Siria

In Siria l’intera nazione si è mobilitata e ha vinto

    foto YAYOI SEGI © 2018 Andre Vltchek

Pubblichiamo il bel testo/dichiarazione d’amore alla Siria, di Vltchek, per lo sguardo di appassionata speranza con cui egli percorre questa terra:  

nell’auspicio fiducioso che venga finalmente il bel giorno della PACE! 
  OpS




Andre Vltchek  
New Eastern Outlook, 2018

Sì, ci sono macerie, in realtà distruzione totale, in alcuni quartieri di Homs, Aleppo, alla periferia di Damasco e altrove.

Sì, ci sono terroristi e “forze straniere” a Idlib e in diverse zone più piccole in alcune parti del paese.

Sì, centinaia di migliaia di persone hanno perso la vita e milioni sono in esilio o sfollate.

Ma il paese della Siria è rimasto in piedi. Non si è sgretolato come la Libia o l’Iraq. Non si è mai arreso. Non ha mai considerato la resa come un’opzione. Ha attraversato l’agonia totale, attraverso il fuoco e il dolore inimmaginabile, ma alla fine ha vinto. Ha quasi vinto. E la vittoria, molto probabilmente, sarà definitiva nel 2019.

Nonostante le sue dimensioni relativamente piccole, non ha vinto come una “piccola nazione”, combattendo la guerriglia. Sta vincendo come uno stato grande e forte: ha combattuto con orgoglio, frontalmente, apertamente, contro ogni previsione. Ha affrontato gli invasori con tremendo coraggio e forza, in nome della giustizia e della libertà.

La Siria sta vincendo, perché l’unica alternativa sarebbe la schiavitù e la sottomissione, e questo non è nella mentalità della gente qui. Il popolo siriano ha vinto perché doveva vincere, o affrontare l’inevitabile fine del suo paese e veder crollare il sogno di una patria pan-araba.

La Siria sta vincendo e, si spera, nulla qui in Medio Oriente, sarà mai più lo stesso. I lunghi decenni di umiliazione degli arabi sono finiti. Ora tutti “nel vicinato” stanno guardando. Ora tutti sanno: l’Occidente e i suoi alleati possono essere combattuti e fermati; non sono invincibili. Tremendamente brutali e spietati, sì, ma non invincibili. Anche gli apparati religiosi più violenti e fondamentalisti possono essere distrutti. L’ho detto prima, e lo ripeto anche qui: Aleppo è stata lo Stalingrado del Medio Oriente; Aleppo ma anche Homs, e altre grandi città siriane coraggiose. Qui il fascismo è stato affrontato, combattuto con tutte le forze e con grande sacrificio e infine rimosso.

