terroristi.

Mons Abou Khazen circa battaglia di Idlib: “Non si può lasciare una parte consistente nel Paese in mano ai terroristi e jihadisti”

Nella cittadina totalmente cristiana ortodossa di Muhardeh si sono svolti i funerali di Elias, 14 anni, Amira, 23 anni, Lena, di 8 anni con sua sorella di 4 anni, 
Maria di 8 anni con suo fratello Fadi di 6 anni e la sorellina lamya 4 anni,
 Dima la loro madre di 30 anni:
vittime dei missili che i jihadisti da Hama e Idlib lanciano da 7 anni sulla città in odio ai cristiani.

AsiaNews 
Le tensioni internazionali attorno a Idlib “fanno paura” e la sensazione diffusa è che fra le cancellerie occidentali, in testa gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, “si cerchi un pretesto” per colpire la Siria. È quanto sottolinea ad AsiaNews il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, secondo cui “in tutte le battaglie vi è un pericolo reale per i civili”, ma non è possibile lasciare un intero settore del Paese nelle mani di gruppi jihadisti e terroristi. Il prelato ricorda infatti che, proprio da quell’area, nei giorni scorsi è partito un lancio di razzi e granate che ha colpito una cittadina cristiana, uccidendo una decina di persone in maggioranza donne e bambini. 
Per il vicario di Aleppo è doveroso mantenere alta l’attenzione sulla sorte della popolazione civile ma, al tempo stesso, “governi occidentali e media mainstream esasperano la situazione”. Il prelato ricorda inoltre le vittime cristiane che spesso vengono relegate ai margini. “Quattro giorni fa – racconta – gruppi terroristi [vicini alla Turchia] presenti a Latamneh hanno lanciato razzi sulla cittadina cristiana di al-Mahardeh, uccidendo una decina di persone”. Fra queste, aggiunge, “sei erano bambini e tre le donne. Di una famiglia si è salvato solo il padre”.
La zona da cui sono partiti i razzi è sotto il controllo di al Qaeda ed è fra gli obiettivi dell’annunciata offensiva dell’esercito siriano, che vuole riconquistare il controllo di tutta la zona. “Nessuno ha parlato di questo attacco – accusa mons. Georges Abou Khazen – ed è inaccettabile”. La speranza, prosegue, è che “si giunga ad un accordo che porti una vera riconciliazione” evitando violenze e combattimenti “ma siamo scettici. Bisogna capire quale sarà la posizione della Turchia e valutarne le azioni: una cosa sono le parole, altro i comportamenti sul campo” e dall’incontro della scorsa settimana a Teheran fra Russia, Turchia e Iran non sono emersi sviluppi positivi. 
L’esodo di milioni di disperati, che hanno cercato riparo all’estero in Medio oriente, Europa, Nord America e Australia, è una delle conseguenze più gravi del conflitto che, da sette anni, insanguina la Siria. L’offensiva su Idlib rappresenta una ulteriore fonte di preoccupazione per una nuova emergenza umanitaria e per le ripercussioni a livello internazionale, con possibili interventi del blocco occidentale, Stati Uniti in testa. Washington, infatti, ha già minacciato di attaccare la Siria in caso di utilizzo di arsenale chimico nella provincia. Tuttavia, per i critici ciò rappresenta un pretesto per intervenire contro Assad e colpirne gli alleati: Russia e Iran. 
Ad alimentare l’allarme anche le principali agenzie delle Nazioni Unite presenti sul territorio, secondo cui fra il primo e il 9 settembre oltre 30mila persone hanno abbandonato le loro case nella provincia di Idlib e sono fuggire in cerca di salvezza. Il timore, avvertono. è che si sviluppi “la peggiore catastrofe umanitaria” del secolo. “Una eccessiva drammatizzazione” chiosa il vicario apostolico dei Latini di Aleppo. 
“Fra le persone a rischio nella provincia di Idlib – conclude il prelato – vi sono almeno 200 famiglie cristiane che non hanno mai abbandonato la zona, nonostante la presenza dei terroristi di al Nusra. In questi sei anni hanno dovuto subire espropri di case, terreni e denaro, le donne hanno dovuto indossare il velo e una statua della Madonna è stata utilizzata come bersaglio per l’addestramento all’uso delle armi. la speranza è che anche per queste persone giunga la “liberazione” dal gioco fondamentalista perché “nessuno, cristiano o musulmano, deve vivere nelle mani dei terroristi”.

