Trappiste

Siria, storie di ricostruzione. Ad Azeir, il solare solidale delle Monache Trappiste per il futuro di tutti

Storie siriane 2018 (3)
raccolte da Marinella Correggia
 
Dalle torce nelle mani dei bambini sfollati a Jibreen ai semafori nelle strade di Aleppo; dalle luci installate nel giardino del museo archeologico di Damasco ai pannelli spuntati sui tetti dei palazzi rimasti in piedi a Kafarbatna nella Ghouta orientale: il futuro della Siria si presenta solare. Almeno nel senso dell’energia fotovoltaica e termica.
E le monache trappiste di Azeir, un villaggio a metà strada fra Homs e Tartous, hanno avviato un progetto pilota di notevoli dimensioni (1700pannelli, pari a 40 kw per il pozzo e 40 Kw per lavoro e vita quotidiana di potenza installata), all’insegna, come vedremo, dell’autonomia energetica solidale.

Ecco in questo video 

 su un pianoro in collina, file e file di pannelli solari recentemente installati nei pressi del monastero da tecnici siriani.
La superiora, suor Marta, racconta dal monastero siriano  questa storia che incrocia tecnologia e volontà, doni di materiali dall’estero e lavoro di tecnici e operai siriani. Ma prima, una premessa di contesto.

Le verità di parte, la volontà di vita, la ricostruzione dell’umano
«Di questa guerra in Siria si sono fatte conoscere approfonditamente tutte le atrocità, le violenze, le distruzioni, come è giusto che sia. Anche se purtroppo, come abbiamo detto in altre occasioni, la “verità” viene presentata sempre con una faccia sola- cosa che non è MAI vera- e guarda caso la faccia presentata è quella che più conviene agli interessi esterni al paese, interessi che muovono ogni pedina, come su una tragica scacchiera…. Ciò di cui invece si parla pochissimo è tutta la forza di resistenza, la volontà di vita dei siriani, il quotidiano che faticosamente continua, e non solo per fatalismo…E tutto il lavoro di ricostruzione, nel campo materiale ma anche ricostruzione “dell’umano”.
Il nostro progetto sull’energia rinnovabile – suggerito, per essere onesti, dalla disponibilità di questo grosso dono- viene soprattutto dal desiderio di costruire per il futuro, più ancora che dalla necessità di far fronte alle difficoltà dell’immediato.
Prima di tutto, da ormai tre anni a questa parte, cioè da quando il conflitto ha cominciato poco a poco a prendere una svolta più decisa verso la messa in sicurezza di ampi territori, il numero degli ospiti che accogliamo al monastero, pur con le nostra strutture limitate, aumenta ogni mese. Persone che vengono da città e villaggi più vicini, come Homs e Tartous, ma anche da Damasco, da Aleppo…Ospiti del monastero che cercano un luogo di silenzio, di preghiera, di pace, per ritrovare se stessi davanti a Dio.Quindi abbiamo bisogno di luce, acqua, di poter coltivare la terra…sempre più. E poi ci sembra importante fare progetti per il futuro: tutti hanno bisogno di lavoro, gli uomini, i giovani, ma anche tante donne rimaste sole a portare il peso dei figli e sovente anche dei familiari più anziani. Ma come creare un lavoro che abbia un rendimento, se il costo dell’elettricità azzera ogni guadagno? Forse le imprese più grandi riescono ad essere competitive, anche con la guerra, ma per le piccole imprese è molto difficile. Noi abbiamo bisogno come monastero di crearci un lavoro per vivere, e così tante donne dei nostri villaggi. Non potremo fare moltissimo, ma almeno dare lavoro a qualche famiglia sì…e se si incomincia, altri saranno incoraggiati a fare lo stesso, a cercare soluzioni possibili e creative…Questa è stata l’idea che ci ha mosso


Un progetto pilota di fronte alla penuria di guerra
Continua la superiora: «Un’azienda internazionale offriva gratuitamente pannelli nuovi in grande quantità, di ottima qualità ma non di nuova generazione. Era stato indetto una specie di “bando di concorso”. Un nostro amico in Italia presentò un progetto per l’autosufficienza del monastero e per l’aiuto a qualche realtà locale. All’epoca la nostra zona era già stata messa in sicurezza, ma ciò non significa che non si soffrissero le condizioni della guerra: in particolare l’elettricità, se eravamo fortunate, veniva per una/due ore al giorno…a volte meno…Quindi i disagi erano tanti,e oltretutto il costo elevato dell’elettricità ci impediva di avviare in modo deciso le nostre attività (ad esempio con le candele e i biscotti) e ancor più di coinvolgere la gente del villaggio, soprattutto le donne del villaggio che chiedono lavoro. L’elettricità dal sole ci avrebbe permesso anche di pagare meno i costi per l’irrigazione – relativi alla pompa del pozzo -, e di pensare all’avvenire in generale».
Il progetto viene accettato. Inizia l’impegno per risolvere i problemi burocratici relativi all’importazione, soprattutto a causa delle sanzioni occidentali alla Siria. Alla fine, con l’aiuto delle autorità civili e portuali, arrivano tre container di pannelli. Alcuni benefattori dall’Italia aiutano il monastero per le spese di trasporto.


