni più ampie sulla Siria. Sono state inoltre attuate misure complementari rivolte a persone in base al loro rapporto con il governo.
Per la loro natura globale, queste misure hanno avuto un effetto devastante sull’intera economia e sulla vita quotidiana delle persone comuni. Ciò ha esacerbato le loro sofferenze a causa della devastante crisi che si è sviluppata dal 2011. Distinguere gli effetti delle misure coercitive unilaterali di questa crisi pone molte difficoltà, ma ciò non sminuisce in alcun modo la necessità di ripristinare i loro diritti umani fondamentali nel loro insieme.
È chiaro che la sofferenza inflitta da misure coercitive unilaterali ha aumentato la sofferenza causata dal conflitto. In effetti, ironia della sorte, queste misure attuate dagli Stati di origine senza preoccuparsi dei diritti umani, attualmente contribuiscono al deterioramento della crisi umanitaria come una conseguenza fortuita.
Il drammatico aumento della sofferenza del popolo siriano
L’economia siriana continua a deteriorarsi a un ritmo allarmante. Dopo l’applicazione delle misure coercitive nel 2011 e l’inizio dell’attuale crisi, il PIL annuo totale della Siria è diminuito di due terzi. Le riserve in valuta estera sono state esaurite e le attività finanziarie internazionali e altre attività continuano a essere congelate. Nel 2010, 45 lire siriane erano scambiate a un dollaro; nel 2017, il tasso è sceso a 510 lire per dollaro. L’inflazione è aumentata drasticamente dal 2010, con un picco dell’82,4% nel 2013; il prezzo del cibo è aumentato durante questo periodo. La combinazione dei fattori ha portato alla devastazione delle condizioni di vita della popolazione che era già stata danneggiata dal conflitto. Questo fenomeno riguarda in particolare la metà dei siriani attivi che ricevono uno stipendio fisso.
Conseguenze non intenzionali delle misure coercitive unilaterali
Questo danno all’economia ha avuto effetti prevedibili sulla capacità dei siriani di comprendere la loro economia e i loro diritti sociali e culturali. Gli indici di sviluppo umano siriano sono tutti crollati. C’è stata una crescita vertiginosa del tasso di povertà tra i siriani ordinari.  Mentre non c’era insicurezza alimentare prima dello scoppio della violenza, nel 2015 il 32% dei siriani ne è stato colpito. Allo stesso tempo, la disoccupazione è aumentata dall’8,5% nel 2010 a oltre il 48% nel 2015.
Restrizioni bancarie
Le preoccupazioni onnipresenti di cui ho sentito parlare durante la mia missione riguardano gli effetti negativi delle restrizioni finanziarie su tutti gli aspetti della vita siriana. Le restrizioni della Banca centrale, delle banche pubbliche e delle banche private, nonché delle transazioni nelle principali valute internazionali hanno eliminato la capacità di chiunque di fare affari a livello internazionale.
Pur avendo teoricamente incluso “deroghe umanitarie”, nella pratica queste si sono rivelate costose ed estremamente lente.
L’incertezza sul fatto che le transazioni violino o meno le misure coercitive unilaterali ha portato a un “raffreddamento” di banche e aziende che sono, quindi, riluttanti o incapaci di fare affari con la Siria. Ciò ha impedito alla Siria, alle multinazionali, agli attori non governativi (compresi quelli che lavorano solo nel campo umanitario) e ai cittadini siriani di condurre transazioni finanziarie internazionali (anche per beni legalmente importati) , ottenere credito o, per attori internazionali, pagare salari o pagare imprenditori in Siria.
Ciò ha costretto i siriani a trovare alternative, come il hawala [un sistema tradizionale di pagamento informale nel mondo arabo, ndr], causando la circolazione di milioni di dollari attraverso costosi intermediari finanziari che a volte si sono rivelati parte di organizzazioni terroristiche. Questi canali, che non sono trasparenti, non possono essere controllati e aumentano il costo della transazione, e rimangono l’unico modo per operare a livello internazionale per le società e gli attori più piccoli nella società civile siriana.
Assistenza medica
La Siria offre un accesso universale e gratuito all’assistenza sanitaria a tutti i suoi cittadini. Prima dell’attuale crisi, godeva di uno dei più alti livelli di assistenza nella regione. Le richieste create dalla crisi hanno travolto il sistema e causato un livello eccezionalmente elevato di bisogno. Nonostante ciò, le misure restrittive, in particolare quelle relative al sistema bancario, hanno influenzato la capacità della Siria di acquistare e pagare farmaci, attrezzature, pezzi di ricambio e software. Sebbene in teoria vi siano esenzioni, in pratica le società internazionali private non sono pronte a superare gli ostacoli necessari per garantire di poter trattare con la Siria senza essere accusate di violare inavvertitamente misure restrittive.
Migrazione e “fuga di cervelli”
Sebbene la situazione della sicurezza sia un fattore determinante nel flusso migratorio della Siria, bisogna sottolineare che il drammatico aumento della disoccupazione, la mancanza di offerte di lavoro, la chiusura delle imprese a causa dell’impossibilità di ottenere materie prime, macchinari o esportazione dei loro beni hanno tutti contribuito all’aumento dell’emigrazione dei siriani. Alcuni Stati “accoglienti” hanno selezionato migranti qualificati e hanno esercitato pressioni sui meno fortunati per tornare in Siria. La “fuga di cervelli” ha indebolito particolarmente le industrie mediche e farmaceutiche, proprio nel periodo peggiore per la Siria.
La fine anticipata dell’attuale conflitto non metterà fine al flusso di migranti, specialmente in Europa, data la saturazione dei paesi vicini. È probabile che tali flussi continuino fino a che le misure coercitive unilaterali impediranno alle autorità siriane di risolvere i problemi urgenti connessi alle infrastrutture sociali ed economiche, come il ripristino delle forniture di acqua ed elettricità.
Divieto di commercio di attrezzature e pezzi di ricambio
Il divieto di commercio di attrezzature, macchinari e pezzi di ricambio ha spazzato via l’industria siriana. I veicoli, comprese le ambulanze, i camion dei pompieri e le macchine agricole mancano di pezzi di ricambio. Pompe idriche difettose compromettono gravemente l’approvvigionamento idrico e riducono la produzione agricola. Le centrali elettriche non funzionano più e le nuove non possono essere costruite o mantenute, il che causa interruzioni di corrente. Macchine complesse, che richiedono manutenzione da parte di tecnici internazionali, non funzionano più e danneggiano dispositivi medici e macchinari di fabbrica. Gli aerei civili non sono più in grado di volare in sicurezza e gli autobus di trasporto pubblico sono in uno stato disdicevole. A prescindere dai motivi che i Paesi di origine adducono per giustificare la restrizione dei cosiddetti beni a duplice uso, devono essere compiuti sforzi maggiori per garantire l’autorizzazione dei beni chiaramente destinati all’uso civile e per garantire che possano essere finanziati.
Embargo sulla tecnologia