Mi siedo nell’ufficio di un generale siriano, Akhtan Ahmad. Parliamo russo. Gli chiedo della situazione della sicurezza a Damasco, anche se la so già. Per diverse sere e notti, ho camminato attraverso le strette strade tortuose della città vecchia; una delle culle della razza umana. Anche le donne, anche le ragazze, vi camminavano. La città è al sicuro. “È sicura,” sorride il generale Akhtan Ahmad, con orgoglio. “Sai che è al sicuro, vero?”. Annuisco. È un alto comandante dell’intelligence siriana. Avrei dovuto chiedere di più, molto di più. Dettagli, dettagli. Ma non voglio conoscere i dettagli; non adesso. Voglio sentire ancora e ancora che Damasco è al sicuro, da lui, dai miei amici, dai passanti.
“La situazione ora è molto buona. Esci di notte…”. Gli dico che l’ho fatto. Che lo sto facendo da quando sono arrivato. “Nessuno ha più paura”, continua. “Anche nei luoghi in cui i gruppi terroristici erano soliti operare, la vita sta tornando alla normalità … Il governo siriano sta ricominciando a fornire acqua, elettricità. Le persone stanno tornando nelle aree liberate. La Ghouta orientale è stata liberata solo 5 mesi fa, e ora puoi vedere i negozi riaprire anche lì, uno dopo l’altro “.
Ho firmato diverse autorizzazioni. Ho fatto la foto al generale. Sono stato fotografato con lui. Non ha nulla da nascondere. Non ha paura. Gli dico che alla fine di gennaio 2019, o al più tardi a febbraio, vorrei andare a Idlib, o almeno nei sobborghi di quella città. Va bene; devo solo farglielo sapere qualche giorno prima. Per Palmyra, bene. Ad Aleppo, nessun problema. Ci stringiamo la mano. Si fidano di me. Mi fido di loro. Questa è l’unica via da seguire: questa è ancora una guerra. Una guerra terribile e brutale. Nonostante il fatto che Damasco sia ora libera e sicura.
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Dopo aver lasciato l’ufficio del generale, andiamo a Jobar, alla periferia di Damasco; quindi a Ein-Tarma.
Lì, è una follia totale.
Jobar era una zona prevalentemente industriale, Ein-Tarma un quartiere residenziale. Entrambi i posti sono stati ridotti quasi interamente in macerie. A Jobar mi è permesso di filmare all’interno dei tunnel che erano usati dai terroristi; dalle Brigate Rahman e dagli altri gruppi con legami diretti con il Fronte di Al-Nusrah. La scena è inquietante. Precedentemente queste fabbriche offrivano decine di migliaia di posti di lavoro alla popolazione della capitale. Ora, nulla si muove qui. Silenzio tombale, solo polvere e rottami.
Il tenente Ali mi accompagna, mentre scavalco i detriti. Gli chiedo cosa è successo qui. Lui risponde, attraverso il mio interprete: “Questo posto è stato liberato solo nell’aprile 2018. Era uno degli ultimi posti che è stato ripreso ai terroristi. Per 6 anni, una parte era controllata dai “ribelli”, mentre un’altra dall’esercito. I nemici hanno scavato dei tunnel ed è stato molto difficile sconfiggerli. Hanno usato tutte le strutture su cui potevano mettere le mani, comprese le scuole. Da qui, la maggior parte dei civili è riuscita a fuggire. “
Gli chiedo della distruzione, anche se conoscevo la risposta dato che i miei amici siriani vivevano in quest’area e mi raccontavano le loro storie dettagliate. Il tenente Ali conferma: “L’Occidente stava alimentando il mondo con la propaganda, dicendo che questa era distruzione causata dall’esercito. In realtà, l’esercito siriano combatteva contro i ribelli solo quando questi stavano attaccando Damasco. Alla fine, i ribelli si sono ritirati da qui, dopo gli scambi con il governo sponsorizzati dalla Russia .”.
Pochi chilometri più a est, a Ein-Tarma, le cose sono molto diverse. Prima della guerra, questo era un quartiere residenziale. La gente viveva qui, principalmente in palazzi a più piani. Qui, i terroristi hanno colpito duramente i civili. Per mesi o anche anni, le famiglie hanno dovuto vivere tra terribile paura e privazioni.
Ci siamo fermati all’umile bottega che vende verdura. Qui, mi sono avvicinato a una signora anziana, e dopo che lei ha acconsentito, ho iniziato le riprese. Lei parlava, e poi ha urlato, dritto nella telecamera, agitando le mani: “Abbiamo vissuto qui come bestie. I terroristi ci hanno trattato come animali. Eravamo spaventati, affamati, umiliati. Donne: i terroristi si prenderebbero 4-5 mogli, costringendo ragazze e donne mature a cosiddetti matrimoni. Non avevamo nulla; non ci è rimasto niente!”. “E adesso?” ho chiesto. “Adesso? Guarda! Viviamo di nuovo. Abbiamo un futuro. Grazie; grazie, Bashar! “. Lei chiama il suo presidente con il suo nome. Preme i palmi contro il suo cuore, e dopo averli baciati, agita di nuovo le mani. Non c’è niente da chiedere, davvero. Ho solo filmato. Lei dice tutto, in due minuti. Mentre partiamo, mi rendo conto che probabilmente non è vecchia; non è affatto vecchia. Ma quello che è successo qui l’ha spezzata a metà. Ora lei vive; lei vive e spera di nuovo.
Chiedo al mio autista di muoversi lentamente, e comincio a filmare la strada, rotta e polverosa, ma piena di traffico: gente che cammina, biciclette e macchine che passano, schivando le buche. Nelle strade laterali, la gente lavora sodo, ricostruisce, ripulisce le macerie, taglia le travi cadute. L’elettricità viene ripristinata. Lastre di vetro inserite nei telai di legno graffiati. Vita. Vittoria; tutto ciò è agrodolce, perché così tante persone sono morte; perché così tanto è stato distrutto. Ma la vita è, nonostante tutto, di nuovo vita… E speranza, tanta speranza.
Mi siedo con i miei amici, Yamen e Fida, in un classico, vecchio caffè di Damasco, chiamato L’Avana. È una vera istituzione; un luogo in cui i membri del partito Baath si incontravano, durante i vecchi e turbolenti giorni. Le fotografie del presidente Bashar al-Assad sono esposte in modo prominente.
Yamen, un educatore, ricorda come ha dovuto spostarsi da un appartamento all’altro, in diverse occasioni negli ultimi anni: “La mia famiglia viveva proprio accanto a Jobar. Tutto lì intorno stava restando distrutto. Abbiamo dovuto trasferirci. Poi, nel posto nuovo dove stavamo, stavo camminando con mio figlio piccolo quando un colpo di mortaio è caduto vicino a noi. Ho visto un edificio in fiamme. Mio figlio stava piangendo inorridito. Una donna accanto a noi urlava, cercando di buttarsi tra le fiamme: “Mio figlio è dentro, ho bisogno di mio figlio, datemi mio figlio!”. In passato, non potevamo prevedere da dove e quando sarebbe arrivato il pericolo. Ho perso diversi parenti; membri della famiglia. E’ successo a tutti. “
Fida, la collega di Yamen, si prende cura della sua anziana madre, ogni giorno, quando torna dal lavoro. La vita è ancora dura, ma i miei amici sono veri patrioti e questo li aiuta ad affrontare le sfide quotidiane.
Davanti a una tazza di caffè arabo forte, Fida spiega: “Ci vedi ridere e scherzare, ma nascosto dentro, quasi tutti noi soffriamo di un profondo trauma psicologico. Quello che è accaduto qui è stato duro; tutti abbiamo visto delle cose terribili e abbiamo perso i nostri cari. Tutto questo rimarrà in noi, per molti anni a venire. La Siria non ha abbastanza psicologi e psichiatri professionisti per far fronte a questi problemi. Così tante vite sono state rovinate. Sono ancora impaurita. Ogni giorno. Molte persone sono state terribilmente scosse “. “Mi dispiace per i figli di mio fratello. Sono nati durante questa crisi; anche il mio piccolo nipote … Una volta siamo finiti sotto il fuoco di un mortaio. Lui era così spaventato! I bambini sono davvero molto colpiti! Personalmente, non ho paura di essere uccisa. Ho paura di perdere il braccio o la gamba, o di non essere in grado di portare mia madre in ospedale, se dovesse sentirsi male. Almeno la mia città natale, Safita, è sempre stata al sicuro, anche durante i peggiori giorni del conflitto “.
 “Non la mia Salamiyah”, si lamenta Yamen: “A Salamiyah era semplicemente terribile. Molti villaggi hanno dovuto essere evacuati … Molte persone sono morte lì. Ad est della città c’erano le posizioni di Al-Nusrah, mentre l’ovest era tenuto dall’ISIS “.
Sì, centinaia di migliaia di siriani sono state uccisi. Milioni di persone costrette a lasciare il paese, per sfuggire sia ai terroristi che al conflitto, nonché alla povertà, conseguenza dei combattimenti. Milioni di persone sono sfollate internamente; l’intera nazione in movimento.
Il giorno prima, dopo aver lasciato Ein-Tarma, eravamo arrivati vicino a Zamalka e Harasta. Interi vasti quartieri erano rasi al suolo o almeno terribilmente danneggiati.  Quando vedi i sobborghi orientali di Damasco, quando vedi gli edifici fantasma senza pareti e finestre, con i fori dei proiettili che punteggiano i pilastri, pensi di aver visto tutto. La distruzione è così grande; sembra che un’intera grande città sia stata fatta saltare in aria. Dicono che questo paesaggio inquietante non cambia per almeno 15 chilometri. L’incubo va avanti a lungo, senza alcuna interruzione.