Ora pro Siria

Tortura, fame, condanne a morte: i civili della Ghouta orientale parlano della vita sotto il controllo dei terroristi.

l’autrice con residenti di Douma
di Eva Bartlett
traduzione: Gb.P.
La scorsa settimana ho scritto di quello che mi hanno raccontato i civili di Ghouta riguardo alle affermazioni non verificate sull’Esercito Siriano che li avrebbero attaccati con sostanze chimiche, ma essi hanno parlato anche dei crimini commessi dai terroristi e del ruolo dei White Helmets.
Benché benignamente chiamati “ribelli” dai media di sistema, il gruppo terrorista salafita Jaysh al-Islam non sta combattendo per la libertà o per i diritti umani in Siria, e nemmeno lo facevano gli altri gruppi terroristici che precedentemente governavano nella Ghouta orientale.
Era Jaysh al-Islam che imprigionava i civili siriani in gabbia, usandoli come scudi umani contro potenziali bombardamenti, e Jaysh al-Islam era tra i gruppi terroristici che sparavano missili e mortai sui civili a Damasco, uccidendo in questi anni oltre 10.000 persone. Loro, Faylaq al-Rahman, e le altre fazioni terroristiche che occupavano la regione regnavano con il terrore, decapitando uomini e donne e affamando il popolo.
La regola infernale di Jaysh al-Islam: fame ed esecuzioni con la spada
Quando ho visitato la Ghouta orientale e il centro per gli sfollati di Horjilleh appena a sud di Damasco (nella maggioranza persone provenienti da Ghouta), ho chiesto della loro vita sotto il dominio di Jaysh al-Islam e di altri gruppi, ed il motivo per cui stavano morendo di fame. La risposta è stata che, come io e altri avevamo già sentito in Aleppo est, in Madaya e al-Waer, i terroristi rubavano gli aiuti e controllavano tutto il cibo, rivendendocelo poi a prezzi da estorsione che la gente comune non poteva permettersi.
Sabah al-Mushref mi ha parlato della insensibilità dei terroristi di Hammouriyeh e Zamalka nei confronti dei bambini e di come i suoi stessi figli abbiano cercato il cibo tra l’immondizia dei leader terroristi che avevano cibo abbondante.
“Vivevo a Zamalka, i miei figli erano quasi morti di fame, la pelle di mia figlia era diventata gialla, era malnutrita”, mi ha detto Sabah. “L’ho portata al posto medico perché la visitassero, ma hanno detto che non c’erano medicine. Ho detto: ‘mia figlia sta morendo, cosa dovrei fare ?!’ Mi hanno risposto che il punto medico era solo per i cittadini di Douma. Sono andato allora dal rappresentante di Zamalka, l’ho supplicato: “Per favore dammi qualsiasi cosa per i miei figli, stanno morendo di fame, non hanno mangiato nulla da due giorni.” Ha detto: “Ciò che abbiamo qui è solo per i cittadini di Zamalka, tu sei di Marj al-Sultan, vai dal tuo rappresentante. Non c’è aiuto per te qui.”
Quando ho parlato con Sabah, era con altre tre persone provenienti dalle zone orientali di Ghouta. Le loro testimonianze son venute fuori, l’una peggiore dell’altra mentre parlavano a voce alta degli orrori che avevano vissuto.
Mahmoud Souliman Khaled, 28 anni, di Douma, ha parlato della sua prigionia e della tortura da parte di Jaysh al-Islam. “Mi hanno fermato di notte, stavo andando a prendere qualcosa. Sospettarono che lavorassi per il regime aiutando l’esercito. Mi portarono al carcere di al-Taoubah, dove mi torturarono. Mi legarono a una sedia e mi diedero la scossa, sulle mani e la punta delle dita dei piedi. Collegarono due fili alle dita dei piedi, poi li collegarono al generatore di corrente e dato la scossa. Han continuato a farlo affinché io confessassi, ma non ho confessato, perché non avevo niente da confessare. Mi hanno torturato per due giorni. Quello che hanno fatto mi ha causato una grave miopia; mi è sembrato che l’elettricità mi uscisse dagli occhi “.
Khaled ha parlato di un’esecuzione a cui ha assistito a Douma: “Sono venuti su un autocarro con a bordo una mitragliatrice da 23 millimetri (antiaerea) con uno al quale hanno fatto volare via la testa. Dopo hanno accusato l’Esercito Siriano di averlo ucciso.”
Una foto sul suo cellulare mostra un uomo senza testa seduto su una sedia, senza segni di bombardamenti. “Jaysh al-Islam lo ha decapitato per aver venduto cibo a buon mercato, mentre loro volevano mantenere alti i prezzi, in modo che le persone rimanessero impoverite e dovessero lavorare per loro nei tunnel o unirsi a loro nella lotta”.
A Kafr Batna, il 2 maggio di quest’anno, le strade erano ritornate alla vita normale e si è incominciato a ripulire, i tecnici dell’elettricità hanno ripristinato l’energia elettrica alla città. Fuori da un negozio che vende shawarma, Mou’taz Al-Aghdar racconta di essere stato imprigionato per 15 giorni da Jaysh al-Islam per aver venduto riso. “Hanno confiscato i nostri beni e ci hanno imprigionato. A nessuno è stato permesso di lavorare a meno che non fosse sotto il loro controllo.”
Parla anche delle esecuzioni con la spada e di bambini e adulti scomparsi, alcuni tornati con organi mancanti. “Viviamo in una piccola città, la gente iniziava a parlare: un bambino è stato rapito qui, un altro lì … Alcune persone sono state rapite e i loro organi sono stati prelevati. Un bambino è stato sepolto, era stato trovato morto in un fienile coperto di paglia, era stato legato e coperto di paglia mentre era ancora vivo. Non abbiamo saputo chi l’ha fatto “. Altri civili di Ghouta hanno parlato di furto di organi.
Più avanti, ho incontrato Mohammad Shakr, che ha indicato la rotonda centrale come luogo usato dai terroristi per le esecuzioni.
Mohammad Shakr nella piazza di Kafr Batna dove i terroristi giustiziavano i civili.