A seguito di misure coercitive unilaterali, i siriani non sono in grado di acquisire molte tecnologie, compresi telefoni cellulari e computer. Le società di software, le società tecnologiche e il software bancario e finanziario sono dominati dagli americani e sono vietati in Siria. È quindi difficile trovare alternative, il che ha paralizzato o perturbato ampie sezioni di istituzioni siriane.

 Istruzione e formazione

La mancanza di supporti, di acqua e di forniture energetiche, così come la mancanza di materiale didattico che ritarda la ricostruzione delle scuole, ha impedito a 1,8 milioni di bambini di andare a scuola. La capacità dei siriani di contribuire alla comunità internazionale è stata seriamente compromessa. I siriani sono stati esclusi dai programmi di scambio educativo internazionale e incontrano grandi difficoltà nell’ottenere un visto, il che impedisce a molti di loro di studiare o di viaggiare all’estero, di espandere la loro formazione e competenze o di partecipare a conferenze internazionali. Ritirando i loro servizi consolari dalla Siria, i Paesi hanno costretto i siriani, compresi i più poveri, a recarsi nei paesi vicini per inoltrare tali domande, sottoponendoli a costose restrizioni d’ingresso.
Conclusione

Sono profondamente preoccupato che le misure coercitive unilaterali contribuiscano all’attuale sofferenza dei siriani. Proclamare la necessità di estendere misure coercitive in vista della protezione della popolazione o dell’agevolazione di una transizione democratica è difficilmente compatibile con le sofferenze subite sul piano umanitario ed economico. È giunto il momento di chiedersi se queste conseguenze non intenzionali non siano più gravi di quelle ragionevolmente accettabili per gli stati democratici. A prescindere dagli obiettivi politici, devono esserci modi più umani di raggiungerli, nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Data la complessità del sistema di misure coercitive unilaterali in vigore, occorrerebbe un approccio graduale per affrontare la deplorevole situazione dei diritti umani in Siria oggi. Ciò implicherebbe un approccio sequenziale che soddisferebbe i bisogni umanitari di base delle persone in tutto il paese, senza precondizioni, quando si tratta di vita o di morte. Un primo passo potrebbe integrare l’urgente necessità di sicurezza alimentare, che riguarda quasi un terzo della popolazione. Il secondo passo deve essere tradotto in misure efficaci sul terreno, gli Stati di origine devono rispettare i loro impegni e adempiere ai loro obblighi autorizzando esenzioni umanitarie, in particolare per le transazioni finanziarie. Infine, deve esserci una discussione seria sulla riduzione delle misure coercitive unilaterali, a partire da quelle che hanno l’effetto più scioccante sulla popolazione, così che queste promuovano la costruzione della fiducia tra le parti, con, obiettivo finale, la rimozione delle misure coercitive unilaterali. Spero che questo briefing  e la mia prossima relazione contribuiscano a tal fine.
Grazie. 