Quindi sì, tendi a pensare di aver visto tutto, ma in realtà non è così. È perché non hai ancora visitato Aleppo, né Homs.
Per diversi anni ho combattuto per la Siria. Lo stavo facendo dalle periferie. Sono riuscito ad andare sulle alture del Golan occupate da Israele e a presentare resoconti sulla brutalità e il cinismo dell’occupazione. Per anni ho descritto la vita nei campi profughi e “intorno a loro”. Alcuni campi erano reali, ma altri in realtà venivano utilizzati come campi di addestramento per i terroristi, che venivano successivamente infiltrati in territorio siriano dalla NATO. Una volta sono quasi scomparso mentre facevo riprese di Apayadin, una di queste “istituzioni”, eretta non lontano dalla città turca di Hattay (Atakya). Io sono ‘quasi’ scomparso, ma in realtà altri sono morti davvero. Testimoniare ciò che l’Occidente e i suoi alleati hanno fatto alla Siria è pericoloso quanto coprire la guerra all’interno della stessa Siria.
Ho lavorato in Giordania, scrivendo sui rifugiati, ma anche sul cinismo della collaborazione giordana con l’Occidente. Ho lavorato in Iraq dove, in un campo vicino a Erbil, il popolo siriano era costretto sia dall’ONG che dallo staff delle Nazioni Unite, a “denunciare” il presidente Assad, se volevano ricevere almeno alcuni servizi di base. E, naturalmente, ho lavorato in Libano, dove sono stanziati più di un milione di siriani, spesso affrontando terribili condizioni inimmaginabili e discriminazioni (molti adesso stanno tornando indietro).
Ed ora che ero finalmente dentro, tutto sembrava in qualche modo surreale, ma mi sembrava giusto. La Siria appariva essere come mi aspettavo che fosse: eroica, coraggiosa, determinata e inconfondibilmente socialista.
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Homs. Prima di andarci, pensavo che niente potesse più sorprendermi. Ho lavorato in tutto l’Afghanistan, in Iraq, Sri Lanka, Timor Est. Ma presto mi sono reso conto che non avevo visto nulla, prima di visitare Homs.
La distruzione di diverse parti della città è così grave che assomiglia alla superficie di un altro pianeta, o un frammento di un film horror apocalittico.  La gente che si arrampica tra le rovine; una coppia di anziani che visita quello che un tempo era il loro appartamento; una scarpa da ragazza che trovo in mezzo alla strada, coperta di polvere. Una sedia in piedi nel bel mezzo di un incrocio, da cui tutte e quattro le strade portano verso orribili rovine. 
Homs è dove è iniziato il conflitto.
La mia amica Yamen mi ha spiegato, mentre guidavamo verso il centro: “Qui, i media hanno acceso l’odio; per lo più i mass media occidentali. Ma c’erano anche i canali del Golfo: Al-Jazeera, così come le stazioni televisive e radiofoniche dell’Arabia Saudita. Lo sceicco Adnan Mohammed al-Aroor appariva, due volte a settimana, in un programma televisivo mentre invitava la gente a manifestare in strada, sbattendo su pentole e padelle; di combattere contro il governo “.
Homs è il luogo in cui è iniziata la ribellione antigovernativa, nel 2011. La propaganda anti-Assad dall’estero ha presto raggiunto un crescendo. L’opposizione era sostenuta ideologicamente dall’Occidente e dai suoi alleati. Rapidamente il supporto divenne tangibile e includeva armi, munizioni e migliaia di combattenti jihadisti.
Una volta città tollerante e moderna (in un paese secolare), Homs ha iniziato a cambiare, a dividersi tra i gruppi religiosi. La divisione è stata seguita dalla radicalizzazione.
Un mio buon amico, un siriano che ora vive tra Siria e Libano, mi ha raccontato la sua storia: “Ero molto giovane quando iniziò la rivolta. Alcuni di noi avevano alcune lamentele legittime e abbiamo iniziato a protestare, sperando che le cose potessero cambiare per migliorare. Ma molti di noi si sono presto resi conto che le nostre proteste sono state letteralmente sequestrate da fuori. Volevamo una serie di cambiamenti positivi, mentre alcuni leader stranieri volevano solo rovesciare il nostro governo. Di conseguenza, ho lasciato il movimento.”
Ha poi condiviso con me il suo segreto più doloroso: “In passato, Homs era una città estremamente tollerante. Sono un musulmano moderato e la mia fidanzata era una cristiana moderata. Eravamo molto uniti, ma la situazione in città stava cambiando rapidamente, dopo il 2011. Il radicalismo era in aumento. Le ho chiesto ripetutamente di coprirsi i capelli mentre attraversava i quartieri musulmani. Era una precauzione, perché stavo cominciando a vedere chiaramente cosa stava succedendo intorno a noi. Lei ha rifiutato. Un giorno, è stata colpita, in mezzo alla strada. L’hanno uccisa. La mia vita non è mai più stata la stessa.”
In Occidente, si dice spesso che il governo siriano è stato almeno parzialmente responsabile della distruzione della città. Ma la logica di tali accuse è assolutamente perversa. Immaginate Stalingrado. Immaginate l’invasione straniera; un’invasione sostenuta da diverse potenze fasciste ostili. La città combatte, il governo cerca di fermare l’avanzamento delle truppe del nemico. La lotta è terribile, una lotta epica per la sopravvivenza della nazione prosegue. Di chi è la colpa? Degli invasori o delle forze governative che stanno difendendo la loro stessa patria? Qualcuno può accusare le truppe sovietiche di aver combattuto nelle strade delle loro città che erano attaccate dai nazisti tedeschi?  Forse la propaganda occidentale è capace di tali “analisi”, ma sicuramente non lo è nessun essere umano razionale.    La stessa logica di Stalingrado dovrebbe applicarsi anche a Homs, ad Aleppo e a molte altre città siriane. Coprendo letteralmente dozzine di conflitti accesi dall’Occidente in tutto il mondo (e descritti in dettaglio nel mio libro di 840 pagine “Exposing Lies Of The Empire”), io non ho dubbi: la piena responsabilità della distruzione sta sulle spalle degli invasori.
Incontro la signora Hayat Awad in un antico ristorante chiamato Julia Palace. Questa era la roccaforte dei terroristi. Hanno occupato questo bellissimo posto, situato nel cuore della vecchia città di Homs. Ora, le cose stanno lentamente tornando alla vita qui, almeno in diverse zone della città. Il vecchio mercato funziona, l’università è aperta, così come molti edifici governativi ed alberghi. Ma la signora Hayat vive sia nel passato che nel futuro. La signora Hayat ha perso suo figlio, Mahmood, durante la guerra. Il suo ritratto è sempre con lei, inciso in un pendente che indossa sul petto.
“Aveva solo 21 anni, era ancora uno studente, quando decise di arruolarsi nell’esercito siriano. Mi disse che la Siria era come sua madre. Lui la amava, come amava me. Stava combattendo contro il Fronte di Al-Nusrah e la battaglia era molto dura. Alla fine della giornata mi ha chiamato, giusto per dirmi che la situazione non era buona. Nella sua ultima telefonata mi ha chiesto solo di perdonarlo. Ha detto: ‘Può darsi che io non ritorni. Ti prego, perdonami. Ti amo!'”. Ci sono molte madri come lei, qui a Homs, che hanno perso i loro figli?   “Sì, conosco molte donne che hanno perso i loro figli; e non solo uno, a volte due o tre. Conosco una signora che ha perso i suoi due soli figli. Questa guerra ha preso tutto di noi. Non solo i nostri figli. Do la colpa ai Paesi che hanno sostenuto le ideologie estreme iniettate in Siria; paesi come gli Stati Uniti e quelli in Europa “.
Dopo che ho finito le riprese, lei ringrazia la Russia per il suo sostegno. Ringrazia tutti i Paesi che sono stati vicino alla Siria, in quegli anni difficili. Non lontano dal Julia Palace, i lavori di ricostruzione sono in pieno svolgimento. E a pochi passi, una moschea restaurata sta riaprendo. La gente balla, celebrando. È il compleanno del profeta Mohammed. Il Governatore di Homs si incammina verso i festeggiamenti, insieme ai membri del suo governo. Non c’è quasi nessun apparato di sicurezza intorno a loro. Se l’Occidente non scatena l’ennesima ondata di terrore contro i suoi abitanti, Homs dovrebbe rimettersi proprio bene. Non subito, forse non presto, ma lo farà, con l’aiuto risoluto dei russi, cinesi, iraniani e altri compagni. La Siria stessa è forte e determinata. I suoi alleati sono potenti.
Voglio credere che gli anni più terribili siano finiti. Voglio credere che la Siria abbia già vinto. Ma so che c’è ancora Idlib, ci sono anche le sacche occupate dalle forze Turche e Occidentali. 
Non è ancora finita. I terroristi non sono stati completamente sconfitti. L’Occidente sparerà i suoi missili. Israele invierà la sua aviazione per brutalizzare il paese. E i mezzi di comunicazione di massa occidentali e del Golfo continueranno a combattere la guerra dei media, agitando e confondendo alcuni segmenti del popolo siriano.
Tuttavia, mentre esco da Homs, vedo negozi e persino boutiques che riaprono in mezzo alle macerie. Alcune persone si vestono, di nuovo elegantemente, per mostrare la loro forza; la loro determinazione a gettare il passato alle spalle e a vivere, ancora una volta, le loro vite normali….
Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È  creatore di “Vltchek’s World in Word and Images” e scrittore di diversi libri, tra cui “Revolutionary Optimism, Western Nihilism”. Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Ora pro Siria