“Portavano qui le persone e le giustiziavano, a volte con una spada e altre volte con una pistola. Era molto normale per loro. Ora, da quando l’Esercito Siriano è arrivato qui, le persone possono nuovamente camminare e muoversi liberamente. Ma prima, non avresti visto nessuno sulla strada. “
In una gelateria vicino alla piazza, anche Abdallah Darbou ha detto di aver visto simili esecuzioni. Ha anche parlato di proteste. “Molte volte, abbiamo protestato contro i terroristi, perché eravamo affamati, ci stavano uccidendo. A volte ci hanno sparato addosso durante le proteste. Ci hanno distrutto, ci hanno davvero distrutti. Il regime siriano non ci ha fatto questo, quando l’esercito è entrato qui ci ha distribuito del pane, prima abbiamo visto il pane solo nelle foto”.

Percorrendo Douma il 29 aprile, ho incontrato Yahya Mohammed Hamo che vendeva arance su un carretto. Quando gli ho chiesto come era stata la vita sotto Jaysh al-Islam, ha risposto: “Fame, fame e fame. Se hanno una religione, sia maledetta quella religione. La religione non ti fa morire di fame “.
Gli uomini a un chiosco di frutta e verdura, che avevano risposto con un clamoroso “no” quando ho chiesto loro circa le accuse sugli attacchi con sostanze chimiche, hanno parlato anche degli aiuti inviati a Douma. Un uomo anziano, esagerando nel dire che c’era cibo in abbondanza a Douma, diceva che era sufficiente per altri cinque anni, ma che i terroristi li avevano privati di tutto.
Ho chiesto dei campi agricoli che avevo visto entrando a Douma. La risposta è stata che Jaysh al-Islam aveva il controllo su tutto, la terra fertile, il bestiame. Un giovane mi ha detto che prima che i terroristi lasciassero Douma sugli autobus, hanno sparato a tutti gli animali.
Gli uomini hanno parlato di esecuzioni, facendo un gesto alla gola. Un uomo più giovane ha raccontato di un altro omicidio, quando il boia mise una pistola nella bocca di qualcuno e premette il grilletto. “Terrorismo, sono il significato letterale del terrorismo”, dice Toufik Zahra, il proprietario dello stand.
Gli Elmetti Bianchi non sono così benevoli, hanno lavorato con i terroristi.
Alla mia domanda se i White Helmets aiutassero le persone, Zahra rispose: “La Difesa Civile era solo per i gruppi terroristici, solo per loro, per Jaysh al-Islam”.
Questo è stato ribadito da Mahmoud Mahmoud al-Hammouri, che lavora in un negozio in fondo alla strada, e che ha detto: “I Caschi Bianchi sono chiamati Difesa Civile. Si supponeva fossero per i civili, mentre era l’opposto: erano per Jaysh al-Islam. “
A Kafr Batna, il venditore di shawarma , Mou’taz Al-Aghdar, dice: “Jaysh Al-Islam ci attaccava indossando un caschetto bianco un giorno, mentre un altro giorno se lo dimenticava.”
Il giovane nella gelateria, Abdallah, risponde che non sapeva nulla dei Caschi Bianchi perché a lui e ai civili in generale non era permesso avvicinarsi.
Questo di per sé è strano, dato che il loro presunto obiettivo è quello di salvare i civili, e dato che i Caschi Bianchi avevano centri a Douma, Zamalka e Saqba. Il centro dei White Helmets di Saqba era a meno di 500 metri da Kafr Batna. In particolare, era a soli 200 metri di strada da un edificio in cui Faylaq al-Rahman produceva enormi quantità di missili e mortai. 