Ora pro Siria

Le proteste sociali in Giordania e l’accordo nel sud della Siria

di Scarlett Haddad (OLJ)
Traduzione: OraproSiria

Le proteste sociali in Giordania occupano attualmente una parte importante delle notizie regionali. Mentre il loro catalizzatore è stato indubbiamente il decreto sulle nuove tasse, la maggior parte dei media arabi collega questi movimenti con l’accordo che sta per essere raggiunto nella regione meridionale della Siria, come anche con quello che si sta definendo “l’accordo del secolo” sul conflitto israelo-palestinese. 
I media del Qatar mettono in causa direttamente i servizi degli Emirati Arabi Uniti e Sauditi nell’attizzare i conflitti sociali in Giordania, ma queste accuse possono essere parte del conflitto tra questo emirato e i Sauditi e i loro alleati. Tuttavia, rapporti diplomatici arabi suggeriscono che le proteste sociali sono più o meno legate agli sviluppi nella regione, in particolare in Siria. Secondo questi rapporti, il Regno hashemita avrebbe da qualche tempo preso le distanze dal campo americano-saudita in Siria. Non solo il quartier generale operativo in Giordania, che negli ultimi anni aveva svolto un ruolo importante nell’addestramento e nella formazione delle forze di opposizione siriane, ha cessato le operazioni, ma ancor più, lo Stato Giordano ha recentemente deciso di “normalizzare” i suoi rapporti con la Siria, attraverso la riapertura del valico di Nassib (il più importante tra i due paesi) per ragioni principalmente economiche, poiché questo passaggio può portare al Tesoro giordano quasi 400 milioni dollari al mese in entrate doganali, secondo le stime. In altre parole, la Giordania non vuole più che i piani contro il regime siriano passino attraverso il suo territorio. Ciò costituisce una posizione avanzata che rafforza la posizione di Damasco nel sud, in particolare nella provincia di Deraa. 
Secondo i rapporti diplomatici di cui sopra, la posizione della Giordania probabilmente faciliterà la conclusione di un accordo russo-israeliano per quella parte della Siria che prevede l’accettazione da parte degli israeliani dello spiegamento dell’esercito siriano nel sud, al confine del Golan occupato, in cambio del ritiro delle forze alleate (Iran e Hezbollah) dalla suddetta regione. 

Questo accordo, che inciampa ancora sul ritiro degli Stati Uniti dalla base di Tanaf situata sul confine siriano-iracheno ma vicino alla Giordania (una condizione posta da russi e siriani), è stato presentato come una vittoria per gli Israeliani che ottengono così il il ritiro degli Iraniani e degli Hezbollah dall’adiacente area del Golan, dove questi ultimi avevano affermato di voler creare una forza di resistenza per riproporre uno scenario simile a quello accaduto nel sud del Libano. Questo è il motivo per cui i suddetti reports diplomatici prevedono un’azione israeliana presso gli Americani a favore della conclusione di questo accordo. 

Sempre secondo gli stessi rapporti, gli Israeliani hanno bisogno di questo accordo per soffocare la possibilità che si crei un fronte permanente e attivo lungo le Alture del Golan. Soprattutto perché non hanno ancora digerito gli ultimi sviluppi in questa regione, in particolare quello che il Segretario Generale di Hezbollah ha definito in uno dei suoi discorsi “la notte dei missili”. Durante quella notte, furono lanciati 48 missili dal territorio siriano verso posizioni israeliane nel Golan. Gli israeliani riconobbero solo il lancio di 20 missili, assicurando che la maggior parte di essi fu intercettata. Ma secondo Hassan Nasrallah, il loro numero è molto più alto e hanno raggiunto obiettivi militari israeliani importanti e segreti, installati nel Golan occupato e destinati a monitorare le attività delle forze avversarie. Inoltre, gli Israeliani non sono ancora riusciti a determinare l’identità di coloro che hanno lanciato i missili (esercito siriano, Iraniani o Hezbollah). Ciò aumenta ulteriormente la loro confusione, poiché hanno ammesso che la loro forza aerea non può più sorvolare e bersagliare impunemente obiettivi in Siria da quando uno dei suoi aerei militari è stato abbattuto da un missile lanciato dal territorio siriano. Gli Israeliani quindi hanno tastato il terreno e ottenuto risposte che non li hanno affatto rassicurati. Questo è il motivo per cui ora considerano che un ritorno alla situazione prebellica in Siria sia preferibile per la stabilità nel Golan. È in questo contesto che chiedono il dispiegamento dell’esercito siriano nel sud del paese per rilanciare il cessate il fuoco che era in vigore in precedenza e che è stato in linea di principio garantito dalle Forze di Pace delle Nazioni Unite. Questa rivendicazione, presentata come una vittoria, è in realtà un riconoscimento del fallimento di tutti i tentativi di rovesciare il regime siriano e del piano di aiuto alle forze dell’opposizione siriana che è durato quasi sette anni. Mostra anche che, nonostante le loro minacce, gli Israeliani temono l’apertura del fronte del Golan e la presenza di forze dell’asse della resistenza in quest’area. 

In questo contesto, la richiesta di ritiro delle forze iraniane e alleate dal sud della Siria non è una vittoria ma un desiderio di calma, per essere in grado di concentrarsi sulla questione israelo-palestinese e l’esecuzione del famoso “accordo del secolo” proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo quanto si sa circa il piano americano, Gerusalemme non dovrebbe più essere reclamata dai Palestinesi e sarà consacrata capitale dello Stato ebraico.  Questo sarebbe anche l’altro motivo del desiderio di “punire” la Giordania che rifiuta questa disposizione, perché essa è il “guardiano dei Luoghi Santi” di Gerusalemme. Dossier da seguire …  

https://www.lorientlejour.com/article/1119625/les-protestations-sociales-en-jordanie-et-le-deal-dans-le-sud-de-la-syrie.html
Ora pro Siria

In che modo l’Occidente usa i rifugiati come arma contro la Siria e la regione?