Giovani ingegneri siriani molto preparati
A quel punto, prosegue suor Marta, «ci siamo rivolte per l’installazione a diversi professionisti, scegliendo alla fine una ditta di Damasco. Va detto che il settore delle rinnovabili prende sempre più piede qui in Siria». Il lavoro ha visto la preparazione del terreno da parte di operai locali e il controllo e la direzione degli ingegneri di Damasco: «Ci siamo trovate benissimo, hanno lavorato in modo eccellente, con attenzione e precisione. Sono tutti giovani ingegneri molto preparati, e questo per loro è diventato un po’ un progetto esemplare, una pubblicità per un settore che si sta sviluppando. E’ difficile che qualcuno abbia la possibilità di investire in un’attività di queste dimensioni».
Appunto. La decisione di accettare il dono dei pannelli non è stata presa con disinvoltura: «I pannelli di ultima generazione producono tre volte più energia, a parità di superficie, rispetto a quelli che ci venivano offerti. Quindi il costo dell’installazione poteva essere un deterrente. Ma al tempo stesso, gli ingegneri che abbiamo consultato, in Italia e qui – e soprattutto quelli di qui, che conoscono la situazione-, ci hanno spiegato che si trattava di un’occasione unica, poiché, a causa delle sanzioni , in Siria si possono trovare solo pannelli in silicone, o comunque di bassa qualità- che dopo poco tempo si opacizzano e perdono in efficienza. Quelli che ci hanno offerto sono invece in vetro, di ottima qualità, di lunga durata e di resa perfetta: per studiare il progetto, gli ingegneri hanno realizzato un’installazione di prova, con otto pannelli, misurandone la produzione di energia nelle varie situazioni. Hanno potuto così constatare che la resa dichiarata corrisponde perfettamente a quella effettiva. Questo ha permesso uno studio davvero attento di consumi e alternanze fra parti dell’impianto supportate da batterie e parti a sola energia diurna. Dunque, il progetto era reso vantaggioso dall’efficienza e dalla durata prevista dei pannelli, oltre naturalmente alla loro gratuità».

Fiat lux! per il monastero….
Gli effetti sono chiari come il sole: «Da un mesetto abbiamo elettricità continua, il pozzo (che rappresentava uno dei consumi più alti in termini di energia) si è reso indipendente già da prima. In casa abbiamo energia sufficiente giorno e notte grazie alle batterie. Questa situazione ci permette finalmente di pensare anche ad attività lavorative per noi e il villaggio».

…e presto per il pozzo del villaggio e per l’ospedale diTalkalakh
Lo stock di pannelli solari era decisamente superiore alle necessità del monastero: «Così abbiamo intenzione di fornire elettricità al pozzo del villaggio cristiano, il nostro villaggio; e di donare una parte significatica di pannelli all’ospedale di Talkalakh, il capoluogo della nostra regione nella provincia di Homs. E’ una zona mista, con sunniti, alauiti e cristiani, e l’ospedale è quello dei poveri, serve proprio tutti (anche noi) in modo gratuito. Ma ha risentito delle restrizioni della guerra. Il fotovoltaico darebbe energia a una sala operatoria, al pronto soccorso e alle incubatrici, insomma una certa autonomia».
Chi è rimasto lavora per il futuro…sanzioni permettendo
Le trappiste sottolineano la bravura, il coraggio, la volontà di chi è rimasto in Siria e magari si è laureato durante gli orribili anni di guerra: «La nuova generazione di ingegneri rivela una grande precisione nel lavoro. Chi è rimasto ha professionalità e voglia di fare, con materiali nuovi e tecniche nuove. Naturalmente fra i problemi ci sono le sanzioni. Ad esempio i nostri ingegneri che hanno contatti con l’Italia, per aggiornarsi, hanno avuto problemi di visto; ed è complicato portare il materiale. Comunque il settore è in piena espansione. A Damasco si susseguono le fiere di settore, dove si presentano i materiali e progetti più innovativi
Decisamente la ripresa va avanti.