La prossima inevitabile battaglia della Siria contro la corruzione

Un ragionamento importante che serve la verità.
Ho tradotto una parte, ma consiglio la lettura integrale dell’articolo. 
Condivido il punto di vista di Ghassan Kadi e ritengo questa analisi utile per un discorso che travalichi clichés o narrazioni agghindate ad hoc.
    Maria Antonietta Carta

di Ghassan Kadi per The Saker blog

Negli ultimi anni, e da quando è iniziata la “Guerra contro la Siria”, abbiamo ascoltato molti esprimere il loro fervido entusiasmo sulla Siria prima della guerra. Magari non erano mai stati in Siria, principalmente occidentali, eppure invariabilmente raccontavano di un Paese “perfetto”, dove tutti vivevano in pace, armonia e onestà. Certo, alcuni di questi aspetti sono in parte veritieri e la società è civile ed etica, ma la Siria non è mai stata perfetta, e quando i patrioti siriani l’hanno difesa non l’hanno fatto, e non lo fanno, perché è perfetta, ma piuttosto per preservare la sua unità, indipendenza, secolarismo e integrità… …
A nessuno piace parlare di corruzione del proprio Paese, per timore che sia percepito come un discredito sull’intera comunità. Ciò sarebbe molto ingiusto, perché i Siriani hanno principi elevati, patriottismo e dignità.
Ma affrontiamo il tema: senza corruzione i terroristi non sarebbero stati in grado di portare in Siria un’enorme quantità di materiale militare prima dell’inizio della guerra, e non sto parlando delle frontiere fuori controllo di Turchia, Giordania e Libano da cui sono entrati anche convogli di carri armati. Parlo del periodo in cui ancora si viveva in pace, e una certa quantità di armi e combattenti, sufficiente per accendere la miccia, fu infiltrata nel Paese…
Scrivere questo articolo è doloroso, ma ignorare il problema e far finta che non esista né aiuta a sradicarlo né a servire la verità. Ciò che rende tutto questo più straziante è il pensiero che decine di migliaia di membri dell’esercito che hanno perso la vita, centinaia di migliaia di cittadini in lutto e milioni che hanno patito sono persone dignitose, orgogliose e integre. È sempre una cattiva minoranza che può infliggere il danno, proprio come hanno fatto i jihadisti. Ma a differenza dei jihadisti, che è possibile identificare dal loro armamentario, i corrotti non si distinguono e possono essere in agguato in qualsiasi luogo, in qualsiasi dipartimento governativo e in qualsiasi angolo di strada.
Non sarei sorpreso se alcuni lettori pensassero che con questo articolo stia accusando di corruzione l’intero apparato del governo siriano e perciò mi urge sottolineare che, se nel governo della Siria la stragrande maggioranza di uomini e donne non fossero onesti e incorruttibili, il Paese sarebbe andato perso. Dobbiamo fermarci qui per un momento e fare un elogio speciale alle missioni diplomatiche a cui sono state offerte alte somme di denaro per tradire, ma senza successo. E non bisogna dimenticare le decine di migliaia di soldati che si sono rifiutati di lasciare le fila dell’Esercito Siriano benché gli siano stati offerti salari molto più alti e posizioni di rilievo nel nuovo Stato se la guerra fosse stata vinta. Per non parlare delle centinaia di migliaia, anzi milioni di persone, che hanno rifiutato di lasciare le loro case nelle situazioni più terribili. Sono quei patrioti solidi e la saggia guida al loro fianco che ha vinto la guerra. Sfortunatamente però, bastano poche mele marce per rovinare tutto e se un ministro ha anche un unico esperto corrotto che controlla il flusso di informazioni,può essere facilmente pregiudicato il buon lavoro di un intero ministero.
Bisogna ribadire chiaramente che senza gli elementi corrotti, i nemici della Siria non sarebbero stati in grado di far entrare sufficienti ‘micce detonanti’ per incendiare il Paese. Sarebbe quindi incomprensibile e imperdonabile chiudere gli occhi sulla corruzione dopo la fine delle battaglie terrestri, specialmente quando vediamo azioni quali l’assassinio del prof. Isber.

Se la Siria vuole evitare ulteriori disastri, deve dichiarare aperta la stagione contro la corruzione. Quanto prima meglio sarà. 

Ora pro Siria

La Siria vista dal di dentro

di Ekaterina Yanson 
trad. Gb.P.
La Siria è lungi dall’essere solo uno Stato arabo ancora molto pericoloso, come spesso viene presentato dalla stampa occidentale. Strade tranquille qui, spari di là: dov’è la vera Siria? Ovunque, come testimoniano al microfono di Sputnik coloro che hanno vissuto la guerra, e che aiutano a riflettere un’immagine più reale del paese e della sua gente.
Donne eleganti, truccate, velate o no, bambini che passeggiano dopo la scuola, negozi, caffè, allegria e risate: questa potrebbe essere la descrizione di un paese europeo. Eppure è il volto della Siria, dopo circa otto anni di guerra. Una Siria complessa e profonda, che accoglie a braccia aperte, nonostante i combattimenti che ancora infuriano in alcune aree.
Come hanno vissuto la guerra i Siriani?