del Generale Amine Mohamed Htaite – Professore universitario e ricercatore strategico – Beirut
Traduzione: Gb.P.
L’approccio all’argomento dei rifugiati siriani è uno dei più sensibili e delicati per la sua natura e il suo aspetto primario di questione umanitaria il cui oggetto è la sofferenza di popolazioni costrette a lasciare le loro case per sfuggire agli orrori della guerra, come in tutte le guerre e come molti popoli, incluso il popolo libanese. Alcune popolazioni sono diventate sfollate internamente al proprio Paese e alcune, non trovando rifugio nel loro Paese, sono state costrette all’emigrazione. L’emigrazione forzata dei popoli dalla terra è ciò che molti Siriani attualmente stanno vivendo sia all’interno che all’esterno della loro patria.
Tuttavia, l’aspetto umanitario evocato dal massiccio spostamento del popolo siriano durante i sette anni di conflitto ha lentamente ceduto il passo all’aspetto politico legato, in un modo o nell’altro, agli obiettivi primari di coloro che hanno guidato la guerra mondiale contro la Siria. Prendiamo atto con sgomento che coloro che sostengono di preoccuparsi degli sfollati e dei rifugiati, invece di adoperarsi per spegnere il conflitto e riportare a casa i rifugiati, non fanno che alimentare il fuoco. Infatti, dopo il fallimento dei suoi progetti in Siria, l’Occidente, che versa lacrime di coccodrillo sul destino dei rifugiati e la loro sicurezza, si fissa sulla strategia del prolungamento del conflitto e impedisce in tutti i modi il ritorno dei rifugiati nonostante il fatto che l’85% dei territori liberati dall’Esercito Arabo Siriano (SAA) siano sicuri e le aree controllate e stabilizzate dallo Stato siriano siano in grado di ospitare quattro milioni di rifugiati. Il governo siriano ha fatto valere le sue capacità di sicurezza e logistiche di ospitare e prendersi cura di questi rifugiati come aveva già fatto con successo per quattro milioni di sfollati interni ai quali aveva fornito riparo e opportunità di lavoro.
Questo comportamento occidentale, contrario ad ogni logica, basato sul principio dello spostamento e dell’insediamento al di fuori della Siria, ci pone di fronte alla verità nascosta dietro la maschera dell’umanitario. La verità è che lo spostamento forzato stesso è, fin dall’inizio, parte del piano di aggressione. Altrimenti, come si spiegano le tende nei campi della Turchia per migliaia di rifugiati quando non veniva sparato un solo colpo sui suoi confini? Come spiegare la prontezza delle Nazioni Unite nello stabilire un regime speciale per i rifugiati siriani, suggerendo che questa situazione sarebbe durata molto a lungo? Secondo le dichiarazioni di alcuni funzionari di questa organizzazione, si prevedeva addirittura che “la maggior parte delle popolazioni sfollate non tornerà in Siria e che sarà stabilita altrove”.
Per quanto riguarda l’Europa, che presta particolare attenzione alla questione, si può presumere che si stia assicurando che i rifugiati siano sistemati proprio nei luoghi in cui già si trovano in Turchia, in Libano e in Giordania, per timore del loro afflusso nel continente, che potrebbe compromettere la sua sicurezza e stabilità. Questa argomentazione o semplificazione del problema è una giustificazione, certamente meritoria per alcuni aspetti, ma non convincente. In che modo un rifugiato siriano che torna a casa e riprende una vita normale, come è avvenuto con i siriani di Beit Jinn che hanno scelto volontariamente e dignitosamente di tornare alle proprie case, potrebbero danneggiare l’Europa?
Vediamo in questo irrazionale comportamento occidentale solo la tendenza a continuare l’aggressione e il rifiuto di ammettere il fallimento dei suoi progetti in terra siriana. L’Occidente considera i rifugiati come un’arma usata contro la Siria in primo luogo e contro la regione più in generale, per raggiungere obiettivi sotto l’apparenza dell’aspetto umanitario della questione. I più importanti tra questi obiettivi sono:
1) Impedire alla Siria di investire nelle sue vittorie sul terreno: il controllo di oltre l’85% delle aree popolate, il ritorno alla vita normale, la ripresa dell’attività quotidiana, sono la prova materiale della sconfitta degli aggressori.
2) Mantenere alcuni dei Siriani sotto il controllo occidentale e alla sua mercé, per reclutarli contro il loro Paese: l’Occidente, incapace di fornire unità militari per perpetrare la sua aggressione e occupazione della Siria, e per paura delle immancabili perdite contro la Resistenza che se ne occuperà dopo aver completato la liberazione e la pulizia delle aree centrali e intermedie, vuole addestrare unità di combattimento siriane all’estero, sotto il suo comando, che alleggerirebbero il peso di perdite umane e materiali, soprattutto perché i paesi del Golfo sono obbligati a finanziarne i costi.
3) Servire la strategia del prolungamento del conflitto su cui gli Stati Uniti si appoggiano dopo la loro sconfitta in Siria: questo elemento è chiaramente e pubblicamente dichiarato e riconosciuto dagli Stati Uniti e dai suoi agenti occidentali, ritenendo che la fine del conflitto in Siria rappresenti una sconfitta strategica importante che potrebbe ridurre drasticamente la loro influenza in Medio Oriente e persino sloggiarli.
4) Causare un cambiamento demografico in tutti i paesi della regione che aprirebbe la strada a uno spostamento delle frontiere e alla revisione dei confini voluta da Israele: e noi ricordiamo qui la strategia degli Stati Uniti del “caos costruttivo” adottata per ridisegnare un nuovo Medio Oriente basato sulla creazione di stati etnici, comunitaristi, confessionali, settari e razziali; stati deboli che potrebbero essere creati solo attraverso una riconfigurazione demografica derivante dapprima da massicci spostamenti forzati e dalla successiva pianificata implementazione. Ed è proprio su questo punto che la questione dei profughi è un pericolo per la Siria, che diventa anche un pericolo per il Libano e la Giordania. Per quanto riguarda la Turchia, è chiaro che fa parte del piano occidentale che le dà l’opportunità di spostare i suoi confini annettendo territorio siriano; è la sua attuale ambizione per Afrin e sono le sue aspirazioni per l’area di Aleppo da Tell Rifaat a Manbij fino a Jarablus. È per questo motivo che l’Occidente insiste nel collegare la questione dei rifugiati alla soluzione globale. I più accorti comprenderanno questo aspetto.
Per tutti questi motivi, riteniamo che la soluzione del problema degli sfollati vada al di là dei soli interessi siriani e comprenda l’intera regione, in particolare il Libano. Questo problema di spostamento e reinsediamento rappresenta un pericolo per l’unità della Siria, ma anche per l’unità e la sicurezza dei Paesi vicini. Pertanto, il grido che il Libano ha levato contro la dichiarazione di Bruxelles, emanata dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, è un atto difensivo che deve essere seguito e deve unire i Libanesi nel suo rifiuto. Nessuno ha il diritto di rimanere in silenzio perché il silenzio è inaccettabile ed è un segno di tacita approvazione e persino di tradimento contro il Libano.
Riteniamo inoltre che il coordinamento siriano-libanese per risolvere il problema dei rifugiati sia un dovere nazionale che incide direttamente sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano. Qualsiasi individuo o entità o stato che rifiuti questo coordinamento, ostacoli qualsiasi soluzione e impedisca il ritorno dei rifugiati siriani nella loro terra natia, è semplicemente un nemico del Libano. Infine, affermiamo che la risoluzione del problema dei rifugiati, non solo in Libano ma negli altri Paesi ospitanti, e il loro rimpatrio nel loro Paese, è una parte essenziale della battaglia difensiva condotta dal campo dalla Resistenza contro l’aggressione americano-sionista sostenuta dai Paesi arabi della regione. Qualsiasi indulgenza su questo argomento è solo un servizio reso a facilitare l’aggressione contro la regione.