Che cosa possiamo fare noi
D’accordo, pannelli e batterie sono stati regalati. Ma il monastero delle trappiste ha affrontato spese ingenti per il trasporto e l’installazione, da parte di tecnici e maestranze interamente siriani.
Per rifornire il pozzo del villaggio, il progetto è pronto e «con l’aiuto del vescovo latino padreGeorge Abou Khazene di alcune organizzazioni abbiamo trovato quasi metà della cifra necessaria». Metà…
Anche per l’ospedale, dice Marta, «il progetto è pronto e stiamo prendendo contatti: regaliamo tutta l’attrezzatura ma non possiamo coprire le spese di installazione. Pensiamo di coinvolgere il Ministero Siriano della Salute, proponendo la nostra offerta di pannelli, ma se ci arrivassero fondi…»
…sarebbero di grande aiuto. Al monastero, al villaggio. Alla Siria.

Per contribuire al finanziamento di questo grande progetto di ‘solare solidale’ si possono effettuare versamenti qui: https://www.nostrasignoradellapace.it/donations/donazione-per-i-progetti-in-siria/

Ora pro Siria

Le Monache Trappiste e il compito della ‘nuova Siria’

Incontriamo suor Marta, superiora delle Monache Trappiste di Azeir, durante la breve visita che sta svolgendo in Italia alla Comunità ‘madre’ di Valserena nel giugno 2018
OraProSiria: Suor Marta, ci racconti come sta andando avanti la vostra presenza, quello che avete costruito, quali sono i vostri progetti, desideri, e lo sguardo che ha su di voi la gente che incontrate ogni giorno..
E poi ciò che voi intravvedete come necessità di questo popolo, in questo che appare sempre più come uno scenario che va verso la fine della guerra, quello che a voi sembra importante in questa fase di fine conflitto sia dal punto di vista della Chiesa che dal punto di vista della società. Quindi quale può essere ora il vostro compito sia come religiosi che come Chiesa locale?
Suor Marta: quello che noi viviamo giorno dopo giorno è proprio la presenza, cioè l’essere lì. Siamo molto contente perché gli ospiti arrivano sempre più numerosi, si passano la voce gli uni con gli altri e quindi poco a poco, pur secondo le nostre limitate possibilità di accoglienza che non sono enormi, vediamo che le persone che vengono al monastero trovano un luogo di riposo, di incontro e anche di riflessione. E in questo momento per la Siria è in atto un cambiamento, non voglio parlare delle ingerenze esterne e delle pressioni ai confini che permangono a motivo delle varie situazioni internazionali, però all’interno la Siria si sta stabilizzando, lo Stato siriano sta ritrovando la sua unità: anche il fatto che si possa andare in macchina da Damasco ad Aleppo dice molto di questa normalizzazione.
È chiaro che dobbiamo fare i conti con tutta la distruzione che si è creata, le sanzioni internazionali che ci soffocano, la mancanza di materie prime e di scambi, e quindi si vive una grande privazione, molto bisogno materiale, ma noi sentiamo che dentro questo pesante bisogno la gente ha un bisogno spirituale, spirituale in senso lato cioè come tempo dello spirito e di preghiera, di ritrovare una motivazione profonda alla dimensione umana ferita che questa guerra atroce ha creato, come umiliazione e poco rispetto della persona. Tutto questo chiede delle risposte, chiede una riflessione su cosa vuol dire essere uomini, essere credenti, di qualunque fede si sia. Mi sembra che oggi in Siria questo sia uno dei compiti più importanti: che senso ha costruire LA’ un uomo!
Ma non solo: costruire INSIEME questa umanità che vogliamo vivere: questo non si riduce solo alla possibilità pur importante di studiare, lavorare, di un progresso economico e sociale, ma anche di un umanesimo che può attingere a un patrimonio immenso di cultura e di tradizione, che, anche se è stato distrutto nell’immagine e nel patrimonio storico-artistico, riguarda per lo più la distruzione delle pietre; però l’anima e la cultura che sono alla radice della Siria, continuano ad essere delle fonti preziose per questo umanesimo.
Da parte nostra la cosa importante per ora è l’accoglienza, che come dicevo si sta ampliando, anche se abbiamo ancora da costruire il nostro monastero, e questo è importante perché la nostra spiritualità non è una spiritualità solo di idee ma è incarnata: restare in un posto vuol dire anche investire sugli spazi, sui tempi, sul lavoro. Solo questo investire su una progettualità rende possibile pensare al futuro, alla ricostruzione. Così adesso è la Siria: alcune persone che tornano, piccole iniziative di lavoro, realtà di collaborazione che si stanno creando pur passando attraverso faticosi cammini di riconciliazione. Per questo occorre investire molto su una progettualità di pensiero. In questo le Chiese e i cristiani hanno un grosso compito, che è il loro proprio compito, di stimolare un pensiero e una coscienza di senso.