“La guerra ha distrutto i nostri sogni e il nostro futuro. Le nostre case sono state demolite. Abbiamo perso i nostri amici e parenti, alcuni sono fuggiti dal paese, altri sono stati martirizzati”, ricorda Bakri Mardini, corrispondente militare originario di Aleppo. Gli Aleppini hanno patito l’assedio, carenza di medicinali e prodotti alimentari, prezzi alti: “Eravamo al punto in cui non potevamo più trovare il pane per i nostri figli”, aggiunge, lui che non ha lasciato la Siria per un solo giorno durante la guerra. “Volevo fare qualcosa per il mio Paese. La mie armi sono la mia macchina fotografica e la mia penna. Ho documentato i momenti più importanti delle battaglie, così come le distruzioni causate dal sabotaggio dei terroristi”.
Mohammad Fadlallah, del sud del Libano, ha combattuto per sette anni e mezzo nei ranghi di una milizia araba a fianco dell’esercito siriano. “Noi guardiamo le nostre vite nel contesto della guerra”, ci racconta. “L’abbiamo vissuta in tutti i suoi dettagli. E siamo orgogliosi di essere stati spalla a spalla con i siriani durante tutte le fasi della battaglia contro il cinico volto di questo mostro terrorista “.
Il Paese si sta riprendendo dalla guerra, quali sono le speranze dei siriani?
Se volevano distruggere il sistema morale dell’intera società araba, e non solo della Siria, i terroristi non ci sono riusciti, spiega Mohammad. Tra gli altri obiettivi c’erano: dividere la Repubblica siriana in “cantoni settari”, “disarmare le forze di Damasco”, “costringere l’esercito siriano ad arrendersi” … Ma i siriani e i loro alleati hanno resistito a questa “degenerazione morale su tutti i fronti: culturale, politico, mediatico e militare”: “Siamo riusciti a rimanere esseri umani rispettando la nostra etica, i nostri principi e la nostra cultura”, riconosce, pur lamentando la morte di molti suoi compagni che non sono sopravvissuti ai combattimenti.
Infine, la Siria si sta lentamente riprendendo dalla febbre da guerra, continua Bakri che ora mostra le immagini del suo paese natale in ricostruzione. “Io spero di vedere ancora la Siria com’era prima della guerra. Spero di rivedere i miei amici e parenti che tornano nelle loro case siriane “.
Mohammad afferma che la speranza di “ogni soldato arabo” è di fare del suo meglio per “costruire una Siria più forte, più potente di prima”. “Sogniamo di costruire una società araba resistente. Speriamo che l’Occidente alla fine ci lasci in pace”.
Percezione della Siria in Europa contro quella della Siria sul terreno
Paese in costante stato di guerra, rinchiuso nel suo caos di ostilità, dove la morte segna la vita quotidiana, famiglie disorientate, senza futuro, le fabbriche e gli ospedali bombardati: è questa più o meno la visione comunemente diffusa in Occidente. Sì, in alcuni parti, è vero.
Ma questa verità coesiste con un’altra, come coesistono nelle strade di Aleppo gli studenti con i nasi incollati ai loro smartphone e i bambini mutilati dalla guerra che si trascinano per le strade alla ricerca di un libro. Così, in alcuni posti non sentiamo la guerra, dice Alexander Goodarzy, capo della missione di Damasco di “SOS Cristiani d’Oriente”, che si erge contro quella scatola che “mente” che è la televisione. “Siamo consapevoli che i media ci stanno mentendo, che siamo sempre più manipolati. Come siamo stati ingannati con l’Afghanistan, con l’Iraq, con la Libia e ora con la Siria”. Dall’estero, è difficile immaginare che le strade di un paese in guerra “possano essere pacifiche, che la gente possa uscire, mangiare nei ristoranti, ristorare lo spirito, divertirsi. C’è questo, c’è anche questo, è la realtà”, aggiunge.
Avendo aperto la sua missione nel 2015, è stato in grado di formarsi una visione del Paese per scoprire finalmente che, se viene spesso visto dall’Europa come “un paese arabo nel senso molto profondo della parola, con tutti gli stereotipi al riguardo”, la Siria è molto più di questo.
“È un mosaico culturale e di civiltà, è la culla delle religioni, delle civiltà, è la mezzaluna fertile, è un popolo ricco di cultura e sono persone che hanno tanto da dare”, dice. Ecco cosa si percepisce: ci sono rappresentanti di diverse confessioni, vestiti secondo il loro gusto o la loro tradizione, persone che hanno la loro “cultura propria”, che, se dovesse essere descritta in una parola, si ascriverebbe alla nozione di “diversità.”
I Siriani visti più da vicino
Alexander vive a Damasco e da anni viaggia con la sua missione in diverse parti della Siria. Secondo lui, i Siriani, un popolo non aggressivo e non vendicativo, sono “arabi per cultura e lingua, ma sono fenici, persiani, bizantini, romani, arabi, ottomani, europei; sono un mix di tutto”.
Questo “popolo pacifico che è stato costretto alla guerra” poiché “la geopolitica lo vuole” a cosa aspira dopo questi quasi otto anni di guerra? Semplice: a vivere in pace e sicurezza a dispetto dei “tagliatori di teste” che hanno devastato il Paese e anche delle forze esterne che vogliono imporre “ciò che considerano giusto” PER LORO, riassume Alexander.