https://reseauinternational.net/comment-loccident-utilise-t-il-les-refugies-comme-arme-contre-la-syrie-et-la-region/
Ora pro Siria

L’UE ha rinnovato le sue sanzioni economiche sulla Siria per il settimo anno consecutivo

«La speranza non si uccide solo con il fucile, ma anche con le sanzioni»

in questo documento si spiega nel dettaglio in cosa consistono le sanzioni UE alla Siria


Riprendiamo la testimonianza delle Monache Trappiste siriane circa l’impatto delle sanzioni sulla popolazione:

“Si sa benissimo che queste misure non colpiscono affatto chi è al potere. Le sanzioni colpiscono la gente, ed in modo durissimo… Niente materie prime per lavorare, niente medicinali, anche per le malattie gravi. Tutto carissimo, i prezzi degli alimenti sono arrivati a dieci volte tanto… Senza lavoro, in un paese in guerra, dilaga la violenza, la delinquenza, il contrabbando, la corruzione, la speculazione, l’insicurezza. Questi, sono i frutti delle sanzioni..
La gente non ne può più. “Benissimo, è proprio questo che si vuole con le sanzioni: esasperare la gente perché faccia pressione sul governo”.
Benissimo?? E CHI lo vuole ? .. OTTO anni di sofferenza della gente, anni di vita tirata con i denti… Provate a immaginare quanti sono OTTO anni per un bambino in crescita? Quanto importanti?
E’ possibile pensare di usare anni di sofferenza della gente per ottenere un risultato politico, strategico? mascherandolo poi come il bene vero della gente stessa? No, non è proprio possibile. E se non sappiamo trovare altri strumenti, allora siamo veramente  indegni di chiamarci paesi democratici.. (cioè, paesi che dovrebbero avere a cuore le sorti del popolo !!!!)
E poi si continuano a mandare soldi, aiuti.. E di questo, va detto con sincerità, qui tutti sono davvero grati, perché l’Occidente sa essere, è davvero molto generoso. Voi stessi che leggete, sì, tante volte avete aperto il cuore.
Ma non è assurdo ? non sarebbe meglio creare lavoro, creare opportunità ? Fermare le speculazioni che aumentano a dismisura i costi ? Far ripartire la vita, ed investire in progetti? ”

Al link di seguito il comunicato UE che informa che le sanzioni dal maggio 2018 sono rinnovate fino al 1 giugno 2019:

Ora pro Siria

Il vescovo di Aleppo Mons. Abou Khazen sulla situazione nella enclave di Ghouta Est

Chiaro il giudizio del vescovo cattolico di Aleppo Mons. Abou Khazen che senza troppi giri di parole, risponde alle domande su ciò che sta accadendo a Ghouta Est. L’intervista è di di Terrasanta.net

I cristiani, Aleppo e la festa di Natale

Pubblichiamo di seguito la testimonianza di Joseph, un amico cristiano di Aleppo che racconta la sua esperienza durante la devastazione della guerra e come la chiesa siriana ha vissuto in questi anni sempre accanto al bisogno; nel riconoscimento di Cristo presente in tutto ed in tutti.