OPS: Perché è importante che i Cristiani non se ne vadano, come continuano a chiedere i Vescovi Siriani? Cosa convince un Cristiano a giocare la sua permanenza in un paese come la Siria o come altri paesi del Medio Oriente che stanno vedendo invece un esodo massiccio?
Suor Marta: Sì, potrebbe sembrare disumano chiedere alle famiglie cristiane di restare, perché di prospettive di lavoro, di carriere appaganti, di successo, non se ne vedono. Occorre essere chiari: non si può rimproverare nessuno per le scelte che fa; è comprensibilissima la preoccupazione di un genitore per i propri figli. Di solito è il pensiero del loro avvenire la molla che spinge ad andarsene, più che un egoismo personale, è proprio il cercare un futuro per i propri figli che è una cosa rispettabilissima. Allo stesso tempo i Cristiani sono di fatto l’anello che permette in molte situazioni la riconciliazione, sì, i Cristiani sono l’anello di congiunzione nella grossa divisione che si è creata a livello confessionale nella società siriana. Quindi questo è il primo fattore importante di cui i Cristiani sono portatori. Ma soprattutto, non è disumano chiedere di restare: tutto dipende dal tipo di umanità che vogliamo realizzare; se noi pensiamo che non solo in Siria ma in tutto il mondo oggi c’è una grossa battaglia che si gioca rispetto a una umanità nuova, che sia radicata su ciò che rende veramente uomini. È quello che chiediamo ai nostri giovani: “cosa vi impedisce di essere veramente uomini e donne qui in Siria?”. Anzi, forse la povertà di mezzi ci stimola a riscoprire i valori veri di un’umanità non come un fatto emotivo, una voglia, uno slancio al ‘vogliamoci bene’, ma la capacità di generare un tipo umano con un pensiero, una consapevolezza di ciò di cui consiste veramente l’uomo. Noi in Occidente abbiamo ridotto il lavoro al guadagno, alla sicurezza e alla molteplicità delle esperienze; mentre il lavoro è la prima espressione dell’uomo che si mette alla prova, si conosce e si sperimenta nei propri limiti e nelle proprie possibilità, s’inventa e crea. Possiamo restare, se crediamo che è possibile fare un’esperienza dell’umano come ciò che veramente realizza, perché la domanda vera è: che cosa realizza realmente la persona?
OPS: Oggi si ha molta paura del fondamentalismo che sembra sempre più pervadere il mondo islamico. Il popolo siriano ha la possibilità di resistere al virus del fanatismo?
Suor Marta: Credo proprio di sì, nella misura in cui ascolta l’esperienza che ha fatto, Oggi in tanti siriani c’è una sorta di stupore nel constatare una diffusione del fondamentalismo che non si credeva così forte nella sua propagazione, perché al di là del fondamentalismo organizzato dal paesi stranieri c’è qualcosa che ha attecchito anche nel pensiero di alcune persone e questa è la cosa che spaventa di più. Però quest’esperienza ha posto anche molti interrogativi: noi conosciamo molte persone che di fronte alla loro stessa fede nell’Islam si sono poste molte domande e quindi cercano ora un modo vero di vivere la loro fede, un modo più tollerante, un modo che è comunque aperto ad altre esperienze; certo non bisogna darlo per scontato, bisogna lavorare, bisogna dialogare, bisogna non avere paura di creare spazi di riflessione. Non è automatico ma io vedo che c’è una volontà, un desiderio di andare al fondo del vivere insieme quella diversità che ha caratterizzato questo paese, non bisogna però darlo per scontato, bisogna trovare il modo di lavorarci e farlo crescere.
OPS: Per quanto sperimentate voi, il governo siriano ha mantenuto quella sua tipica laicità che lo ha reso per decenni un’esperienza di convivenza particolare, quella per cui ancor più oggi si auspica che anche nella nuova Costituzione sia sempre più chiara la distinzione tra religione e forma di governo?
Suor Marta: Noi fin da quando siamo arrivate abbiamo sperimentato questa caratteristica della Siria: prima di tutto si è Siriani, la religione è un’altra cosa. E questa è una linea che permane, che noi sentiamo e che viene portata avanti: certo ora occorre fare i conti con le fratture che si sono create, perché purtroppo questa guerra ha minato questa coscienza dell’essere insieme, però questa coscienza dell’essere anzitutto Siriani non è stata distrutta, e il governo sta lavorando in questo senso, così come tutte le persone di tutte le religioni impegnate in un’ottica di ricostruzione sociale sono impegnate in questa direzione.

Ora pro Siria

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