Marwan Qreisheh, nel centro di Horjilleh, ha molto da dire sui Caschi Bianchi. “I primi membri della Difesa Civile arrivati a Ghouta tre o quattro anni fa provenivano da paesi stranieri, non erano Arabi, non parlavano arabo. Erano la difesa dei terroristi ed erano soliti terrorizzare. Avevano un sacco di soldi e li usavano per attirare le persone ad unirsi alla Difesa Civile. Quando i White Helmets volevano andare da qualche parte, i terroristi erano soliti andare con loro e aprire le strade per loro. Nel momento in cui arrivavano in un posto dove avrebbero simulato un attacco, lanciavano 10 bombe fumogene, causando fumo pesante, non si vedeva nulla. Solitamente, sparavano alle persone e dopo che il fumo si era schiarito iniziavano le riprese. Era impossibile dire una parola perché ti avrebbero ucciso, ti avrebbero scaricato addosso il fucile immediatamente. Se qualcuno si fosse tagliato le vene di un braccio, lo avrebbero amputato immediatamente e ricucirebbero la ferita durante le riprese. Se la gamba di qualcuno era stata ferita a causa di un proiettile, un pezzo di vetro o altro, il loro primo trattamento era l’amputazione “.
Le affermazioni di Qreisheh sull’amputazione sono state riprese da Hanadi Shakr, da Saqba, che ha lavorato per un anno come infermiera fino a quando suo marito, che si era unito a Jaysh al-Islam, l’ha costretta a smettere.
“Ogni volta che c’era un caso un po’ severo, dicevano che dovevi amputare questa persona. Dicevano di essere a corto di forniture mediche e quindi l’amputazione è la scelta migliore. Non trattavano le persone. Anche le persone che avrebbero potuto necessitare di un intervento chirurgico minore, le avrebbero semplicemente amputate. “
Le denunce di mancanza di forniture mediche si sono rivelate false, come nella parte orientale di Aleppo. In un ospedale sotterraneo a Saqba da solo, ho visto stanze piene di medicinali e apparecchiature mediche rubate. I giornalisti siriani hanno documentato tali traffici ovunque nella Ghouta orientale.
Secondo Hanadi Shakr “tutto l’aiuto medico e alimentare che era introdotto, semplicemente svaniva, lo avrebbero venduto e preso i soldi. Tutto è andato ai leader delle fazioni terroristiche”.
Quando la Ghouta orientale è stata liberata, i media main-stream erano impegnati a sfornare resoconti falsi di massacri, proprio come accadde quando Aleppo è stata liberata. Producevano storie provenienti da sostenitori di fazioni terroristiche, incolpando sempre il Governo siriano per la fame e, soprattutto, tacendo i crimini e il terrorismo dei gruppi estremisti che occupavano la Ghouta orientale. In realtà, i civili di Ghouta avevano molto da dire sui crimini dei loro carcerieri, e anche del loro sollievo per essere stati liberati dall’esercito siriano, ma i media corporativi non sono interessati se ciò non si adatta alla loro narrativa sul cambiamento di regime.

*Eva Karene Bartlett è una giornalista freelance e attivista per i diritti umani con una vasta esperienza nella Striscia di Gaza e in Siria. I suoi scritti possono essere trovati sul suo blog “In Gaza”.
Tutte le immagini in questo articolo sono dell’autore.

https://www.rt.com/op-ed/429349-syrians-tell-terrorists-white-helmets/
Ora pro Siria

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