Io mi chiamo Joseph, sono cristiano di Aleppo, abito in quartiere di maggioranza cristiana. Esistono molte parrocchie e chiese nel mio quartiere . Io  appartengo alla parrocchia dei frati minori; sono cresciuto in questa parrocchia e frequento tutte le attività cristiane sin da piccolo. Fino ad un anno fa ero  ancora ad Aleppo poi sono partito, ho vissuto questa guerra per cinque anni in tutti modi, erano tempi terribili, rischiosi. Erano tempi in cui le bombe potevano colpire sempre e in qualsiasi momento. Quando mandavamo il nostro bambino a scuola pregavamo ogni volta che tornasse salvo. La scuola non aveva né corrente , né riscaldamento.

La vita era molto dura, Gesù è morto una volta, noi morivamo tutti i giorni: un missile alla fine ha colpito la mia casa ma io e la mia famiglia ne siamo usciti sani e salvi.

Ho due bambini uno è nato durante la guerra. Prima facevo la guida turistica ma appena è cominciata la guerra ho perso subito il lavoro. Così per mantenere la mia famiglia spendevo una parte del risparmio degli anni lavorativi e un’altra parte mi era fornita dal sostegno della chiesa. Da cristiano durante gli anni di guerra ho vissuto una vita tranquilla senza sentire nessun rischio di persecuzione contrariamente a quanto hanno detto i media.

Noi cristiani siriani siamo da sempre abituati a vivere in convivenza, per tutto il tempo delle ostilità  noi siamo andati sempre a sentire la messa e la chiesa era sempre piena di fedeli e ogni attività presso la parrocchia era attivamente frequentata.

Quest’anno davanti a casa mia è stato montato  l’albero di Natale più grande della città di Aleppo e al momento dell’inaugurazione dell’albero è intervenuto il governatore. E’ stata una grande festa e il mio parroco ha sistemato sulla facciata della nostra parrocchia la famosa croce francescana di Gerusalemme, ciò ha riscosso l’apprezzamento sia dei cristiani che dei musulmani.

La popolazione cristiana siriana è autoctona e vive da sempre in Siria. A causa dell’incremento demografico, la comunità nel corso dei secoli è andata diminuendo rispetto alla comunità musulmana. Essi rappresentano il 12 % prima della guerra, in sostanza i cristiani erano due milioni di su un totale di 26 milioni di abitanti.

La presenza cristiana in Siria risale a circa mille anni fa, dopo che era tramontata l’epoca dei crociati. E’ intorno a quel periodo  che cominciarono ad affluire missionari , che per questo successivamente si diffusero conventi di diverso rito e cominciarono a fiorire vocazioni. Francesco d’Assisi è stato il primo missionario ad essere arrivato in Oriente. Durante la sua visita che avvenne nel 1229, incontrò Re Adele fratello di Saladino.

Attualmente i cristiani di Aleppo sono divisi in nove riti diversi e sono una comunità molto attiva e hanno una presenza notevole. La convivenza con i musulmani per tantissimi anni si è sviluppata in un clima di concordia e fraternità fino a quando non è arrivata la guerra. L’estremismo radicale islamico prima non si palesava anche se esisteva sottotraccia, ma la guerra lo ha fatto emergere in tutta la sua violenza.

A proposito dei cristiani, nella situazione di crisi attuale essi sono scesi di un  4 % rispetto al periodo ante-guerra. Di questi, più della metà sono partiti dall’inizio della guerra, avevano paura  per la violenza nel paese e per il loro destino e quindi hanno lasciato il paese partendo in diversi paesi e in diversi modi.
Tuttavia,  da un anno circa – cioè da quando l’esercito nazionale ha sconfitto i terroristi –   la situazione si è stabilizzata e la sicurezza è aumentata.

Quindi la minoranza cristiana continua a vivere la vita quotidiana abbastanza normalmente. Le difficoltà quotidiane naturalmente permangono: la corrente elettrica che da anni non c’era adesso viene erogata un paio di ore al giorno e per un uguale periodo di tempo l’acqua. Inoltre il gas e il gasolio sono carenti e quando si riescono a reperire, sono molto cari come del resto ogni cosa. A questi problemi si aggiunge la disoccupazione aggravata dal fatto che le fabbriche sono state bombardate o saccheggiate. Quindi la situazione di bisogno è grande: una famiglia media di quattro persone ha bisogno oggi di 250.000 lire siriane al mese (equivalenti a 500 euro circa) per vivere.

A causa di tutto questo, le famiglie non sanno come fare a mantenersi. Tuttavia l’aiuto della chiesa non si è mai fermato dall’inizio della guerra, ed offe un sostegno che copre quasi la metà della cifra che ho indicato. Tutti i di Aleppo inseriti nel programma di sostegno mensile della chiesa ricevono aiuto: ogni famiglia riceve un sostegno proporzionato al numero di componenti del nucleo familiare. C’è da dire che però molti cristiani non accettano l’aiuto perche si sentono umiliati; tanti di loro prima della guerra erano benestanti e dopo la guerra si sono trasformati da benefattori a bisognosi di aiuto.

La chiesa in Siria attualmente è forte più che mai, dato che è da cerniera tra i donatori ed i beneficiari siriani che non hanno più reddito a causa della guerra e fornisce la rete di distribuzione degli aiuti.

E’ degno di nota che la chiesa è rimasta sempre vicino ed ancora oggi è vicina alla sua comunità ed è sempre pronta a mettere a disposizione qualsiasi tipo di aiuto. Come ad esempio un aiuto fondamentale in questo periodo per la ristrutturazione della casa danneggiata dai colpi inferti dalla guerra.