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Ora pro Siria

Il Papa all’Angelus di domenica 2 dicembre: un cero per la pace nell’amata Siria


Cari fratelli e sorelle,
l’Avvento è tempo di speranza. In questo momento vorrei fare mia la speranza di pace dei bambini della Siria, dell’amata Siria, martoriata da una guerra che dura ormai da otto anni. Per questo, aderendo all’iniziativa di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, accenderò ora un cero, insieme a tanti bambini che faranno lo stesso, bambini siriani e tanti fedeli nel mondo che oggi accendono le loro candele. Questa fiamma di speranza e tante fiammelle di speranza disperdano le tenebre della guerra! Preghiamo e aiutiamo i cristiani a rimanere in Siria e in Medio Oriente come testimoni di misericordia, di perdono e di riconciliazione. 
La fiamma della speranza raggiunga anche tutti coloro che subiscono in questi giorni conflitti e tensioni in diverse altre parti del mondo, vicine e lontane. La preghiera della Chiesa li aiuti a sentire la prossimità del Dio fedele e tocchi ogni coscienza per un impegno sincero a favore della pace. E che Dio, nostro Signore, perdoni coloro che fanno la  guerra, coloro che fanno le armi per distruggersi e converta il loro cuore. 
Preghiamo per la pace nell’amata Siria.
Ora pro Siria

Accade in Siria: musulmani chiedono al Governo Siriano di offrire asilo politico alla cristiana Asia Bibi