In sostanza, la chiesa concede anche alla sua comunità:

  • vitto
  • borsa alimentari mensile,
  • aiuto materiale per altre spese e le spese della scuola per bambini.
  • latte per neonati.
  • interventi chirurgici.
  • sostegno di gasolio per il riscaldamento.
  • sostegno materiale per pagare abbonamento privato ad avere una linea elettrica e illuminare la casa.
  • un sostegno a comprare mille litri di acqua dal mercato nero.

Oltre a questi aiuti di base, ultimamente la chiesa fornisce anche un sostegno per riavviare un’attività commerciale; un sostegno per i fidanzati che desiderano  sposarsi e quant’tanto altro. In particolare è meritorio gli aiuti che essa fornisce agli anziani: ci sono tante situazioni in cui i figli sono partiti all’estero ed hanno  lasciato indietro i vecchi genitori che non riescono a sostentarsi. In simili tragiche situazioni, la chiesa manda a casa volontari per venire incontro alle loro esigenze.

La chiesa offre l’aiuto anche nella speranza di mantenere i cristiani nel paese e non andarsene. Di conseguenza la gratitudine ed il legame tra i fedeli ed i loro pastori si è rafforzato. Le messe domenicali sono piene più che mai, il catechismo è sempre affollato di bambini delle famiglie cristiane e il parroco non esita a offrire un dolcetto dopo ogni fine attività , un caffè dopo la messa. Però di fronte a tutta questa meritevole attività benefica in genere i religiosi siriani sono anziani e da anni in Siria non arrivano altri preti.

Il rapporto tra le famiglie cristiane e la parrocchia è un rapporto forte e vicino, che forma una sorta di nucleo unico; la guerra ha unito la gente sotto un ombrello fraterno nel bene e nel male.

Come già detto però nel sottofondo  permane il pericolo e si è ancora lontani da una sicurezza completa. Le forze armate siriane non costituiscono una forza sufficiente a concludere immediatamente la guerra. Per far questo occorrerebbe la buona volontà degli Stati Uniti e dell’Europa. Ma siamo lontani da questo visto che si sono rinnovate da poco le sanzioni. Questo scenario  impedisce il progetto della ricostruzione del paese.

Così cinque milioni di sfollati siriani sono ancora sparsi in tutto mondo. Questa massa di persone, 250.000 sono i giovani maschi che sono scappati per non essere chiamati a svolgere il servizio di leva e quindi partecipare ai combattimenti. Quindi nel paese c’è penuria di giovani e ciò renderà anche problematica la  ricostruzione:  manca una moltitudine di figure professionali e in molti settori lavorativi c’è la mancanza di manodopera.

Il percorso per riportare il paese nella situazione anteguerra sarà lungo finchè la situazione non sarà definitivamente stabilizzata.
Per ora pochissima gente è tornata e sta all’estero resta all’estero. Anzi, anche attualmente molti cristiani hanno chiesto l’immigrazione in Canada e in altri paesi mentre altri si sono ricongiunti alle famiglie già residenti all’estero.
La tendenza è ancora quella dell’esodo all’esterno. Tutti preparano la valigia per partire perche nonostante sia finito il pericolo, la pace in Siria tarda ad arrivare e nessuno la può garantire. Inoltre permane la forte incertezza della ricostruzione e tutti i problemi avvenire che questo lungo periodo prospetta.

Però sebbene i cristiani rimasti ad Aleppo nonostante tutto hanno accettato di rimanere, oggi hanno bisogno di aiuto; soprattutto di aiuto morale e spirituale. Hanno bisogno di una mano dall’occidente, ma i cristiani e tutti i siriani indifferentemente sanno che l’ultimamente l’ occidente sostiene il terrorismo. Su internet è facile vedere le immagini degli aiuti umanitari che arrivano in Siria per le famiglie dei terroristi, forniscono questi aiuti per permettere agli uomini di combattere il regime, a questi aiuti settari si aggiungono anche le sanzioni europee contro il popolo siriano.

Un gran numero di jihadisti europei sono venuti ed hanno provocato morte e devastazione. Per queste ragioni il giudizio dei siriani sugli europei non è più molto positivo.

Oggi noi cristiani, dopo la sconfitta dei terroristi abbiamo bisogno di aiuto per non lasciare il paese; anzi desideriamo rimanere nella nostra terra e abbiamo bisogno per questo che gli europei ci aiutino nella ricostruzione degli edifici urbani , nella ricostruzione delle famiglie e della società, favorendo un clima di sicurezza.

E la Siria?

Il silenzio dei mass media su questo Paese Mediorentale ha un solo significato: Assad sta vincendo.

Capita talvolta che un argomento che ha tenuto banco sui mass media per mesi ed anni, improvvisamente scompaia dalle cronache dei mezzi cosiddetti di informazione e cada nell’oblio. Generalmente quando questo avviene vi è una ragione ben precisa: le cose non stanno andando come i cosiddetti “poteri forti” avevano pianificato e l’operazione di camuffamento della realtà attraverso una valanga di menzogne si presenta troppo ardua e rischiosa persino per chi ha il controllo del 90% dei mezzi di informazione occidentali.

183828.p[1]E’ quanto sta avvenendo in Siria. Per anni giornali e televisioni ci hanno detto che il feroce dittatore Assad stava per essere sconfitto da ribelli desiderosi di dare alla Siria una vera democrazia. Corrispondenti televisivi, con le lacrime agli occhi, ci hanno descritto le nefandezze di un regime che, pur di sopravvivere utilizzava le armi chimiche contro il proprio stesso popolo, gassando vecchi, donne e bambini e costringendo milioni di persone a fuggire dal paese.