« Chiediamo solennemente alle autorità competenti della Siria, terra di tolleranza e del vivere insieme, di proporre il diritto d’asilo che permetta alla cristiana Asia Bibi di continuare la sua vita in tutta sicurezza a Damasco, culla della cristianità e dell’islam tollerante.»
 Questo è il testo che Said Hilal Alcharifi ha inoltrato, per mezzo del deputato indipendente del parlamento siriano Nabil Saleh, al ministro degli Esteri Walid Al-Moallem, con immediato seguito di consensi.
Chi è Said Hilal Alcharifi? Un breve sommario del suo curriculum professionale:
Said H.Alcharifi ha iniziato il suo mestiere di giornalista presso il quotidiano Tishreen nel giugno 1978. Dal 1986 ha ricoperto la posizione di insegnante di Arabo presso l’Università della Provenza in Francia. Titolare di un D.E.A. (Diploma di Studi approfonditi) in lettere, della stessa università. Dal 1993, Membro del C.E.T.J. (Società di traduttori interpreti esperti, presso la Corte d’Appello di Aix-en-Provence) fino al 1997, data di ritorno nel Paese.
– Giornalista per il quotidiano Tishreen (capo del dipartimento studi).
– Autore di due programmi settimanali alla Radio Nazionale di Damasco:
. “Culture del mondo” dove espone e commenta i fatti più importanti a livello internazionale, diffusa il mercoledì alle 13.30
. “Il nostro vicino: l’Europa” racconta le attività culturali, artistiche, umane di un paese europeo, durante la settimana. Trasmesso il venerdì alle 8:30
– Pubblicazione saltuaria di articoli sulla Siria.
Ma curriculum a parte, la cosa più importante è che Said appartiene all’Islam Sunnita e, secondo una certa logica di ‘scontro di civiltà’, si sarebbe potuto supporre che concordasse o almeno se ne stesse zitto come tanti hanno fatto, condividendo pavidamente la condanna a morte di Asia Bibi. Ma così non è stato e ciò ci ha felicemente confermato sulla ‘eccezione-Siria’, quindi gli abbiamo posto alcune domande.
OpS:  Lei hai proposto che la Siria accordi l’asilo politico ad Asia Bibi. Ciò ha colpito molto, perchè indica la visione di un Islam differente da quello che si pratica in altri Paesi. Vuole spiegarci la caratteristica della società siriana dal punto di vista della religione?
S:Quando ho lanciato il mio appello sulla mia pagina personale all’attenzione delle autorità competenti in Siria, chiedendo loro di concedere l’asilo umanitario a Asia Bibi, che insieme alla sua famiglia rischia il linciaggio dai fanatici islamisti furiosi con lei nel proprio Paese, il Pakistan, ho agito come cittadino siriano nato su questa terra benedetta da due grandi Messaggeri: Gesù e Maometto.  
Da bambino, sono cresciuto in una piccola città di circa 25.000 abitanti nel nord-ovest della Siria, dove cinque famiglie cristiane vivevano in piena armonia tra una popolazione musulmana, conservando il loro stile di vita e le loro usanze in stile occidentale senza mai essere malviste; al contrario, queste cinque famiglie che erano, all’epoca degli anni ’60 una trentina di persone, uomini, donne e bambini, in occasione della Pasqua, ricevevano visite di omaggio proprio da persone residenti della città che è a maggioranza musulmana.   I cristiani, naturalmente, hanno sempre fatto lo stesso in tutte le feste musulmane e hanno vissuto da perfetti cittadini come tutte le altre componenti etniche e religiose della società siriana, vale a dire alawiti, sciiti, drusi, ismaeliti e così via.
OpS: La guerra in Siria ha però segnato una frattura nella convivenza. C’è stata una guerra religiosa interna? Che cosa ha influenzato il cambiamento di mentalità di alcuni siriani verso una idea di islam più orientato alla Sharia?
S: L’islam in Siria trova le sue radici nel Sufismo piuttosto che nel salafismo mutuato dall’oscurantismo wahhabita malato dei Fratelli Musulmani d’Egitto. Tuttavia, la Siria, come qualsiasi altro paese nel mondo arabo, non è stata risparmiata dalla pandemia del falso Islam talmudico wahhabita che sta invadendo il mondo intero.
Per quanto riguarda l’appello che ho lanciato in favore della cittadina cristiana perseguitata dai suoi stessi compatrioti in Pakistan, questo messaggio è stato raccolto dal deputato Nabil Saleh nel parlamento siriano che si è fatto carico di questo dossier con il Ministero degli Affari Esteri in Siria. Ma non saprei dire adesso a che punto siamo con questo procedimento.
Infine, la Siria può essere solo un paese laico. Tutti i tentativi di islamizzare il Paese sono stati sventati negli ultimi secoli.

Ora pro Siria

Insieme per ridare un nome e un futuro alla Siria. Intervista a Mons. Abou Khazen

“Siamo un po’ preoccupati per il futuro, ma stiamo bene”. Il tono di voce è ottimista, lo sguardo è vivace. Fa un certo effetto sentire il vicario apostolico di Aleppo, mons. Abou Khazen, parlare della guerra in Siria e avere la percezione che sia quasi un problema lontano. “Ad Aleppo la situazione è più calma. I servizi funzionano, l’elettricità arriva per 16 ore al giorno. E’ una città viva, con il traffico che ha ripreso a intasare le strade”.

Eccellenza, da quello che dice Aleppo sembra davvero rinata…

Ci stiamo riprendendo. So che 2400 fabbriche hanno aperto negli ultimi mesi. E altre si stanno preparando a riaprire. E’ un segnale importante, anche se molti sfollati non stanno tornando: non basta il lavoro, bisogna anche ricostruire le case.

Dopo otto anni di guerra, a che punto siamo secondo lei?

Rimangono due grandi problemi: la presenza dei combattenti stranieri (a decine di migliaia) e il ruolo delle potenze straniere implicate in questa guerra. Ma dopo anni siamo tutti abbastanza ottimisti  e confidiamo che si arrivi presto a una soluzione politica.

Quanto manca alla fine?

Ci sono ancora troppi interessi politici ed economici in campo. E le continue tensioni internazionalinon aiutano. Ad esempio, il fatto che Trump abbia ripristinato le sanzioni contro l’Iran inciderà negativamente sul conflitto e sullo scontro confessionale ancora vivo nella regione.

Eppure lei parla di una pace possibile…

Sempre, vissuta nella nostra vita e testimonianza di ogni giorno. Noi cristiani cerchiamo di essere ponte tra i vari gruppi, non abbiamo problemi con nessuno. Ai nostri fedeli cerchiamo di infondere la speranza, perché vogliamo aiutare tutti nel cammino della riconciliazione.

Ci sono dei segni particolari di quanto sta testimoniando?

In particolare un progetto nato dall’amicizia personale con il Muftì. Finita la battaglia di Aleppo ci siamo accorti delle migliaia di bambini abbandonati e nemmeno iscritti all’anagrafe, di cui non si conosce né la madre né il padre. Spesso nati da stupri e violenze, sono i figli dei jihadisti, i segni più terribili che ci sta lasciando questa guerra. Bambini senza nome, e perciò senza futuro. La ONG ATS pro Terra Sancta ci ha fornito i finanziamenti necessari per iniziare e ci sta ancora aiutando a creare gli spazi necessari per accogliere più di 2000 bambini. Lavoriamo insieme perché questi piccoli possano avere – un giorno – le stesse possibilità di chiunque altro.  E il progetto si chiama – appunto – “Un nome e un futuro”.

Come vi occupate di loro?

Per prima cosa li aiutiamo a iscriversi all’anagrafe, così che possano frequentare la scuola. Il parlamento sta ancora studiando una legge ad hoc per registrarli, ma non è facile. Mi consola però che ci sia un’ipotesi di legge,  perché altrimenti questi ragazzi – quando cresceranno – quali possibilità avranno, se non esistono per nessuno? Noi li aiutiamo poi in tutti gli aspetti, prevediamo un accoglienza e un percorso psicologico perché possano, un giorno, superare i traumi ben visibili sui loro volti.

Tra i bambini che avete accolto, c’è qualcuno che le è rimasto nel cuore?

Qualche mese fa, quando mi sono avvicinato a uno di questi bambini, si è spaventato. Aveva paura di ogni uomo, non voleva parlare con nessuno ed era chiuso al mondo. Quando ho potuto stargli accanto per qualche minuto mi sono accorto che non riusciva a sorridere. Ha cominciato a frequentare il centro, e dopo qualche settimana ha ricominciato a giocare con gli altri, a parlare, a studiare. Qualche tempo dopo sono tornato a trovarlo. Oggi è un’altra persona. Finalmente sorride,  e un bambino che sorride è il futuro della Siria.
Per sostenere il Progetto UN NOME UN FUTURO per i bambini abbandonati di Aleppo :   https://www.proterrasancta.org/it/aiuta-la-terra-santa/aiutaci/?pr=lappello-del-custode-di-terra-santa-emergenza-siria

Ora pro Siria

Sguardi di speranza dalla Siria, 2018 (1)

Nel mese di ottobre abbiamo fatto un breve viaggio in Siria, allo scopo di portare un po’ di aiuti di benefattori italiani ad alcune realtà cristiane amiche di ‘OraproSiria’.
Ne raccontiamo i passaggi salienti, sotto forma di diario e di impressioni personali raccolte nel dialogo con gli amici incontrati.
L’invito che facciamo da subito è di unirvi a noi per ripetere questi fraterni incontri in futuro: i siriani ribadivano continuamente che la gioia più grande che abbiamo portato non erano quei beni materiali, ma la testimonianza che abbiamo a cuore la loro presenza, che essi non sono dimenticati, che noi desideriamo sostenere il loro restare nella terra che appartiene loro da 2000 anni.
E viceversa, chi si reca in Siria fa l’esperienza di un’accoglienza straordinaria, di un’ospitalità senza misura, della bontà di cuore di tutto un popolo martoriato ma dignitoso, e che non cede.


L'immagine può contenere: spazio al chiuso1 Arrivando a Beirut, naturalmente la prima desiderata tappa è stata la Porta Santa del Giubileo di Nostra Signora del Libano ad Harissa: centinaia di giovani inginocchiati in silenzio per ore, hanno sorretto anche la nostra preghiera.

Entrando dalla frontiera a Tartus, ci ha colpito lo scarso traffico sull’autostrada che conduce a Homs verso Damasco, segno che i commerci stentano fortemente a riprendere, mentre i posti di blocco sono diminuiti rispetto allo scorso anno.
Una breve sosta dalle nostre carissime amiche monache Trappiste con una visita al grandioso impianto di pannelli solari che, se Dio vorrà e se i benefattori aiuteranno, darà energia al pozzo del paese e a un piccolo capannone dove le donne del villaggio possano svolgere attività lavorative e produrre marmellate, biscotti, oggetti da vendere come fonte di sussistenza per le famiglie.

E qui nel dialogo subito tocchiamo il punto dolente che più volte negli incontri successivi con altre realtà emergerà: nonostante che tutti i siriani ci assicurino con soddisfazione che la guerra ormai è vinta, tanti vogliono partire… Non c’è lavoro, l’economia non riparte, gli stipendi sono fermi mentre i prezzi aumentano e le dinamiche sociali non evolvono.
L’esodo dei Cristiani, inarrestabile, è la preoccupazione maggiore per i nostri amici anche a Damasco. I primi erano già partiti all’inizio della guerra, ora se ne vanno da Qamishli e Hassake per le pesanti discriminazioni a cui sono soggetti da parte dei Curdi; altri da Damasco vanno verso Erbil e da lì in Australia; altri ottengono finalmente il ricongiungimento familiare con i parenti profughi in Germania, Canada, Svezia. I ragazzi fuggono il servizio militare, le ragazze sperano di raggiungere i fidanzati, i giovani in generale hanno il sentimento di un futuro incerto, senza prospettive di una soddisfacente riuscita professionale… E la chimera di un Occidente ricco di opportunità si fa strada.
Così alcuni quartieri di Damasco, prima abitati in grande prevalenza da cristiani, stanno cambiando fisionomia: nelle case lasciate vuote si installano famiglie musulmane, che sono assai più prolifiche di quelle cristiane.

le croci di Sadad
il gigantesco Gesù di Deir Cherubim


















  Verso i compatrioti musulmani raccogliamo sentimenti differenti: a Sadad, cittadina interamente cristiana ferocemente massacrata dalle bande del cosiddetto ‘Esercito Siriano Libero’, non è stata accolta dagli abitanti la richiesta di costruirvi una moschea; a Saydnaya si è costituita, allo scopo di proteggere la città dai takfiri, una forte milizia popolare cristiana, memore dell’esperienza della devastazione di Maaloula che ha mostrato amaramente il tradimento dei vicini di casa musulmani; a Mhardeh i cristiani resistono indomiti agli assalti ripetuti dei gruppi armati islamisti di Idlib e Hama…  L’amico Khaled ci racconta serenamente di cordiali amicizie con tanti musulmani con cui non ha alcun problema di apertura e condivisione; Joseph invece porta rancore per la dimostrazione di una facile permeabilità delle menti dei musulmani alla predicazione salafita radicale nelle moschee…

I responsabili delle Chiese fanno di tutto per educare i cristiani al perdono e alla fiducia, e per mostrare ai musulmani siriani il volto della carità di Cristo senza discriminazioni. 
In particolare abbiamo toccato l’inesausta opera dei monaci di Mar Yacoub di Qara, attorno a cui si raccolgono volontari cristiani e musulmani come in una unica famiglia: ne parleremo diffusamente in un prossimo articolo.

La parola ovunque più ripetuta negli ambienti religiosi e nella società civile è: riconciliazione.
Più di una volta ci sentiamo ridire le parole con cui l’amico Claude Zerez, anni fa, rispose alla nostra domanda: come far sì che la guerra finisca?  “L’unico modo per porre fine a questa guerra è favorire il dialogo tra tutti i siriani, fermare i finanziamenti e le armi a quelli che impropriamente ancora chiamate ‘ribelli’, continuare a ripulire il sistema di corruzione, e rimuovere le sanzioni contro il popolo siriano”.