Nello stesso tempo tutti i commentatori ci hanno sempre assicurato che i ribelli “buoni”, con l’aiuto delle nazioni occidentali e di quegli straordinari esempi di democrazia che sono il Qatar e l’Arabia Saudita, avrebbero prima o poi rovesciato il dittatore restituendo la libertà al popolo siriano.

Una favola sempre più difficile da sostenere a fronte di all’emergere di una realtà ben differente, ma che giornalisti di tutto il mondo hanno continuato a raccontare fino a pochi mesi fa. Poi il silenzio. Perchè? Semplicemente perché il “feroce dittatore”, avversato da USA, Europa, Arabia Saudita, Turchia, Giordania e Paesi del Golfo sta vincendo sia sul piano militare che su quello politico.

Sul piano militare l’Esercito Siriano, appoggiato dagli Hezbollah libanesi e da volontari sciiti iracheni (e probabilmente iraniani), sta riguadagnando il terreno perduto negli anni fino al 2015.

Aleppo ormai è completamente libera. Palmira è stata ripresa e proprio da Palmira è partita l’offensiva che, avanzando verso est, dovrebbe arrivare a rompere l’assedio della città chiave di Der Ezzor. Le forze siriane sono infatti alle porte di Sukhanà, ultimo grande centro tenuto dall’ISIS sulla strada appunto per Der Ezzor. Da nord stanno invece calando i formidabili combattenti della Forza Tigre che hanno riconquistato, partendo da Aleppo migliaia di chilometri quadrati di territorio.

Attorno a Damasco è rimasta una sola grande sacca controllata dagli islamisti, ma le sue dimensioni si stanno riducendo giorno dopo giorno. Anche a sud, nelle regioni da Daraa e Quneitra, malgrado l’appoggio di Usa (e Israele), i cosiddetti ribelli stanno perdendo terreno. La circostanza è significativa perché ancora pochi mesi fa i ribelli sembravano sul punto di conquistare la capitale provinciale di Daraa e da qui marciare verso Damasco che dista meno di cento chilometri. Di questi giorni infine è l’inizio di una operazione congiunta esercito siriano, hezbollah, esercito libanese per riconquistare quella porzione di territorio montagnoSO posto a cavallo tras Siria e Libano chiamato Qalamoun e controllato da varie formazioni islamiste fin da 2013.

Bashar Assad però non sta vincendo solo sul piano militare, ma anche su quello politico e persino dell’immagine. Il fronte internazionale che si era creato contro di lui è ormai a pezzi e quasi più nessuno pretende le sue dimissioni (salvo la Mogherini, ma questo è insignificante come insignificante è l’Europa).

Alcuni Stati non fanno più mistero di collaborare con lui e non mi riferisco solo a Russia e Iran, ma a nazioni come l’Egitto ed il Libano. L’offensiva congiunta tra siriani e libanesi sul Qalamoun a cui accennavo prima è sicuramente molto significativa in questo senso (benchè l’esercito libanese tenga un profilo basso anche a causa di cronici problemi di armamento). Il rientro di migliaia di profughi che vanno a ripopolare i villaggi e le città mano a mano che vengono liberate dall’esercito sono la smentita più clamorosa alla bufala secondo la quale i Siriani scappavano da Assad.

Cosa ha provocato questo rovesciamento della situazione? Molteplici fattori.

Prima di tutto l’intervento diretto della Russia. L’appoggio aereo della RUAF è stato sicuramente un elemento decisivo anche se condotto solo da una trentina di apparecchi. Altrettanto decisivo è stato però la riorganizzazione dell’esercito siriano condotta da esperti militari russi. Solo per fare un esempio la Quinta Legione che ha ripreso Palmira e che guida la marcia verso Der Ezzor è stata addestrata ed armata da consiglieri militari russi.

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Forse ancor più importante è stato però l’appoggio diplomatico, condotto da quel gigante della diplomazia russa che è il Ministro Lavrov, sicuramente il più intelligente e preparato di tutti i Ministri degli Esteri del mondo. La diplomazia russa è riuscita a dividere il fronte dell’opposizione armata ed a paralizzare le velleità americane di un intervento diretto più massiccio di quello che è in atto. E’ riuscita inoltre far fallire tentativi di provocazioni e false flag come fasulli attacchi con il gas.

A fianco dell’intervento russo (ed in misura minore di quello iraniano) a far pendere l’ago della bilancia a favore di Assad sono state anche le divisioni tra le formazioni guerrigliere e, soprattutto, tra i loro padrini internazionali. Siamo al punto che i combattenti sostenuti dalla Turchia (paese NATO) si stanno scontrando ferocemente con quelli sostenuti dagli USA (parimenti paese NATO) mentre gli islamisti sponsorizzati dall’Arabia Saudita stanno combattendo in quel di Idleb contro quelli sostenuti dal Qatar.

Si va quindi verso la conclusione del conflitto siriano? Personalmente non sono ottimista. Credo che si vada verso la fine di una fase della guerra in Siria e non della guerra stessa. I nodi sono ancora troppi, gli appetiti paurosamente scatenati ed il buon senso latitante. Temo potremo assistere, al contrario, ad una vera e propria escalation con l’intervento sul campo di quelle forze che fino ad oggi hanno agito prevalentemente per interposta persona. Speriamo che san Marone ed il Ministro Lavrov facciano il miracolo.

Mario Villani

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